Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

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Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Silvio il Lun Lug 08, 2013 12:48 pm

08.07.2013 di Elio Bonfanti

Partendo dall'esperienza personale, Elio Bonfanti propone alcune riflessioni sull'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi.

Chissà attraverso quali percorsi mentali ci si avvicina alla montagna ed all’arrampicata. Insomma a procedere non su un piano orizzontale ma su un piano verticale. Di colpo cambia tutto la percezione dell’ambiente, del proprio corpo, della propria mente e delle proprie paure. Nella notte dei tempi il ragioniere o l‘impiegato (usiamo questi stereotipi) affrontavano un “rodaggio” lunghissimo che durava mesi, talvolta anni e durante questo rodaggio imparavano a conoscere i loro limiti, sceglievano i compagni, cementavano amicizie e qualche volta riuscivano anche a fare delle salite degne di essere inserite in un curriculum. C’era qualche rivista specializzata che narrava le avventure di eroi senza macchia e senza paura che erano però ad una distanza siderale dal ragioniere (mi viene questo esempio ma certo non in senso dispregiativo) che nemmeno lontanamente pensava di poter emulare tali imprese. Le previsioni meteo erano quelle che erano e la loro affidabilità era più legata al fiuto di ognuno che a quanto il colonnello Bernacca annunciava in Tv. Anni addietro ero solito dire che per andare in montagna era bene partire con il brutto tempo in quanto questo malefico non avrebbe potuto far altro che migliorare. Effettivamente spesso era così e le uniche finestre che si conoscevano erano quelle di casa e non quelle promesse da un quasi infallibile sito meteo.

Oggi la notte dei tempi è solo più un ricordo per vecchi, e con l’avvento di Internet l‘esperienza personale è andata a farsi benedire. Non voglio essere frainteso e ritengo che Internet sia un formidabile strumento che ha contribuito ad avvicinare alle discipline verticali migliaia di persone. Questo ha però ridotto in modo drastico la distanza tra i fuoriclasse e gli sportivi della domenica abbassando in qualcuno di noi la soglia di attenzione e di autocritica. Quella salita l’ha fatta Riccio 61 e dice che è buona. A beh allora vado anch’io (sì ma Riccio 61 cammina sul 7a da proteggere e tu non lo sapevi…). Finestra di bel tempo di 24 ore? Parto! La goulotte l’hanno percorsa ieri ed è tracciata, tre ore di avvicinamento otto ore per la salita, tre/quattro per scendere ci stiamo dentro alla grande. Ma quel giorno qualcosa è andato storto le 15 ore sono diventate di più è stato necessario un bivacco imprevisto. La finestra si è chiusa e siamo rimasti tutti fuori.

Dato che su certe vie che contavano due o tre ripetizioni all’anno oggi ci sono le code mi viene da pensare che probabilmente siamo diventati tutti dei fenomeni o che molti di noi si prendono dei rischi inaccettabili. Nella scorsa stagione autunnale mi risulta che sulla via dei Polacchi alla nord delle Jorasses l’elicottero della gendarmeria francese fosse di casa a recuperar cordate che non riuscivano a superare il tratto chiave della via. Stiamo parlando di un itinerario che ci sarà pur una ragione se ha sempre contato pochissime ripetizioni, siamo sulla nord delle Jorasses non sul campanile di val Montanaia che per quanto bello non è certamente in un ambiente paragonabile. Mi pare che un'onda di banalizzazione stia pervadendo l’ambiente. Ormai, oltre a me, chi non ha fatto la nord dell’Eiger? D’altronde è una via del 1938 cosa volete che sia…! Noi stessi portatori sani di vita non sappiamo quanto valore essa abbia. Quanto la nostra vita possa incidere positivamente sul mondo e sulle persone che ci circondano per andare a giocarcela facendo dentro e fuori da una finestra o appendendola a un micronut o, peggio ancora, andando slegati per rocce. Nessuno di noi è Dave Mac Leod, il primo che mi viene in mente che dopo aver girato il famoso video del micronut si è fracassato la caviglia (ma pochi lo sanno )

Guardando le fotografie di anni addietro ho visto che molti di noi, me compreso, andavano spesso in giro senza il casco, forse perché ci sentivamo protetti da un aura di invincibilità e nulla ci sarebbe potuto succedere. Poi quando in quelle fotografie siamo rimasti sempre in meno il dubbio che questa invincibilità non fosse poi proprio tale ha iniziato ad instillarsi in me. Alla spicciolata molti, troppi, amici mi hanno detto arrivederci e la maggior parte di loro senza essersela cercata…alcuni tra quelli rimasti con tanta pazienza mi hanno spiegato la differenza che c’era tra me ed un professionista, non solo in termini di prestazioni ma anche in termini di approccio. Un professionista doveva e deve far parlare di sé facendo delle realizzazioni, invece un poveretto come me se fosse precipitato durante una solitaria, oltre ad accopparsi, si sarebbe beccato pure del cretino (per non scrivere di peggio).

In questo senso sarebbe importante che le scuole di alpinismo (delle quali anch’io ho fatto parte) insegnassero alla gente la prudenza e l’amore per la montagna insieme alla tecnica arrampicatoria. Che insegnassero agli allievi ad andare in montagna in sicurezza e per conto loro piuttosto che portarli a fare salite che alla fine soddisfano più l’ego dell’istruttore che lo scopo per il quale l’allievo si è iscritto ad un corso. Non sto facendo di ogni erba un fascio, fortunatamente non sempre è così, e ci sono in giro per l’Italia realtà splendide ma molto spesso, forse troppo spesso, l’insegnamento viene confuso con l’accompagnamento.

