Le mani dure

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Le mani dure




Finivo l’ultimo post scrivendo di “… lunghissimi fili. Matasse ingarbugliate di fili di diverso colore collegati…”.

Oggi volevo scrivere di Uomini e No, di Elio Vittorini. Ma anche di “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. Non una recensione dei libri. Anche perché li ho letti (e riletti) ormai diversi anni fa. Volevo scrivere di quello che io avevo preso da questi due libri, quello che avevano in comune, e mi chiedevo se veramente avessero questo elemento in comune oppure ero io, come un filtro che faceva passare, nel tempo, fino a qui, solo quello che a me sembrava rilevante e significativo. Particolarmente significativo.

Ma stavo passando oltre. Perché mi sono messo un po’ a cercare in rete, per rinfrescare la memoria e mi sono reso conto che era un po’ confusa. Figuratevi che avrei inserito la storia di Dante di Nanni, raccontata da Giovanni Pesce in “Senza tregua” in “Uomini e No”.

Insomma non mi ricordavo veramente il libro. Mi ricordavo solo la sensazione che mi aveva lasciato. Il titolo “uomini e no” che fa pensare che si possa essere uomini se al momento giusto si fa la scelta giusta, oppure no. Ma poi ti rendi conto che la cosa è un po’ più complessa, che non sempre la scelta giusta è così chiara e che, soprattutto, l’essere uomini e il suo contrario sono parte di noi, convivono in noi nello stesso momento, lacerano le nostre convinzioni. E questo era quello che fortissimo mi aveva lasciato Il partigiano Johnny: la sensazione della casualità delle scelte, anche drammatiche. Della non scelta. Ovvero della impossibilità di scegliere liberamente di fronte a cui la nostra vita a volte ci pone.

E’ una convinzione forte che mi sono fatto: esistono momenti nella storia in cui non si ha scelta. Anche se la tua mente, tutto il tuo corpo, ogni fibra del tuo essere grida che non vorresti essere lì, che non è giusto, che la vita è altrove… tu sei lì. Granello di polvere nell’ingranaggio.

Non importa che tu sappia che tutto è sbagliato. Non esiste un posto al mondo in cui tu possa fuggire. Non esiste.

Ma è una sensazione così struggente, quella di chi ha consapevolezza di ciò. Così tristemente umana. Quella di non poter far nulla, di essere solo attori costretti a recitare una parte che non ti appartiene, in un dramma che non condividi, che sai che finirà comunque male. E così lieve è la malinconia nei piccoli spazi che ci si ritaglia, nascosta, scacciata, perché abbandonarvisi è un lusso che non ci si può permettere. Se vuoi sopravvivere.

Insomma, avrei voluto parlarne un po’ meglio. Rileggere magari i libri. Scorrerli, quantomeno.

E un’altra cosa che volevo scrivere era di questa sensazione, di avere “le mani dure”. Chi scala sa cosa voglio dire. Sentirsi le dita grosse, la pelle spessa, dura. Mani che sorprendono quando saluti qualcuno che non sa, che ti vede in ufficio tutto il giorno e poi scopre mani da muratore. Dure, forti.

C’è un libro che parla di alpinismo, scritto dopo la guerra, “Le mani dure” – appunto – di Rolly Marchi. Non lo avevo letto. E non capivo quel titolo fino a quando non iniziai a scalare. Fino a quando non conobbi alpinisti da una vita e le loro mani.

Mi piace avere le mani dure. Non sopporto, quando stringo la mano ad un uomo, la mano molliccia. Mi piace anche nella donna, la mano dura. Non ha a che fare con lo sport, con l’arrampicata che pratico, il contatto con la roccia, tendini e muscoli induriti. Mi piace perché è una mano che fa.

Cercando in rete su “uomini e no” avevo trovato questa pagina, in cui avevo letto questo.

