dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

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Messaggio  Admin il Lun Apr 02, 2012 2:56 pm

CURARE I PUNTI DEBOLI IN ARRAMPICATA

Capire capire capire! Alla base del miglioramento in arrampicata c’è un verbo che non ha direttamente a che fare con l’arrampicata e con l’allenamento. Non necessariamente, almeno. “Capire” è un verbo che usiamo tutti i giorni e che applichiamo, eventualmente, a un sacco di altre cose.

Eppure è proprio attraverso di esso che possiamo avere la chance di diventare veramente forti, o almeno diventare climbers che possono dire di aver spinto veramente al massimo sull’acceleratore delle proprie possibilità. Pur “capendo” quel che c’è da comprendere su noi stessi, la stragrande maggioranza di noi non avrà alcuna possibilità di avvicinarsi nemmeno lontanamente al livello di un Ondra, ma certamente potrà dire di aver tirato fuori dai propri muscoli e dal cervello quanto serve da non avere rimpianti.


da http://www.gennaridaneri.com/index.php?fl=4&op=mcs&id_cont=162&eng=Curare%20i%20punti%20deboli&idm=200


Prima affermazione forte: QUALUNQUE PERSONA normodotata e con un peso logicamente compatibile con la propria altezza, capendo i propri punti deboli e lavorandoci sopra PUÒ ARRIVARE A FARE SERENAMENTE DEL 7a LAVORATO. E’ un affermazione forte perchè fa a pugni con la statistica, con i dati che chiunque si guardi intorno con un po’ d’occhio critico può cogliere nelle palestre d’arrampicata e nelle falesie: la stragrande maggioranza degli arrampicatori, a prescindere che siano maschi o femmine è molto lontana dall’arrivare a percorrere pulito un 7a.

Eppure noi lo sosteniamo lo stesso, e con grande e ferma convinzione.

Quindi stiamo contestualmente “accusando” la maggior parte dei climbers di non lavorare abbastanza su sè stessi e sui propri punti deboli; li stiamo “accusando” di non “capire” ciò che è ancora insufficiente nel loro modo di approcciare la verticale.

Con questo non vogliamo dire che tutti “devono” fare del 7a per essere veri climbers, sia ben chiaro, anzi: l’importante è divertirsi, passare belle giornate all’aria aperta praticando uno degli sport più sani ed ecocompatibili del mondo: l’arrampicata. Può essere benissimo che alla stragrande maggioranza non importi assolutamente nulla di aumentare il livello e siano tutti felici e contenti così come sono: l’essenza dell’arrampicata NO BIG è proprio questa e bisogna averne il massimo rispetto e la massima considerazione.

Ma se l’obbiettivo, la voglia, l’aspirazione, sono quelli di migliorare un po’, di andare a vedere cosa c’è in fondo al bicchiere delle proprie qualità psicofisiche, sappiate che il traguardo, il limite personale, quel punto oltre il quale non si andrà mai... è molto ma molto più in alto di quanto si creda.

Almeno il 7a lavorato, almeno UN 7a lavorato, magari nello stile più adatto alle caratteristiche del climber (placca - strapiombo - tacche - buchi ecc..) è un traguardo possibile per tutti, nessuno escluso, di qualunque età e di qualunque sesso.

La chiave per arrivarci, dicevamo all’inizio, è “capire”: mettersi lì con calma, pazienza e tanta umiltà a cercare di comprendere come funzionano il proprio fisico e la propria testa; e i due combinati insieme.

Seconda affermazione forte, ancora più forte e rischiosa della prima, perchè proviene da una generalizzazione arrischiata sui grandi numeri, sull’esperienza di chi ha visto cominciare a scalare migliaia di persone in più di vent’anni: IL PUNTO PIÙ DEBOLE DELLE RAGAZZE che iniziano non è nella forza delle braccia, come spesso si crede, ma NEGLI ADDOMINALI non intesi come “addominali definiti” oppure “da piegamenti”, ma come capacità della parte bassa del muscolo addominale di lavorare in concerto con il muscolo psoas e con i muscoli tensori della fascia lata per eseguire i movimenti strettamente correlati all’attività verticale; cioè una ragazza può avere gli addominali tartarugati e trovarli assolutamente inservibili per il gesto verticale. Per quanto riguarda i maschietti che cominciano la debolezza più comune che si individua è invece... rullo di tamburi... la povertà di schemi motori corretti relativi all’arrampicata, il che rende sempre più difficile rispetto alle ragazze l’apprendimento delle cinque posizioni fondamentali, dei cambiopiede e dei cambiomani.



Ma a parte queste considerazioni generali (zzanti), quello che più ci importa in questa sede è far capire come un climber che già scala può andare alla caccia dei propri punti deboli, parliamo di un climber che già si allena e che soprattutto vuole cercare di spingere i propri limiti un po’ al di là del puro “plaisir” arrampicatorio.

I punti deboli, innanzitutto, possono essere più d’uno e tante volte sono mischiati insieme così bene da finire per confondere anche il climber che in tutta onestà ci sta mettendo tutta la buona volontà per capirci dentro qualcosa.

I punti deboli che provengono dalla sfera mentale sono quelli più subdoli, anche perchè tendono a nascondere e a non far riconoscere i punti deboli fisici. Primo di tutti i punti deboli mentali è la paura di volare, che oltre a causare fenomeni evidenti come piccoli attacchi di panico oppure incertezza nel procedere oppure tremolio delle gambe, causa un fenomeno assai meno visibile all’esterno e difficilmente percettibile dall stesso atleta che ha paura: stringere ogni singolo appiglio assai più del necessario.

