Ho perso il sentiero

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Ho perso il sentiero




Il vantaggio di avere un blog sta nel fatto che senza volerlo tieni una specie di diario.
Io che non classifico, non trattengo le cose, non ordino... io che mi volto raramente verso il passato, mi ritrovo così ogni tanto a rileggermi.

I pensieri e i ricordi spesso ingannano. Col tempo affievoliscono. Le parole scritte permangono.

Solo qualche anno fa scrivevo:


Quando nei fine settimana, o quando posso, vado in montagna, tutto è
finalizzato allo scalare. Dove dormo non ha importanza: se per la via
che voglio andare a fare il miglior compromesso fra comodità, peso del
materiale, tempi di avvicinamento è dormire in un buco in un albero… beh
dormo in un buco di un albero. Ma anche sotto i piloni di una
seggiovia, in una casa diroccata, in macchina, in tenda (che lusso), per
terra dove capita. E gli altri sono come me.
Torniamo distrutti,
sudati, sporchi, i capelli appiccicati sotto il casco, disidratati e
affamati, magari pure un po’ infreddoliti… ci buttiamo a mangiare per
terra, sdraiati sull’asfalto ancora caldo ad assorbire le ultime
briciole di calore. Arriviamo bagnati fino alle ossa dal temporale e ci
spogliamo in mutande in mezzo alla strada.
Sono sicuro che se qualcuno ci chiedesse "ma che fate?" a parte
l’ovvia risposta immediata "fatti i c… tuoi…" la seconda sarebbe "siamo
alpinisti"…
E la cosa strana è che quasi certamente l’interlocutore troverebbe
la risposta soddisfacente. Infatti nessuno fa la domanda, in posti
frequentati da alpinisti.
Sono abituati a noi che dormiamo dove capita. Che facciamo pure un
po’ schifo a vederci. Bruciati dal sole sui polpacci e il collo, bianchi
altrove; sudati, o con l’alone bianco del sudore sulle magliette e i
pantaloni, le mani bianche di magnesite, segnate di graffi, gonfie,
sporche.

Gli alpinisti sono gente strana. Pensano solo a scalare. Non hanno
orari normali, stanno sempre fra loro, si conoscono tutti e parlano
sempre di vie, mimano passaggi, discutono sui gradi. Le donne non sono
diverse. Dormono dove capita, si lavano alle fontanelle, fanno pipì dove
possono (meno dei colleghi maschi ovviamente).
Tutti con le macchine stracolme di cose, tutti sempre a trafficare
con strani oggetti, corde, cordini…a consultare guide e relazioni di vie
come fossero breviari di preghiera.

Una tribù di gente che nella vita avrebbe poco in comune. Ma la
passione – la mania – per la roccia li accomuna e lega persone da un
capo all’altro di zone geografiche lontane, di zone culturali ancora di
più, di storie di vita e di età distanti.

Che ci importa di dormire per terra, di prendere il temporale, di
svegliarci alle 5, di camminare ore… vogliamo solo arrivare lì, ai piedi
di quella parete, capire quella linea dove passa, percorrerla,
cercarla, riuscire a salirla. Tornare indietro con l’emozione sulla
pelle di quella roccia rugosa, dei colori, dei suoni, degli odori.
Con la sensazione di guardare avanti a te, sopra di te, la roccia
che strapiomba, e cercare di alzarsi sui piedi, su piccoli appoggi,
mettere il corpo nella posizione giusta, cercare con le mani, sentire la
presa, cambiare posizione, trovare il modo di combinare mani e piedi
nella sequenza giusta per farti salire, mezzo metro, un metro, e di
nuovo, pensare… adattare il corpo alla roccia, e la mente che lavora in
funzione del corpo e della roccia e niente altro. Niente altro conta.

Tutto per questi istanti.
Come eroinomani che vivono per il buco.

Molti di voi si riconosceranno in questa descrizione, oggi. Io invece no.
Lo dico senza rammarico o rimpianto, e senza sorpresa. Però mi chiedo perché sì, allora e perché no, oggi.
Se è temporaneo o definitivo, il cambiamento.

A prima vista, sembrerebbe che il motivo principale sia la relazione con una compagna che non ama questo un po' masochistico impegno. Non condivide questa passione. Preferisce il clima mite, la situazione rilassante di una falesia, meglio se vicino al mare.

