Ritratti di Grandi Alpinisti: Jean-Christophe Lafaille

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051012

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Ritratti di Grandi Alpinisti: Jean-Christophe Lafaille




Uno spezzone di corda di 20 metri e qualche fissa qua e là, un braccio fuori uso, i pensieri, tanti, dolorosi, rivolti al compagno Pierre, e ancora 1000 dannati metri da ridiscendere. In pratica, oltre la sfera delle umane possibilità…







La storia di Jean-Christophe parte dal sole, dai profumi di lavanda della Provenza, e dalla roccia, quella di Ceuse (mica un posto qualunq

ue) dove arriva addirittura a salire in free solo “Le privilège du Serpent” (ed era solo il 1989) ma dopo aver già fatto entrare il suo nome nell’alpinismo, quello vero, a soli 20 anni, con la Goullotte Lafaille sul Mont Blanc du Tacul.

In seguito effettuerà una serie di strabilianti solitarie come “Divine Providence” al Grand Pilier d’Angle, “Directe das Capucines” al Grand Capucin, “Weekend in Transilvania”al Trident, “Chemin des Etoiles” al Grand Jorasses, oltretutto per una via nuova. Molte di esse saranno fatte in inverno, quando le giornate sono corte ed il sole può essere solo un pallido compagno che non sorride.

Ma tutto si sta fermando ora sull’Annapurna. I flash delle macchine fotografiche nel fondovalle al tempo stesso danno calore e disperazione, sensazione di umana presenza da un lato ed incertezze sulla possibilità di sopravvivere dall’altro. Nessuno salirà a portare aiuto, nemmeno quegli sloveni che avrebbero voluto ma era troppo alto il pericolo.

Morire provandoci? Se questo era il prezzo. Disarrampicando, dopo giorni di inutile attesa di soccorsi, metro dopo metro si avvicina di nuovo alla vita. Le manovre di corda non si riescono a fare in quelle condizioni, e allora si pianta un rampone, poi l’altro, poi una picca. L’altra è già da dimenticare, col quel braccio rotto c’è solo da sperare, e pregare, e stringere i denti.

Forse una stella cadente luminosa passò di lì quella volta, strizzò l’occhio a Jean-Christophe, e gli illuminò il campo base sloveno.

Quel calvario era finito, era salvo.

La prima reazione fu quella di non scalare mai più, ma come fai ad andare contro il tuo cuore, la tua anima, il tuo spirito, i tuoi sogni.

No, le montagne dovevano ancora essere salite. Quelle più alte e quelle più difficili. In un certo senso, uno spirito da Araba Fenice riprese a volare ancora più in alto: 8000, concatenamenti mai tentati prima, ancora prime invernali in solitaria. In una decina d’anni Lafaille sale quasi tutti gli 8000, spesso per vie nuove. Nel 1996 concatena GI e GII in quattro giorni. Sulle Alpi ne concatena 10 di cime (10!) in quindici, e non sono montagne semplici, sono le più prestigiose, le più pericolose, comprese Eiger, Cervino, Grand Jorasses. In mezzo trova anche modo di visitare Yosemite e ripetere vie di artificiale estreme come “Zenyatta Mondatta” e “Sea of Dream” del grande Jim Bridwell (vedi Stile Alpino 014).

Agli arbori del 2000, il sogno di salire tutte le montagne più alte del mondo è una solida realtà, senza mai dimenticare le amate Alpi. Nel 2001 la “Via Lafaille” sull’Aiguilles du Dru è caratterizzata da tratti di artif gradati A5+, frutto dell’esperienza yosemitica. Cho Oyu, Shisha Pangma, GI, GII, Lhotse, Manaslu, K2, Annapurna, Dhaulagiri e Nanga Parbat sono saliti. Arriva anche il Broad Peak ma rischia grosso; con edema polmonare in corso, cade in un crepaccio durante la discesa ed è tra gli altri Denis Urubko a salvarlo.

Ora devono arrivare anche l’Everest, il Kanchenjunga ed il Makalu.

Nell’inverno 2005-2006, Jean- Christophe parte proprio per questa montagna, che vuole salire in solitaria. A fine gennaio tutto è pronto per il tentativo alla vetta; col telefono satellitare (unico mezzo di comunicazione) annuncia le sue intenzioni e parte verso il suo 12° ottomila.

Qualche giorno dopo, a guardare il cielo sopra il Makalu, che sarà pure un 8000 ma non può arrivare così in alto, si può scorgere qualche puntino luminoso.

Sono stelle, ferme, immobili. Servirebbe invece vederne passare una cadente, che sorrida e strizzi l’occhio anche questa volta.

Solo che non si fa vedere a questo giro.

Servirebbe che passasse con una scia a dare un segno di vita ma ciò non si scruta.

Basterebbe un lampo nel cielo, una piccola scossa, un impulso, proprio come quello che può far suonare un telefono, che invece tace, da giorni.

Il cielo sopra il Makalu è ancora immobile. Poi in alto si vede un bagliore, è lui. E’ stella anch’egli adesso; era scomparso e non si era fatto sentire per un po’ ma poi è ricomparso, proprio come quella volta sull’Annapurna.

La Fenice è rinata nuovamente ma questa volta in una forma ancora più alta e sublime. Questa volta è un astro nel cielo.

Jean- Christophe Lafaille ha segnato l’alpinismo nella sua forma più pura e significativa per 20 anni, portando nel mondo del possibile ciò che non si credeva fosse impraticabile. Salite in tempi record, sempre in stile alpino, concatenamenti, ed un numero strabiliante di prime assolute e prime invernali (di cui sopra è stato riportato solo qualche nome) ne fanno uno tra i più grandi. La stella continuerà a brillare, per sempre.



La storia di Jean-Chistophe Lafaille meriterebbe molte più pagine. Ci ripromettiamo in futuro di ripercorre in maniera più approfondita la storia senza tempo di questo straordinario alpinista e di menzionare tutte le imprese che per questione di spazio non è stato possibile inserire in questo Ritratto.
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Trittiko

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