Botsoula (Corno Bussola), Val d'Ayas

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Botsoula (Corno Bussola), Val d'Ayas

Messaggio  kala il Sab Ago 31, 2013 5:58 pm

Da dieci giorni mi sollazzo in Val d'Ayas e non ho ancora compiuto un'escursione degna di questo nome!
Tra mercatini, parco giochi, visite ai castelli, pic-nic, raccolta funghi, miniere d'oro e passeggiate nei paesini della vallata me la son goduta da bravo vacanziero (quale del resto sono) e non ho trovato il tempo per por mano (o piede?) ad un progetto ardito. La voglia dell'arrampicata me la sono tolta, graffiandomi unghie e orgoglio sulle fredde rocce di Extrepieraz, e una gitarella l'ho pure compiuta col "grande" sulla domestica e panoramicissima cima dello Zerbion. Ma il mio indomito spirito greppistico (?) scalpita, adocchiando più prestigiosi pulpiti sulla catena dirimpetto che separa la "mia" valle da quella parallela del Lys (o di Gressoney). Ho effettivamente notato, verso Est, un bel vallone che sembra promettere una facile salita: quanto mi sembrano di immediata lettura questi pendii aperti e solari, rispetto ai nostri tormentati monti! Consultando la cartina, comprata per l'occasione (1), ho la soddisfazione di riscontrare un sentiero proprio là dove l'avevo supposto, da Corbet o Cornu risalente fino alle enigmatiche località di Bussola e Cleva Bella e poi ancora più su, senza violare del tutto l'intimità di quella che sembra un'agevole vallecola insinuantesi tra la Punta Ruines e il Corno Bussola. L'idea sarebbe quella di raggiungere, partendo direttamente dal fondo valle, le punte Ruines (2824m) e Piure (2902), i cui nomi vagamente echeggianti altri lidi d'Oltre Piave mi allettano oltremodo: si tratterebbe di una sfacchinata di almeno 1500m, più che sufficienti per mettere appetito. L'ottima guida in mio possesso, redatta da Piergiorgio Bosio ancora negli anni '80, riporta proprio questo itinerario, togliendomi l'incognita del percorso, e solleticando ulteriormente il mio palato nel descrivere un percorso "che si svolge in luoghi solitari e selvaggi dove è possibile incontrare, se si è fortunati, anche qualche camoscio." (2). Ma non sono convinto ancora del tutto. Si tratta, credo, della quota: sarà solo un numero, ma esser circondato da cime facilmente sopra i 3000m e "accontentarmi" di un "2900" mi sembra poco; e poi, pavoneggiandomi della mia "grande" esperienza Dolomitico-ravanatoria voglio strafare aggiungendo anche un po' di incognite al percorso. Ecco così che incomincio a guardare con nuova avidità al vicino Botsoula, maltradotto nell'italiano "Corno Bussola", un facile "3000" che implica solo un ragguardevole dislivello, come del resto la maggioranza delle cime dei dintorni. E per far le cose in grande prevedo di partire direttamente da casa, a 1300m, salendo per il versante di Ayas, e poi - chissà - se il tempo regge, completare anche un largo anello verso i tanto decantati laghi di Palasina. Consulto frettolosamente la cartina, che presenta la possibilità di salire per un vecchio sentiero fin dentro il vallone del torrente Fornolles, poi da lì sunt rupicaprae ma trovare la strada non dovrebbe esser difficile: del resto è proprio quel pizzico d'incognita di cui andavo in cerca! E il Botsoula, coi suoi 3023m e la sua posizione centrale nella valle, rappresenta un'ottima meta per l'eccezionalità del panorama.


Il Botsoula (la piramide in primo piano, sulla dx) emerge dalle nubi salendo allo Zerbion.

