da climbook - jolly lamberti - terapia d'urto

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da climbook - jolly lamberti - terapia d'urto




http://climbook.com/articoli/186-terapia-d-urto



Vedo intorno a me la maggior parte degli scalatori stazionare per anni ( alcuni per sempre) sullo stesso livello.
Come in un salto quantico, il passaggio da uno stato all’altro accade,
quando accade, se accade, in maniera subitanea, senza stati intermedi.
Ma perché questo avvenga c’è bisogno di una enorme energia di innesco.
Una modifica strutturale delle condizioni di allenamento. Una terapia
d’urto.
Una rottura drastica con quella routine che permetteva, si, di mantenere un livello, anche buono.
Chi si è stufato di stazionare per anni sullo stesso livello deve avere
il coraggio di rompere alcuni rassicuranti schemi, non solo fisici, ma
soprattutto mentali, emozionali, lasciandosi andare, come per un lungo
lancio a due mani verso un appiglio sconosciuto.


Notai questo strano fenomeno dopo anni passati ad
allenarmi e, soprattutto, ad allenare altre persone: i
miglioramenti-fatta eccezione la fase iniziale del principiantato, che
può durare anche anni- non avvengono in maniera progressiva, per esempio
una lenta e costante ascesa.
Neppure si tratta, come avviene in altri sport ( per esempio il Golf o
il Tennis) di una snervante sinusoide tra miglioramenti e peggioramenti.
Quello che accade, semplicemente, é che si raggiunge un livello e li si staziona.
Fino a che, a un certo punto – ma non è detto- si fa un salto verticale e discontinuo ad un altro livello.
Come se tutti avessimo un livello potenziale da esprimere già predefinito, molto difficile da superare.
Si resta su quell’altopiano, sia che ci si alleni bene che male, molto che poco.
La notizia buona, di questa teoria, è che una volta raggiunto un
plafond, difficilmente si ricade al livello inferiore, anche sbagliando
allenamenti: quello che è stato acquisito ritorna in fretta.
La notizia cattiva, è che qualunque tipo di allenamento, frequenza,
programmazione, stile di vita, influenza di poco il risultato finale: il
livello superiore rimane vicino ma irraggiungibile, come un universo
parallelo di un altra dimensione.

Per capirci qualcosa bisognava studiare chi aveva fatto il salto.
Un tipo che conoscevo era esploso a 40 anni, passando dall’8a+all’8c.
Io a 35 anni ero passato dall’8b+ all’8c+; Una ragazza della palestra, dopo 10 anni di stasi sulle M++ ora chiudeva le D.
Uno che allenavo via internet, era, improvvisamente, a cinquant’anni, passato dal 7b all’8a .
Eccetera.

Dovevo capire, retrospettivamente, quali fossero quei magici meccanismi che permettevano di cambiare altopiano.
Mi serviva un razzo, per far attraversare l’iperspazio alle persone.
Cercai di analizzare innanzitutto il mio caso.
Tra il 1999 e il 2001 salii 8 vie di 8c e un 9a. Più di quante ne avessi mai fatte nei mie precedenti 15 anni di scalata.
Cosa era cambiato tra il 1997 e il 1999? Scalavo già bene, non avevo
paura di cadere, sapevo ottimizzare e memorizzare velocemente le
sequenze nel lavorato, nell’a-vista ero un combattente e non mollavo
fino alla morte. Sapevo gestire l’ansia da prestazione, anzi, ero in
grado di trasformarla in energia aggiuntiva; quando il compito era
difficile, quando si pretendeva molto da me, la sicurezza di saper fare
bene scioglieva tutta la parte negativa dell’ansia trasformandola in
fierezza.