Altro punto debole mentale ancora meno evidente del precedente sia per l’osservatore che per l’atleta: la paura di vincere o di perdere, la paura di riuscire e di non riuscire e tutte quelle disfunzioni della sfera relazionale che possono avere una notevole e negativa influenza sulle prestazioni in arrampicata.

E’ molto difficile, nel momento in cui si vuole andare a migliorare i propri limiti fisici, fare piazza pulita dei problemi psicologici di cui sopra o quanto meno di isolarli e rimandarli a successiva cura.

Accontentarsi di un’arrampicata NOBIG- Plaisir, a volte, può essere in parte frutto del rifiuto di mettere in discussione questi aspetti mentali dell’arrampicata e dello sport in generale.

Un’altro genere di limite diverso che può condizionare fortemente la presa di coscienza è quello legato agli schemi motori, alla reattività in arrampicata, alla capacità di memorizzare e quindi categorizzare sequenze di movimenti e quindi regolarità fondamentali della tecnica; altri ancora non ci vedono una mazza e si ostinano a scalare senza correttori oculistici, altri ancora ci vedono benissimo a un metro ma non hanno un’idea precisa di dove stanno mettendo i piedi; altri ancora vedono bene tutto, ma fanno fatica a distinguere i cambi di ondulazione e di colore delle rocce e quindi a vista sono disastrosi. Altri ancora vivono la sofferenza in arrampicata al pari di tante altre sofferenze fisiche, senza giustificare il dispendio di energie con la voglia di ottenere un risultato sportivo. Altri ancora non respirano mentre scalano, oppure buttano fuori e tirano dentro fiato nei momenti meno adatti. Insomma... ce n’è...



Ammesso che si riesca, con un lavoro a volte duro e prolungato nel tempo, ad isolare e a curare i punti deboli mentali e neuromuscolari, il climber che desidera migliorare si troverà comunque a dover affrontare il problema dei punti deboli fisici, che chiunque ha, Ondra compreso, ovviamente in opportuna scala.

C’è chi ha le dita deboli, c’è chi non riesce a mettere su un chilo di muscoli nella parte superiore del corpo, chi è sciolto e flessibile come un’architrave, chi non ha forza negli addominali. Sugli esercizi e sui metodi per lavorarci sopra... ci sono libri interi, da studiare o da spulciare se si desidera soltanto carpire qualche spunto. Uno di questi è il nostro TRAIN, la cui promo è visibile a sinistra.

A questi libri rimandiamo, insomma, per un’analisi che in questi spazi sarebbe impossibile e troppo riduttiva.

In questa sede forniamo solo e brevemente alcuni spunti per individuare alcuni possibili punti deboli.

Il climbing è uno sport bracciocentrico, se volete, quindi la prima cosa che i climber curiosi vogliono sapere, di solito, è come rinforzare le braccia e le dita, ma raramente si chiedono a quali dare la priorità, che è invece una domanda cruciale per risparmiare tempo.

In questo senso c’è una prova molto semplice da eseguire, che raramente dà dei risultati sbagliati... chiamiamola per comodo la... SOSPTRAZIONE e vediamo in cosa consiste.

Il concetto è semplice: riesci a rimanere sospeso, a braccia distese, su una coppia di prese/tacche/buchi al trave per 7” almeno?

Ok: allora su quella coppia di prese devi essere capace di effettuare almeno una trazione (non dopo i 7” di sospensione, però, non equivocate!). Detto in altri termini: per essere bilanciati nella forza di dita e di braccia occorre poter trazionare almeno una volta sulle prese sulle quali si potrebbe stare sospesi da 7’’ in su.

Se rimanete sospesi anche di più, ma non c’è verso di trazionare, allora il complesso braccia - spalle - gran dorsale va allenato più del resto, è un punto debole.

Se invece riuscite a trazionare, ma a patto che la presa sia almeno 3 centimetri svasata (mai ad angolo vivo, l’angolo vivo fa lavorare più flessori e falsa i risultati), perchè altrimenti faticate a tenerla anche solo in sospensione, ad essere troppo deboli sono le dita, cioè il complesso flessori-estensori dell’avambraccio.

Per testare gli addominali potete invece misurarvi con delle planches. Scegliete una coppia di discrete zanche poste sul bordo di un tetto, mirate a due potenziali appoggi per i piedi, uno vicino (a due spanne dalla pancia) e uno lontano (oltre un metro) e rimanendo sospesi con le braccia in bloccaggio a 100° tentate di raggiungerli alternativamente con i due piedi, per quattro volte a piede. Se faticate a completare la serie sull’appoggio più vicino (o addirittura non riuscite quasi a cominciarla) siete messi male; se invece completate la serie sull’appoggio lontano i vostri climingaddominali non sono un punto debole e potete dedicarvi ad altro.

Scioltezza: da caldi aprite una spaccata frontale. Se a chiuderla al suolo mancano 40 centimetri la scioltezza dei vostri bicipiti femorali è un problema; lo stesso dicasi dell’apertura di anche se, da seduti e con le spalle drite contro ad un muro liscio, non riuscite in posizione yogi a fare arrivare le ginocchie vicinissime al terreno.