Per partire mi tocca quella che al TGR della Val d'Aosta promettono come la peggiore giornata del mio soggiorno: prendere o lasciare, tanto sarebbe la mia ultima possibilità visto che dopo dobbiamo rivolgere la prua verso il lontano Nord-Est. Per fortuna, alzatomi di buon mattino, vedo l'infausta previsione sconfessata alla grande da un cielo ancora scuro ma perfettamente pulito. Lo zaino, nel dubbio, era già pronto, e fatta una rapida colazione esco solo alle 7 da casa, per nulla impaziente di confrontarmi con la temperatura che in questa tersa mattina si approssima pericolosamente allo zero. Da Pian, piccola frazioncina abbandonata vicino al torrente Evançon, risalgo alla statale che subito attraverso insinuandomi tra le vecchie case di Vollon, frazione del Comune della vicina Brusson, famosa tra le altre per le sue splendide piste da fondo, sede di gare di prestigio internazionale. Le case si addossano fraternamente l'una all'altra, piacevolmente familiari coi loro muri di granito, i piani superiori in legno, i tetti ricoperti da piode (o lose, non so quale sia la dizione più comune), caratteristiche lastre di pietra; passo a caso tra muri e orti, disturbando un cane il cui latrato m'insegue a lungo rimbalzando sull'acciottolato e fra i muri accostati. Riagguanto la strada più in alto e rintraccio facilmente la partenza del sentiero, indicata da un opportuno cartello. Mi attardo qualche minuto, lì vicino, a fantasticare su inesistenti linee d'arrampicata su una parete che facilmente si farebbe beffe di me; ma ho indugiato anche troppo a lungo, e comincio allora a salire, seguendo la bella mulattiera che si intrufola presto nel bosco. Qui la presenza di pini è predominante, solo a quote più elevate cedono il passo ai larici, mentre gli abeti sono meno frequenti che da noi. Lo sguardo a terra, a misurare il passo che si fa via via più regolare, apprezza la perfetta fattura dell'antico tracciato, intersecato a intervalli da scomode ma utilissime pietre messe di taglio per lo scolo dell'acqua. Salgo a buoni tornanti verso destra, poi il sentiero mi porta a traversare a lungo verso sinistra ripassando sopra le rocce aggirate, con ottima vista sul paese appena lasciato. Sui 1600m colgo l'occasione per uscir fuori dal sentiero, assecondando un'evidente traccia di bestiame, e ritrovarmi su un eccezionale balcone erboso aperto sulla valle, di cui si apprezza appieno il profilo d'origine glaciale: Vollon e Brusson, col suo laghetto artificiale, sono ai miei piedi, di fronte il valico del Col de Joux appare ricoperto di fitti boschi. Un'ultima breve salita mi porta alla piccola frazione di Salomon, tra le cui vecchie case svicolo silenzioso; risalgo quindi un prato seguendo le evidenti indicazioni, passo attraverso una proprietà privata dove fervono lavori di ristrutturazione. Più sopra lascio la strada: da qui il mio cammino sarà sicuramente più solitario.


Prendendo quota sopra l'abitato di Vollon; più distante Brusson col laghetto artificiale.


Uno sguardo verso la dorsale del Mont Zerbion (2722m); in cima una modesta statua della Madonna (7 metri).


Una bella radura caratterizzata da tre splendidi pini (silvestri credo); sullo sfondo le case semi-abbandonate di Dessous.

