un attimo e

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

220312

Messaggio 

un attimo e




Fu l'estate del nostro scontento. Quella del 97. Ne è passato di tempo compagno e sembra ieri.
Andavamo in montagna come correvamo per strada, nelle gare amatoriali una domenica sì e una no. Corse di paese e mezze maratone.
Eravamo amici, amicissimi, ma quanto avrei dato per non prendere sempre quella manciata di secondi alla fine di ogni giro.
Quanto avrei dato per non vederlo sempre arrivare su prima di me, quei due, tre minuti prima di me, che mi aspettava sulla porta del rifugio, o alla forcella.
Quell'anno, quell'estate, c'ero arrivato. Ero sceso di peso, mi allenavo moltissimo. Salivo con lo zaino pesante, quello che ti porti dietro roba per stare fuori tre giorni: mezz'ora settecento metri di dislivello. E lui poco, ma inesorabilmente dietro. Un paio di minuti, quelli che prima prendevo regolarmente io.

La normale del Civetta con la neve e poi giù per la Tissi, la ferrata. Il Pelmo, per la cengia di Ball, anche quella innevata. E allora ci spostiamo più su, in val di Fleres, il giro della Weisswand su per il Tribulaun giù per il Cremona, quasi di corsa. E poi su di nuovo per il ghiacciaio di Malavalle, Pan di Zucchero, Cima Libera, Sonklarspitz. Tre giorni a fare su e giù, andavamo come bestie, in genere slegati.
Iniziavamo piano, e ce lo dicevamo pure: oggi però andiamo tranquilli...
ma poi uno di noi iniziava a spingere, e gli altri gli andavano dietro.

Erano i muscoli delle gambe che chiedevano di andare, che era difficile rallentare quel pistonare sui sentieri, sui sassi, sui pendii.
C'era quel piacere che veniva da un dolore, che era quello della macchina che piano piano si metteva in movimento, a poi andava e voleva andare sempre di più.
La pura gioia di sentire il proprio corpo che assaporava la fatica e la schiacciava spingendo ancora di più, sorprendendosi di averne ancora.

Litigammo mentre attraversavamo il ghiacciaio, con un caldo assurdo alle 6 del mattino. Dieci gradi arrivati all'improvviso, che rendevano la neve una pappa in cui affondava fino al bacino. Io battevo la traccia ed ero fradicio di sudore. Sentivo sopra di noi gli schianti dei seracchi e avevo paura. Non cadeva niente, ma i tuoni si susseguivano, man mano che il sole li colpiva, uno dopo l'altro.
Lui dietro, comodo nella traccia battuta da me e dall'altro, scherzava. Riprendeva con la videocamera. Si prendeva gioco della mia fatica e della mia fretta.

Non mi piace come stiamo andando in montagna, gli dissi alla forcella. Stiamo troppo a pensare a noi stessi, facciamo le corse. Non ci godiamo niente e non ci accorgiamo di niente. Per me questa situazione era pericolosa. Non te ne rendevi conto?
No. Non se ne rendeva conto. Diceva che esageravo, che non era vero niente. E che non era caduto nulla, nemmeno un blocco e che comunque eravamo lontani. Chiamava la mia preoccupazione sindrome da capocordata.
La prossima volta vado avanti io, diceva, così andiamo più veloci.

Ma non mi piaceva niente, quell'anno, del nostro andare in montagna. In posti meravigliosi noi pensavamo solo a mettere in fila le cime, le salite. Al tempo che ci mettevamo. Iniziavo a capire che non era quello che volevo. Che questo mi metteva a disagio. Proprio ora che ero davanti, che avevo raggiunto il mio obiettivo di anni e anni - essere il primo - non me ne importava niente.

Spesso mi è accaduta questa cosa nella vita. Inseguire un traguardo pensando solo ad esso e poi raggiunto vedere che dietro quel filo di lana inconsistente non c'era niente.
Ma a volte le cose che fai continuano per abbrivio, anche quando non hanno più un motivo, un posto dove andare, continui, perché non sai fare altro, non sai.
Internet non c'era, nel 97. E gli amici con cui andavo in montagna erano quelli.