Quanti rischi abbiamo corso e quanti piccoli miracoli hanno dovuto fare molti angeli custodi per farci diventare adulti. Poi, da adulti, le scelte si fanno più sagge, meno montagna più falesia. Più falesia uguale a meno rischi. Vero niente: la falesia è uno dei posti più pericolosi al mondo perché la routine la fa da padrona. Ho visto gente precipitare al suolo per non aver moschettonato tutte le protezioni in loco. Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (ma che erano posizionate a distanze errate). Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (perché alcune di queste erano mal resinate o erano affette dal Pitting ). Ho visto l’arrampicatore da 75 chili con la fidanzata di 55, lui quasi a terra e lei sollevata e sanguinante al primo chiodo. Ho visto l’arrampicatore da 8a arrivare a terra perché l’assicuratore distratto si era accorto tardivamente che la corda da 70 metri non bastava per tiri da 40. Piuttosto di vedere quello che usava al contrario l’auto bloccante. Arrampicare è un attività pericolosa e non è vero che chi la pratica lo fa a suo rischio e pericolo, perché coinvolgendo altre persone può diventare un rischio sociale (concedetemi di allargare esagerandolo il senso del termine). Nella fattispecie negli anni '80, a Finale, un ragazzo tedesco mi precipitò addosso rompendomi una spalla ed altri vari pezzetti del mio corpo perché al “Cucco” aveva deciso di arrampicare slegato. Sfiga mia che ero li? Forse, ma di certo io fui molto fortunato lui purtroppo un po' meno...

Mi sono reso conto che questa ondata di "sufficienza" ha contagiato anche me. Così mi è capitato di sorridere vedendo un caro amico che, dopo essersi legato, ripercorreva con il dito l’esatta costruzione del nodo, e che prima e dopo ogni sessione di arrampicata faceva stretching. Ho sorriso talmente tanto che per non essermi scaldato a dovere sono riuscito a rompermi una puleggia dell’anulare e, per un errore di manovra, sono precipitato nel vuoto per 35 metri. Sì avete letto giusto: nel vuoto per 35 metri; negli occhi ho ancora gli occhi del mio amico in sosta, nelle orecchie la sua disperazione, nel cuore l’amore delle persone che mi circondano a cui avrei dato un grande dolore dicendo loro: è finita! Da morto non sarei servito più a niente e a nessuno, nemmeno l’espianto degli organi dopo una certa età ha più un senso... ed ora che non so perché sono vivo, spero, avendo scritto queste quattro sciocchezze, di avervi messo in guardia dal mettere in gioco la vostra vita con leggerezza.

Fatevi prendere per il culo, ma in falesia mettete sempre il casco, cadere a testa in giù è un attimo. Fatevi prendere per il culo ma usate sempre una longe per autoassicuravi in sosta per fare manovra e non usate i rinvii, mai! Fatevi prendere per il culo ma imponete a chi vi assicura di stare il più possibile sotto alla parete, altrimenti assicuratelo da qualche parte in modo che non vi accompagni nella caduta. Incazzatevi se chi vi assicura si sta perdendo nel blu degli occhi di un'avvenente fanciulla. Siate sempre ipercritici con il vostro comportamento pensando che questo potrebbe cagionare dei danni ad un vostro simile. Siate davvero adulti.

Tito io non ti conoscevo ma mi hai fatto raccontare questa storia che tenevo lì da tanto tempo. Spero che tutti ti ricordino per sempre e che da lassù ci aiuterai ad essere migliori.

Un abbraccio
Elio Bonfanti

http://www.planetmountain.com/News/shownews1.lasso?l=1&keyid=41033


articolo assolutamente illuminante e che mi sento di condividere integralmente.

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Rugg il Lun Lug 08, 2013 3:01 pm

Bella segnalazione Silvio, è giusto che tutti leggano questo articolo.
 
Mi ci sono ritrovato, in più pezzi, sia negativamente che positivamente. Negativamente, perché anch'io di scemenze alla Superman ne ho fatte; positivamente, perché in falesia o in montagna, mi sono ritrovato a far osservare ad "avventori" distratti o inesperti, comportamenti rischiosi o autolesionisti, spesso con risultati che finiscono con "fatti i c..zzi tuoi o vaffn'culo".
 
Se solo molte persone, sapessero che vuol dire non tornare a casa la sera, gli incidenti in montagna, per lo meno diminuirebbero un pochino. Se molte persone sapessero che vuol dire riaggiustare le ossa quando va bene, anche in quel caso, gli incidenti diminuirebbero un pochino.
 