«Non possiamo desiderare — chiede Selva — che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Non è per questo che lavoriamo? […] Avrebbe un senso il nostro lavoro? […] Avrebbero un senso i nostri giornaletti clandestini? Avrebbero un senso le nostre cospirazioni?». Non si può, dunque, realizzare la felicità di tutti, se non si lavora per realizzare la propria.

Enne 2 lotta contro il fascismo come dittatura politica e resiste «per una liberazione che doveva esserci» e che «era sicuro vi sarebbe stata, ma ecco proprio per questo, che resistere non era semplice»: perché più difficile è la liberazione di «ognuno di noi nella sua vita», più difficile è uccidere il fascismo dentro di noi — il fascismo che regola i rapporti tra gli uomini e le relazioni tra uomo e donna; quello che divide gli uomini in ruoli, di partigiano e di nazista, di intellettuale e di uomo d’azione; quello che genera il dramma di Berta, «donna di due uomini».

Me la ricordo sì, questa riflessione. Non si può, dunque, realizzare la felicità di tutti, se non si lavora per realizzare la propria. E’ una frase che se ci pensate bene, spacca dentro. Se la metti davanti a te in ogni cosa che fai, diventa un bivio, uno spartiacque.

In un altro momento della mia vita pensai: Non sto lavorando come credo per la felicità di tutti, se io stesso per quello che faccio, mi sto rendendo infelice. E cambiai radicalmente. Si può dire anche in altro modo: il fine, qualunque fine, non giustifica i mezzi.

Ma parliamo di uomini che hanno scelta. Altrimenti la questione è sospesa. Se non hai scelta, se sei costretto, già per questo ogni felicità ti è negata.

Ma, cercando in rete sempre, stavolta per “le mani dure”, trovo questa pagina:

Quelle mani dure e callose: ieri motivo di vergogna, oggi motivo di rispetto.
Ogni volta che nel mio ambulatorio entra un uomo con le mani grosse e rugose, ma pulito, ben vestito, ben pettinato, accompagnato da una moglie curata e dei figli che vanno a scuola, e soprattutto forte del suo diritto al rispetto altrui giuridicamente sancito, io ringrazio Iddio di aver donato alla storia dell’Umanità il Comunismo (…la Chiesa non me ne voglia…)che ha emancipato la donna dall’umiliazione della sottomissione e dell’ inferiorità legale e sociale, ha abolito i privilegi nobiliari, ha abbattuto le classi sociali e il classismo, ha imposto i diritti dei lavoratori, ha ridato dignità e decoro e quantomeno il minimo sindacale di qualità della vita al proletariato.

Ed ecco la sensazione dei fili colorati e collegati. Allora in questo post mischio tutto. Seguo i fili con delicatezza.

Lo lessi più tardi, quel libro. E’ un bel libro di alpinismo, ma è soprattutto, ambientato dopo la guerra, la descrizione di una scelta, che poi diventa una passione talmente forte da poter apparire da fuori come una dipendenza – quindi una non scelta – la passione di arrampicare. La felicità di arrampicare.

Il groviglio si è dipanato un po’, davanti a me. Le cose che sembrano lontane sono vicine. Come nella vita di un uomo, che si può essere molte cose, con altrettanta forza e passione. Perché non siamo solo una cosa. Ma se siamo consapevoli di quello che siamo, se riusciamo a scegliere, allora siamo noi stessi in ogni cosa che facciamo.

Questa penso sia la risposta. Una vita spesa è una vita in cui hai scelto.

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Le mani dure :: Commenti

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Messaggio il Dom Mar 11, 2012 5:34 pm  LucaVi

Ricordo che piansi quando morì l'amico del protagonista

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Messaggio il Dom Mar 11, 2012 5:42 pm  Admin

Luca Visentini ha scritto:Ricordo che piansi quando morì l'amico del protagonista

Avevo postato questo articolo perchè mentre facevo le prove era il periodo in cui lo avevo pubblicato sul blog. Hai visto come funziona, il sistema dei blog nel forum?
si può anche condividere direttamente sui social network.

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