Poche settimane dopo eravamo ancora su, in Brenta. Un amico si sposava, a Verona, e io mi ero preso qualche giorno. Domenica matrimonio, giovedì dormiamo in macchina a passo Carlo Magno, su il venerdi presto, sabato sera in albergo a Peschiera del Garda. Andiamo su di corsa, non eravamo mai stati in Brenta, volevamo fare sentiero Benini e Bocchette e poi giù di corsa.
Ma non eravamo i soliti. Lui aveva portato una donna. Garantiva per lei, era brava e allenata.
Ma alla bocca di Tuckett non gliela fa più. Ma come, cristo siamo appena partiti...
continuiamo. no scendiamo. arriviamo al rifugio e lasciamola lì. no continuate voi. ci sono nuvole. viene brutto. ma che viene brutto è solo un po' di nebbia...


Mi gira male. Non sono nemmeno le 11 di venerdì e è finito il giro. Scendiamo verso il rifugio Tuckett.
Gli dico: stiamo centrali, cadono sassi sotto la parete da cui scende il sentiero Benini.
No, centrali c'è la neve, non mi va di vestirmi. Mi risponde.
Ci dividiamo.
Io e l'altro scendiamo al centro e lui più a destra. La donna lo segue.
Lui si diverte a saltare sulle roccette. Io che non ho messo i ramponi scivolo un paio di volte sulla neve e mi bagno il sedere. Poco male.
ah aha mi fa... te lo avevo detto di scendere qui... sempre esagerato tu...

Si ferma ad aspettare la donna che scende più lentamente. Io vado avanti un po'.
oh ho questo si muove, sento che dice... mi volto e vedo che lui è davanti, una decina di metri, a un grosso masso che rotola, piano, quasi con pigrizia.
Il masso è un parallelepipedo di roccia, mi ricordo che mi veniva da descriverlo come grosso come una 126. La macchina fiat, dico.
Rotolava. Una faccia dopo l'altra, quasi sembrava si fermasse e poi invece no, ancora un quarto di giro.

Lui aveva un tono di voce scherzoso. Saltava veloce davanti al sasso, sembrava imprendibile da quel goffo blocco di pietra in movimento. La velocità delle cose che vivono e sono senzienti, davanti alla brutale, lenta, stupida, roccia che sbatte contro altra roccia. I colori di un paio di pantaloni gialli e di una giacca rossa, quasi fucsia, contro quel grigio mimetizzato sul grigio e le chiazze di neve. La voce squillante contro quei tonfi sordi sincopati e lo scivolare della graniglia.

Mi fermo a guardare. Sono tranquillo, lui è davanti una decina di metri, sul pendio che però diventa più ripido. Si sposta verso sinistra e si ferma, per guardare il sasso passargli vicino. Ma il sasso devia. E va verso di lui. Allora lui dice qualcosa e si sposta velocemente, dall'altra parte.
Come un torero che ha un enorme vantaggio sul toro, come se fosse, il toro, ferito e lento, la testa piegata, affaticato dalla banderillas che gli hanno piantato nel collo.
Lui lo irride e si sposta, ma il toro, il masso, si sposta anche lui. E allora sembra dotato di pensiero ed è un pensiero malevolo.
Perchè il sasso sembra che lo sappia, che il pendio diventa più ripido e lui può diventare più veloce, e saltare.

Mentre lui, il mio amico, non riesce, cerca di saltare ma cade e il sasso in un attimo gli è sopra.

Il suo urlo ora non lo ricordo più. Ma ricordo che per anni me lo sono ricordato.
Non c'era più scherno nella sua voce, né gioco. Ma paura, quando capì che il sasso lo avrebbe preso. E dolore, quando gli passò sopra. Frantumandolo.

Ero lì che guardavo, il sasso rotolare sul nevaio verso giù. Urlai sasso a delle figure che si scansarono. E poi tornarono su, perché avevano sentito l'urlo. Erano degli spagnoli. Poi corsero giù ad avvertire al rifugio.