Una bella sterrata si stacca sulla sinistra e sale senza sforzo nel bosco; numerosissimi i funghi, molti dei quali, sradicati, testimoniano della solita stupidità umana (non solo dei turisti). Ad un bivio tengo la destra, seguendo la strada che si inerpica con aumentata pendenza; più in alto, in vista di una zona franosa, la strada spiana e presto si riduce a sentiero, giungendo ad una presa dell'acquedotto. Qui ho cura di ignorare una traccia che prosegue in piano, imboccando piuttosto un sentierino (peraltro segnalato da un ometto) che si dirige verso monte: come promesso dalla carta questo prende a salire ripido, sempre nel fitto bosco, facendomi dimenticare la temperatura ancora rigida e opprimendomi piuttosto con l'umidità, non ancora dissolta dal momento che il versante è ancora in ombra. Prossimo ai 2100m sbuco dal sentiero su una più ampia traccia che corre pressoché orizzontale e la cui natura mi sfugge, poiché a destra, circondata dalla fitta boscaglia, non sembra avere sbocco. La seguo verso Nord, passando un'altra presa dell'acquedotto e giungendo dopo breve cammino ad un valloncello con più grosse opere di captazione: qui sono forse distratto, ma non colgo un'eventuale traccia che pure dovrebbe giungere - come promesso dalle segnalazioni già viste in basso - alla fantomatica località di Thoule, di Gucciniana assonanza. Infradiciandomi fin le mutande (scusate l'immagine) riesco a districarmi sul fondo del valloncello tra alte erbe e cespugli, evitando per un pelo i mughi che rigettano sdegnosi i miei timidi tentativi di approccio, credendoli io vecchi amici. Rimonto in pratica sul margine sinistro della briglia cementata, per facile traccia di selvatici, traversando poi ad una bella radura che culmina in un pulpito, ottimo punto di riferimento già individuato dal basso e ben visibile anche dall'alto. Qui dovrebbe giungere, forse dal basso (?), il sentiero segnalato, ma non vado in giro a controllare: mi perdo invece, di colpo sfiduciato (forse più dall'umidità che dal percorso), per stupende praterie rivestite di rododendri, abbagliato dal miraggio del sole che arriva a illuminare la cresta che discende dall'incombente Pointe Guà. Mi dirigo dunque verso Sud, disperando di poter superare l'ultimo inaspettato ostacolo (credevo d'essere già nel vallone finale), fin quando un rumore mi fa volgere lo sguardo in alto: è uno di quei rari camosci promessimi dal Bosio! Lo colgo come presagio e guardando per la millesima volta la cartina mi convinco che una traccia che prosegue deve ben esistere: ridiscendo dunque il cospicuo pendio testè salito e con sicurezza imbocco la traccia che in effetti era lì, dipartentesi giusto dal pulpito erboso e pure segnalata da un mezzo ometto su un grosso masso. La pallida traccia via via si rafforza e così la mia convinzione, mentre - sempre in mezzo al bosco - arrivo ad aggirare l'ultimo costone che mi consente l'accesso al vallone di Fornolles. Il sentiero ogni tanto tende a scomparire, pur essendo segnalato ora a bolli rossi (sì: anche qui!), e sicuramente per imboccarlo in senso inverso bisogna fare particolare attenzione. Esco infine dal bosco, attraverso prati ancora gelati dalla brina (qui devo essere di poco sotto zero!), mi affaccio ancora nell'ombra sull'aperto vallone, che mi prometto una facile ascesa. Di fatto i segni rossi mi accompagnano ancora per un tratto, pur in assenza assoluta di traccia, mentre faticosamente risalgo in diagonale il pendio. Sorpasso una costa erbosa, attraverso un canalino slavinato, mi porto su un pendio erboso e sassoso, stabile ma ripido; la fatica si fa sentire ma misurando bene i passi, uno dopo l'altro, giungo ad affacciarmi al catino terminale, in vista della forcella. Mi accolgono finalmente il sole pieno (alle 11 del mattino!), un tripudio di astri alpini, e pure un camoscio a venti passi di distanza, sorpreso forse più di me dell'inaspettata visita. E' tempo finalmente di rilassarmi un poco: la conclusione del giro è ormai quasi sicura, se riesco a raggiungere la forcella (indicata in genere come Colle Bussola) sono certo di poter completare la mia escursione sul più assolato versante orientale. Mi tolgo gli scarponi e strizzo inutilmente le calze, in silenzio mangiucchio qualcosa e mi riposo.


