AGNÈR, IL GIGANTE CON IL CUORE

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181012

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AGNÈR, IL GIGANTE CON IL CUORE






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AGNÈR, IL GIGANTE CON IL CUORE

di Francesco Lamo

La verde e pacifica valle di San Lucano è situata sopra il paese di Agordo, in provincia di Belluno. In considerazione dell’importanza delle montagne che la circondano, come la Civetta e le Pale di San Martino, Agordo può essere considerata una delle capitali dell’Alpinismo dolomitico.

Percorrendo la valle di San Lucano, che risulta disposta in direzione est-ovest, e volgendo lo sguardo verso nord, non si può non rimanere affascinati dalle verticali e radiose pareti meridionali delle omonime Pale di San Lucano, lungo le quali sono stati tracciati itinerari davvero straordinari, come la via “dei Bellunesi” e la “Casarotto-Radin” allo Spiz di Lagunàz, la “Paolo Armando” alla Terza Pala o la lunghissima “diretta Miotto-Bee” alla Seconda Pala: montagne dove vivere un Alpinismo “senza divise e senza stendardi” [1] e dove è ancora concesso ritrovare se stessi.

Contrapposti agli attraenti e solari appicchi lucanici si erge, altissima nel cielo, la cupola sommitale della cima del Monte Agnèr. Se l’Agnèr viene osservato dalla vicina Val Cordevole lo si scopre relegato un po’ in angolo, va quasi rintracciato, ma immediatamente dopo averne individuato la sommità ed il suo lungo spigolo, l’emozione che se ne ricava è assoluta. Il nome “Agnèr” deriva dal fatto che le pendici meridionali della montagna erano un tempo molto utilizzate per il pascolo ovino; comunque, quantomeno localmente, viene utilizzato anche il termine “Spizzón”.

La vetta dell’Agnèr quota soltanto 2872 m s.l.m., ma considerando che la base del suo versante settentrionale presenta un dislivello dal fondovalle di circa 550 metri, dove scorre il torrente Tegnàs a una quota media di 800 metri s.l.m., si possono intuire le ciclopiche proporzioni delle sue pareti nord. La parete nord est dell’Agnèr è infatti riconosciuta come la più alta parete delle Dolomiti e la sua imponenza è folgorante.

Entrando più in dettaglio, va detto che l’Agnèr presenta una disposizione architettonica e di orientamento abbastanza conforme al notissimo Pizzo Badile, anche se la montagna dolomitica risulta più accentuata nel dislivello e nelle verticalità delle sue pareti: si distinguono infatti la grande ed ombrosa parete nord est (in realtà è nord nord est), caratterizzata da un dislivello di 1500 m, l’interminabile spigolo nord (1600 metri di dislivello ed almeno 2000 di sviluppo) e il severo e scomodo versante nord ovest (1300 m).

Continuando l’osservazione del massiccio dell’Agnèr dalla valle di San Lucano (definita dagli alpinisti la Valle dei sogni!), appaiono, quasi come suoi custodi, i numerosi satelliti del “Gigante”, anche se è riduttivo definire satelliti cime che presentano pareti alte fino a 1200 metri di dislivello! Ad ovest dell’Agnèr sono collocati la Torre Armena e i Lastei d’Agnèr mentre ad est lo Spiz d’Agner sud, lo Spiz d’Agnèr nord (dove lo spigolo dedicato ad “Andrea Oggioni” può essere considerato ormai un percorso classico, se riferito ai parametri medi di frequentazione del gruppo) e lo Spiz della Lastia, oltre ad altre cime minori.

Due bivacchi fissi sono stati installati sull’Agnèr, rispettivamente nel 1965 e 1972: il primo, appena sotto la cima, intitolato al veronese Giancarlo Biasin, scomparso dopo aver tracciato la super via al Sass Maòr a lui poi dedicata, mentre il secondo alla base della parete nord est e dedicato ad Enzo Cozzolino, caduto dalla Torre di Babele in Civetta. Gino Buscaini, in uno dei suoi capolavori, “Le Dolomiti Occidentali”, descrisse tuttavia queste strutture fisse come “un peccato di lesa maestà”, la cui installazioneinfluenzò sfavorevolmente il “fascino e la grandiosità selvaggia” del Gigante.

La conquista della parete nord est si deve a tre alpinisti non più giovanissimi: Arturo Andreoletti, milanese e ideatore della salita, Francesco Iori di Canazei, capocordata, e il triestino Alberto Zanutti, filosofo del gruppo. Nei giorni 14 e 15 settembre 1921 il trio riuscì a percorrere la logica e lunghissima teoria di canali, camini e fessure posti a sinistra dello spigolo nord, con difficoltà dichiarate di 5a-5b e senza l’infissione di chiodi. A questa impresa venne certamente riconosciuta l’importanza dovuta al fatto di aver superato per prima la grandiosa parete, ma non le fu assegnato inizialmente il reale valore che meritava. Ciò avvenne probabilmente perché i primi salitori non possedevano una fama pari ai grandi alpinisti dell’epoca, come poteva valere ad esempio per gli scalatori della Scuola di Monaco, perché la nuova via non venne adeguatamente pubblicizzata (anche a causa della modestia e riservatezza dei primi salitori) e probabilmente anche per il limitato uso di mezzi di protezione degli italiani sull’Agnèr.

Fu soltanto 11 anni più tardi, il 29 agosto del 1932, che Celso Gilberti e Oscar Soravito riuscirono a percorrere l’evidentissimo “Spigolo nord”, 1600 metri di dislivello, la via più lunga delle Dolomiti. Lo “Spigolo nord” riscosse maggior successo rispetto all’impresa di Iori e compagni, forse perché la linea dello spigolo risultava più appariscente ed esposta e probabilmente perché i tempi erano più maturi per accettare itinerari così grandiosi. In ogni caso, i ripetitori di entrambi gli itinerari giudicheranno nettamente più impegnativa la via della parete rispetto a quella dello spigolo, perché la “Jori” non inizia da uno zoccolo di mughi come lo “Spigolo nord” ed inoltre è di più difficile lettura ed orientamento e perché estremamente più esposta alle cadute di cascate d’acqua in caso di temporale; la “Jori” all’Agnèr è un luogo dove è meglio non trattenersi con il brutto tempo.

Una curiosità: l’utilizzo della “J” per indicare la via “Jori” al posto della “I”, quale iniziale del nome del primo salitore, si deve a Ettore Castiglioni che la utilizzò fin dal 1935…ci fidiamo di lui.

Reinhold e Heindl Messner (i due non erano parenti) in compagnia di Sepp Mayerl percorreranno per primi d’inverno lo “Spigolo nord” (1967) e la “Jori” (1968), salita quest’ultima di cui è stato ricordato il quarantennale qualche tempo fa, in un piacevole festeggiamento ai piedi della parete, in compagnia di alcuni dei protagonisti dell’Alpinismo della Valle.

Numerosi i solitari per entrambe le salite, forse perché l’alternanza delle difficoltà, la notevole lunghezza e la loro eleganza sobria risultano idonee alla sensibilità e concentrazione richieste dall’arrampicata solitaria. Tra tutti spicca l’assiduo Ivo Ferrari per la bellissima ripetizione invernale di fine dicembre 2001, dove lo stesso dichiarò di aver superato la soglia della sua sicurezza, arrivando a percepire, nella parte alta dell’itinerario, “la paura che gli usciva dalle orecchie”. La sua cima fu rappresentata da pianto e vomito. E qualche bestemmia...



(continua)

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