Lui era a terra. Disse che aveva qualcosa fratturato, che non poteva muoversi, che non andava mosso. Di guardare nel suo zaino che aveva degli antidolorifici.
Due medici in cordata servono a qualcosa. Anche se uno è il ferito e l'altro, la donna, ha perso la testa.
Riesco a chiamare i soccorsi. Ma c'è un'ora nella quale stare lì, ad aspettare, prima che arrivi l'elicottero.
Lui dice, ho il femore, forse il bacino fratturato, lì passa la vena iliaca, se è lesa in dieci minuti me ne vado, non potete farci niente. Se no forse me la cavo. Se non è lesa la spina dorsale forse camminerò anche.

Arriva l'elicottero ed è ancora vivo, anche se avrà perso circa metà del suo sangue, quando arriverà in ospedale.

La mia è una corsa giù con il suo zaino anche fino alla macchina e dalla macchina a trento, all'ospedale. E poi tutte le telefonate da fare, i genitori da avvisare.
E il giorno dopo la sera, via per il matrimonio. E' fuori pericolo, sono arrivati i suoi parenti e se la caverà, anche se sarà dura per mesi, con il bacino fratturato in cinque parti.

Oggi sta bene. Non si nota nulla nel fisico. Tornò in montana un anno dopo, e andammo a fare il Gran Pilastro. Lo fece, ma poi disse, ragazzi io me ne resto in albergo. Io non lo so, ma non me la sento.
Nell'animo qualcosa era restato. E non è andato più in montagna.
La lezione è stata troppo dura.

A me ha insegnato a fermarmi, subito. Quando sento che qualcosa non gira come dovrebbe. E forse negli anni che sono venuti dopo, quella lezione mi ha salvato la vita. Resta il ricordo di quel sasso che rotola e di una voce che dallo scherzo passa alla paura e al dolore in un crescendo che non si può spiegare. Ma che per me resta il simbolo, in qualche modo, della vita stessa. E dei suoi istanti, letali, come fotografati nelle storie di molti amici, che non ci sono più. Un attimo e



Admin
Admin

Messaggi : 1938
Data d'iscrizione : 25.11.11

http://www.verticalmente.net

Tornare in alto Andare in basso

Condividi questo articolo su: Excite BookmarksDiggRedditDel.icio.usGoogleLiveSlashdotNetscapeTechnoratiStumbleUponNewsvineFurlYahooSmarking

un attimo e :: Commenti

avatar

Messaggio il Gio Mar 22, 2012 9:29 pm  virgy

Ad_buzz ha scritto:....... e di una voce che dallo scherzo passa alla paura e al dolore in un crescendo che non si può spiegare. Ma che per me resta il simbolo, in qualche modo, della vita stessa. E dei suoi istanti, letali, come fotografati nelle storie di molti amici, che non ci sono più. Un attimo e





un attimo e

una voce che diventa solo una fotografia

Tornare in alto Andare in basso

avatar

Messaggio il Gio Mar 22, 2012 9:33 pm  LucaVi

E' incredibile come sia facile e al tempo stesso difficile morire.

Tornare in alto Andare in basso

avatar

Messaggio il Ven Mar 23, 2012 9:56 pm  LULU'

Ad_buzz ha scritto:
A me ha insegnato a fermarmi, subito. Quando sento che qualcosa non gira come dovrebbe. E forse negli anni che sono venuti dopo, quella lezione mi ha salvato la vita. Resta il ricordo di quel sasso che rotola e di una voce che dallo scherzo passa alla paura e al dolore in un crescendo che non si può spiegare. Ma che per me resta il simbolo, in qualche modo, della vita stessa. E dei suoi istanti, letali, come fotografati nelle storie di molti amici, che non ci sono più. Un attimo e


...un attimo...un'emozione fortissima e le nostre certezze cadono...la montagna ci parla e ci mette di fronte ai nostri limiti...

Tornare in alto Andare in basso

Messaggio   Contenuto sponsorizzato

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto


 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum