la vetta

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250312

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la vetta




La vetta... così agognata, sognata, desiderata.
Ad ogni costo, persino della propria vita.
Come se là e solo là si potesse trovare... che cosa? Sé stessi, forse.



E poi, finalmente arrivati lassù?

Ecco in una breve galleria il pensiero di alcuni arrampicatori.





Giusto Gervasutti (1909 - 1946)



Nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l'azzurro, nella dolcezza un po' stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità. E l'ebbrezza di quell'ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia... Ed al giovane compagno che inizia i primi duri cimenti, ricorderò il motto dell'amico caduto su una grande montagna: "Osa, osa sempre e sarai simile ad un Dio".

Raggiungiamo la vetta alle 11. Ci stendiamo al sole. Fa caldo e abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La mèta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno diventato realtà...Sceso a valle cercherò subito un'altra meta. Se non esiste la creerò...Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare posta ad una più ardua e più lontana... Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai... L'uomo felice non dovrebbe avere più nulla da dire, più nulla da fare. Per mio conto preferisco una felicità irragiungibile, sempre vicina e sempre fuggente.

(Scalate nelle Alpi)



Walter Bonatti (1930 - 2011)



Provo la certezza che arriverò in cima al Dru. Non dormo, naturalmente, ma passo il mio tempo a rimuginare sulle inevitabili riflessioni. Mi sento infine come se ritornassi alla vita dopo esserne stato tanto lontano da dubitare quasi che le mie esperienze ancora in atto appartengano invece che a me a un'altra persona immaginaria. Nulla è mutato materialmente da pochi minuti a questa parte, il dolore alle mani è sempre più crudele, la sete bruciante, l'ombra nera degli strapiombi che spuntano sopra il capo continua a essere repulsiva, eppure dentro di me si è ribaltata una condizione. Soltanto adesso sento di rientrare nella dimensione umana ed è in questo stato che ora posso stabilire l'intensità di ciò che ho vissuto quassù. La mia misura, ora me ne rendo conto, era fino a poche ore fa quella della montagna i cui elementi, roccia, gelo, vuoto, staticità, avevano finito per assorbirmi. Ero arrivato a farne parte, a formare un'unica cosa con lei. Sento dunque di avere in pugno il Pilastro del Dru,
ma sento anche di aver varcato ben più importanti, invisibili confini. So di aver superato la barriera che mi separava dalla mia anima e nell'esaltazione di questo momento provo un gran desiderio di piangere.
Un pianto il mio che stranamente si sostituisce con un canto, sommesso all'inizio e poi sempre più forte, come dovessi liberarmi da un incubo. Il cielo comincia a schiarirsi, sta per iniziare la sesta giornata di lotta e ogni mia energia è raccolta e protesa verso l'ultimo ostacolo che oppone la vetta.
[...]
Alle 16.37 esatte sono in vetta al Dru. Uno sguardo veloce tutt'intorno e quasi di corsa, con lo zaino sulle spalle, incomincio a discendere per la via normale.

(Le mie montagne)



Cesare Maestri (1929 - )



Ecco la cima. Per questo momento ho lottato e vissuto, ne valeva la pena? Mai come ora mi rendo conto che nessuna montagna vale una vita. Mi prende schifo per questa cima. Che schifo questo vento, le foto scattate, le firme depositate. No, non vale la pena... Andiamo via... In mille sogni ho visto le nostre bandiere sventolare al sole sulla cima. Ed ora rimango indifferente. Abbruttito dalla fatica, con i nervi a pezzi, mi preparo a consumare il sacrificio alla più stupida manifestazione umana: la vanità...

(Arrampicare è il mio mestiere)



Reinhard Karl (1946 - 1982)



Terra in vista, l'oceano verticale è stato attraversato, siamo in vetta. Questa è la vetta, nulla più, perché la meta non è più lei. La sete soffoca ogni sensazione, perché quassù il caldo è disumano come nella parete. Non abbiamo la forza per essere felici. Tutto il materiale di ferro, le corde, zavorra ormai inutile, viene messa nel sacco. Poi la discesa, che con le ultime forze diviene una fuga dal calore bruciante.
La nostra vera vetta sarà la prima acqua, e la prima acqua ci aiuterà a ritornare al nostro io normale. Quassù sul Capitan siamo solo ombre essiccate di noi stessi, anime puzzolenti rinsecchite e distrutte, che abbiamo trascinato un cadavere vivente fino a una meta senza senso.

(Yosemite)

"Questo è il punto più alto della terra". Scattiamo le fotografie per l'album di famiglia: io, il vincitore della vetta, io, il superuomo. Io, la creatura senza fiato, io, il Reinhard su un mucchio di neve. Pian piano realizzo il freddo, il vento, la mia stanchezza. Pian piano, dopo la gioia, viene la tristezza, viene una sensazione di vuoto: un'utopia è diventata realtà. Intuisco che anche l'Everest è solo un'anticima. La vera cima non la raggiungerò mai.

(Montagna vissuta: tempo per respirare)



Thomas Huber (1966 - )



La vetta interiore è la pace interiore, la pace con me stesso. Che io possa un giorno o l'altro dire: adesso so perchè ho vissuto. Arrampicando raggiungo la libertà, la pace che però non è ancora la pace interiore. Raggiungo la pace interiore solo nel momento in cui posso dire di non aver più bisogno di nulla. Solo allora ho salito un altro gradino.



