da Segnavia54 - Renato Casarotto sul Trittico del Frêney...

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da Segnavia54 - Renato Casarotto sul Trittico del Frêney...




30 ANNI FA, UN’OPERA D’ARTE

«La salita del futuro». L’avevamo battezzata così, trent’anni fa, l’interminabile cavalcata di Renato Casarotto sul Trittico del Frêney, al Monte Bianco. Una dopo l’altra, in sequenza, l’alpinista vicentino aveva salito, senza averle mai percorse in precedenza, la via Ratti-Vitali sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, la via Gervasutti-Boccalatte sul Pic Gugliermina, e infine il Pilone Centrale del Frêney e la vetta del Bianco.

di Roberto Mantovani http://segnavia54.com/2012/04/04/30-anni-fa-unopera-darte/



Il tutto in 15 giorni, dal 1° al 15 febbraio 1982, senza mai rientrare a valle, in totale autonomia. Partenza dalla Val Veny e arrivo a Chamonix, con uno zaino di 40 chili. 2150 di arrampicata su difficoltà che, d’estate, viaggiano tra il TD e il TD+, e poi enormi dislivelli in salita per raggiungere gli attacchi, per gli spostamenti, per le discese. I cronisti dell’alpinismo di quegli anni parlavano di enchaînement, ma Renato non voleva; preferiva che si parlasse di “trittico”.

E non era una questione di lana caprina, né una sottigliezza semantica: ci teneva a rimarcare la distanza con la filosofia dei concatenamenti in velocità. Quella strada, in segreto, Casarotto l’aveva sperimentata, ma la velocità per la velocità gli sembrava una stupidaggine, un’attività senza sbocco. Un cul de sac, diceva. Provare, comunque, l’aveva provata, prima di rifiutarla. Come quella volta che, partito dai prati della Val Veny alle 9 in punto del mattino, era sbucato sulla vetta della Noire de Peutérey a mezzogiorno. Tre ore tonde tonde, con tanto di testimoni più che attendibili. Però lui aveva tenuto la notizia per sé, non gli andava di vantarsi di una cosa di cui non andava fiero. E dire che, nel mondo alpinistico, c’era un sacco di gente pronta a giurare che Renato fosse un alpinista lento…
Era capitato anche dopo la vicenda del Frêney. Dicevano che quella era una salita fuori moda, che la si sarebbe potuta risolvere in molto meno tempo. Peccato che chi, poco dopo, partì lancia in resta per dimostrarlo abbia fatto velocemente ritorno con le pive nel sacco.

Ma c’era chi aveva capito perfettamente la portata dell’avvenimento. Gian Piero Motti, sulla cui capacità di valutare correttamente fatti e novità dell’alpinismo non è lecito discutere, a proposito del Trittico scriveva: «È un’impresa fantastica, degna della grande tradizione non solo dell’alpinismo ma di tutta l’Avventura umana nel senso più ampio».

Frugando tra i miei quaderni dell’epoca, ho scovato un appunto che avrei poi utilizzato per scrivere un articolo. Proprio a casa di Renato, dopo una lunga intervista, a caldo, avevo scarabocchiato velocemente una frase, che ho faticato a ricostruire (quanto a calligrafia non sono mai stato un drago). Diceva: «È una cosa che sconcerta. E non solo perché nel 1982 è appena concepibile, perché è il massimo per ora realizzabile sulle Alpi, o perché ancora è stata portata a termine in solitaria, in stile alpino e senza collegamenti con il fondovalle. Siamo piuttosto in presenza di una concezione nuova, che in qualche modo sembra finalmente ricollegare l’alpinismo alla storia, annullando la frattura di significato venutasi a creare tra le prime salite e il fenomeno delle ripetizioni in serie delle grandi vie. È il ritorno alla circolarità del tempo, che ripropone nuovamente sentieri appena imboccati e mai percorsi per intero. Casarotto sembra essersi riappropriato di un filo conduttore da tempo perduto».

