Corno Stainer

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Corno Stainer




Il Corno Stainer (4360) è situato nel Gruppo del Monte Rosa, punte centrali, e più propriamente fra il Colle delle Piode (4285) e la Punta Parrot (4436). Visto dal Colle del Lys è un rilievo poco evidente. Non sono pochi gli alpinisti che ne ignorano la denominazione. Sul versante valsesiano invece lancia un bellissimo ed arditissimo crestone, denominato “crestone degli dei” che parte da quota 3680 sul Ghiacciaio delle Piode per raggiungere la cima con un salto di 680 metri.

CORNO STAINER (4360)
Gruppo Monte Rosa
prima ascensione per il "crestone degli dei" 1951

da http://www.torriste.it/



Il primo tentativo di salita è stato effettuato il 31 agosto 1874 da F.P. Barlow, G.W. Prothero con due guide rimaste famose nella storia dell’alpinismo: J.A. Carrel rivale di Whymper nella conquista del Cervino e Peter Togwalder che 9 anni prima partecipò, col padre, alla prima salita di Whymper al Cervino. La comitiva riuscì a rimontare i primi 50 metri di rocce articolate, dopo di che si trovò di fronte a rocce verticali. Per primo tentò Togwalder di superarle, ma ogni suo tentativo fu vano. Carrel tentò a sua volta senza riuscirvi. Dalla rabbia la guida di Cervinia si lasciò scappare un’imprecazione seguita da “solo gli dei possono andare su di qui”. È da questa frase che il crestone del Corno Stainer prese il nome di “crestone degli dei”.

Diciassette anni dopo, il 27 agosto 1891 Guido Rey, affascinato dal crestone, con l’inseparabile compagno di cordata Vaccarone e le guide Daniele e Antonio Maquignaz, effettuò il secondo tentativo. Da quanto risulta dalle cronache Rey non era al corrente del precedente tentativo. Raggiunto il punto dove Carrel e Togwalder furono costretti alla ritirata, Rey riuscì a procedere oltre superando rocce verticali e con piccoli, ma sicuri appigli. Fu però fermato da un lastrone con appigli piccoli e spioventi da non poter essere sfruttati per l’arrampicata. Da qui la sua affermazione dell’impossibilità di raggiungere il Corno Stainer per il suo crestone meridionale. È probabilmente per questa valutazione che il “crestone degli dei” fu ignorato dagli alpinisti per ben 32 anni.

Il 20 agosto 1923 Gianni Albertini e Sergio Matteoda, nel corso del loro tentativo, che sarebbe quindi il terzo, superarono il lastrone che aveva fermato Rey, ma a loro volta, a quota 3810, furono fermati da un lastrone verticale senza appigli e senza fessure per piantare i chiodi.

Quando parlo con Riccardo del “crestone degli dei” il mio compagno di cordata ne resta talmente interessato che mi propone di andarlo a tentare. Facciamo alcune uscite alla Punta Giordani e ai Corni di Stofful e d’Olen per fotografare il crestone da diversi punti di vista e con diverse incidenze di sole. Osserviamo anche attentamente il crestone con un potente binocolo. Da questo esame la parte centrale risulterebbe la più impegnativa perché costituita da una serie di lastroni apparentemente lisci. A lavoro completato ci sentiamo pronti per il grande tentativo.

10 luglio 1951 – prima ascensione al Corno Stainer (4360), Gruppo Monte Rosa, per il “crestone degli dei”, Riccardo Roncaglia, Liza Tobler e Stefano Torri.