L'alpinismo è una pratica senza dubbio pericolosa, l'arrampicata è ugualmente pericolosa; forse il bello è proprio lì e forse il brutto è che entrambi, addomesticano la nostra paura e il nostro senso del pericolo. Poi, succede che in pochi millesimi di secondo, si fanno i conti, senza appello o senza diritto di replica!
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Ad_adri il Lun Lug 08, 2013 6:01 pm

azz..in varie parti mi ricorda molto me stesso Rolling Eyes 


il casco  però l' ho sempre messo in montagna anche quando "non serviva " e grazie a  questa precauzione sono ancora qui Wink

................................................................

condivido anche questa riflessione...da Planet

una manovra errata è costata la vita ad una conoscente...



 
rf ha scritto:scusate... aritmetica:

punto uno

ogni volta che facciamo un nodo, esiste una percentuale di rischio, sia pur piccola, di fare un errore.

Se raddoppiamo il numero di volte che dobbiamo fare il nodo, raddoppiamo la possibilità.

punto due

le condizioni in cui si fa un qualsivoglia lavoro hanno un margine di errore, come qualcuno ha detto, sta nella natura umana.
Io a terra mi faccio il nodo, in piedi, tranquillo, sono nelle condizioni ottimali per fare al meglio il mio lavoro.

Appeso in sosta sono
-stanco
-emozionato (perché ho fatto il tiro, perché era chiodata lunga, perché sono caduto 6 volte, perché una tipa carina mi stava guardando, perchè anche se scalo ho sempre un po' di paura dell'altezza, per dare alcuni dei 100 motivi possibili)
-affannato, tutto il sangue è ai distretti (muscoli), non al cervello.
-ho le mani intirizzite dallo sforzo (leggi: sono ghiso) e manualità non ottimale
-sono in una posizione scomoda.

In definitiva non sono nelle condizioni oggettive per fare bene il mio lavoro. È ben più probabile che io possa commettere un errore. Tanto più alta quanto più scalo, anche qui matematico



Far manovra è vero, ti obbliga a pensare, ma te lo fa fare quando sei nelle PEGGIORI CONDIZIONI PER FARLO, quando sei "esposto", non sei lucido al 100%, proprio perché sei esposto!

Per cui, secondo me, non ha alcun senso risparmiare un euro sul moschettone che permette a tutti di minimizzare il rischio del levarsi la corda a 20-30 metri di altezza.

Semplice matematica (oltre che buon senso, mi viene da aggiungere)

Perché devo costringere uno a slegarsi e riflettere e rilegarsi quando con un moschettone abbatto il rischio?

Parliamo di falesia e "sport climbing", non di patagonia o torri di trango!
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  virgy il Lun Lug 08, 2013 8:48 pm

Silvio ha scritto:
08.07.2013 di Elio Bonfanti

Partendo dall'esperienza personale, Elio Bonfanti propone alcune riflessioni sull'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi.

Chissà attraverso quali percorsi mentali ci si avvicina alla montagna ed all’arrampicata. Insomma a procedere non su un piano orizzontale ma su un piano verticale. Di colpo cambia tutto la percezione dell’ambiente, del proprio corpo, della propria mente e delle proprie paure. Nella notte dei tempi il ragioniere o l‘impiegato (usiamo questi stereotipi) affrontavano un “rodaggio” lunghissimo che durava mesi, talvolta anni e durante questo rodaggio imparavano a conoscere i loro limiti, sceglievano i compagni, cementavano amicizie e qualche volta riuscivano anche a fare delle salite degne di essere inserite in un curriculum. C’era qualche rivista specializzata che narrava le avventure di eroi senza macchia e senza paura che erano però ad una distanza siderale dal ragioniere (mi viene questo esempio ma certo non in senso dispregiativo) che nemmeno lontanamente pensava di poter emulare tali imprese. Le previsioni meteo erano quelle che erano e la loro affidabilità era più legata al fiuto di ognuno che a quanto il colonnello Bernacca annunciava in Tv. Anni addietro ero solito dire che per andare in montagna era bene partire con il brutto tempo in quanto questo malefico non avrebbe potuto far altro che migliorare. Effettivamente spesso era così e le uniche finestre che si conoscevano erano quelle di casa e non quelle promesse da un quasi infallibile sito meteo.

Oggi la notte dei tempi è solo più un ricordo per vecchi, e con l’avvento di Internet l‘esperienza personale è andata a farsi benedire. Non voglio essere frainteso e ritengo che Internet sia un formidabile strumento che ha contribuito ad avvicinare alle discipline verticali migliaia di persone. Questo ha però ridotto in modo drastico la distanza tra i fuoriclasse e gli sportivi della domenica abbassando in qualcuno di noi la soglia di attenzione e di autocritica. Quella salita l’ha fatta Riccio 61 e dice che è buona. A beh allora vado anch’io (sì ma Riccio 61 cammina sul 7a da proteggere e tu non lo sapevi…). Finestra di bel tempo di 24 ore? Parto! La goulotte l’hanno percorsa ieri ed è tracciata, tre ore di avvicinamento otto ore per la salita, tre/quattro per scendere ci stiamo dentro alla grande. Ma quel giorno qualcosa è andato storto le 15 ore sono diventate di più è stato necessario un bivacco imprevisto. La finestra si è chiusa e siamo rimasti tutti fuori.