Hansjörg Auer (1984 - )



Dopo la salita del Pesce ho impiegato non pochi giorni per realizzare completamente quello che ero riuscito a fare. In cima ho sentito all'inizio un vuoto totale, abbinato però ad un inimmaginabile sensazione di fortuna. Durante i giorni successivi si comincia a ripensare e, un passo alla volta, ci si rende conto del tutto.

(intervista da Planetmountain)



Chris Sharma (1981 - )



E' curioso quando hai un grande progetto che occupa la tua vita così intensamente... sei in un mondo tutto tuo, in preda ad una totale ossessione; sembra sia l'unica cosa che esiste. Da parte mia, non voglio altro che scalare la via più bella, difficile e creativa... la linea regina.
Arrampicare è una cosa travolgente... riguarda l'obbiettivo, la riuscita, ed il raggiungimento del "top"; allo stesso tempo è un ciclo infinito che consiste nel trovare qualcosa di davvero motivante, ossessionarsi e poi, una volta raggiunta, festeggiare per un breve istante e... passare a un obbiettivo successivo.

(dal film King Lines)



Ecco.
Materiali, tecniche, difficoltà, abbigliamento, approccio mentale, strategia, contesto... tutto cambia negli anni.
La motivazione profonda, il grande "perché", quello in fondo in fondo forse no.
Ciò che esprime Gervasutti, il principe dei retorici e del superomismo, colui che - solo nel mezzo della parete ghiacciata dell'Ailefroide - si esaltava ancor più dopo che una pietra gli aveva reso quasi inutilizzabile una mano, non è nella sostanza così diverso dalle parole di Chris Sharma, top climber degli anni 2000, scanzonato falesista che scala a petto nudo circondato da cameramen, sole e gnocca.
Che caspita cerchiamo, lassù?

George Mallory diceva: "Che senso ha scalare una montagna?... Ciò che conta è sapere di aver compiuto qualcosa. Bisogna esser convinti di poter resistere fino alla fine - sappiamo anche che non esistono sogni che non valgano la pena di essere sognati... Abbiamo sconfitto un nemico? No, abbiamo vinto noi stessi. Abbiamo conseguito qualcosa di pienamente soddisfacente... Lottare e capire - una cosa non è possibile senza l'altra; questa è la vita..."

Perché - allora - una volta che finalmente arriviamo sentiamo dentro un vuoto, anziché quella sensazione di appagamento e di completezza che ci immaginavamo?
Dipende forse da quello che abbiamo dovuto mettere in gioco per arrivare lassù? Ci rendiamo forse conto che il bilancio fra ciò che abbiamo sacrificato e ciò che abbiamo trovato è impari?
Oppure - come sembra trasparire dalle parole di Bonatti, Karl e Auer - non è il momento della vetta che conta, un momento in cui si sgonfiano tutte le tensioni ed è il corpo a chiedere il suo tributo...

Alla fine le parole più significative sono - paradossalmente - quelle più semplici ed apparentemente scontate, ma che lasciano intatto il mistero che ci portiamo dentro:

"Why climbing Everest ? Becouse is there!"
(George Leigh Mallory)

Se mi chiedete perché scalo le montagne, non potrete mai capire la risposta.
(Pete Boardman)



Da parte mia, posso dire che le poche volte che ho raggiunto un traguardo per me importante non ho sentito questo vuoto, ma una grande felicità ed una sensazione di appagamento. Credo perché le mie imprese (chiamiamole così) non sono mai state al (mio) limite. Non sono mai state cercate con accanimento: sono capitate quasi un po' per caso, senza sforzi eccessivi né grandiose aspettative; c'è spesso stata un po' di incredulità nell'essere riuscito ma al contempo un godimento - anziché una sofferenza - anche durante l'azione. Le volte in cui sono stato davvero al limite non mi hanno lasciato sensazioni così belle, forse perché per me riuscire significa arrivare in cima divertendomi, e non solamente arrivare. Certo così non mi misurerò mai fino in fondo con me stesso, ma in fondo è questo che voglio? Che cosa sono disposto a sacrificare per arrivare in cima ad una montagna?



Molti altri alpinisti, famosi e meno famosi, hanno espresso il proprio pensiero in proposito.
Sarebbe bello se in questo topic ciascuno aggiungesse le frasi che più gli sono rimaste impresse.

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la vetta :: Commenti

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Messaggio il Dom Mar 25, 2012 6:14 pm  Adriano

La vetta per alcuni è la fine della scalata , dell' impegno fisico e mentale .... per altri la vetta è la meta , per conto mio non è possibile dare una risposta univoca , dipende dalle giornate, dalla compagnia , dall' umore........personalmente forse le vette piu belle sono quelle che ho raggiunto da solo e dove ho piu fantasticato e sognato .

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Messaggio il Mer Apr 18, 2012 6:51 pm  Batman

"Salire una parete è fare una lettura con le dita dei piedi e delle mani. Gli appigli, i buchi, le fessure sono caratteri di una scrittura e chi li percorre legge... Il rigo si stende dal basso fino in cima, le prime mosse staccate dal suolo sono le iniziali di un racconto. I passi sono sillabe, ogni sosta un punto. La cima è punto a capo.
Poi viene la discesa, che è chiudere la pagina, disfare la salita. Se esiste un momento e un punto di possesso che mi fa dire di una montagna che l'ho avuta, non è dalla sua cima. Lassù al contrario io sono interamente suo, della montagna. Ma dal basso guardandola un'ultima volta prima di girare le spalle e completare il ritorno, mi succede il pensiero di possesso, che è sapere d'esserci stato sopra. Dura quanto il tempo della parola grazie."

Erri De Luca

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