Respirazione: testatevi alla prova colore. Operate sul pannello una sequenza per voi difficile di 16 movimenti. Se li completate rossi come un peperone significa che respirate poco e male e la respirazione è un punto debole che va curato con gli appositi esercizi.

Lettura e memorizzazione: avete 6 minuti per memorizzare una sequenza di 30 appigli senza toccarli, guardandoli e basta. Se cinque minuti dopo la fine di questo tempo, ovviamente senza riguardare la parete, non riuscite in corretta sequenza più della metà... bisogna lavorarci sopra duramente, perchè il miglioramento tecnico dipende a filo doppio dalla capacità di memorizzare e categorizzare i movimenti e le situazioni.

Piedi ed equilibrio: montate su una placca abbastanza appoggiata una serie di appoggi piccoli (un centimetro al max) e salite senza appigli per le mani. Se non riuscite occorre lavorare su esercizi di isolamento dell’equilibrio e/o delle caviglie, senza escludere che ad essere deboli possano essere i muscoli dell’alluce / piede.

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Messaggio  buzz il Lun Apr 02, 2012 2:57 pm

Io decisamente sono uno di quelli con la flessibilità di un'architrave. Embarassed

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  mork il Lun Apr 02, 2012 3:22 pm

30 appigli non li ricordo neanche in 6 ore...

scusa, per i non "addentro"... chi è AGD?
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Messaggio  Ospite il Lun Apr 02, 2012 3:27 pm

mork ha scritto:30 appigli non li ricordo neanche in 6 ore...

scusa, per i non "addentro"... chi è AGD?

andrea gennari daneri, il "proprietario" della rivista pareti, credo.

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  buzz il Lun Apr 02, 2012 3:28 pm

Andrea gennari Daneri, il direttore di Pareti e gestore di una grossa palestra di arrampicata. Nonché buon climber.

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  mork il Lun Apr 02, 2012 4:20 pm

interessante comunque.

Il libero (Train) qualcuno ce l'ha? E' interessante?
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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  espo il Lun Apr 02, 2012 4:26 pm

mork ha scritto:interessante comunque.

Il libero (Train) qualcuno ce l'ha? E' interessante?

io ho la prima (credo) edizione. anno domini tanto tempo fa.

era molto interessante se volevi arrivare su di grado in roccia falesia e basta. sopratutto un modo di ottimizzazione allenamento. però allora la plastica era ancora una cosa da scoprire o quasi.

non mi ricordo molto cmq se nn a livello generale.
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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  Tengri il Lun Apr 02, 2012 5:07 pm

I test sono interessanti. Quanto siano attendibili non lo so. Ma provo e vi dico. Anche se quello sull'equilibrio non è fattibile in quasi nessuna palestra indoor. Le placche appoggiate sono appoggiate per dire Very Happy

Le componenti fisiche ci sono tutte direi. Manca forse un po' di resistenza psico-fisica. Che è una delle caratteristiche fisiche (dimenticate) dell'arrampicata al limite delle proprie possibilità. Ovvero resistenza psicologica all'avambraccio acciaiato. Quando stiamo vicini alla ghisa il cervello va in tilt e innesca una spirale verso il basso.

E vengo al punto dolente ....

Il problema vero è che gli aspetti su cui l'articolo sorvola per me sono quelli più pressanti. l'80-90% di noi (intendo i NO Big che qui ci son pure i Big e non vorrei fraintendesero) ... io in prima fila ... ha un'unico vero limite ... la strizza. Chi più chi meno è la componente psicologica a restringere le possibilità fisiche.

Sto finendo di leggere un libro interessante con una parte fichissima su questo. Appena finito vi traduco qualcosa (è in inglese) :-)
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Messaggio  espo il Lun Apr 02, 2012 6:20 pm

Tengri ha scritto:

... io in prima fila ... ha un'unico vero limite ... la strizza. Chi più chi meno è la componente psicologica a restringere le possibilità fisiche.


la paura è inversamente proporzionale a quanto ti senti sicuro. quindi a capacità allenamento esperienza abitudine ......
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Messaggio  ste89 il Mar Apr 03, 2012 12:14 am

Io sulla strizza ci sto lavorando e ieri che sono tornato fuori dopo parecchio tempo mi sono sentito più tranquillo! Diciamo che, indoor, mi sono messo ad applicare la frase "o si sale o si vola" e nonostante parecchie volte mi sia trovato sull'orlo di volare ho sempre resistito. Qualche volta mi è capitato di bloccare, ma comunque sopra il rinvio, anche se poco, e perché mi sentivo che un altro movimento mi sarebbe stato impossibile. E ieri in roccia la stessa cosa, sono stato qualche volta sull'orlo di volare (e non è che mi piacesse l'idea) però ho resistito e sono qua tutto intero Very Happy

e sui vari test confermo pure io che dopo 5 minuti avrei difficoltà a ricordarmi 5 prese, altro che 30!!! gli altri devo segnarmeli e provarli!