Dato che su certe vie che contavano due o tre ripetizioni all’anno oggi ci sono le code mi viene da pensare che probabilmente siamo diventati tutti dei fenomeni o che molti di noi si prendono dei rischi inaccettabili. Nella scorsa stagione autunnale mi risulta che sulla via dei Polacchi alla nord delle Jorasses l’elicottero della gendarmeria francese fosse di casa a recuperar cordate che non riuscivano a superare il tratto chiave della via. Stiamo parlando di un itinerario che ci sarà pur una ragione se ha sempre contato pochissime ripetizioni, siamo sulla nord delle Jorasses non sul campanile di val Montanaia che per quanto bello non è certamente in un ambiente paragonabile. Mi pare che un'onda di banalizzazione stia pervadendo l’ambiente. Ormai, oltre a me, chi non ha fatto la nord dell’Eiger? D’altronde è una via del 1938 cosa volete che sia…! Noi stessi portatori sani di vita non sappiamo quanto valore essa abbia. Quanto la nostra vita possa incidere positivamente sul mondo e sulle persone che ci circondano per andare a giocarcela facendo dentro e fuori da una finestra o appendendola a un micronut o, peggio ancora, andando slegati per rocce. Nessuno di noi è Dave Mac Leod, il primo che mi viene in mente che dopo aver girato il famoso video del micronut si è fracassato la caviglia (ma pochi lo sanno )

Guardando le fotografie di anni addietro ho visto che molti di noi, me compreso, andavano spesso in giro senza il casco, forse perché ci sentivamo protetti da un aura di invincibilità e nulla ci sarebbe potuto succedere. Poi quando in quelle fotografie siamo rimasti sempre in meno il dubbio che questa invincibilità non fosse poi proprio tale ha iniziato ad instillarsi in me. Alla spicciolata molti, troppi, amici mi hanno detto arrivederci e la maggior parte di loro senza essersela cercata…alcuni tra quelli rimasti con tanta pazienza mi hanno spiegato la differenza che c’era tra me ed un professionista, non solo in termini di prestazioni ma anche in termini di approccio. Un professionista doveva e deve far parlare di sé facendo delle realizzazioni, invece un poveretto come me se fosse precipitato durante una solitaria, oltre ad accopparsi, si sarebbe beccato pure del cretino (per non scrivere di peggio).

In questo senso sarebbe importante che le scuole di alpinismo (delle quali anch’io ho fatto parte) insegnassero alla gente la prudenza e l’amore per la montagna insieme alla tecnica arrampicatoria. Che insegnassero agli allievi ad andare in montagna in sicurezza e per conto loro piuttosto che portarli a fare salite che alla fine soddisfano più l’ego dell’istruttore che lo scopo per il quale l’allievo si è iscritto ad un corso. Non sto facendo di ogni erba un fascio, fortunatamente non sempre è così, e ci sono in giro per l’Italia realtà splendide ma molto spesso, forse troppo spesso, l’insegnamento viene confuso con l’accompagnamento.

Quanti rischi abbiamo corso e quanti piccoli miracoli hanno dovuto fare molti angeli custodi per farci diventare adulti. Poi, da adulti, le scelte si fanno più sagge, meno montagna più falesia. Più falesia uguale a meno rischi. Vero niente: la falesia è uno dei posti più pericolosi al mondo perché la routine la fa da padrona. Ho visto gente precipitare al suolo per non aver moschettonato tutte le protezioni in loco. Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (ma che erano posizionate a distanze errate). Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (perché alcune di queste erano mal resinate o erano affette dal Pitting ). Ho visto l’arrampicatore da 75 chili con la fidanzata di 55, lui quasi a terra e lei sollevata e sanguinante al primo chiodo. Ho visto l’arrampicatore da 8a arrivare a terra perché l’assicuratore distratto si era accorto tardivamente che la corda da 70 metri non bastava per tiri da 40. Piuttosto di vedere quello che usava al contrario l’auto bloccante. Arrampicare è un attività pericolosa e non è vero che chi la pratica lo fa a suo rischio e pericolo, perché coinvolgendo altre persone può diventare un rischio sociale (concedetemi di allargare esagerandolo il senso del termine). Nella fattispecie negli anni '80, a Finale, un ragazzo tedesco mi precipitò addosso rompendomi una spalla ed altri vari pezzetti del mio corpo perché al “Cucco” aveva deciso di arrampicare slegato. Sfiga mia che ero li? Forse, ma di certo io fui molto fortunato lui purtroppo un po' meno...

Mi sono reso conto che questa ondata di "sufficienza" ha contagiato anche me. Così mi è capitato di sorridere vedendo un caro amico che, dopo essersi legato, ripercorreva con il dito l’esatta costruzione del nodo, e che prima e dopo ogni sessione di arrampicata faceva stretching. Ho sorriso talmente tanto che per non essermi scaldato a dovere sono riuscito a rompermi una puleggia dell’anulare e, per un errore di manovra, sono precipitato nel vuoto per 35 metri. Sì avete letto giusto: nel vuoto per 35 metri; negli occhi ho ancora gli occhi del mio amico in sosta, nelle orecchie la sua disperazione, nel cuore l’amore delle persone che mi circondano a cui avrei dato un grande dolore dicendo loro: è finita! Da morto non sarei servito più a niente e a nessuno, nemmeno l’espianto degli organi dopo una certa età ha più un senso... ed ora che non so perché sono vivo, spero, avendo scritto queste quattro sciocchezze, di avervi messo in guardia dal mettere in gioco la vostra vita con leggerezza.