Insomma: "Le donne sono la rovina dell'alpinismo" non è il nome di una via (in lingua germanica) in zona Brenta?
Ma questa credo sia una spiegazione un po' semplicistica. E ingiusta.

In realtà, proprio rileggendomi, mi ricordo perchè scrissi quelle cose, a chi erano dirette.
Era un periodo di singletudine. Avevo relazioni sparse con varie donne, da cui fuggivo non appena cercavano (pareva a me) di catturarmi nella loro orbita di vita più o meno normale.
Era una sorta di manifesto insomma, per loro che mi leggevano: non pensate di potermi cambiare, io sono così: irrecuperabile.
Era un recinto, uno steccato, una porta chiusa.

Non c'era posto per nessuno intorno a me, in quel momento.

E su questo mi ricollego a quello che scrivevo ieri su "chi resta a casa" sul fatto che se non ci sono particolari necessità, in alcuni momenti della nostra vita, anche i figli passano in secondo piano. Ci sei solo tu e te stesso.

E' in quei momenti che la tua passione la vivi con la massima intensità possibile. In cui spingi al massimo che il tuo corpo e la tua testa ti concedono. E' il momento in cui sei da solo, in cui non hai paura di niente o quasi.

Ma è anche il momento in cui la libertà intossica.
Scrivevo (sempre dal mio "diario") parlando di Into the wilde il film.

A volte qualcuno mi chiede perché vado in montagna. Io, invariabilmente, non so rispondere altro che un beh, mi piace.
Se l’interlocutore insiste pesco a caso nella vasta riserva di
considerazioni precotte e in genere bastano quelle. Ma se la risposta
vorrebbe essere più articolata è difficile… perché sento che dovrei
considerare le cose da più punti di vista. Soprattutto perché, quello
che trovi, dipende da quello che cerchi; e a volte, lo trovi anche se
non sapevi quello che stavi cercando.
A volte mi prende una necessità di solitudine che esclude gli altri
quasi violentemente. Me ne vado in posti dove realmente non verrà
nessuno e a far cose in cui l’essere solo è una forma di catarsi. Altre
volte la solitudine è più una forma di autocommiserazione. Allora vado
in posti in cui so che incontrerò qualcuno. Non cerco nessuno ma mi
metto nelle condizioni di farmi trovare.
Invece ci sono momenti in cui l’essere con gli altri è importante. L’emozioni vanno condivise.
"La felicità non è reale se non è condivisa" scrive Chris McCandless "Supertramp" poco prima di morire in "Into the wild".
Penso sia vero, ma non in senso assoluto. Come sempre le parole sono ambigue. La condivisione può anche arrivare dopo, a volte.
Ma a parte questa considerazione è vero che alcune emozioni si rafforzano, acquistano valore e importanza se condivise.

Ma anche il silenzio ha un valore. Si ascoltano i propri pensieri.
Come si può ascoltare la propria voce interiore se si chiacchiera?
Svogliato
e impigrito. Apatico. Lunatico. Scontroso. Mi ritrovo quando non me lo
aspettavo neppure. Semplicemente sto bene, e il tempo si ferma.
Ecco,
ho dormito in tenda, mi sono cucinato con il fornelletto le mie
minestre in tetrapack, ho mangiato in piedi direttamente nella pentola
dando anche un morso al pane e uno al formaggio appoggiati su un sasso;
ho bevuto una birra e non ho bisogno di altro. Solo di stare li e di
andare, il giorno dopo, a camminare, arrampicare… ovunque… non importa.

Mi piace la sensazione di partire all’ora in cui voglio, decidendo
proprio all’ultimo istante la direzione in cui andrò, e momento per
momento cosa fare.
Mi piace sentire quella presenza a se stesso che
provi quando devi curare con attenzione ogni movimento che fai perché
sei fuori dai percorsi abituali della gente, una dimensione di cui
abbiamo un po’ dimenticato il significato.
Mi piace passare senza lasciar traccia individuando un percorso possibile, su un prato scosceso come una parete verticale.