Scusate, è orribile citare se stessi. Ma tutti sappiamo che la memoria individuale non è mai una fotografia esatta delle realtà, e che dopo tanto tempo è facile aggiungere al ricordo nuovi dati e informazioni che fanno invece parte del presente. Meglio tornare alle fonti originali, dunque. In ogni caso la citazione mi è servita per ricordare che, giusto trent’anni fa, nel grande laboratorio dell’alpinismo è stata realizzata un’immane opera d’arte. In copia unica, e non imitabile.





La via Ratti Vitali (tratteggiata la variante Rebuffat
da http://www.iborderline.net/intotherocks/2010/08/la-storia-in-diretta-4/





(2) Picco Gugliermina (3893m) in Bianco la Gervasutti-Boccalatte
foto da Summit-Post
Summit-Post





L'ambiente del Brouillard-Freney dove sale la classica al Pilone Centrale, detta Whillans-Bonington


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parete sud monte bianco.jpg Non hai il permesso di scaricare i file.(169 kb) Scaricato 0 volte

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da Segnavia54 - Renato Casarotto sul Trittico del Frêney... :: Commenti

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 9:24 am  schen

Per caso qualcuno del forum lo aveva conosciuto personalmente?
Che tipo era?
Leggendo vari libri e testimonianze mi sono fatto l'idea di un autentico "fortissimo", tosto, determinato. Ma con qualche ombra caratteriale..
E il libro della moglie, il cui atteggiamento non ho mai del tutto compreso, non mi ha aiutato.
Probabilmente pesa anche il giudizio lapidario di Messner, espresso durante la spedizione alla Magic Line del K2.
Ma qui mi fermo perchè non parlo di ciò che non conosco.

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 9:26 am  Ospite

sempre bravo Mantovani, l'editorialista di Casarotto...

grazie Buzz per l'aggiunta delle foto

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 9:34 am  Admin

Purtroppo non ho trovato una foto che riuscisse a far comprendere l'ampiezza dell'ambiente in cui ha agito Casarotto.
L'ultima foto, in estate, disegna la zona, nella sua destra.
Ci vorrebbe Davide62 (ecco, bisognerebbe taggarlo)... ora lo faccio su FB

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 9:49 am  Ospite

Un paio di mesi fa, proprio in occasione del trentennale del Trittico, Goretta Traverso ha tenuto una serata a Vicenza dove ha mostrato le immagini originali di quell'impresa. Ritrovate a questo link il resoconto di quella serata.
Io che di Casarotto avevo letto parecchio ma in maniera un po' frammentaria, rivedere riassunto in un diaporama questa sua impresa, accompagnato dalle parole della moglie che lo ha aspettato due settimane a valle, è stato qualcosa di veramente emozionante. Considerando anche le condizioni della montagna in quel frangente (che qui le foto non rendono l'idea di quello che fu, perchè Renato fu costantemente ostacolato dal maltempo).

Non saprei spiegarlo bene, ma il fascino che esercita Renato Casarotto, la sua vita e la sua carriera alpinistica, anche il suo triste epilogo, sono una cosa difficile da spiegare, almeno per me. Ogni volta che si parla di lui è come un'attrazione magnetica che mi spinge a leggere, approfondire, scrivere di lui. Ricordarlo soprattutto. Una volta su FV qualcuno aveva scritto:"di Renato Casarotto ne nasce uno ogni mille anni...e di Goretta Traverso forse anche di meno...". Ciao Wink




Ultima modifica di alessandro il Ven Apr 06, 2012 10:44 pm, modificato 1 volta

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 10:46 am  Roberto

Il più grande tra i solitari di sempre.

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Messaggio il Ven Apr 06, 2012 8:25 pm  buzz


"Gli alpinisti sono individualisti per natura; tenerli assieme costa fatica. Spesso sono assieme solo per fare una certa salita, non perché insieme stanno bene. Certo non bisogna generalizzare. Io in montagna ho conosciuto gente stupenda; ma non sempre è così.
Mi è accaduto di andare al nocciolo di persone, ambienti, situazioni, e di capire che tutto non è sano come speravo. Spesso non c'è chiarezza, quasi mai c'è amore"

"E' sempre duro arrivare così vicino all'essenza della vita e dopo ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strette del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in concetti i simboli e la totalità dell'esperienza vissuta. Un'esperienza lunga e sofferta che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l'uomo compie, deve esserci sempre l'amore."