Fatevi prendere per il culo, ma in falesia mettete sempre il casco, cadere a testa in giù è un attimo. Fatevi prendere per il culo ma usate sempre una longe per autoassicuravi in sosta per fare manovra e non usate i rinvii, mai! Fatevi prendere per il culo ma imponete a chi vi assicura di stare il più possibile sotto alla parete, altrimenti assicuratelo da qualche parte in modo che non vi accompagni nella caduta. Incazzatevi se chi vi assicura si sta perdendo nel blu degli occhi di un'avvenente fanciulla. Siate sempre ipercritici con il vostro comportamento pensando che questo potrebbe cagionare dei danni ad un vostro simile. Siate davvero adulti.

Tito io non ti conoscevo ma mi hai fatto raccontare questa storia che tenevo lì da tanto tempo. Spero che tutti ti ricordino per sempre e che da lassù ci aiuterai ad essere migliori.

Un abbraccio
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condivido pure io, e non mi preoccupo se mi prendono in giro quando in falesia adesso, da prima, uso il casco......
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Paolin il Lun Lug 08, 2013 9:43 pm

Rugg ha scritto:Bella segnalazione Silvio, è giusto che tutti leggano questo articolo.
 
Mi ci sono ritrovato, in più pezzi, sia negativamente che positivamente.

a me ha fatto digrignare i denti perche'  anch'io, dall'alto della mia esperienza, un po' di tempo fa ma neanche tanto avrei preso per il culo chi usava il caschetto in falesia, o assicurava il compagno leggero all' albero per non trascinarlo nella stratospefa in caso di volo, controllava diverse volte il nodo, "selezionava" con cautela il compagno con cui scalare...

Bel mona ero.
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  buzz il Mar Lug 09, 2013 10:26 am

L'articolo di Bonfanti su Planetmountain è pieno di quel buon senso con cui è facile essere d'accordo. Chi è che non ì d'accordo con la vecchia zia che gli fa le raccomandazioni? La si sta a sentire e le si dice, si zia, certo zia... e poi ovviamente si fa altro.
Sia chiaro: sono gli stessi discorsi che come padre faccio a mia figlia. E che mentre li faccio una parte di me sa che devo farli perché è nel gioco delle parti, e quello come padre è il mio ruolo. Ma che mia figlia poi farà la sua strada comunque. Perché è così che al mondo vanno le cose.

Ognuno deve fare la sua strada.
E' qualcosa di iscritto nel nostro dna. La specie si è evoluta grazie ai tentativi innumerevoli in cui singoli individui hanno sbagliato. Magari pagando duramente l'errore. Per 999 che hanno percorso la strada sbagliata, 1 ha trovato quella nuova, l'ha aperta per tutti.

La natura non ha a cuore la nostra felicità individuale, mettetevelo bene in testa.
Pretende che ognuno ricominci quasi da capo il suo processo di apprendimento.
Perché in quel processo sta quella scintilla individuale che in una situazione ambientale mutata potrebbe cambiare in modo forse impercettibile ma significativo il corso dell'evoluzione della specie. La sua capacità di adattamento e quindi di sopravvivenza.

Se fossimo una specie con consapevolezza collettiva, non faremmo le stesse identiche cazzate da migliaia e migliaia di anni. Se potessimo veramente imparare dagli errori, la specie umana non sarebbe quel merdaio che è.

Quando stava per nascere mia figlia fantasticavo su quello che avrei potuto insegnarle. Su come evitare che potesse ripetere i miei errori. Come passarle quello che io avevo imparato dalla vita.
Poi mano mano che cresceva, mi rendevo conto di questa piccola enorme verità: quello che sei non passa che in minima parte. Gibran dice che i figli sono le frecce e tu come genitore sei l'arco. Puoi indirizzare la freccia, ma poi quella volerà da sola.

I discorsi da vecchia zia, come quelli da padre, servono molto poco a chi li ascolta. Servono molto di più a chi li fa. E anche ripeterseli ha la stessa funzione catartica e autoassolutoria.
Il solito meccanismo che esorcizza la morte.
Ripetiamo come un mantra quello che si deve e non si deve fare, e questo ci fa sentire più tranquilli.

La morte di un bambino bellissimo è una tristezza infinita. Vederlo arrampicare era come poteva essere veder suonare Mozart quando a sei anni suonava di fronte agli imperatori. La sensazione di stare assistendo a qualcosa di soprannaturale, perché c'erano già in lui tutte le perfezioni del gesto, in un corpo da bambino.
Ci colpisce tutti. Chi ama questo sport intendo. Toglie a tutti qualcosa.

E per questo sentiamo questa necessità di svolgere una sorta di rito collettivo di autoflagellazione. Come è potuto accadere? E via con l'autodafè. Ma solo un po'. Quel tanto che basta da potersi dire che in fondo basta seguire quelle quattro regolette e a noi non può accadere.

Siate prudenti, dice la vecchia zia. Mettete il casco. Se avesse avuto il casco magari si sarebbe salvato.
E c'è chi parte con la necessità di rendere obbligatorio il casco. E contro chi scala slegato. E contro i genitori che hanno fatto di un bambino un mostro.

Ma perché, perdio, perchè?
Perché quel bambino giocava sulla roccia come Mozart sul clavicembalo? Perché lo hanno lasciato esprimere il suo talento e la sua gioia di accarezzare la roccia?

