I Mercati

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300312

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I Mercati




Lo scrivo e voi di questi tempi pensate alle agenzie di rating, alla finanza aggressiva e alla speculazione miliardaria.

Io invece intendo quelli con la lettera minuscola. Al singolare il mercato. Quello sotto casa. Quello che compare nei paesini in un giorno specifico della settimana. Quello dei luoghi dei miei viaggi. Quello dove trovi tutto a meno. Quello dove senti odori mischiati. Dove senti le urla di chi vende. Dove la gente si incontra. Di quello voglio parlare. Ma anche di quelli con la M maiuscola che con gli altri condividono solo il nome. E poco altro.

I mercati che ho visto in giro per il mondo sono molti. E sono tutti a loro modo differenti.

A Pisac, nel cuore della Ande peruviane, non sai dove guardare. Ci sono soprattutto donne che vendono abbigliamento. Colori ovunque. Gente che cammina. Molta. Signore andine voluminose (le cholitas) accovacciate sotto i 6 o 7 strati delle gonne tradizionali. La bombetta o il cappello piatto sempre in testa. Mangiano mentre filano. Spesso masticano foglie di coca. I bambini a fianco o nella coperta a tracolla. Quelli grandi giocano più in là. Gli unici commercianti uomini vendono carne tagliata lì per lì su una tavola. Gli indigeni andini sono silenziosi e riservati. Chi vende non ti assale. Non hanno fretta perché devono andare altrove. E’ lì che trascorre la loro vita.

Più in là una costruzione di pietra ospita piccoli ristorantini. L’igiene non fa parte delle portate. Ma la gente ci mangia perché qui un pasto costa poco o niente. Si bevono liquidi di colori improbabili. Nei piatti dominano il riso e la carne che vengono inondati dall’immancabile ajì. Una salsa piccante che fa urlare le papille gustative. Gli odori ti attraversano fermandosi solo sui vestiti. Fritto. Fumo che si alza verso il cielo. E’ raro vedere uomini insieme alle donne. Si parla al mercato di Pisac. Si discute di molti argomenti.

Il bazar di Istambul è la versione gigante di altri visti fra Malta e Tunisia. C’è un gran fermento. Mucchi multicolore di spezie ti invadono il campo visivo e i loro odori le narici. La gente accalcata serpeggia in disordine sparso di banco in banco. Si vede che nell’ultimo secolo hanno messo mano alla struttura portante. Una fontana ottocentesca spruzza acqua in una piccola vasca che non riesce a contenerla. C’è un caffè dove tutti fumano. Il famoso detto sui turchi non è un luogo comune. Le uniche donne in giro sono giovanissime o turiste. Chi vende ti parla nella tua lingua prima ancora che tu abbia chiesto qualcosa. Lo sanno se sei spagnolo. Lo sanno se sei italiano. Confondono le lingue ma non la provenienza. Ti accolgono. Ti spiegano. Ti offrono. E dopo un po’ diventano insistenti. Spesso non chiedi perché chiedere diventa subito sinonimo di acquistare.

Il Gran Bazar è enorme. Perdersi è semplicissimo. Quando esci sei stanco. Mentre a Pisac è l’ultimo raggio di sole che segna la fine di una lunga giornata di vendite, a Instambul sono l’orologio e i ritmi convulsi della città a scandire gli orari del mercato.

“Tre pappine v’avemo fatto. Tre pappine!! Fra un po’ ve regalamo er pallottoliere pe’ contalle”. Al mercato di Villa Gordiani la mattina del lunedì il fruttivendolo grida la propria soddisfazione ai ragazzi del banco alimentari. I bengalesi trascinano fuori cassette vuote mentre uno di loro aiuta la signora della verdura a sistemare i cavoli vicino ai finocchi. La puzza dei secchioni mi ricorda Pisac e i cani randagi che girano intorno ai resti della giornata. La ragazza dei surgelati arriva sui tacchi da 12 come fosse sabato sera. Alza la serranda e mentre si piega il fruttivendolo apprezza a gesti il suo sedere.