Sono due citazioni di Renato Casarotto.






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Messaggio il Sab Apr 07, 2012 12:03 am  Magus

.

Ultima modifica di Magus il Mar Apr 22, 2014 11:00 am, modificato 1 volta

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Messaggio il Sab Apr 07, 2012 10:47 am  Musico Errante

Della serata celebrativa del trentennale del Trittico tenutasi a Vicenza di cui parla alessandro vorrei sottolineare anche l'intervento commosso di Piero Radin, altro fortissimo dell'alpinismo vicentino, compagno di cordata di Casarotto.

Col suo modo di fare semplice e spontaneo Piero ha paragonato Casarotto ad un "minestrone", perchè così come nel minestrone ci devono essere tutte le verdure perchè sia buono, così Casarotto era un grande perchè aveva tutti gli elementi che deve avere un alpinista (sia attitudini fisiche che mentali), ed era forte dappertutto (roccia, ghiaccio o misto che fosse).
In più ha sottolineato come, al contrario di quella che è la tendenza dell'alpinismo dei giorni nostri, dove si fa troppo affidamento a relazioni e guide, Casarotto era il simbolo dell'alpinismo di esplorazione: lui si poneva solo l'obiettivo di dove voleva arrivare, ma la via l'avrebbe scoperta solo durante la salita.

Ciao

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Messaggio il Sab Apr 07, 2012 12:42 pm  Davide62

Sono stato raggiunto dal tag Wink, non ho questo gran che dato che la gran parte delle immagini le ho su diapositiva e non ho lo scanner... Embarassed, in ogni caso qualche immagine con la digitale l'ho scattate, niente di che, oggi le posto Arrow

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Messaggio il Sab Apr 07, 2012 1:19 pm  Ospite

Buzz ha scritto:

"E' sempre duro arrivare così vicino all'essenza della vita e dopo ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strette del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in concetti i simboli e la totalità dell'esperienza vissuta. Un'esperienza lunga e sofferta che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l'uomo compie, deve esserci sempre l'amore."

Renato Casarotto.


Ecco un autentico "illuminato".

Grazie Buzz per la preziosa citazione.

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Messaggio il Lun Lug 16, 2012 4:53 pm  buzz

16 luglio 1986, quel maledetto crepaccio quasi al campo base del K2

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Messaggio il Lun Lug 16, 2012 6:10 pm  Ospite

buzz ha scritto:16 luglio 1986, quel maledetto crepaccio quasi al campo base del K2

Mi hai anticipato Buzz, grazie...

Qualche giorno fa stavo proprio leggendo di Renato Casarotto e mi ero ripromesso di scrivere qualcosa su di lui in occasione dell'anniversario della sua scomparsa. Poi come spesso succede, tra una cosa e l'altra me ne ero anche dimenticato. Ma vedo che ci ha pensato qualcuno al posto mio.

Un brivido ogni volta che rileggo queste poche righe di sua moglie Goretta di quel maledetto giorno...