La falesia è un luogo ragionevolmente sicuro.
L'affermazione che  "...  le scelte si fanno più sagge, meno montagna più falesia. Più falesia uguale a meno rischi. Vero niente: la falesia è uno dei posti più pericolosi al mondo perché la routine la fa da padrona. " è una cazzata. Lo dimostrano le statistiche.
Ogni fine settimana migliaia di arrampicatori scalano in falesia. Sono più o meno esperti, più o meno distratti, e gli incidenti mortali si contano ogni anno sulle dita di una mano.
Per contro gli incidenti mortali in montagna ogni anno sono centinaia.

Non lo dico io. Lo dicono le statistiche.

Ora c'è stato l'incidente in falesia e allora la falesia diventa un luogo pericolosissimo.
E' falso.
Ieri un bambino è morto su una spiaggia per un fulmine. Accade più spesso di quanto non si pensi, che i fulmini cadano sulle spiagge. Chissà perchè si sente il bisogno di dare una spiegazione: forse il fulmine è stato attirato dagli occhiali. L'ho sentito questa mattina alla radio.

Si deve sempre cercare di dare una spiegazione. Alla morte.
Ma a volte non c'è. Punto. Si muore perché si muore, prima o poi.

Tito è morto per una serie di eventi improbabili che si sono concatenati in un modo che alla fine è stato esiziale. Può accadere a tutti. Esperti o no.
Se vuoi fare esperienza devi esporti a dei rischi da inesperto. Diventerai sempre meno inesperto e diminuiranno i rischi che può correre un inesperto, ma aumenteranno le possibilità di eventi improbabili, perché sarai stato più esposto ad essi.

Le raccomandazioni da vecchia zia non servono a niente. Solo ad autoassolversi.
La realtà è che se andiamo in montagna è perché vogliamo correre dei rischi. Vogliamo avvicinarsi all'abisso e guardarci dentro.
Ma come ha detto qualcuno... l'abisso potrebbe guardare dentro di te.

Ognuno in montagna più o meno cerca il suo limite. Magari si accontenta di guardarlo da lontano. Qualcuno cerca di superarlo. Qualcuno lo sposta continuamente più in là.
Ma andiamo lì per quello. Altrimenti ce ne staremmo in casa in poltrona. Correndo solo il rischio eventuale di un eccesso di colesterolo nel sangue per troppe patatine davanti alla tv.

Andiamo lì per cercare qualcosa. La nostra strada.
E' la stessa molla che ha spinto gli uomini sui mari, a cercare terre sconosciute, passaggi inesplorati, a salire montagne ghiacciate. E' quella ricerca dell'inutile.

Dire "non correre rischi inutili" ad un alpinista è un paradosso. L'alpinismo è, inutile.
A che serve?
Mi pare un po' un modo per prendere alla larga il concetto: "ricordati che dobbiamo morire"...

Va bene. Ora me lo segno.

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  fabri il Mar Lug 09, 2013 10:34 am

buzz ha scritto:
........

Condivido tutto..... al 100%...
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  grip il Mar Lug 09, 2013 11:30 am

cazzata:  domenica sotto una falesietta...chiacchiero con 2 amici...entrambi NON principianti...ma neanche da 8c per intenderci..

ok vengo al punto....il mio amico smagnesia...fa per partire...partenza gia' " alta da un sasso...stile boulder per intenderci....mani e piede dx sulla roccia....

il compagno:" scusa per stavolta leghiamo anche la corda"?

sovrapensiero stava partendo NON legato....ok non succedeva un cazzo....ma....e' un attimo dimenticare anche le cose fondamentali.....
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Rugg il Mar Lug 09, 2013 8:41 pm

fabri ha scritto:
buzz ha scritto:
........

Condivido tutto..... al 100%...

 
Condivido tutto ........ al 100%, mentre lo leggevo ci ho ritrovato molto di me e molto lontano da me; non essendo "babbo" alcune frasi me le immagino e sicuramente farei anche IO così.


Però riflettendoci, non sono al 100% d'accordo. Nel senso, è un mio parere e non una critica a Buzz, però nello scritto, ci ho letto un pò troppo "fatalismo". 

Come lo vedo io l'Alpinismo o l'Arrampicata Sportiva, i casi di fatalismo, ci sono è ovvio, ma spesso non sono così frequenti. Spesso una vera consapevolezza delle nostre capacità e la valutazione dei possibili rischi incombenti o lontanamente possibili, ci portano ad una esposizione minore al rischio, spesso facendo centinaia di kilometri in macchina per tornare poi, a casa a mani vuote.

Il tornare a casa a mani vuote o senza il "Risultato", non rendendoci conto, qualcosa a casa l'abbiamo portato comunque. Esperienza, ossa sane, e sopratutto ancora un sorriso sulla bocca o la voglia di riprovarci ancora.
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Rugg

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Ad_adri il Mar Lug 09, 2013 8:59 pm

fabri ha scritto:
buzz ha scritto:
........