Quello che mi serviva , era un surplus di forza esplosiva, una
dirompente energia, per accendere i reattori e fare il volo
nell’iperspazio, per agguantare il bordo dell’altopiano successivo e
issarmici sopra.
Negli anni precedenti al salto, dal ‘96 al ’98, avevo sperimentato su di
me e sulle mie “cavie umane” ( che avevo la fortuna di poter disporre,
grazie al mio lavoro di allenatore) molti esercizi sulla forza massima
specifica. Prima di ogni ciclo annotavo i valori iniziali della forza
massima a secco, poi osservavo eventuali miglioramenti nel breve e medio
periodo. Presto scoprii che alcuni esercizi avevano effetti super
allenanti, già alla fine di un solo ciclo, su tutte le cavie e su me
stesso.
Chiamai questi esercizi " esercizi attivanti". Feci ulteriori
“filtraggi”, somministrando esercizi attivanti ed eliminando quelli che
non avevano una significativa incidenza sulla forza massima. Arrivai
così ad ottenere una buona selezione di esercizi.
Dal 1997 al 2010, per tutto l’anno, esclusi i mesi estivi nei quali
scalavo prevalentemente su roccia, il lunedì e mercoledì, dalle 3 alle 6
di pomeriggio, con un gruppo di allievi eseguivo esercizi attivanti.
Per me era una sorta di doping, endogeno, dunque non cancerogeno, ma
sicuramente traumatico e lesivo. Una seduta di 6X6X6 ( 6 esercizi di 6
serie dove ogni serie aveva 6 ripetizioni) caricava, eccitava come una
botta di anfetamina. Perfino la mia indole pigra e indolente si
risvegliava; mentre eseguivamo le ripetizioni ci ringhiavamo l’un
l’altro, a torso nudo, anche con il freddo pungente, mentre la sala
container dove ci allenavamo si saturava dell’odore acre delle nostre
ascelle, il testosterone montava, diventavamo sempre più aggressivi,
insultandoci a vicenda per ogni minimo tentativo di “barare” , e
ruggendo di vittoria ogni volta che si chiudeva un esercizio meglio di
un altro.
Questo tipo di doping endogeno ( quindi “sano” e consentito) mi aveva fatto accedere al piano superiore.
Avevo scoperto qualcosa che funzionava bene su di me.

La maggior parte delle persone che allenavo, però, aveva bisogno di
altro. Il surplus di forza indoor, su di loro, non si trasformava quasi
mai in risultato.

Dovevo ricominciare da capo, e iniziai a studiare altre persone che avevano fatto il salto.
Per alcuni il razzo si era acceso dopo un dimagrimento radicale,
snervante, pericoloso (altri invece, con una dieta eccessiva, avevano
perso l’esplosività muscolare, diventando dei mediocri bradipi).
Altri avevano trovato il modo di sconfiggere la paura. Altri ancora
avevano cambiato la routine delle solite falesie, e il tipo di approccio
nella scalata in falesia.
Per me era stato il Power.

La maggior parte di quelli che non facevano il salto, invece,
necessitava di forti input psicogeni, e l’energia di attivazione
necessaria per superare la soglia era ancora più alta, perché doveva
sbloccare problemi tecnici-mentali-emozionali ormai profondamente
radicati e fossilizzati

Insomma avevo capito alcune cose importanti, dalla teoria degli altopiani:
Quello che serve, per passare di livello, è un fortissimo innesco, una
terapia d’urto, una botta ai limiti del trauma. Se l’energia di
attivazione è inferiore a una certa soglia, non si può raggiungere lo
step successivo.
Il tipo di innesco è diverso da persona a persona.
Dopo anni di stasi, se non avviene il passaggio di livello, bisogna
demolire quegli schemi che, come mura di una casa che ci protegge ma ci
trattiene, ci rassicurano ma non ci fanno prendere il volo.


Jolly Lamberti

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Messaggio il Mar Dic 11, 2012 2:14 pm  ghisino

cioé insomma ammette (?) che ha costruito un sistema di allenamento basato su quello che funziona per lui ed altri che si trovano in una situazione analoga: arrampicatori aventi un livello tecnico-tattico-mentale più che adeguato per la difficoltà alla quale si esprimono, dunque limitati principalmente dalla forza massima...

quel che é positivo é che ne é uscito un libro dettagliato e pragmatico, un "ricettario" efficacissimo a patto di rientrare nel giusto profilo, perché forse senza rendersene conto si é dato un obiettivo abbastanza circoscritto.

ora che ha avuto questa illuminazione dovrebbe mettersi a scrivere, con lo stesso spirito, "jollytechnique", "jollytacticts" e "jollymind" ...

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