È ancora buio quando Riccardo, Liza ed io lasciamo la Capanna Valsesia (ora Rifugio Guglielmina). Rimontiamo le rocce su cui sorge il rifugio ed attraversiamo il ramo più orientale del Ghiacciaio delle Piode. In poco più di un’ora siano all’attacco del crestone. Riccardo, che fa da capo cordata, si lega al centro della corda da 40 metri, per poi assicurare dall’alto Liza e me che dobbiamo salire contemporaneamente. Abbiamo con noi una seconda corda da 40 metri, qualche staffa e molti chiodi. Iniziamo la salita su rocce articolate senza particolari difficoltà. Incomincia a far chiaro, le rocce sono fredde tanto che da fastidio metterci sopra le mani. Dopo circa tre tiri di corda incominciano le prime difficoltà. Le rocce sono verticali ma con appigli abbondanti e sicuri anche se piccoli. Arrampicarsi su questo tratto di crestone è veramente divertente. Ancora tre tiri di corda ed arriviamo in un punto da dove, presumibilmente, Guido Rey è stato costretto a battere in ritirata. Siamo su un terrazzino che costituisce un ottimo punto di sosta. Di fronte a noi un lastrone leggermente appoggiato, ma con appigli piccoli e spioventi. Vista la necessità di usare chiodi come sicurezza Riccardo chiede l’intera lunghezza di corda. Utilizziamo quindi la seconda corda da 40 metri per legare Liza. Pianto un chiodo molto sicuro perché canta che è una meraviglia. Riccardo inizia ad arrampicare, lo vedo impegnato in un delicato gioco di equilibrio sugli appigli. In un punto meno impegnativo si ferma per piantare un chiodo rompitratta. Riprende quindi a salire raggiungendo la sommità del lastrone.

“Com’è su di li” gli chiedo gridando.

“La vedo male, comunque venite su tutti e due “.

Prima io, poi Liza raggiungiamo Riccardo. Da qui la vedo male anch’io. Di fronte a noi un lastrone verticale, senza appigli e senza fessure dove piantare chiodi. L’unica possibilità di continuare la salita è rappresentata da una cengia che sale diagonalmente verso destra, però il suo superamento sembra tutt’altro che facile. Riccardo mi chiede una sicurezza di ferro, poi inizia a salire lungo la cengia. Non è facile perché lo vedo avanzare cercando ripetutamente gli appigli che scarseggiano. Ogni tanto si lascia scappare qualche imprecazione, che subito cerca di soffocare, perché la nostra compagna di cordata Liza non vuole sentirci dire parolacce, che considera non consone con l’etica alpinistica. Vedo Riccardo sparire dietro ad una quinta rocciosa. La corda però scorre regolarmente nel moschettone di sicurezza. Sento il rumore di un martello che batte sul chiodo, dopo attimi che mi sembrano interminabili Riccardo mi dice di raggiungerlo. In effetti il superamento della cengia non è facile. Quando siamo di nuovo riuniti facciamo il punto sulla situazione. Lungo la cengia abbiamo lasciato dei chiodi per garantirci la via di un’eventuale ritirata. Di fronte a noi vediamo una serie di lastroni molto inclinati ma percorsi da spaccature, lungo le quali è possibile arrampicare, e da fessure chiodabili. A questo punto una sosta ci vuole per consumare thè al latte e biscotti. Il tempo ci favorisce perché è bello stabile, il colpo d’occhio sulle montagne della Valsesia è notevole. Dopo il superamento della cengia l’arrampicata sui lastroni ci sembra più agevole anche se le difficoltà ci obbligano sempre alla massima attenzione. Cenge trasversali ci consentono di avere discreti punti di sosta e di assicurazione. Solo in una circostanza mi vedo costretto ad incastrarmi in una fessura infilandomi di spalla per mettermi in una valida posizione di sicurezza. Superati i lastroni perveniamo ad una nuova cengia. Diamo un’occhiata a destra e a sinistra ma non troviamo via alcuna di prosecuzione. L’unica possibilità di continuare nella salita è di affrontare un lastrone verticale con piccoli appigli. Questo è risultato poi il passaggio più impegnativo di tutta la salita. Qui Riccardo si lega alle due corde e, da quel sicuro arrampicatore che è, parte all’attacco. Lo vedo salire con impegno. Ogni tanto si ferma e pianta un chiodo, ora su una corda ora sull’altra. La corda che via via gli sfilo sta per finire, gli do l’alt, ma nello stesso tempo lo sento gridare: “Evviva ce l’ho fatta”, segno questo che il lastrone era veramente impegnativo. Quando tocca a me ho le due corde che mi assicurano dall’alto, vado quindi su tranquillo, ma in alcuni punti non so dove mettere le mani per procedere nell’arrampicata, devo tirar fuori l’anima per farcela. Anche Liza solitamente molto agile e sicura si trova in difficoltà. Ci troviamo adesso riuniti ai piedi di rocce verticali, ma bene articolate. Abbiamo la meravigliosa sensazione di avercela fatta. Riprendiamo l’arrampicata con una sola corda da 40 metri. Gli appigli sono ottimi ed abbondanti, non ci sono problemi nella progressione. Guardando verso l’alto incominciamo a vedere della neve. Ci avviciniamo e ci accorgiamo di essere alla calotta nevosa della vetta. Ci fermiamo per cambiare abbigliamento. Ci mettiamo i ramponi e togliamo le piccozze dal sacco. Adesso vado davanti io a gradinare. La vetta è sempre più vicina e finalmente è raggiunta. Abbiamo il cuore alle stelle per la bella arrampicata portata a termine, ci stringiamo la mano e ci abbracciamo, mai soddisfazione è stata per i miei amici e per me così grande.