Condivido tutto..... al 100%...

 io no

ad esempio il casco ai minori  in arrampicata io lo renderei obbligatorio come in molti altri sport dove vi è il rischio di traumi alla testa ( ciclismo , sci, alcuni sport marziali...) poi da maggiorenni ogniuno farà come cavolo gli pare ....
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  gug il Mar Lug 09, 2013 9:46 pm

Mi trovo anch'io perfettamente d'accordo con Buzz: alla fine cercare di trovare il motivo per cui è morto quello sventurato bambino risponde solo alla nostra ansia di trovare un senso a tutto, anche a quello che un senso apparentemente non ce l'ha.
Se avesse avuto il casco, se ci fosse stato un moschettone in sosta, se avesse avuto la longe, se, se, se....
Alla fine in un caso come questo (non sempre) è evidente che c'è stata tutta una sequenza di eventi improbabili che presi singolarmente non avrebbero causato altro che uno spavento e che invece messi assieme hanno portato ad una tragedia.
Di fronte a questa serie di combinazioni negative la vita umana è davvero poca cosa e può davvero essere spazzata via da un piccolo scrollone della realtà, e se esistesse una coscienza nella natura sicuramente neanche se ne accorgerebbe come descrive il mio illustre compaesano nel Dialogo della Natura e l'Islandese.
Per il nostro smisurato ego è qualcosa che è davvero troppo da mandar giù e per questo elaboriamo questa infinita serie di congetture sugli errori e le imprudenze che però non cambiano lo stato delle cose: per quanto lottiamo per dirigere e comandare il mondo e il nostro destino, continuiamo a rimanere nullità insignificanti di fronte ai miliardi di combinazioni casuali che ci possono spazzare via da un momento all'altro.
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  buzz il Mer Lug 10, 2013 7:50 am

Ho parlato solo di sfuggita del caso che ha scatenato la questione. Non sapendo esattamente cosa sia accaduto preferisco non commentare. Tanto col senno di poi quaunque cosa si dica mancherà sempre la controprova. E nemmeno mi metto a fare affermazioni di principio sul fatto che avesse dodici anni e quindi ... non doveva... ma cosa?
Erano anni che scalava da primo. Cos'è che non doveva fare?

::::::

Il casco obbligatorio per i minori? E perché non per gli adulti? E perché non il patentino? E perché non l'ambiente bonificato garantito e certificato?

Sono contrario. Un minore, così come nel resto della sua esistenza quotidiana è tutelato dall'attenzione degli adulti.

In un'automobile il seggiolino è obbligatorio fino a 12 anni. Ma attenzione: è ovvio che nel momento di un incidente qualsiasi adulto pur con tutta la buona volontà non è materialmente in grado di tutelare il minore in alcun modo.
E' l'unica situazione a quanto ne so in cui la legge esautora la potestà genitoriale.


Altrimenti perché allora non dovrebbe essere obbligatorio il salvagente in acqua?
Perché non dovrebbe essere obbligatorio, sempre e comunque, l'accompagno del bambino fuori casa?
Eppure di occasione per cacciarsi nei guai e farsi anche parecchio male non c'è bisogno che un bambino faccia arrampicata per trovarne. Ai voglia...

Un minore è sotto tutela per definizione. Quindi è l'adulto cui è affidato che deve decidere, come per lui stesso, se in quella falesia è meglio mettere il casco. Se il bambino è bene che metta il casco quando arrampica. Se usare una longe per assicurarsi. Se farlo scalare solo da secondo. Eccetera.

Che poi gli adulti a volte siano dei deficienti purtroppo è un dato di fatto. Ne ho visti, in falesia, mettere in serio pericolo un figlio, per una chiara incapacità di prevedere le dinamiche che si stavano innescando con quello che stava facendo.

Ma questa cosa non si risolve. Se non togliendo la tutela al genitore imbecille, ma non quando arrampica. In generale.


Tutto ciò comunque parlando in generale. Nel particolare, ripeto, non sapendo come sono andate le cose evito di fare qualsiasi commento.  Provo solo molta tristezza per lui, per i genitori e anche per chi lo accompagnava che sarà, o si sentirà, responsabile.

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  virgy il Mer Lug 10, 2013 8:15 am

Da buona fatalista dovrei condividere anche io al 100% il primo post di Buzz....
ma quando ci sono di mezzo i ragazzi, i bimbi, chissà perchè non riesco a pensare solo al destino, al fato.....ma penso anche alle azioni e ai gesti degli adulti che ruotano intorno alla vita dei minori (anche io parlo in generale, non nello specifico)


voglio dire che il nostro approccio verso la vita può anche essere fatalista,  ma, lo stesso, possiamo, chessò, rendere obbligatorio il casco ai minori in falesia come diceva Adriano, per esempio, oppure potremmo allontanare dei ragazzini dalla spiaggia quando si fa nero il cielo e c'è minaccia di temporale (i fulmini non cadono solo quando piove e solo nell'area del temporale, ma anche molto distanti)......



buzz, ti quoto invece (quasi) tutto il tuo secondo post....Rolling Eyes  il punto del salvagente/ casco mi lascia un pò perplessa mrgreen 
l'arrampicata la vedo, come rischio di traumi più o meno gravi alla testa, simile allo sci o al ciclismo, non al bagno in mare col salvagente....però ho capito il senso di quello che volevi dire!!!!!
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  tummu il Mer Lug 10, 2013 8:57 am