E forse tutto ciò mi piacerebbe condividerlo. Ma forse la mia
necessità di condivisione non è rivolta realmente ad un altro, diverso
da me, quanto invece ad una proiezione di me stesso. Un qualcuno ideale
che mi accompagni nei miei capricciosi balzi d’umore, cambiando percorso
a seconda del sole o vento, in senso letterale. E allora lo condivido
scrivendo.

Ma tutta questa libertà intossica. Paradossalmente questo tipo di
libertà rende schiavi ed esige il sacrificio di ciò che è più complesso
da costruire.
E’ in un certo qual modo l’avvicinarsi ad uno stato
animale di non programmazione. E’ essere, semplicemente, a seconda degli
stati d’animo. Rifiutando il dover essere in relazione ad uno scopo.

E
allora, se trovo compagni di strada sono felice di condividere con loro
il mio tempo e i miei pensieri. Qualche volta. E ho i miei compagni
preferiti. Quelli con cui mi trovo bene e di cui mi fido. Ma la
condizione indispensabile è il sentirsi liberi. Per me, ma anche per
loro. Se ci siamo trovati.

Paradossalmente questo tipo di
libertà rende schiavi ed esige il sacrificio di ciò che è più complesso
da costruire.

Probabilmente ad un certo punto, poco dopo, dentro di me è cresciuta la voglia di costruire qualcosa di più complesso che una solitudine.

E ho dovuto scegliere.
Se fossi stato più giovane, se avessi avuto più forze, avrei cercato di farci stare dentro tutto. Di dividermi. Ma gli anni passano e a malapena si riesce a fare una parte, di quello che ti interessa. Si diventa selettivi e si sceglie.

E poi anche la crisi. Oggettivamente, negli ultimi anni ho dovuto come molti riguardare la lista delle mie priorità anche dal punto di vista economico. Anche lì è stato necessario scegliere.

Una considerazione che ho fatto spesso con me stesso, è quella che in quel periodo ebbi due o tre forti segnali che mi era passata accanto di un soffio. E che le proverbiali sette vite, o jolly da giocare, forse erano finiti. Provai anche ad abbassare il livello, ad andarci cauto, ma non serviva. Anche camminando su un sentiero, se ti cammina vicino, ti può toccare.

Considerai più saggio starmene un po' lontano dalla montagna. Forse non avevo testa. Forse ero preda di pulsioni inconscie autodistruttive. Non so. Ma la parte di me che ci tiene, a me... mi disse stai a casa per un po'.

Ma nelle mie vite, la montagna è stata forse l'unica costante. Per me che l'alpinismo è la continuazione dell'escursionismo con altri mezzi, non conta tanto quello che faccio, ma il fatto di essere lì. Almeno è sempre stato così. Perché ora non sento più quella necessità di soffrire sui sentieri, sulle pareti, nella neve... perché mi annoia l'idea di fare i soliti sentieri, le solite pareti, le solita nevi?

Forse era solo inquietudine la mia forza propulsiva? O che la vita mi pone altri casini e le energie vanno scemando?

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Messaggio il Ven Mar 30, 2012 2:59 pm  giggio

argomento che anch'io sto vivendo sulla mia pelle in questo periodo.
quando ho tempo leggo bene e ti dico la mia esperienza.
mannaggia ai contenuti, che poi non riesci a starci dietro! :mrgreen:

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Messaggio il Ven Mar 30, 2012 3:32 pm  Adriano

Piu tardi rileggo anche io con calma , Comunque la citazione " la donna è la rovina dell' alpinismo " è una frase tra il serio e lo scherzoso del grandissimo e tuttora insuperato Paul Preuss. Very Happy

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Messaggio il Ven Mar 30, 2012 4:37 pm  buzz

Adriano ha scritto:Piu tardi rileggo anche io con calma , Comunque la citazione " la donna è la rovina dell' alpinismo " è una frase tra il serio e lo scherzoso del grandissimo e tuttora insuperato Paul Preuss. Very Happy

Mi ero dimenticato di saperlo. Wink
Però è anche il nome di una via in Brenta.