«Mancava poco alle 19 e continuavo a guardare la via. Mi si avvicinò Kurt. Mi domandò: “Quando hai il prossimo collegamento con Renato?” Dovevamo sentirci alle 19. “Non sarebbe il caso che tu accendessi la radio prima?” mi suggerì. Gli dissi che avevamo appuntamento a ore fisse e che prima Renato non mi avrebbe chiamato. Non potevo sapere che a Kurt era venuto un dubbio: aveva visto sul ghiacciaio una persona scomparire tutt’a un tratto, senza più ricomparire. Temeva che fosse Renato, ma sperava di sbagliarsi. Per puro scrupolo accesi la radio. Udii immediatamente la voce di mio marito. “Gori, sto per morire”. Per un attimo mi si annebbiò la mente. Poi scattò la mia reazione. Con tutto il fiato che ancora avevo in gola gli gridai: “Dove sei?”. E lui: “In un crepaccio molto profondo”. “Cosa ti sei fatto?”. “Sono rotto dappertutto. Non resisterò tanto a lungo”. Corsi per il campo base chiamando soccorso. L’ora era critica, stava imbrunendo. Si misero in moto un po’ tutti: Kurt, Julie, Gianni Calcagno, Agostino Da Polenza, Karim e anche altri. Continuai a parlare con Renato finché non furono pronti. Poi dovetti cedere la mia radio ai soccorritori, che ne avevano bisogno per individuarlo. Agostino tenne il contatto con Renato finché i soccorritori non arrivarono sul luogo dell'incidente. Rimasi nella tenda con il loro medico, Attilio Bernini. Senza l’unico contatto che mi restava con Renato persi ogni energia e mi accasciai. Non mi restava che attendere. Furono ore di inferno. Ma, malgrado le parole di Renato, avevo una tenue speranza che lui si fosse sbagliato sulle sue condizioni. Si era fatto buio. Oramai vedevo solo delle luci che si muovevano nel medesimo punto. Speravo che lo avessero trovato. Avevo il terrore che non riuscissero a recuperarlo. Alle 22 una parte dei soccorritori rientrò. Agostino mi disse: “L’abbiamo tirato fuori. È ancora vivo, ma non sperare che passi la notte”. Renato era caduto a poche centinaia di metri di dislivello dal Campo base, ovvero a circa una ventina di minuti di cammino dalla nostra tenda. Sul frontone terminale del ghiacciaio che giunge ai piedi del K2, aveva ceduto un ponte di ghiaccio. Proprio un punto in cui per mesi erano transitate senza problemi tutte le spedizioni dirette allo sperone. Renato era precipitato in un crepaccio molto profondo. Lassù con Renato erano rimasti Kurt e Gianni, che si era calato nel crepaccio e lo aveva aiutato a imbracarsi per il recupero. Un’altra squadra, con un medico, si preparò a salire. Anche se la situazione era critica, si tentava di fare il possibile. Assieme ad Agostino e a qualcuno altro, cominciai a organizzare un eventuale trasporto in elicottero, nel caso in cui Renato fosse sopravissuto. Ci speravo. Avevo ancora un filo di speranza. Le ore passavano lentissime. Vicino a me c’era sempre Julie. Cominciava a schiarire. Sentii Da Polenza parlare per radio. Mi sembrava di avere intuito. Non mi mossi. Avevo troppa paura. Dopo qualche secondo Agostino entrò nella tenda e mi diede la notizia. Renato era morto. Era mancato verso le 21 della sera prima»...

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Messaggio il Lun Nov 26, 2012 10:07 am  Ospite

Intanto posto qua senza aprire un topic nuovo

Tra le tante vie nuove aperte da Renato Casarotto, ce n'è una che spesso sfugge alla conoscenza dei più, e cioè quella al Pic Tyndall sul Cervino, aperta nel 1983 in cordata con Gian Carlo Grassi. Anche io che ho letto molto sull'alpinista vicentino, venni a conoscenza di questa apertura solamente sfogliando la monografia di ALP dedicata appunto al Cervino. A quasi trent'anni di distanza arriva la probabile terza ripetizione di questo itinerario (da Planet Mountain). Sempre emozionante riportare la mente a quegli anni, anche solamente leggere accostati quei due nomi: Casarotto e Grassi. A me personalmente fanno ancora sognare.