Su una cosa sono d'accordo con il post di Bonfanti: la routine induce un senso confidenza che può abbassare l'attenzione ai fattori di rischio.
Routine nel senso di fare cose già ampiamente sperimentate, e sperimentate positivamente, senza danni.
Certamente per le statistiche la falesia è meno pericolsa della montagna, ma penso che questa "statistica" (per esempio numero di incidenti rapportato, che so, al numero di arrampicatori, o ai metri scalati o ad una altra variabile che rappresenti la diversa misura del fenomeno nei due ambienti) sia un po' grezza, perché non tiene conto del grado di pericolosità "oggettivo" dei due fenomeni, dovuto alle differenze nella tecnica di scalata e nell'ambiente. Ed è proprio la percezione di questa oggettiva non pericolosità, o minore pericolosità, a partire dall'insegnamento e poi rafforzata dalla routine, a favorire comportamenti potenzialmente pericolosi.
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  cinetica il Mer Lug 10, 2013 9:34 am

Mi chiedo come si possa istituire l'obbligo di casco in falesia (minori o non minori). Piste da sci, strade e percorsi ciclabili sono facilmente identificabili, ma chi definisce cosa è "falesia" e cosa no ? montagna si montagna no ?
Oppure potrebbe essere un obbligo indipendente dal luogo ? Se ti vedo in giro con corda e imbrago, ovunque tu sia, devi mettere il casco ?
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  buzz il Mer Lug 10, 2013 9:55 am

Virgy, quando ho letto l'articolo di Bonfanti ho pensato: bon, il solito discorso pieno di buon senso che chiunque abbia un po' di esperienza e ne abbia viste, in montagna e in falesia, potrebbe giustamente fare e fa ai principianti.
Quando dico "il solito" non lo dico in senso dispregiativo. Infatti ho detto che è un discorso pieno di buon senso e che "
Sia chiaro: sono gli stessi discorsi che come padre faccio a mia figlia."

Quindi non è stato l'articolo in sé ad indurmi ad una risposta.

Quello che mi ha colpito è stata la condivisione virale dell'articolo. Su facebook è stato un proliferare di condivisioni e di "mi piace".
La sensazione è stata come se queste parole avessero dato voce ad un'emozione collettiva. E mi sono chiesto perché e che senso avesse.

Infatti, a parte l'affermazione che la falesia è il posto più pericoloso del mondo (non lo prendo letteralmente, comprendo l'enfasi di chi scrive sotto una spinta emozionale) e comunque più pericolosa della montagna per via della routine, cosa che è totalmente falsa, per il resto è una collezione di cose risapute più o meno buone quante "non bere quando devi guidare" "non fare il bagno dopo mangiato" "non rompere i coglioni alla donna d'altri quando gli altri sono grossi incazzosi e magari hanno pure una pistola" eccetera eccetera...


Quello che mi ha colpito è stato il rito collettivo che si è brevemente consumato in questa condivisione di massa, che mi è parso, come tutti i riti, la rappresentazione paludata di altro.

Cos'era quest'altro?
E ho cercato di rispondere a questo.

Tutto qui. Non voleva il mio essere un discorso "fatalista" contro la logica riduttivista che vorrebbe illusoriamente pensare che tutto sia controllabile. 

Io personalmente penso che si debba fare il possibile per "controllare". Non penso che ci si debba affidare allegramente al caso, ché tanto il futuro è scritto e non si può prevedere.
Penso che nell'ambito delle nostre scelte se abbiamo la possibilità di approfondire la nostra conoscenza dobbiamo farlo e poi dobbiamo mettere a frutto questa conoscenza cercando di abbassare al minimo possibile il rischio, sempre però coniugando la cosa con una constatazione molto semplice: il rischio è la risultante di quello che ci siamo promessi di fare. 

Ovvero c'è un obiettivo e c'è l'insieme delle forze che si potrebbero opporre al raggiungimento dello stesso.
Tali forze potrebbero essere pericolose per la nostra incolumità fisica.
In base alla nostra esperienza, che è conoscenza, decidiamo di accettare o meno tale eventualità in base alla forza del desiderio di raggiungere quell'obiettivo.

Se volessimo azzerare il rischio, basterebbe rinunciare all'obiettivo.
Se non lo facciamo, è perché riteniamo di poter tenere sotto controllo quelle forze contrarie, e di poter raggiungere l'obiettivo nonostante esse, senza mettere a repentaglio la nostra incolumità fisica.

In questo "ritenere" c'è tutto.

Cioè: fra l'ignoranza assoluta e fra la conoscenza totale (i due estremi che non esistono) c'è la zona grigia in cui si situa chi non sa e crede di sapere e chi non sa (pur sapendo molto di più) e sa di non sapere. E ci sono tante posizioni intermedie quante sono le persone.

L'analizzare un incidente, o le possibilità di un incidente, servono eccome. Per imparare.
Non sono fatalista nel senso di "tanto se deve accadere..."
Ma è inutile, per ogni incidente, stare lì a battersi il petto e rimettere tutto in discussione. Non tanto su noi stessi (liberi sempre personalmente, di rinunciare) ma anche sugli altri.

Che assomiglia molto, come meccanismo, alla volpe che non arriva all'uva e non solo dice che è guasta, ma vuole anche impedire agli altri di mangiarla.

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  Ospite il Mer Lug 10, 2013 9:57 am

si esorcizza
e ci si mette la coscienza in pace.

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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

Messaggio  virgy il Mer Lug 10, 2013 10:33 am



ok buzz, ora ho capito meglio e sono d'accordo con quello che hai scritto!
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Re: Ripensando all'alpinismo, all'arrampicata e agli incidenti

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