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Messaggio il Dom Apr 08, 2012 10:22 pm  giggio

Negli ultimi anni ho cambiato molte cose nella mia vita, e questo mi ha richiesto di investire molto tempo e molte energie, soprattutto mentali.
Ho diminuito sensibilmente il mio tempo sulla roccia, sia perché a volte ho dovuto dedicarmi al lavoro anche nel weekend sia perché a volte ho scelto di dedicarmi ad altri interessi.
Questo ha fatto sì che la "confidenza" con la roccia sia diminuita, sbilanciando spesso il rapporto fra timore e slancio entusiasta verso il primo fattore.
Ma soprattutto mi sono accorto che sono "scarico", di energie più che di motivazioni.
Sento il peso degli sforzi e delle energie mentali che mi sono richiesti durante la settimana; così, quando sono sotto la parete, non ho voglia di fare fatica, né fisica né soprattutto mentale. Vorrei rilassarmi, scalare solo per il piacere di muovermi... ed infatti spesso provo i tiri per me impegnativi con la corda dall'alto, cerco quelli chiodati più vicini, faccio cose sotto il mio livello abituale.
Non c'è nulla di male in questo, e mi va bene così: ho fatto delle scelte e le sto portando avanti, consapevole che spingere su alcune cose implica necessariamente mollare un po' la presa su altre.
Ora mi piacerebbe trovare un equilibrio, e vorrei pian piano recuperare un po' di energie da dedicare all'arrampicata: per godere di luoghi e rocce che ora mi costerebbero troppa fatica, per tornare a misurarmi con me stesso in modo più sereno, per dedicarmi con più impegno ad un'attività che continua a piacermi e a farmi bene.

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Messaggio il Lun Apr 09, 2012 1:58 pm  Davide62

A un certo
punto tutto ha perso d’importanza.
Tutto si è
allontanato come quando guardi nel binocolo dalla parte opposta.
I dettagli restano ma diventano microscopici e non li noti quasi più, sai che ci sono ma ti sfuggono, vorresti riprenderli, rifarli tuoi ma sono diventati inafferrabili e non t’importa.
Non te ne frega più niente.
C’è stata una precisa linea di demarcazione tra quello che era prima, quello che è venuto dopo e quello che sento adesso.
A un certo punto ogni cosa è stata stravolta, spazzata via da un uragano che non pensavo potesse schiantarmi con tanta forza ed è a questo punto che il “sentiero” ha smesso di esistere per com’era sempre esistito.
Due interminabili anni vissuti tra le paure vere, la vera sofferenza e il vero dolore sono in grado di devastare tutte le certezze, resettare tutte le passioni, stravolgere il tuo pensiero e la tua anima, uccidere le verità e,
paradossalmente, infonderti una forza inimmaginabile.
Quando urlando ti viene chiesto aiuto e tu non puoi far altro che stringere quella mano implorante bagnata di lacrime sperando che tutto finisca in fretta, ecco….ogni cosa non esiste più.
Un simile concentrato di angosce sposta il prisma di chiunque e il mondo appare differente, il tuo orizzonte non va più in là di qualche ora, al massimo di un giorno.
Non esistono più progetti, non esistono più programmi, non esiste più nulla, se non il sogno di una meravigliosa e normalissima quotidianità.
Ciò che ti pareva banale diventa eccezionale, una vera e propria conquista.
Alla fine, perché inevitabilmente a tutto c’è una fine e questa per fortuna è stata buona, ti accorgi quanto hai lottato, quanto hai pianto e per che cosa hai sorriso, non ti capaciti della forza che hai attinto dalle tue paure che sono state il catalizzatore della sopravvivenza.
E hai una terribile necessità: quella di riconciliarti con tutto l’universo riprendendo il sentiero dall’inizio, a costo di percorrerne un piccolo tratto alla volta, proprio fin dove ce la fai o fin dove te la senti, e non te ne frega niente se
sei diventato vecchio, anzi vecchissimo, perché percepisci che hai il dovere di prenderti per mano con semplicità e umiltà.
Ormai tutto ti sgomenta, anche avere la libertà di berti il caffè al bar, un caffè fine a se stesso ma buono, buono per te e per il tuo respiro sempre affannato.
Non so, ma ricominciare a parlare normalmente disorienta e francamente faccio tanta fatica a muovere i primi passi su questo benedetto sentiero.