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Messaggio  Ospite il Mar Apr 03, 2012 12:38 am

la scioltezza d anca Shocked


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Messaggio  MauMau il Mar Apr 03, 2012 7:44 am

diversi anni fa (forse ormai quasi 10 Shocked ) scrissi una serie di articoli di questo genere (sono ancora pubblicati sul sito sardiniaclimb) che fecero molto scalpore. Furono più le critiche che gli apprezzamenti, perchè si era in piena era "ciapa e tira". Oggi, dopo che i profeti di questa filosofia si stanno in parte ravvedendo, forse avrei più fortuna :mrgreen: La cosa che secondo me è più deleteria, caratteristica di molti pseudo-allenatori che gestiscono e lavorano nelle palestre, è il voler imporre allenamenti da 8c a persone che stanno iniziando, o comunque scalano su difficoltà modeste. Quanta gente rovinata, quante menti indottrinate, quanto lavoro per gli ortopedici! E per cosa poi? Nella migliore delle ipotesi questa mentalità ha sfornato arrampicatori in grado di arrivare all'8 dopo un numero imprecisato di giri, ma incapaci di scalare a vista e senza nessun bagaglio di gestualità. Il fatto di chiudere delle via dà l'illusione di essere bravi, ma in realtà non si è capaci di arrampicare, perchè "insegnare ad arrampicare" dovrebbe essere l'obiettivo di un buon allenatore. Le intuizioni sull'autostima di jolly erano poi esatte, ma queste non possono essere usate per manipolare lo scalatore domenicale e dargli l'illusione di essere forte. Sotto questo profilo, in Italia, siamo ancora indietro anni luce. Non solo dovrebbe esserci una migliore sinergia su chi insegna ad arrampicare (CAI, allenatori palestre, UISP) ma anche si dovrebbe distinguere come si fa negli altri sport, non fare un insegnamento unico. Probabilmente non vivremo abbastanza per vedere tutto questo

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Messaggio  gug il Mar Apr 03, 2012 8:31 am

Argomento molto interessante: metti i link agli articoli (o almeno al primo?).

La tesi di Jolly era sicuramente ben argomentata e toccava un problema reale di chi comincia ad arrampicare, soprattutto in zone con gradi stretti, e cioè che passare da un livello all'alto nei gradi sotto il 6c è veramente un'odissea e questo può far demotivare fortemente uno scalatore che comincia. Però immagino che ci sia anche l'estremo opposto, che è quello che tu segnali: un argomento interessante sarebbe quello di individuare il giusto compromesso fra questi due estremi.
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Messaggio  MauMau il Mar Apr 03, 2012 8:41 am

Ciao Gug, non ho capito se stai parlando con me. Comunque sia gli articoli che avevo scritto son tutti raccolti qui

http://www.sardiniaclimb.com/planet-climbing/archivioPlanet.html

sono forzatamente un po' datati perchè scritti ormai dai 7 a 10 anni fa

in più ne manca uno che si chiamava "Dall'arrampicata sportiva all'alpinismo" che fu pubblicato sulla Rivista della Montagna circa 15 anni fa e che colpì molto Emanuele Cassarà, che allora era nella dirigenza FASI che mi chiamò per complimentarsi e mi volle conoscere di persona

alcuni di questi sono stati adottati da alcune scuole CAI come testi di insegnamento, in particolare quelli sull'aspetto mentale

ciao

Maurizio

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Messaggio  mork il Mar Apr 03, 2012 10:01 am

Tengri ha scritto:...Ovvero resistenza psicologica all'avambraccio acciaiato. Quando stiamo vicini alla ghisa il cervello va in tilt e innesca una spirale verso il basso.

E vengo al punto dolente ....

Il problema vero è che gli aspetti su cui l'articolo sorvola per me sono quelli più pressanti. l'80-90% di noi (intendo i NO Big che qui ci son pure i Big e non vorrei fraintendesero) ... io in prima fila ... ha un'unico vero limite ... la strizza. Chi più chi meno è la componente psicologica a restringere le possibilità fisiche.

Sto finendo di leggere un libro interessante con una parte fichissima su questo. Appena finito vi traduco qualcosa (è in inglese) :-)

interessante.

Quando vado in palestra, mi incazzo sempre con la mia socia che prova un tiro, ed appena è stanca arriva il classico "Blocca!". In pratica non prova mai un passaggio al limite, e di conseguenza mai fatto un volo. Capisco di più in falesia, ma in palestra con un rinvio al metro è assurdo.


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Messaggio  Tengri il Mar Apr 03, 2012 10:16 am

espo ha scritto:
Tengri ha scritto:

... io in prima fila ... ha un'unico vero limite ... la strizza. Chi più chi meno è la componente psicologica a restringere le possibilità fisiche.


la paura è inversamente proporzionale a quanto ti senti sicuro. quindi a capacità allenamento esperienza abitudine ......

Boh sì forse ...così a caldo mi verrebbe da dire che l'allenamento può migliorare le tue capacita. Ma sicuramente esperienza e abitudine ti aiutano a spingere in là la soglia della paura .... era il discorso che facevo a Fab sullo scooter in città ....

resta il fatto che per sorpassare la paura di volare devi volare. E volare è una cosa che enssuno allena. O almeno molto pochi lo fanno. Di fatto in una falesia non vedi nessuno he sta facendo una sessione di allenamento al volo. E invece, come qualunque altra componente dell'arrampicata, anche quello andrebbe allenato.

ci sto pensando seriamente
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Messaggio  Ospite il Mar Apr 03, 2012 10:37 am

No la paura non c entra nulla con le capacità fisiche.
se hai l 8a nelle braccia e vai lungo sul 6a è perchè fai il figo non perchè hai testa.

La testa è un fattore innato (sicuramente allenabile) ma c è gente più dotata di altri.