Una valutazione della via è doverosa. Il crestone sud del Crono Stainer è una salita bella, pulita, elegante, i chiodi sono necessari ma solo come mezzo di assicurazione. Non è certamente una di quelle salite di difficoltà e pericoli estremi, tipo le famose “nord”, salite che stupiscono, ma che fanno anche sorgere delle riserve sulle facoltà mentali di chi le affronta. Ma a questo punto mi fermo perché incomincio ad avere dei dubbi anche sulle mie facoltà mentali. Infatti...

::::::::::::::::::::::::::::::
fin qui il racconto preso dal web

Ma io questo Corno Stainer non l'ho mai sentito nominare. E nemmeno google, a quanto pare.
Non sono un gran conoscitore del Rosa, ma la Punta Parrot vista dal ghiacciaio delle Piode, ha a destra (nord) la Punta Gnifetti, insomma, dove c'è la capanna Margherita, e a sinistra, il Ludwigshole e il Corno Nero e oltre la Piramide Vincent.

Allora sarà un altro nome del Ludwigshole (o del Corno Nero) ?

Quindi chissà se la salita descritta percorre questa cresta sulla sinistra ?



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Corno Stainer :: Commenti

Messaggio il Gio Apr 12, 2012 11:51 am  Admin

Oggi ero in vena di indovinelli... ma non mi seguite... Sad

nota finale dell'autore: ... il Corno Stainer non esiste: l’ho inventato io per il gusto di vivere nella fantasia quello che nella realtà non sono mai riuscito a realizzare. L’unica cosa vera di questo racconto sono i miei due carissimi amici e compagni di cordata Liza Tobler e Riccardo Roncaglia, i quali certamente non me ne vorranno, per averli coinvolti in un racconto ai limiti di un sano equilibrio mentale.

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Messaggio il Gio Apr 12, 2012 2:29 pm  LucaVi

Non è che non ti si segue, è che oggi ho aperto il forum e c'è tanta roba. Pian piano, magari...

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Messaggio il Gio Apr 12, 2012 2:57 pm  franz



http://www.torriste.it/85978.php


uhm...

hai tarpato il pezzo clou ;-)

burlone!!!

il Corno Stainer non esiste: l’ho inventato io per il gusto di vivere nella fantasia quello che nella realtà non sono mai riuscito a realizzare. L’unica cosa vera di questo racconto sono i miei due carissimi amici e compagni di cordata Liza Tobler e Riccardo Roncaglia, i quali certamente non me ne vorranno, per averli coinvolti in un racconto ai limiti di un sano equilibrio mentale



Cmq la quota 4360 corrisponderebbe ad una anticima della Parrot.



Da Guida dei Monti d'Italia - TCI - CAI. Monte Rosa



anche se l'immagine ricorda effettivamente il Corno Nero...

bye bye

FRANZ

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Messaggio il Gio Apr 12, 2012 3:12 pm  Admin

ahahah lo sapevo che con un 4000 sconosciuto ti attiravo qui asd

ciao franz! cià

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