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Messaggio il Lun Apr 09, 2012 5:46 pm  buzz

Immagino, Davide. Per quanto immaginare sia difficile, avendo solo sfiorato certi pensieri.
La nostra vita è tutta così, viviamo in una specie di sfera nella quale le cose che ci capitano sembrano importanti e poi d'un tratto ti trovi scaraventato in un altrove dove le cose di prima, quelle piccole e normali che ti annoiavano, diventano una dimensione da rimpiangere e quelli che sembravano problemi, diventano stronzate ridicole.
Di fronte alle cose veramente grandi, quelle che sembravano grandi diventano infime.

Anche sapendolo, però, ci riesce difficile percepire la nostra fortuna, quando siamo nella normalità. Siamo sempre insoddisfatti, inquieti, vorremo essere altrove, vogliamo di più. Un affannarsi che spesso è del tutto inutile, correndo dietro a cose superflue.
Quando sei fortunato e ci ritorni, nella normalità, per un po' ti porti dietro questa consapevolezza, che è una grande forza.
Poi però, incredibilmente, riesci a scordarti anche di questo e torni a far diventare grandi le cose che sono piccole.

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Messaggio il Lun Apr 09, 2012 5:50 pm  virgy

Davide62 ha scritto:
A un certo punto ogni cosa è stata stravolta, spazzata via da un uragano che non pensavo potesse schiantarmi con tanta forza ed è a questo punto che il “sentiero” ha smesso di esistere per com’era sempre esistito.
Due interminabili anni vissuti tra le paure vere, la vera sofferenza e il vero dolore sono in grado di devastare tutte le certezze, resettare tutte le passioni, stravolgere il tuo pensiero e la tua anima, uccidere le verità e,
paradossalmente, infonderti una forza inimmaginabile.
Quando urlando ti viene chiesto aiuto e tu non puoi far altro che stringere quella mano implorante bagnata di lacrime sperando che tutto finisca in fretta, ecco….ogni cosa non esiste più.
Un simile concentrato di angosce sposta il prisma di chiunque e il mondo appare differente, il tuo orizzonte non va più in là di qualche ora, al massimo di un giorno.
Non esistono più progetti, non esistono più programmi, non esiste più nulla, se non il sogno di una meravigliosa e normalissima quotidianità.
Ciò che ti pareva banale diventa eccezionale, una vera e propria conquista.
Alla fine, perché inevitabilmente a tutto c’è una fine e questa per fortuna è stata buona, ti accorgi quanto hai lottato, quanto hai pianto e per che cosa hai sorriso, non ti capaciti della forza che hai attinto dalle tue paure che sono state il catalizzatore della sopravvivenza.


non esiste una giornata di pioggia o di sole, non esiste un pranzo completo o un panino, non esiste un vestito pesante o leggero, non esiste nulla, perchè non ti accorgi di nulla
in quel tipo di sentiero c'è solo la malattia, il dolore, dei piccoli innocenti, la forza
e la speranza di tornare ad una normalissima quotidianeità, vero!

E quando conquisti questa normale quotidianeità che poi normale fino in fondo non lo diventerà forse più...ecco, quando la riconquisti, ti accorgi di quanta forza hai avuto per quei durissimi anni, quei tantissimi anni
la forza per te e per loro e poi di nuovo altra forza per loro e di nuovo per te
mai un cedimento, mai lasciare il sentiero, mai smettere di vedere la cima

e tornare indietro da quella cima, da quella camminata faticosa e inaspettata ancora con tutti i compagni di avventura
non lasciarne indietro uno

tornare a casa stanchi, sfiniti, provati
ma tornare a casa tutti insieme
anche se hai rischiato di perderne due nello stesso momento, i più importanti:
i due figli





grazie davide!