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Messaggio  Tengri il Mar Apr 03, 2012 10:55 am

Fo3-The Awakening ha scritto:
La testa è un fattore innato (sicuramente allenabile) ma c è gente più dotata di altri.

Fo ... come tutte le cose. Direi. C'è chi ce l'ha innate. Chi ce l'ha di più delle altre ... non c'è dubbio. Se nasci Manolo sei Manolo. Ma se nasci NoBig (tanto per usare un termine ... che poi mi piace poco perché quel No davanti gli dà già un'accezione negativa - di distanza da qualcosa a cui aspirare) puoi migliorare. Nell'ambito delle tue possibilità di miglioramento ovviamente.

E allenando il volo sicuramente puoi lasciare più spazio alle capacità fisiche che sono "represse".

Ti faccio un esempio molto pratico. Se liberi il 6c a fatica (autobiografico ). Allenando anche la componente psicologica è capace che qualche 7a inizi a farlo. E quando vai in montagna ad arrampicare sul V o su misto/ghiaccio intorno a quelle difficoltà sei sicuramente più concentrato su quello che fai e non sulla tua stessa fifa :-). Per ora mi succede a intermittenza.

Qualche volta se arrampico sotto al mio livello mi dimentico di mettere i rinvii Very Happy qualche volta invece non ho alcuna voglia di arrampicare vicino al mio limite. Vorrei capire cosa cambia allenando tutte le componeni dell'arrampicata ...e non solo quelle con cui sto comunque nella zona di comfort.

Tutto qui ...
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Messaggio  gug il Mar Apr 03, 2012 10:57 am

MauMau ha scritto:Ciao Gug, non ho capito se stai parlando con me. Comunque sia gli articoli che avevo scritto son tutti raccolti qui

http://www.sardiniaclimb.com/planet-climbing/archivioPlanet.html

sono forzatamente un po' datati perchè scritti ormai dai 7 a 10 anni fa

in più ne manca uno che si chiamava "Dall'arrampicata sportiva all'alpinismo" che fu pubblicato sulla Rivista della Montagna circa 15 anni fa e che colpì molto Emanuele Cassarà, che allora era nella dirigenza FASI che mi chiamò per complimentarsi e mi volle conoscere di persona

alcuni di questi sono stati adottati da alcune scuole CAI come testi di insegnamento, in particolare quelli sull'aspetto mentale

ciao

Maurizio

Grazie, si chiedevo a te, ma non so perchè mi sembrava che il tuo fosse l'unico messaggio nel topic e non ho quotato.

Anch'io vorrei utilizzare questi argomenti nei corsi, che non vorrei si limitassero al solo metodo Caruso Wink
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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  Ospite il Mar Apr 03, 2012 11:05 am

Lo sci, la biga, l arrampicata su roccia, l alpinismo, l arrampicata su ghiaccio.

Sono tutti ambienti in cui la testa (o per lo meno la mia) funziona sempre diversamente.

Dove hai più paura, IMO, è l arrampicata perchè hai tempo di pensare "tra poco cado".

in biga o con gli sci esplodi in un istante, non fai in tempo a pensare cosa sta succedendo che sei già in terra.

con l arrampicata è diverso.
la ghisa che sale, le protezioni distanti, magari la roccia marcia, essere sull obbligato, non riuscire a passare e sentire che le forze vengono meno...
tutto questo fa insinuare nel cervello il pensiero "ora cado".

ho notato sulla mia pelle (quando scalavo) che questo pensiero bastardo è molto attenuato da una scalata fluida e veloce, senza soste se non ai riposoni, per il resto andare via fluidi e veloci.

A proposito di testa, mi ricordo una volta a Ceuse:

il primo giorno blocco totale, avere iniziato al Berlin non era stata una bella idea. il Secondo giorno parto per questo tiro a vista, lunghissimo (38mt), rinvio l ultimo spit e immagino ci sia la sosta, nascosta da un bombè. Sclero un po', bestemmio, e poi parto.
un po' di bracciate (non meno di 4- -5 metri) e arrivo fuori dal bombè e vedo la sosta, con i due anelli classici, poi mi guardo l imbrago: tutti i rinvii finiti, manco un ghiera, nulla.
PANICO
bestemmie come se piovesse, il socio sotto che ride come un pazzo.
gli grido vado, tocco la catena e mi lancio.

Da li fino alla fine della settimana problemi di paura al volo = 0

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Paura del volo - dal sito di Jolly

Messaggio  buzz il Mar Apr 03, 2012 11:12 am

Paura del volo - dal sito di Jolly

Per superare la paura del volo bisognerebbe lavorare su due punti:

1. Tecnico: imparare a tenere e a farsi tenere bene; imparare a
cadere. Se la caduta avviene in maniera morbida e senza conseguenze,
dopo un po’ di “voli” la caduta può risultare quasi normale o
addirittura divertente. Se la sicura è sbagliata, può innescare
successive paure.

2. Cognitivo: eliminare i meccanismi interni che fanno fuggire il
problema. Il continuo evitamento amplifica e cronicizza. Bisogna creare
un innesco che permetta di interrompere il circolo vizioso, bisogna
quindi evitare l’evitamento.