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Messaggio il Mer Dic 12, 2012 3:44 pm  Ospite

Ieri sera a Vicenza c'era proprio Roberto Mantovani (insieme a Goretta) a ripercorrere la vicenda umana e alpinistica di Casarotto. Mi viene in mente il post di Buzz sulle percezioni extrasensoriali, perchè questo è stato un punto toccato più volte da Mantovani durante la serata. Più che andare oltre (la realtà, i sensi...) Mantovani ha sostenuto la capacità da parte di Renato di entrare in un "qualcosa" di diverso, di un altrove (mi pare di ricordare che abbia detto una cosa come -una realtà più reale della nostra-). E avendo come intuito questa possibilità, Casarotto abbia voluto indagare sempre più a fondo sé stesso. Così si spiegherebbero imprese assurde, non solo dal punto di vista alpinistico ma soprattutto mentale (non mi ricordavo dei 17 Shocked giorni in parete, tradotti in 25 dalla partenza al ritorno al cb, del Huascaran Norte... diciassette giorni!).

Sono state proiettate le diapo originali di Renato. Alcune sono famose e le avevo già viste (soprattutto quelle delle esperienze extraeuropee). Mi mancavano le prime, quelle dolomitiche degli anni '70. Una rivelazione. Si parte con la prima invernale dello spigolo Strobel, e già qui si intuisce la grandiosità della sua mente, di concepire una salita in quelle condizioni (non erano gli inverni di adesso, gli anni '70). Un Casarotto appena ventiseienne. Nei rari autoscatti, magari contro luce o troppo scuri, in questo ragazzo (non portava ancora i baffi) si inizia a intravedere un qualcosa nello sguardo. Un qualcosa d'indefinito ma già grandioso, che troverà una trasposizione nelle grandi successive imprese solitarie, quasi sempre in invernale, dalla Simon-Rossi sul pelmo (4 bivacchi) all'Andrich-Faè in Civetta (ancora in 5 giorni), solo per rimanere in dolomiti. Ma quante ce ne sarebbero ancora, in un crescendo di tecnica e allo stesso tempo di ricerca interiore. Lasciano sgomenti certi suoi scatti in solitaria, i bivacchi in parete. Si intravede ma non si riesce a comprendere il senso di tutto questo. Non è classificabile in nessuna categoria, nemmeno il suo alpinismo rientrerebbe secondo me in una categoria invece che un altra. Mi accorgo ogni volta, che più leggo e cerco di capire qualcosa su di lui, più rimango spiazzato e confuso, affascinato e sgomento di fronte al suo sguardo, alle sue vie, alla sua storia.

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Messaggio il Mer Dic 12, 2012 4:03 pm  Ospite

all'attacco della Simon-Rossi, nord del Pelmo


dal topic su Casarotto in FV

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 11:18 am  Ospite

Non mi ricordo se l'uscita di questo libro fosse già stata segnalata sul forum... comunque sia preso settimana scorsa.



C'è tutta la carriera alpinistica di Renato, ma soprattutto come valore aggiunto compare anche tutta la prima parte, quella relativa agli anni '70 sulle Dolomiti che conoscevo paradossalmente meno rispetto alle grandi imprese sulle Occidentali o le Extraeuropee.

Ricca anche la collezione fotografica, con alcune immagini (almeno per me) inedite.

Il tutto filtrato a distanza di anni dalla voce narrante di Goretta... bello!


ciao!

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 11:32 am  biemme

leggevo giusto ieri che frequentò il corso guida nel '78 insieme con altri giovani aspiranti quali giampiero di federico, alessandro gogna e maurizio zanolla Cool

Rolling Eyes Rolling Eyes

me sa tanto che dopo la selezione parecchi istruttori di quel corso se dettero malati Twisted Evil Laughing Laughing

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 1:21 pm  mork

alessandro ha scritto:

«Mancava poco alle 19 e continuavo a guardare la via. Mi si avvicinò Kurt. Mi domandò: “Quando hai il prossimo collegamento con Renato?” Dovevamo sentirci alle 19. “Non sarebbe il caso che tu accendessi la radio prima?” mi suggerì. Gli dissi che avevamo appuntamento a ore fisse e che prima Renato non mi avrebbe chiamato. Non potevo sapere che a Kurt era venuto un dubbio: aveva visto sul ghiacciaio una persona scomparire tutt’a un tratto, senza più ricomparire. Temeva che fosse Renato, ma sperava di sbagliarsi. Per puro scrupolo accesi la radio. Udii immediatamente la voce di mio marito. “Gori, sto per morire”. Per un attimo mi si annebbiò la mente. Poi scattò la mia reazione. Con tutto il fiato che ancora avevo in gola gli gridai: “Dove sei?”. E lui: “In un crepaccio molto profondo”. “Cosa ti sei fatto?”. “Sono rotto dappertutto. Non resisterò tanto a lungo”. Corsi per il campo base chiamando soccorso. L’ora era critica, stava imbrunendo. Si misero in moto un po’ tutti: Kurt, Julie, Gianni Calcagno, Agostino Da Polenza, Karim e anche altri. Continuai a parlare con Renato finché non furono pronti. Poi dovetti cedere la mia radio ai soccorritori, che ne avevano bisogno per individuarlo. Agostino tenne il contatto con Renato finché i soccorritori non arrivarono sul luogo dell'incidente. Rimasi nella tenda con il loro medico, Attilio Bernini. Senza l’unico contatto che mi restava con Renato persi ogni energia e mi accasciai. Non mi restava che attendere. Furono ore di inferno. Ma, malgrado le parole di Renato, avevo una tenue speranza che lui si fosse sbagliato sulle sue condizioni. Si era fatto buio. Oramai vedevo solo delle luci che si muovevano nel medesimo punto. Speravo che lo avessero trovato. Avevo il terrore che non riuscissero a recuperarlo. Alle 22 una parte dei soccorritori rientrò. Agostino mi disse: “L’abbiamo tirato fuori. È ancora vivo, ma non sperare che passi la notte”. Renato era caduto a poche centinaia di metri di dislivello dal Campo base, ovvero a circa una ventina di minuti di cammino dalla nostra tenda. Sul frontone terminale del ghiacciaio che giunge ai piedi del K2, aveva ceduto un ponte di ghiaccio. Proprio un punto in cui per mesi erano transitate senza problemi tutte le spedizioni dirette allo sperone. Renato era precipitato in un crepaccio molto profondo. Lassù con Renato erano rimasti Kurt e Gianni, che si era calato nel crepaccio e lo aveva aiutato a imbracarsi per il recupero. Un’altra squadra, con un medico, si preparò a salire. Anche se la situazione era critica, si tentava di fare il possibile. Assieme ad Agostino e a qualcuno altro, cominciai a organizzare un eventuale trasporto in elicottero, nel caso in cui Renato fosse sopravissuto. Ci speravo. Avevo ancora un filo di speranza. Le ore passavano lentissime. Vicino a me c’era sempre Julie. Cominciava a schiarire. Sentii Da Polenza parlare per radio. Mi sembrava di avere intuito. Non mi mossi. Avevo troppa paura. Dopo qualche secondo Agostino entrò nella tenda e mi diede la notizia. Renato era morto. Era mancato verso le 21 della sera prima»...


che brividi. Non avevo mai letto queste parole.

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 1:36 pm  mork

è difficile per me, alpinistucchiolo per lo più dolomitico e prettamente estivo (abituato quindi a strade passi moto e rifugi) capire la portata dell'impresa che da il titolo al Topic.
Alla fine per chi non conosce quelle zone sembra che siano solo 2.500 metri di arrampicata in 15 giorni.
Ma intuisco che non deve proprio essere così semplice...

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 3:45 pm  Ospite

mork,

non so se ti è già capitato di leggere questo scritto di Renato (sulla prima traversata della Ridge of no return, sul McKinley)... per me altro pezzo d'antologia, fondamentale per provare timidamente a capire cosa spingesse il forte scalatore vicentino a cimentarsi in imprese alpinistiche ai limiti, non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto mentale. Come il trittico del Freney, o altre grandiosi salite (McKinley appunto, Huascaran Norte, Diedro Cozzolino in invernale... e quante altre).

