Neuroplasticità e arrampicata

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160312

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Neuroplasticità e arrampicata




Neuroplasticità e arrampicata (*)

Il cervello umano è in grado di modificare se stesso. Il cervello
adulto è flessibile. L’esperienza modifica il cervello. Gli scenziati
chiamano questa caratteristica neuroplasticità.
Gli input sensoriali creano mappe cerebrali. Queste sono in competizione fra loro, secondo il principio o le usi o le perdi.
La natura competiva della plasticità ci riguarda tutti. Nel nostro
cervello i nervi combattono una guerra senza fine. Se smettiamo di
esercitare le nostre facoltà mentali non le perdiamo e basta: la parte
di mappa cerebrale per quelle funzioni viene affidata ad altre che
invece continuiamo a svolgere. Per contro, è possibile imparare cose
completamente nuove in ogni momento della nostra vita.






Quando dico “imparare” non intendo una funzione nozionistica in cui
inseriamo dati nel contenitore che consideriamo sia il nostro cervello.
Intendo input sensoriali, ovvero anche informazioni legate a tatto,
udito, gusto, olfatto… input propriocettivi e sviluppare le qualità
mentali in grado di elaborare questi dati in modo sempre più raffinato
nonché integrarli.

I cervelli di ognuno di noi sono simili, a livello di mappe
corticali, perché le nostre esperienze sensoriali sono sostanzialmente
simili, ma diversi, anche profondamente diversi, in caso di esperienze
sensoriali diverse.

In pratica il cervello non si comporta dissimilmente da un muscolo.
Se lo eserciti diventa sempre più adeguato allo scopo per cui lo
eserciti. Se non lo eserciti si atrofizza. Solo che il cervello è un
muscolo multipotente, ovvero può assumere diverse funzionalità. Se non
eserciti la tale funzionalità, quella zona viene utilizzata per altre.
Non si butta niente.

Nella fattispecie dell’arrampicata, ma il discorso vale ovviamente
per qualsiasi attività necessiti l’attivazione di raffinati schemi
motori e programmazione spazio temporali di movimenti, è quindi
possibile sviluppare aree del cervello altamente specializzate, vicine
nella mappa cerebrale, in modo che i segnali non debbano percorrere
lunghi percorsi nel cervello.

Infatti le disposizioni topografiche delle mappe cerebrali emergono
poiché molte delle nostre attività quotidiane implicano delle sequenze
ripetute secondo un ordine fisso.

Quando raccogliamo un oggetto delle dimensioni di una
mela o di una palla da tennis, normalmente prima lo afferriamo con il
pollice e l’indice, quindi lo avvolgiamo progressivamente con le altre
dita. Dal momento in cui pollice e indice toccano l’oggetto quasi sempre
insieme, inviando simultaneamente al cervello i rispettivi segnali, le
mappe cerebrali del pollice e dell’indice tendono a formarsi insieme.

Avvolgendo l’oggetto con le altre dita, sarà il medio a toccarlo subito
dopo, così la rispettiva mappa cerebrale tenderà a formarsi accanto a
quella dell’indice e un po’ più lontano da quella del pollice. Ripetendo
questa sequenza – pollice, indice, medio – migliaia di volte, la mappa
del pollice si troverà accanto a quella dell’indice, che sarà a sua
volta accanto a quella del medio, e così via.

Molte mappe cerebrali, se non tutte, lavorano raggruppando spazialmente eventi che si verificano simultaneamente.


Ora pensate a riportare questa sequenza, derivante dal semplice
prendere una mela, in quelli che sono degli schemi motori complessi,
come quelli di un giocoliere, di un ginnasta, di un musicista, o di un…
arrampicatore.

Quello che vi sto dicendo, è che non solo il corpo, le dita, le mani,
i muscoli, i tendini devono essere costruiti, per svolgere una
determinata attività, ma anche le mappe cerebrali corrispondenti.

Forse a pensarci bene non è strano. Lo abbiamo sempre saputo. Quando
diciamo che il corpo impara, non sappiamo bene di cosa stiamo parlando,
ma sappiamo che è vero. Ecco, vi sto dicendo quello che avviene nel
nostro cervello.

In questo processo, più le mappe diventano grandi,
più i singoli neuroni funzionano meglio. Man mano che un’attività
motoria sviluppa un’area cerebrale, la mappa tende a crescere, ma poi i
singoli neuroni della mappa diventano più efficenti e sono necessari
meno neuroni per svolgere il medesimo compito.
Quando un bambino inizia ad esercitarsi al pianoforte,
tende ad utilizzare tutta la parte superiore del corpo – polso, braccio,
spalla – per suonare ogni singola nota. Persino i muscoli del volto si
tendono in una smorfia. Attraverso l’esercizio il pianista in erba
smette di utilizzare i muscoli che non servono allo scopo e ben presto
impara ad usare solo il dito giusto per suonare la nota, sviluppando
così un tocco più leggero. Se diventarà “bravo” saprà suonare con
“grazia” e “in modo rilassato”. Il bambino non userà più moltissimi
neuroni come all’inizio, ma pochi e appropriati per quel compito. Questo
uso sapiente dei neuroni si verifica quando padroneggiamo una certa
abilità e spiega perché lo spazio a disposizione per le mappe non si
esaurisce rapidamente man mano che si esercitano nuove attività.