Pensare di non essere gli unici.
Prima di cominciare ad analizzare il problema è importante dire che la
paura di cadere è normale, anzi è sana, deve esserci e comunque
eliminarla del tutto sarebbe impossibile. Solo quando è eccessiva limita
la prestazione. Ma anche quando e’ eccessiva, è cosa frequente e
comune. La paura di cadere invece viene vissuta come una esperienza
eccezionale, che “capita solo a me”. Da anni sono assillato da
moltissimi allievi, ognuno dei quali pensa di essere l’unico al mondo a
percepire tali negative e limitanti emozioni e parla solo di quello. Un
po’ come alcune donne che hanno appena partorito, che pensano di vivere
una situazione eccezionale, quando stanno vivendo quella che forse è
la cosa meno eccezionale del mondo: il sogno di ogni cellula è di
diventare due cellule, e se c’è una cosa che dovrebbe essere  facile
e naturale in tutti gli esseri viventi è proprio la riproduzione della
specie. E la sua conservazione, come nel nostro caso. Questa presunzione
di unicità non aiuta a risolvere il problema ma lo rafforza, creando
uno stress aggiuntivo. Pensate di essere in buona compagnia, e già
questo sarà un piccolo passo in avanti. Anche chi pensa di soffrirne in
maniera patologica sappia che persino quelli che sono veramente e
fortemente bloccati dall’ansia sono tanti.


Le emozioni servono, ma non devono prendere il sopravvento.
La paura di cadere è una emozione. Le emozioni sono importanti e non
sono affatto scollegate dalla parte razionale. Cartesio pensava che
occupassero una parte marginale della sfera mentale, che la parte
razionale fosse quella più importante, e che questa potesse funzionare
meglio senza l’influenza emotiva. Cartesio si sbagliava su questo.
Ragione ed emozione funzionano assieme, in maniera collegata e
sinergica, cosi come mente e corpo.

Ragione ed emozione sono oggi considerate dalla maggior parte degli
scienziati come un tutto unico, anche se geograficamente localizzate in
posti diversi del cervello. Le emozioni aiutano la parte razionale a
marcare ed evidenziare in diversi modi le cose che ci accadono,
permettono di poter restare attenti e vigili, di attivare il nostro
corpo al punto giusto e molto altro. Togliendo le emozioni non
funzionerebbe bene neppure la parte razionale. Togliendo le emozioni,
anche quelle negative, la vita non sarebbe degna di essere vissuta.

Se superano una certa soglia però possono bloccare tutto il sistema.
Per capire perché questo accada cerchiamo di capire quale sia la
differenza tra paura ed ansia, spesso usate come sinonimi.

Paura ed ansia.
Ci sono delle emozioni che non dipendono da dove siamo nati nè da come
siamo stati educati ma scattano quasi in automatico. Queste sono le
cosiddette emozioni primarie: di colpo ci si presenta davanti un leone e
noi scappiamo; si rompe un appiglio e cado nel vuoto, lo stomaco si
stringe; prendo in mano un ragno schifoso e provo disgusto. Uno
svizzero o un eschimese avrebbero reazioni simili, il loro volto
assumerebbe in automatico la stessa maschera. La paura è una emozione
primaria sana e utile. Quello che proviamo quando scaliamo, il più delle
volte, è ansia.

L’ansia è una emozione secondaria, cioè una di quelle emozioni che
maturano nel cervello, che necessitano di consapevolezza, di ideazione e
immaginazione; dipendono dall’educazione, dagli stimoli che abbiamo
avuto. L’ansia è legata a problemi tipo voler riuscire a tutti i costi,
essere molto esigenti con se stessi, bassa autostima, timore di
mostrarsi inadeguati.

Nella paura il pericolo è all’esterno. Nell’ansia il pericolo è
all’interno, dentro di noi. La paura è un campanello d’allarme che ci
attiva verso il pericolo vero, come una sirena antifurto che ci avvisa
che stanno arrivando i ladri. Nell’ansia invece il problema è la sirena
stessa.

Nell’ansia si temono i sintomi stessi dell’ansia, si innesca un
tremendo circolo vizioso in cui si può anche temere di rimanere uccisi
(come per la paura del leone), ma uccisi dalla paura stessa, di
soffocare, d’infarto, di vergogna.

Insomma i fantasmi sono dentro di noi e le paure immaginate possono
essere molto peggio delle paure reali. A farla breve, l’ansia scaturisce
dalle nostre sovrastrutture mentali, la paura, invece, e la reazione
alla paura, precede la consapevolezza e il ragionamento.

Uno dei vantaggi dell’ansia, a differenza della paura, è che ci
permette di anticipare il pericolo, proprio perché “ragionata”. Noi
possiamo immaginare, dunque prevedere, rimanere vigili e all’erta in
situazioni di potenziale pericolo. Come al solito questi vantaggi, se si
supera una certa soglia, si trasformano in disastrosi svantaggi. Se
questa “anticipazione” diventa eccessiva tutto il sistema si blocca: le
paure immaginate e attese possono essere molto più terrificanti di
quelle reali.

Tutto questo per dire che il problema è più all’interno che all’esterno. E’ nella nostra testa.

In molte persone il problema si è cronicizzato grazie al meccanismo
dell’evitamento. Ogni volta che evitiamo un problema e non lo
affrontiamo, questo si ingrandisce un poco, come una piccola valanga che
rotola a valle, diventando sempre più grande man mano che scende. Se si
vuole veramente superare una paura, la peggior cosa è evitare.