Il banco del pesce il lunedì è chiuso. Ma gli stivaloni impermeabili del signore panciuto che vende il salmone a €7.90 sono sempre lì. Spuntano da sotto la serranda abbassata. Ti accoglie stringendoti la mano con la sua inzaccherata di squame e bagnata. Ti chiede sempre come stanno i tuoi. E se sei un cliente arrotonda il prezzo per difetto.

Per uscire passi davanti al banco della pasta fresca dove il fratello del portiere del mio palazzo canta la lirica a squarcia gola. Il macellaio di fronte arrota il coltellaccio e lo osserva di traverso. “Che le faccio bella signora?”, chiede alla prima cliente della giornata.

E’ tardi e devo andare. Ma una giornata che inizia presto con la spesa al mercato in genere prosegue meglio delle altre.

Non so come mai ma i mercati mi hanno sempre incuriosito. In qualunque posto vada, uno dei primi posti che mi piace vivere è il mercato. Non quello dei souvenir per i turisti dell’ora, subito e in fretta. Ma quelli dove la gente che vive lì vicino va a procurarsi cibo e oggetti utili. Dove le cose costano meno che altrove. E forse è anche per questo che il mercato mi piace. Mi piace perché è il luogo dell’autenticità. I comportamenti hanno un obiettivo preciso e tutti lo sanno. E’ il luogo dei colori e degli odori. Se un commerciante deve abbandonare il banco, lo lascia al suo vicino. Non pensa alla sicurezza o ai soldi che ha in cassa. E il vicino spesso serve i clienti come fosse il suo. La gente parla al mercato. Nel mercato nascono dialoghi. Nel mercato di alcuni Paesi si incontrano cittadini che lo utilizzano spesso come luogo informale per riunioni che altrove sarebbero possibili. Il mercato nasconde. I giusti ma anche i rei. E se frequenti il mercato li riconosci a distanza i borseggiatori. I gesti. Gli approcci. Sono diversi di luogo in luogo ma uguali a sé stessi fra i banchi che frequenti più spesso.

Più i luoghi sono poveri più chi vive di furti utilizza il mercato come luogo per confondersi con la folla e operare indisturbato.

Insomma il mercato è un luogo stimolante. E’ un luogo autentico. Dove anche la finzione di chi vende è finzione e tutti lo sanno. Ma dove ci si confronta senza filtri. Dove i dialoghi sono chiari. Dove a una domanda segue una riposta che riguarda lo stesso argomento. Dove un ladro è un ladro e non fa finta di essere altro. Dove una mela la guardi, la annusi e la tocchi con mano. E poi se ti piace la scegli. Dove le cose non hanno contenitori. Dove devi scoprire e navigare con creatività fra i banchi per comporre la tua spesa. Dove le relazioni influiscono sul prezzo.

Mi sono sempre chiesto come sia possibile che in quasi tutte le lingue la parola “mercati” possa indicare cose così diverse come questi luoghi e quelli inesistenti della speculazione finanziaria. Questi posti virtuali in realtà non sono da nessuna parte. Gli uffici delle varie Borse nazionali non sono i Mercati. Al massimo potrebbero essere assimilabili ai vari banchi della frutta. Ma nemmeno. Perché la merce non c’è. Non è lì e non la puoi toccare. Chi compra può anche vendere. Chi vende comprare. Disorientante no? Un fruttivendolo di obbligazioni può “lavorare” anche da casa. Uno vero no. Le persone non si incontrano mai. E quando lo fanno sono isolate davanti a uno schermo. Alzano le braccia facendo gesti che nessuno capisce. Spingono bottoni. Alla fine della giornata per uno che torna a casa felice almeno mille sono disperati.

Non ci sono colori né odori nei Mercati. Solo il grigiore di vestiti tutti uguali e la puzza di sciacalli pronti ad azzannare in massa la prima preda in difficoltà.
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Tengri

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