Risalendo la Comba Fornelles: di nuovo lo Zerbion, in basso il paese di Extrepieraz.


Il vallone da risalire, verso il Corno Bussola.

La parte finale del vallone alla fine non mi riserva sorprese: sorpasso una piccola lingua di nevaio e per buon pendio mi porto sotto al duplice intaglio; di qui vado su dritto per terra e ghiaie, raggiungendo con facilità il valico e con esso il sentiero segnalato. La vista si apre su un panorama superlativo, dominando da qui i più grandi dei laghi di Palasina, multicolori specchi sui quali giocano i riflessi dei monti. Mi incammino verso sinistra, superando un facile salto purtroppo attrezzato di recente (mi sembra nel 2007) e percorrendo ameni prati punteggiati di stelle alpine. La cima è lì, a portata di mano, e sento che il fiato e le gambe - pur provati dagli oltre 1600m già percorsi - mi sosterranno per l'ultimo sforzo; raggiungo le ghiaie, dove vedo le prime persone, e dopo un ripido pendio un poco ostico ma non esposto sono in cima, sotto la generosa croce e in compagnia di quattro gaudenti (per non parlar del cane) che se la contano e se la ridono in vetta. Foto, relax, solite cose... Panorama impagabile anche verso il Rosa. Appongo la mia augusta firma sul libro di vetta, nobilitando così la meta per i posteri; ridiscendo infine sui miei passi, per imboccare la traccia che dai ghiaioni prima superati si dirige in costa sulla cresta Est, evitando un primo salto. Segue una cavalcata di cresta esaltante, finalmente senza grandi fatiche e al sole, da una parte i ghiacciai in lontananza e dall'altra un discreto appicco sul vicino Lac Long. Dopo un non banale tratto in roccia, comunque iperattrezzato, raggiungo la coppia intravista in salita, che mi precede sul classico itinerario, e con loro scendo di buon passo (di corsa, diciamo) fino ai laghi, con percorso facile e aperto. Qui incomincio a incontrar gente, ma non tanta quanto ne riserva di sicuro la piena stagione turistica: la fine di agosto si sta già facendo sentire. Sotto ai laghi fatico un poco ad imboccare il sentiero nr.4, che dovrebbe riportarmi per la via più breve a Brusson, non essendoci segnalazioni; ma la fretta adesso non mi compete, ho tutto il tempo concessomi da un pomeriggio pieno di sole (e da una moglie paziente). Sotto una malga perdo quota, sul mio sentiero, abbandonandomi presso le poche case diroccate di Merendioux ad una breve pausa sulla ruvida e piacevole erba. Di qui segue uno splendido sentiero quasi in quota, dalla scarsa frequentazione, indicato dalle tipiche sporadiche frecce gialle (quanto diverse dai nostri ossessivi segnavia bianco-rossi!). Vista la strada che scende da Quiapa la anticipo tagliando alcuni tornanti per una costa con rododendri, e percorrendola poi fino al bivio di Lavassey. Qui calo per una bellissima mulattiera che segue il corso del torrente, piacevolissimo percorso di vecchia e sapiente fattura, che perde gradevolmente quota intagliato sui fianchi pure erti del monte.


Il catino terminale del vallone: si esce là in alto, senza difficoltà.


Uno sguardo nella valle opposta: gli ameni laghetti di Palasina.


In compagnia sulla cima: uno sguardo verso il fondo valle ed il gruppo del Rosa.


Il Guardiano della Porta.


Scendendo verso i laghetti di Palasina.


Un ponte (recente) di pregevole fattura sancisce l'ultimo saluto ai laghetti.