Soluzioni.
Evitare l’evitamento.
Quindi l’unica vera soluzione è affrontare il problema. La medicina è
questa. Ma quello che è difficile da determinare è il dosaggio. Deve
essere somministrata poco per volta, in maniera morbida, gradevole,
capendo che è sicuro, che i materiali tengono, quanto tengono, perché
tengono. Un dosaggio eccessivo potrebbe portare al risultato opposto. Il
dosaggio giusto cambia da persona a persona. Per alcuni potrebbeÂ
anche essere utile una terapia d’urto, ma per la maggior parte delle
persone no.

Fare tante vie facili da primi, fare voletti corti, morbidi e
controllati da una persona affidabile ed esperta nella sicura morbida,
su vie dove non si rischia assolutamente nulla.

No alle troppe parole e agli incitamenti.

Le persone che stanno intorno, la maggior parte delle volte non
capiscono il problema, o ne colgono solo il lato razionale; pensano
“deve lasciarsi andare di mezzo metro, che ci vuole”. Queste persone
invece dovrebbero tacere. C’è un detto latino che recita: “Taci, oppure
dí qualcosa che sia migliore del silenzio” (prevengo una vostra
obiezione: tutto quello che scrivo che potrebbe, con molte probabilità,
non essere migliore del silenzio. Il detto non vale peròÂ allo stesso
modo per le parole scritte, perchè posso decidere di non leggerle,
mentre sono obbligato ad ascoltare ogni cazzata mi viene detta).

Quando sto in parete sento tutto, anche se non voglio sentire. Le mie
orecchie vengono di continuo violentate dalle onde sonore inarrestabili
del vostro cicaleccio. Dunque tacciamo, se non siamo sicuri di dire
qualcosa che sia meglio del silenzio.

Sono assolutamente inutili frasi di incoraggiamento generiche tipo
“stai tranquillo” o “non è nulla”. E’ meglio infondere tranquillità con i
modi, lo sguardo, l’atteggiamento;Â ma pochi ne sono capaci, perchè in
pochi hanno questa dote.

Non volerlo troppo.
Volere tanto una cosa, essere fortemente motivati, arrabbiarsi se non la
si ottiene, può essere d’aiuto per il raggiungimento di qualcosa. Se
questo qualcosa non è uno stato mentale. Se voglio con tutte le mie
forze scalare una montagna, o una parete, probabilmente, se lo voglio
veramente, prima o poi riuscirò a salirla. Al contrario, se mi sforzo di
essere tranquillo, e mi arrabbio perché non ci riesco, non riuscirò mai
a rilassarmi. Allo stesso modo, se soffro di insonnia, più mi sforzo
per addormentarmi e meno mi addormenterò. Se il mio obiettivo
principale è adoperarmi per essere felice, se rivolgo tutti i miei
sforzi verso me stesso, probabilmente più che felice diventerò un
nevrotico. La maggior parte delle volte, uno stato mentale non lo si può
raggiungere con uno sforzo continuo e duraturo (cosa che, al contrario,
è necessaria per il raggiungimento di risultati concreti, come i soldi,
o finire gli studi, o scalare una parete), proprio perché questo sforzo
crea una sovrastruttura mentale aggiuntiva (stress) che, alle volte
anche inconsciamente, lavora nella direzione opposta a quella che si
vorrebbe percorrere. La tensione dovuta al voler raggiungere a tutti i
costi uno stato mentale, rema nella direzione contraria a quella dove
vorremmo andare.

Allo stesso modo remano contro tutte le emozioni
negative che si associano a questa eccessiva tensione nel voler
raggiungere un “obiettivo mentale”, come ad esempio la rabbia quando non
si riesce, la delusione, il senso di spossatezza psichico, il
nervosismo, l’adrenalina, il testosterone e il " volere è potere".
Tutte cose che possono aiutare un avvocato rampante che vuole diventare
ricco o un alpinista che vuole scalare l’Everest. Ma non chi vuole
essere soltanto tranquillo.

Capite come si cade facilmente nel paradosso, quando si ricerca con
tutta la forza possibile un stato mentale? Sarebbe come dire: “mi sforzo
di non fare sforzo”. Ma se mi sforzo come faccio a non farne, di
sforzo?

Bisogna aspettarlo, lo stato mentale positivo, in una sorte di calma
attesa, dolcemente, senza fatica, sapendolo riconoscere e cogliere. E
trattenere. Avendo in precedenza costruito le condizioni per cui possa
arrivare.

Nel momento dell’azione non pensare e non esitare.
Il vuoto mentale.
E’ lo stato, transitorio e temporaneo, nel quale non intervengono
pensieri interferenti e non c’è dialogo interiore: il nostro io
razionale è sopito, non valuta, non si crea aspettative. In un piacevole
abbandono si sono rotti i ponti con il passato e il futuro, si vive
solo l’istante, nel “qui ed ora”. Non si tratta però di vuoto passivo;
infatti, nel momento in cui l’io razionale si assopisce e gli viene
negata la sua continua ed assillante volontà di controllo su tutto (che
comunque non riuscirebbe ad avere), si aprono e diventano più
efficienti altri canali, sensoriali, potenti e spontanei che ci
permettono di entrare in sintonia con l’ambiente dando modo al nostro
corpo di sprigionare fluidità energetica. Non si tratta, peraltro,
neppure di uno stato di assenza o distrazione ma, anzi, di lucida
presenza; non ci si identifica con quello che sta avvenendo ma se ne è
“attraversati”.