(scusate l'OT)

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Messaggio il Lun Apr 09, 2012 6:02 pm  Davide62

Sì è vero, alla fine si ritorna a frignare per le pastoie del quotidiano, per le piccolezze di ogni giorno.
Ma deve essere così, tutto va contestualizzato, non è possibile vivere solo di estremi.
Ci vuole tempo per metabolizzare e riprendere la conoscenza di quello in cui in parte gli eventi ci hanno trasformato.
E' un po come ripresentarsi con le scarpe nuove su sentiero perduto.
Le scarpe non sono né migliori, né peggiori di quelle che calzavamo prima. Sono diverse, punto.
Il più è ri-capire da che parte andare, se si ha voglia e se non si ha paura magari di scoprire che questo sentiero è diventato più faticoso oppure non ci piace più.
Non è da molto che sono rientrato nell'ordine delle idee di ritrovarmi ma faccio molta fatica a passare dalle parole ai fatti, dalla teoria alla pratica.
Direi quasi che ho paura di quello che potrei provare.
Farà sorridere, perchè detto così suona davvero ridondante e ampolloso, ma sono alla ricerca del mio nuovo percorso....

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 1:44 pm  Tengri

Secondo me quando "ci troviamo" con un/a compagno/a e le cose funzionano è perché in quel momento è così che siamo. E' quella la direzione che la nostra vita ha preso. Talvolta ce ne accorgiamo solo dopo. Ovvero mentre. Spesso è attraverso di loro che vediamo come in uno specchio cosa siamo e cosa cerchiamo. In quel momento ovviamente.

D'altra parte ogni lutto richiede tempo per essere elaborato. E anche la separazione, magari momentanea chissà, da quella che definisci la costante della tua vita può essere una ferita inferta all'autopercezione che richiede tempo per rimarginarsi. Per diventare nuova pelle. Affrettare i tempi, scrostarla, rischia di farla diventare cicatrice.

Ti sei sempre visto con la montagna. Ora no. E la cosa ancora non è diventata normalità. E' passato troppo tempo e questo sembra strano? O forse ne è passato troppo poco perché la ferita è di quelle profonde?

Forse anche in questo dovresti cercare qualche informazione utile a capire se il sentiero l'hai perso o se invece ti sta sotto i piedi ma stai guardando altrove. Very Happy

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 2:05 pm  Admin

Il mio discorso non era un help me, ma una semplice constatazione raccontata in divenire di un cambiamento.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 2:50 pm  nicola

Buzz, ho letto quasi tutto il tuo scritto. Ho detto "quasi" perché a sprazzi ho saltato le righe, per 2 motivi: la mancanza di tempo e terribile constatazione che sapevo, prima di finire la lettura di una riga, dove andava a parare la frase.

Il perché del secondo motivo è facile: hai raccontato parte della mia condizione, delle mie sensazioni e dei miei dilemmi.

In questi ultimi anni in cui sono stato obiettivamente molto lontano dalla montagna, per via del mio lavoro e/ma soprattutto per il fatto che ho avuto due bimbe, la montagna l'ho praticata soprattutto col pensiero, sognandomela quasi ogni notte.
E le sensazioni che provo sono terribilmente contrastanti, passando dalla voglia di partire da solo una mattina, al convincermi che non posso e non voglio più far certe cose (niente di che, ci mancherebbe, è ovviamente tutto relazionato alle mie capacità e alla mia esperienza).

In mezzo a tutti questi pensieri, ho più volte riflettuto al fatto che c'è una parte di me profondamente egoista, e la cosa mi vergogna non poco. Ma questa parte per ora non ha avuto il sopravvento, seppur mi ha comportato diversi cortocircuiti.

Fino ad adesso mi sono convinto che la colpa del fatto che non ho trovato un equilibrio tra vita odierna e sogni è da imputare al mio carattere di eterno insoddisfatto, sempre alla ricerca di qualcosa e mai appagato se non per poco tempo.
Ho sempre voluto fare di tutto, e pretendevo anche di farlo perlomeno a buoni livelli.
Ma questo mal si sposa con un certo tipo di vita.

Oltre a queste considerazioni, mi è capitato spesso di ripensare all'articolo, che lessi anni fa, di Ugo Manera: "settimogradisti parassiti sociali".

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:07 pm  Ospite

Tutto muta, tutto cambia.
Sono corsi e ricorsi, sono fasi, sono momenti.

Non si può essere gli stessi, sempre. Qualcosa cambia sempre anche se impercettibilmente.
Cambia nel nostro modo di vedere la montagna, di andare in montagna di vivere la montagna.
Non è nemmeno detto che la montagna debba essere per forza una presenza costante delle nostre vite.

E' semplicemente Ka per dirla alla Roland di Gilead .

