Everest - 60 anni

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Everest - 60 anni

Messaggio  Batman il Gio Mag 30, 2013 11:47 am

Dino Buzzati, sessanta anni fa









L’EVEREST


C’è da essere contenti che sia stato conquistato l’Everest? É il 29 maggio 1953 veramente un giorno
lieto per l’umanità? Dobbiamo esserne orgogliosi?


Ma certo. Occorre chiederlo? rispondono le persone di buon senso. Non è solo l’avvenimento più
importante che la storia dell’alpinismo abbia mai registrato e che non avrà l’uguale in avvenire. Ma,
anche per chi non si interessa di alpinismo, è un fatto storico, un giorno di gloria che i posteri
ricorderanno nei secoli, una data destinata a figurare d’ora in avanti in ogni enciclopedia, pur se
piccola e sommaria, che la maestra a scuola farà imparare a memoria dai bambini: paragonabile alla
conquista del Polo Nord, al primo volo, allo scoppio dell’atomica. Una tappa, un grande traguardo,
un punto di arrivo, un confine estremo per arrivare al quale c’è voluta una serie interminabile di
progetti, tentativi, studi, ardimenti, eroismi, tragedie, sforzi quasi sovrumani.


E adesso è fatta finalmente! Due uomini in piedi su un pinnacolo di ghiaccio alto 8888 metri, e al di
sopra non c’è nulla, nessuno, nessuno mai è stato e sarà mai più alto. Perché quella è la cima del
mondo, il massimo anelito della crosta terrestre, la rugosità più accentuata di quante ricoprono
questa vecchia mela avvizzita su cui viviamo, sospesa negli spazi siderali. E nello stesso tempo

senza che ci sia retorica è la Vetta, il Culmine Supremo, il simbolo stesso dell’Ideale e
dell’Ascesa.


Non valeva la pena di sostenere tante fatiche, tante spese, tanti sacrifici? Sì, anche se il costo fosse
stato cento volte peggio, era nostro dovere sopportarlo. Per esempio, a voi chiediamo: qualora la
sorte vi avesse dato le energie e l’opportunità di accompagnare il colonnello Hunt, non sareste
partiti anche voi? Certo. Chi si sarebbe rifiutato a una tentazione simile? Bisognava essere dei
vermi, dei bruchi, dei pidocchi per non sentirsi affascinati dall’impresa. In fin dei conti era l’ultima
fortezza della Natura vergine rimasta inviolata. Oceani, deserti, giungle, ghiacciai polari, tutto
esplorato ormai. Restava solo la cuspide, la somma cupola, il campanile di questa piccola borgata
litigiosa che noi chiamiamo Terra. Lassù nessuno c’era stato. E riuscite a immaginarlo ciò che
avvenne nel cuore dei due uomini nell’atto che toccarono la cima e volgendo gli occhi in su non
videro più ghiacciai o creste, o rupi o muraglioni incombenti, ma c’era il nulla, il cielo vuoto, le
voragini blu dell’universo?


Girando i due lo sguardo intorno, per quanto lontano lo spingessero, anche di là degli ultimi
orizzonti, tutto era più basso e più meschino. Riuscite allora ad immaginarla la spaventosa e pura
felicità che essi provarono? Come un fiume immenso di gioia che si rovesciava a fiotti nell’animo;
senza pensieri miseri, né rimorsi, né vanità, né scorie. Anche se boccheggiavano, anche se si
sentivano mancare, anche se stentavano a tenersi in piedi. Altro che Napoleone alle Piramidi.
Disposti ormai anche a morire senza rimpianti. Smarriti in una beatitudine suprema.


Gloria dunque al neozelandese Hillary, al nepalese Tensing, al colonnello Hunt, capo della
spedizione, a tutti i loro compagni. Noi li invidiamo. Le loro facce oneste è giusto che compaiano
sui giornali di tutti i paesi, in prima pagina, spodestando divi, dive, campioni e uomini politici.
Qualsiasi onore sarebbe bene speso.





Ma ora qui noi, lontani, esiliati nella polvere e nei rumori infetti della città, sul piatto fondo di una
banalissima pianura, ripetiamo la domanda: c’è proprio da essere contenti? Non era forse meglio se
l’Everest fosse rimasto intatto?


Guardatela la superba montagna, la solenne cattedrale che fino al 29 maggio poteva essere creduta
un miraggio, una parvenza, un mito. Non è forse più piccola di ieri? Non è in certo senso meno
bella? E quell’infinitesima traccia che i quattro ramponi e le piccozze hanno lasciato sulle cornici
della suprema cresta, quelle peste di formiche sulla testa vitrea del gigante, non sono in fondo
malinconiche a vedersi?


Era l’ultima occasione della nostra fantasia, la superstite rocca dell’ignoto, il residuo frammento
d’impossibile che la Terra conservava. Benché fotografato da ogni parte, misurato metro a metro
con gli strumenti topografici, registrato meticolosamente sulle carte, l’Everest era di un’immensità
senza confini, proprio perché non conquistato. Oggi l’incanto è rotto, oggi siamo sicuri che la cima
favolosa è fatta come tante altre, che non vi abitano gli dei della montagna. Oggi l’Everest entra,
pur se al primo posto, nel repertorio delle cime note, con nomi e cognomi di alpinisti, descrizioni
dell’itinerario eccetera. É insomma cominciata la sua storia, ma è finita per sempre la leggenda.


E adesso? Che resta più da fare? La Terra non sembra diventata all’improvviso più angusta e
squallida? Nell’antichissimo castello, in cima alla più superba torre, esisteva ancora una stanzetta
dove nessuno era mai stato. La porta finalmente è stata aperta. L’uomo è entrato e ha visto. E di
misteri non ne restano più.


Ci rimane la Luna qualcuno dice rimangono i pianeti, gli spazi siderali. Qui non c’è limite per la
sete di ignoto e di avventure. Esaurita la Terra, esploreremo l’Universo. Ma quando? Benché fare
profezie non sia prudente, ho l’impressione che ci sarà parecchio da aspettare. Né noi, né
probabilmente i nostri figli faranno in tempo a partire in razzo per la Luna. Decenni, forse secoli
saranno necessari, ammesso pure che il viaggio sia possibile.


E intanto noi restiamo prigionieri sulla superficie del pianeta che gira eternamente, globo che ieri
sembrava sterminato, oggi si è fatto piccolo, proprio una palla di cui conosciamo ormai tutti i
segreti, frugata e percorsa in ogni senso. Ne rimaneva vergine solo un pezzettino, una gobbetta, un
minuscolo bitorzolo di neve. Ivi si era rifugiata la poesia, coi sogni, le speranze, le illusioni, le
bellissime cose inutili tuttavia così indispensabili alla vita. A partire dal 29 maggio scorso, la poesia
se n’è andata anche di là. Dove potremo ritrovarla?


DINO BUZZATI ( Corriere della Sera 1 giugno 1953)
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