Per ottenere questo stato mentale c’è bisogno di allenamento e anche
di un certo consumo di energia, ma questo non vuol dire che debba
avvenire con un certo “sforzo”, né che bisogna ricercarlo con l’ardore e
l’impazienza (perché in questo modo la non-riuscita causerebbe un
nervosismo che a sua volta pregiudicherebbe la riuscita dello stato
mentale).

Non devo pensare “sto cercando di fare il vuoto mentale”,
devo restare in attesa, consapevole dei pensieri che mi attraversano, ma
solo consapevole, senza interpretarli, senza associare ad essi cause o
effetti, senza pensare se questa sensazione è buona o cattiva,
aspettando e basta, finché ad un certo punto, come se un fastidioso
allarme improvvisamente smettesse di suonare, si riconosce una
sensazione di pace. Ma è una pace attiva, tonica e non priva di
ambizioni, non si è spenti, tutt’altro. Perché se si è riusciti a
spegnere l’interruttore dell’io razionale se ne è acceso però un altro
molto più potente: é la pulsante energia vitale del nostro corpo che
punta dritta verso un obiettivo, siamo tornati animali.


da http://www.climbook.com/articoli/64-la-paura-del-volo


Ultima modifica di Buzz il Mar Apr 03, 2012 11:15 am, modificato 1 volta

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  Adriano il Mar Apr 03, 2012 11:14 am

Fo3-The Awakening ha scritto:
bestemmie come se piovesse, il socio sotto che ride come un pazzo.
gli grido vado, tocco la catena e mi lancio.

Da li fino alla fine della settimana problemi di paura al volo = 0

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  MauMau il Mar Apr 03, 2012 11:22 am

per me la paura del volo non è il peggiore dei problemi. E' vero, la hanno tutti, chi più chi meno. Ma si impara a vincerla. Invece è la paura di non riuscire che non ti lascia mai, la motivazione, il non mollare anche quando sai che non hai la forza fisica che ti sorregge. Quella è la vera forza mentale

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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  Tengri il Mar Apr 03, 2012 2:47 pm

Il pezzo di Jolly o conoscevo. E sostanzialmente sono d'accordo. Il "tornare animali". Il puro istinto che ti guida alla scelta giusta quando non interviene il pensiero razionale ... sono cose che condivido pienamente.

Il mio dubbio è solo sulla separazione fra paura e ansia. E' chiaro che è operata da un punto di vista esplicativo. E che iconfini fra l'una e l'altra non sono così' netti. E che inoltre esistono dei feedback attivi fra l'una e l'altra. Se sei uno ansioso spesso l'esercizio dell'ansia rende anche la tua paura basale diversa e più presente.

Il vero quesito sta altrove per quanto mi riguarda. Una volta eliminata l'ansia, la generazione continua di paura ragionata, riflessa e stratificata dal pensiero razionale. una volta che l'animale è tornato "normale" e prova solo la paura basale ... beh. Non tutti gli animali sono uguali. Il leone non prova la stessa paura del topolino quando l'aquila volteggia nel cielo.

E qui vengo al discorso fatto con Espo. Esperienza e abitudine. Sono questo che fanno sì che il Leone sappia bene che l'aquila manco lo guarda. Mentre il tiopolino sa che uno di quegli artigli gli potrebbe essere fatale.

la maggior parte di noi arrampicatori è fatta di leoni che hanno la paura dei topolini. E questo a prescindere dall'ansia che poi ci si monta sopra. Abbiamo un'irreale paura ....

Che poi il volo sia uno solo degli interruttori. E che esistano la vergogna, la mancanza di autostima, il pensiero di essere unici esempi negativi ... tutte cose giuste. Ma quelle influiscono sull'ansia. La possibilità del volo pesca invece dritto dritto nell'istinto di sopravvivenza. Per quanti ragionamenti possiamo fare alla fine "in the back of our mind" tutti leghiamo il volo verticale al rischio della vita.

Ecco perché dico che forse un allenamento graduale e preciso sul volo avrebbe l'effetto che a me fa andare tutti i giorni con lo scooter in mezzo al traffico. L'istinto di sopravvivenza viene adeguato, allenato, educato a risettarsi per un ambiente diverso. E il leone torna a temere solo il fucile del cacciatore, non l'aquila che volteggia in cielo ...

.... forse ....
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Re: dal sito di AGD - i punti deboli in arrampicata

Messaggio  Ospite il Mar Apr 03, 2012 2:56 pm

Sono convinto che una persona che nasce, arrampicatoriamente parlando, lontano da palestre e siti internet.

Questi problemi mentali non se li fa nemmeno, semplicemente accetta la paura come parte del gioco e ci convive molto serenamente.

Queste sedute di psicologia verticale e pippe mentali terrificanti (perchè questo sono) sono solo controproducenti. A una persona che non è mai andato da primo gli si inculcano una serie di cose che portano ad avere paura (se la corda ti finisce dietro la gamba di cappotti e picchi la testa, se rinvii al contrario la corda rischi che esca, se il socio ti tiene male ci lasci la caviglia, se sotto di te c è un terrazzino o un bombè ci lasci entrambe le caviglie...) e magari questo non ha fatto altro che plastica, il giorno che va nella falesia più addomesticata del mondo ha un ansia addosso che nemmeno prima della finale di coppa del mondo.

Cioè mi nauseano queste cose, io non le concepisco.

Quando sento poi parlare di allenare il volo, mi viene l orticaria Shocked Shocked Shocked

Grazie a Dio vado ( o perlomeno provo ) ad andare in bici Cool

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