E' che cambiarsi davanti a tutti, arrivare sporchi di fango e bagnati, mangiare in strada, fa figo.
Lo dico molto diretto e molto brutale, ma l alpinista - arrampicatore oltre ad essere terribilmente egoista è anche egocentrico - edonista - ruffiano. Gli piace fare vedere che è diverso, gli piace crogiolarsi nei commenti degli amici che nel 90% dei casi dicono tu sei pazzo a fare quelle cose, io non le farei mai.

Per cui quando si esce da questa dimensione si torna inevitabilmente nella realtà, tra i normali e si prova quasi astio quando si vedono questi alpinisti, conciati come primitivi,che tornano da una scorribanda su qualche parete.

Il paragone tra loro e come si era una volta è quasi inevitabile.

Ma, come in tutte le cose, bisogna trovare un equilibrio, un equilibrio mutevole, la serenità di accettare ogni situazione che la vita ci crea.

Anche perchè, se la voglia di essere in un determinato modo è così forte, esiste sempre la possibilità di mollare tutto per inseguire il sogno.
Indipendentemente dall'età e della condizione economico-sociale.
Non passa giorno (o quasi) che non ci pensi e posso dire con serenità che non ho avuto e probabilmente non avrò mai. le palle per farlo.

Per questo scrivo su un forum

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:29 pm  buzz

Io ho avuto diverse vite. Incomunicanti fra loro.
L'unico trait d'union fra esse sono io, come un viaggiatore che ha attraversato terre diverse e fra loro nemiche.
Spesso guardo ai miei ricordi, di quella o quell'altra vita, come ad un film, come se non mi appartenessero.
Non mi ha mai spaventato il mutamento, anzi. Ho sempre avuto chiara quella frase di Nietzsche: "Il serpente che non può disquamarsi, perisce".
La montagna però ha accompagnato (anche se con ampi periodi di vuoto) tutta la mia vita.
Ogni volta che ci tornavo, magari dopo anni, la ritrovavo, mi ritrovavo.

Ma ad un certo punto la bilancia del dare/avere ha iniziato ad essere in perdita.
Questo è avvenuto quando ho capito di essere arrivato al mio limite. Oltre quello non potevo andare, anche per limiti fisiologici.
Per un po' ho continuato ad andare avanti per forza d'inerzia, poi mi sono fermato.

Ora, il mio contratto con la montagna deve essere riscritto.

E' vero, quello che dici Fo, sul narcisismo autoreferenziale degli alpinisti. Ma direi che è un problema sovrastrutturale. Vale per molte altre attività, se non tutte, non solo per gli alpinisti. Qualunque cosa si faccia, se la si fa per apparire, cioè per avere (un ritorno negli occhi degli altri) è sottoposta alle medesime leggi.

Ma è umano, direi. A patto che non sia solo questo.
C'è chi per tutta la vita gioca questo bluff, prima di tutto con se stesso, vendendosi agli altri per quello che pensa sia ciò che gli altri vogliono. E alla fine, il giorno che ti domandi chi sei, avrai il coraggio di guardare il vuoto dentro di te?

Fare le cose quindi anche per essere, è indispensabile, in qualche misura. Per potersi sopportare.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:42 pm  Ospite

Ma è umano, direi. A patto che non sia solo questo.
C'è chi per tutta la vita gioca questo bluff, prima di tutto con se stesso, vendendosi agli
altri per quello che pensa sia ciò che gli altri vogliono. E alla fine,
il giorno che ti domandi chi sei, avrai il coraggio di guardare il
vuoto dentro di te?

Fare le cose quindi anche per essere, è indispensabile, in qualche misura. Per potersi sopportare.

e per sentirsi vivi, aggiungerei...

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:46 pm  buzz

Ci si può sentire vivi anche fingendo. Ma prima o poi allo specchio un'occhiata ti capiterà di dargliela.
Il problema è rendere sopportabile quello che vedi.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:52 pm  virgy

Buzz ha scritto:
E' vero, quello che dici Fo, sul narcisismo autoreferenziale degli alpinisti. Ma direi che è un problema sovrastrutturale. Vale per molte altre attività, se non tutte, non solo per gli alpinisti. Qualunque cosa si faccia, se la si fa per apparire, cioè per avere (un ritorno negli occhi degli altri) è sottoposta alle medesime leggi.



penso che negli alpinisti il narcisismo autoreferenziale sia un pochetto più elevato rispetto a quello che ho trovato in altre attività (per la mia esperienza)


e mi sono sempre domandata il perchè

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 3:53 pm  Ospite

Buzz ha scritto:Ci si può sentire vivi anche fingendo. Ma prima o poi allo specchio un'occhiata ti capiterà di dargliela.
Il problema è rendere sopportabile quello che vedi.