Con l’esercizio i singoli neuroni diventano anche più selettivi.
Inoltre, diventano anche più efficenti, possono elaborare i dati più
rapidamente. Ovvero: anche la velocità del nostro pensiero è plastica.

Pensate ai micro spostamenti necessari a mantenere l’equilibrio su
una placca, oppure ai molti aggiustamenti occorrenti per porre il corpo
nella posizione ottimale su uno strapiombo, utilizzando la giusta
quantità di forza, né troppa, né troppo poca, applicando schemi motori
complessi con naturalezza e rapidamente.

Vi sto dicendo che si impara ad arrampicare arrampicando. E anche
questa è più o meno la scoperta dell’acqua calda. Forse c’è differenza
nel sapere tutto il meccanismo che azioniamo quando premiamo il pedale
del freno della nostra auto - circuiti olio idraulico, sensori abs,
centralina che controlla lo slittamento, pastiglie, dischi – ma in fondo
quello che vogliamo sapere è solo che quando premiamo il pedale la
macchina freni. E tutto ciò a molti sembrerà poco interessante. Ma non è
finita.


Gli scenziati hanno scoperto che l’attenzione è essenziale per
ottenere cambiamenti neuroplastici a lungo termine. In numerosi
esperimenti si è provato che i cambiamenti duraturi avvengono solo
quando i soggetti sono molto concentrati. Quando svolgono i loro compiti
in modo automatico, senza porvi attenzione, le mappe cerebrali si
modificano ma con risultati a breve termine.

Questo concetto, riportato nell’attività che ci interessa, significa
che occorre essere motivati. La motivazione ci pone in uno stato di
attenzione e si liberano sostanze, dopamina e acetilcolina, che
contribuiscono a consolidare i cambiamenti avvenuti nelle mappe.

Una buona motivazione che richiama attenzione può essere quella
positiva, di ottenere qualcosa, un premio ad esempio, o anche quella non
negativa, di non farsi male cadendo. Ovviamente il concetto di premi è
elastico. Anche far a gara con i propri amici e batterli può essere
considerato un premio. Anche farsi bello agli occhi di una donna (o di
un uomo), può esserlo. Anche il dover ricordare una lunga complessa
sequenza, necessita attenzione (lavorare una via).
Non sto dicendo che bisogna essere competitivi. Sto dicendo che bisogna
essere fortemente concentrati in quello che stiamo facendo per ottenere
dei risultati a lungo termine. E che l’esercizio di schemi motori
complessi porta alla formazione di mappe cerebrali sempre più efficenti.

L’esercizio di visualizzazione rinforza i circuiti neuronali.
Immaginare di arrampicare una via, concentrati sui movimenti che
facciamo, immaginare di stringere la presa, di lanciare, tenere la
tacca, spingere con i piedi e con i muscoli addominali… tutto ciò
rinforza le mappe cerebrali e, anche, muscoli e tendini che dovranno
fisicamente compiere quei movimenti.

Studi condotti hanno dimostrato che il solo esercizio di
visualizzazione, comparato con l’identico esercizio fisico, porta il
primo ad un miglioramento del 22% e il secondo del 30% (ovviamente
dedicando per un tot di giorni il medesimo tempo di allenamento al
giorno), quel’8% è immediatamente colmato non appena si passa dal mero
esercizio di visualizzazione a quello fisico.

Il corpo fisico è una proiezione del cervello. Ogni movimento che si
compie, l’intensità della forza usata, lo stesso stimolo doloroso che
percepiamo è prima di tutto elaborato dal cervello.

Il cervello non è un terminale e nemmeno un centro di coordinazione
degli input sensoriali provenienti dal corpo. E’ il corpo, anzi,
l’immagine del corpo che abbiamo nel cervello, che è un’estensione del
cervello.

Insomma, gli scenziati del cervello ci dicono che possiamo migliorare
nell’arrampicata se arrampichiamo molto, attuando schemi motori
complessi e migliorandone l’attuazione, restando molto concentrati su
quello che facciamo, memorizzando schemi motori e visualizzandoli,
immaginando di essere in grado di fare anche oltre quelli che riteniamo
siano i nostri limiti.

Se arrampichiamo rilassati, pensando magari ad altro, non mettendoci
nella condizione di essere concentrati e attenti su quello che stiamo
facendo, possiamo dimenticarci di migliorare i nostri schemi motori – e
quindi il nostro livello - anche dopo anni e anni di pratica, anche
allenando duramente i nostri muscoli e i nostri tendini. I centri di
comando e controllo della nostra attività motoria – e quindi la velocità
di esecuzione, l’efficienza energetica dei nostri movimenti –
non si alleneranno e quindi non miglioreremo.


Può essere una scelta, certo, ma non sorprendiamoci vedendo altri che
in poco tempo diventano più bravi di noi. Non mettiamo scuse tipo
predisposizione genetica o altro, rimanendo comunque dentro di noi la
domanda: perché dopo anni sto sempre lì?

Perché la vostra motivazione non mette il cervello nelle condizioni di diventare il cervello di un arrampicatore forte.


(*) Articolo scritto da me e pubblicato nel mio blog qualche mese addietro

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