Mi succede ad un certo punto una cosa strana. Rivedo per caso, colla mente, un tratto del sentiero di questa mattina: e per una frazione di secondo mi chiedo quale giorno sia stato, prima di rendermi conto che era solo poche ore fa. Quanto distante la faticosa salita, all'ombra e con i piedi bagnati, di questa mattina dal piacevole cammino al sole che sto facendo ora! Riflettendoci, arrivo alla conclusione che - probabilmente - dove i ricordi si fanno più saturi di sensazioni, più colmi di spunti sensoriali, allora la mente dilata i tempi: così come al contrario intere giornate senza storia scivolano via dimenticate. Solo a distanza di tempo, scanditi da immagini ben impresse nella memoria, i ricordi tornano al posto giusto nella loro corretta sequenza temporale. Su questi profondi pensieri cogitando arrivo all'altezza di una impressionante cascata formata dal torrente Messouère, raggiungo un bivio e quindi divallo senza indugio per prati e boschi, arrivando dopo non molto sopra le case di Brusson. L'assolato, ultimo chilometro (abbondante) su asfalto è una sopportabile tortura, prima del meritato riposo. Alla sera si conclude una degna giornata col consueto Genepy (3).


Scendendo verso il torrente Messouère: sulla destra il Mont Bieteron.


La pregevole cascata sul torrente Messouère.


(1) "Alte valli d'Ayas e del Lys - Monte Rosa", L'Escursionista Editore (2012); come indicato sulla mappa stessa la base è la Carte Tecnica Regionale 1:10000, mentre gli ultimi rilievi sul campo sono degli anni 2009-2010. Non ho un riscontro abbastanza ampio sul terreno per poterla giudicare, ma mi è sembrata generalmente buona ed è sicuramente una carta di ottima lettura.

(2) Piergiorgio Bosio: "Val d'Ayas - itinerari escursionistici", Musumeci Editore (1983); si tratta di una preziosissima guida, corredata da alcune sintetiche cartine, che presenta sessanta itinerari in tutta la valle, ben descritti ed ammiccanti a volte al turista ma spesso anche all'escursionista smaliziato, avvezzo all'esposizione e ai passaggi su roccia (senza contare - ovviamente - gli imprescindibili itinerari su ghiacciaio). Ho poi avuto a mia disposizione anche la ben più recente guida di Marco Soggetto, ricchissima di contenuti "extra" pur costretti dalla ridotta versione editoriale, ma che ho trovato mancante del buon gusto lasciatomi dal volume del Bosio, determinato dal perfetto mix di sintesi e preziosi cenni per l'escursionista.

(3) Il cosiddetto Genepy è un'artemisia particolarmente aromatica dalla quale si ricava - tra le altre cose - un tipico liquore locale; i fiori usati sono quelli maschi, perché - come mi ha confidato sogghignando un vecchio malgaro sullo Zerbion - "la fèmena non la val gnente" (libera traduzione dalla parlata locale). Magnificando la qualità dell'Herbetet Genepy (prodotto dalla Alpe Srl di Hone, Aosta) sono stato abbondantemente schernito dagli esperti: resta il fatto che tra quelli "commerciali" a prezzi abbordabili è per me uno dei migliori.


Ultima modifica di kala il Dom Set 01, 2013 9:00 pm, modificato 1 volta
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Re: Botsoula (Corno Bussola), Val d'Ayas

Messaggio  LucaVi il Sab Ago 31, 2013 11:15 pm

Ero qui che mi chiedevo: che cavolo c'entra Kala con la Val D'Ayas? Le foto mi sembrano sorprendentemente belle, visto il sogggetto, ma sono troppo cotto per commentare meglio (gita di famiglia al Cornetto e 4 zecche appena tolte). Domani m leggo tutto.
Ciao Barbakalà! Wink
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Re: Botsoula (Corno Bussola), Val d'Ayas

Messaggio  kala il Sab Ago 31, 2013 11:24 pm

Credevo che voi locals aveste l'esenzione (dalle zecche).
In Val d'Ayas vacanze dalla suocera ed è incredibilmente filato tutto liscio. mrgreen 
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kala

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Re: Botsoula (Corno Bussola), Val d'Ayas

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