9 maggio: la musica non cambia nemmeno oggi, anzi...
L'uscita del labirinto è ancora molto distante. E di certo ben nascosta. La strada per arrivare al corridoio finale, stavolta, è veramente difficile, probabilmente la più dura e pericolosa che mai mi sia capitato di percorrere.
Fin dai primi momenti della giornata, senza il minimo preavviso, comincia a profilarsi di fronte a me il volto di una realtà nuova, fatta di contenuti psichici, di sensazione sconosciute, di paura.

Proprio negli attimi di maggior impegno, nelle ore passate a lottare per superare i passaggi più ostili, inizio ad avvertire una presenza strana alla mia destra: qualcosa che non riesco a mettere perfettamente a fuoco, qualcosa di indefinibile che diventa sensazione percettibile solo negli attimi di più intensa concentrazione.
E' una situazione di forte disagio e anche di paura. Con me, proprio al mio fianco, sulla destra, procede qualcosa del tutto sconosciuto alla mia mente, del tutto nuovo, opprimente e soffocante.

Già altre volte mi era capitato di ritrovarmi solo, stanco e in situazioni limite e so bene che in certi casi i sensi rivelano una facoltà nova, assai diversa da quella addormentata dal noioso trantran della vita quotidiana. Questo fatto l'ho sperimentato nei diciassette giorni trascorsi sulla Nord dell'Huascaran, sul pilastro Nord-Est del Fitz Roy e anche al Monte Bianco d'inverno, ma stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.
D'ora in poi e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d'improvviso, m'inserisco senza che io lo voglia, in un ambito dilatato, popolato di eventi e contenuti insoliti e forse anche irripetibili.
E per molte ore, in quei giorni, mi muovo sull'esile frontiera di due mondi diversi, in mezzo a grandi difficoltà che non sono più solo quelle offerte dalla salita.

Questo brano è tratto da "Oltre i venti del Nord" (dall'Oglio editore). Con un po' di fortuna c'è ancora qualche copia disponibile via web (acquisto che consiglio assolutamente). Ne ho preso una copia non più tardi di qualche mese fa. ciao!

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 4:38 pm  mork

su IBS è disponibile.

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Messaggio il Mar Giu 04, 2013 9:16 pm  Musico Errante

alessandro ha scritto:


letto qualche mese fa Wink

ricordo ancora il nodo in gola che mi è venuto leggendo l'ultimo dialogo tra Goretta e Renato, poco prima che lui morisse Sad

mi ha anche affascinato come l'esperienza sulla ridge of no return avesse cambiato profondamente Renato: la solitudine di quella traversata, la continua tensione a cui fu sottoposto per attraversare quel dedalo di cornici, lo avevano segnato; per lui era stata un'esperienza che oserei definire mistica e spirituale; Goretta percepiva tutto questo, ed un giorno erano quasi arrivati a parlarne, ma da quanto mi risulta non riuscirono mai ad approfondire l'argomento e pertanto non ci rimane tanto di tutto ciò, se non alcune considerazioni da cui è tratta questa splendida frase di Renato: "Un'esperienza lunga e sofferta, che mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l'uomo compie, deve esserci sempre l'amore" Very Happy

veramente bella, come dice alessandro, anche la parte relativa alle sue prime esperienze dolomitiche.
io tra l'altro ho avuto anche la fortuna di partecipare, proprio poche settimane dopo aver finito il libro, ad una serata tenuta da Piero Radin, suo storico compagno di cordata.
è stato davvero emozionante sentir raccontare di persona, poco dopo aver letto gli scritti di Renato, dell'invernale allo spigolo Strobel della Rocchetta Alta di Bosconero (dove Renato puliva gli appigli dal ghiaccio con una spazzola d'acciaio e da mangiare si erano portati un pollo arrosto) e delle loro imprese sulle pale di San Lucano (e delle famose calate in doppia, durante le quali sentivano i cori alpini e si lamentavano con un loro fantomatico terzo di cordata che non collaborava)

Very Happy

cià

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Messaggio il Gio Mag 15, 2014 9:49 am  Ospite

Ospite ha scritto:

Una immagine che a me ha sempre detto più di mille parole... nel giorno del suo compleanno mi piace ricordarlo così... ciao!

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