OT:

io non riuscirei a sentirmi vivo fingendo a me stesso, ma è un mio problema, esistenziale direi, prima ancora che relativo al mio rapporto con la montagna;

FINE OT;

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:02 pm  Ospite

Buzz non credo si possa fingere che piaccia la montagna, visto che è di questo che stiamo parlando.

l'esempio classico è quello delle morose o dei morosi.
All'inizio dicono si si mi piace, ma poi messi davanti all'evidenza si litiga in 5 minuti e la coppia scoppia in 7.

Se allarghi il discorso alla vita, sono d'accordo, ma se rimaniamo IT montagna, non sono d'accordo.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:03 pm  nicola

Buzz ha scritto:Ci si può sentire vivi anche fingendo. Ma prima o poi allo specchio un'occhiata ti capiterà di dargliela.
Il problema è rendere sopportabile quello che vedi.

Vero. E mi sono accorto che parecchia gente cerca di non dare a vedere che ogni tanto non trova sopportabile la propria immagine riflessa. O, peggio, certi comportamenti diventano spiegabili solamente se quel qualcuno che li tiene quella mattina non è riuscito a sopportarsi davanti allo specchio.
Questo per me valido in generale.
Nel particolare dell'attività alpinistica, recentemente mi sono sentito rispondermi, come giustificazione a certi 'comportamenti di vita', questa frase: "sì ma tu non hai diritto di giudicare la vita altrui".
Boh, probabile sia così, però trovo la frase parecchio comoda.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:24 pm  nicola

virgy ha scritto:
Buzz ha scritto:
E' vero, quello che dici Fo, sul narcisismo autoreferenziale degli alpinisti. Ma direi che è un problema sovrastrutturale. Vale per molte altre attività, se non tutte, non solo per gli alpinisti. Qualunque cosa si faccia, se la si fa per apparire, cioè per avere (un ritorno negli occhi degli altri) è sottoposta alle medesime leggi.



penso che negli alpinisti il narcisismo autoreferenziale sia un pochetto più elevato rispetto a quello che ho trovato in altre attività (per la mia esperienza)

Come sai bene faccio (anche) arti marziali. La musica è la stessa.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:25 pm  buzz

Fo3-The Awakening ha scritto:Buzz non credo si possa fingere che piaccia la montagna, visto che è di questo che stiamo parlando.

Come no!
Pensaci bene...

non dico che ci si inventi, seduta stante, un ruolo sociale di "alpinista"...
dico che ad un certo punto, venuta meno la passione, si può continuare per forza d'inerzia, perché ci si trova comodi in quel ruolo.

non conosci nessuno che vive di ricordi accalappiando tramite questi giovani pulzelle entusiaste? (sperando che gliela diano prima che il bluff venga scoperto...)

E' un esempio.
Apparire, vendendo una passione che c'è stata come fosse attuale, per avere in cambio del sesso.
Ma al posto del sesso puoi metterci considerazione, scrivendo sui forum
continuando ad aprire vie, ovvero come diceva il Drugo in altro topic, pisciando su ogni angolo disponibile.
Pur di dimostrare a se stesso di esistere.

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:28 pm  Ospite

Bah più che fingere è recitare una parte che cmq c è stata in un passato più o meno recente.

Come finzione parlo se domani mi mettessi i millantare fantomatiche salite al Bianco a vista, o fantomatici 8b prima di quel maledetto infortunio (non il mio, uno in generale )

Certo è che la cosa è molto - molto triste Sad

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:30 pm  buzz

fra fingere e recitare qual'è la differenza? Very Happy

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Messaggio il Mar Apr 10, 2012 4:33 pm  Ospite

che in un caso sei in mala fede e nell altro no

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