In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

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In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  Ospite il Ven Apr 13, 2012 3:30 pm

di Marina Morpurgo

C’è una sorta di buco nero, nella storia della famiglia Morpurgo, un ammasso confuso di ricordi monchi.
È il buco della notte del 13 dicembre 1943, una notte di nuvole in cui mio padre Mario, che allora aveva 18 anni, passò il confine svizzero insieme a suo padre Gino, sua madre Maria e i suoi fratelli minori Pia e Carluccio.
I nonni sono morti, la zia vive in un’altra città, lo zio dopo la guerra è rimasto in Svizzera, ospite di una famiglia che poi lo ha adottato, e comunque di quella storia non ha più voluto sentir parlare. Mio padre molto raramente racconta qualcosa, ma è come se un’amnesia volontaria gli permettesse di far filtrare solo i ricordi rielaborabili con un tocco di umorismo. Così la storia della Svizzera ci fa ridere, perché in fondo la fortuna ha fatto sì che la pelle l’abbiano salvata tutti, e ridiamo perché mio padre ricordando i vari campi per profughi non riesce mai a dire «gli svizzeri» senza aggiungere «‘sti stronzi», e perché ci immaginiamo lui, piccolissimo, magrissimo e totalmente inetto a qualunque tipo di attività manuale, costretto a corveé impensabili.
Ed è difficile dare il dovuto senso tragico al passato, se si ha negli occhi la visione di lui che sega alberi enormi in compagnia del barone Alberto Montel, professore di Diritto a Torino: un’improbabile coppia di taglialegna, Montel già di una certa età e con una barba imponente da cattedratico, due Stanlio e Ollio che cercano con grande difficoltà di elaborare tecniche che consentano loro di non finire spiaccicati da un tronco.

Insomma, sono queste le cose che abbiamo sentito. Ma ora non ci bastano più, vorremmo ricomporre un puzzle con tutti i pezzi, anche quelli della paura e delle angosce rimosse. E per arrivarci ci pare che la via migliore sia quella «proustiana»: prendere papà, prendere la zia, riportarli sul confine, fargli riannusare i boschi della via di fuga, sentire sotto i piedi quei sentieri. E poi farli «cantare». Decidiamo di ripetere il passaggio in Svizzera, come quella notte. La zia, che si ricorda un cammino estenuante tra alberi e cespugli, dice che le fa male un ginocchio, ma che verrà, «a costo di morire». Ci scambiamo delle e-mail, che lei intitola «missione espatrio».
E qui cominciano i problemi pratici. Dove andiamo? La nostra unica traccia è un dattiloscritto della zia, intitolato Una storia con la S minuscola. 1938-1945. Qualche anno fa l’aveva messo insieme intervistando amici e parenti, e leggendo molti saggi su quel periodo. Tiratura: cinque copie. Lì ci sono alcuni elementi considerati all’unanimità certi: che la partenza fu da San Fermo della Battaglia, in provincia di Como, che si pagarono 40 mila lire (una cifra enorme) ai contrabbandieri, che dopo aver varcato la rete attraverso un buco scavato nella terra i clandestini furono portati in una caserma, in attesa di sapere se sarebbero stati accolti.

Faccio qualche telefonata in zona – Comune di San Fermo, guardia di finanza, carabinieri – per avere informazioni sui possibili punti di passaggio. Buio totale, chissà come faremo a imbroccare il sentiero giusto. Alla fine mi suggeriscono di chiamare Cavallasca, che è vicinissima a San Fermo, un pugno di case a ridosso delle alture di confine, perché Cavallasca è la capitale dei contrabbandieri. Finalmente una telefonata al bar Giovanni, circolo coperativo, va a buon segno. Il proprietario, tutto contento di aiutarci, ci dice che quasi certamente la casermetta svizzera è quella di Laghetto (nome ingannevole, il lago non c’è, ma ci sono le sorgenti del Seveso). Chiamo mio padre: «Ti ricorda qualcosa, il nome Laghetto?». Sì, gliela ricorda: è proprio quella la caserma, ora non sappiamo che strada fare ma almeno sappiamo dove dobbiamo arrivare.

La sera prima del remake dell’espatrio ci riuniamo, per riempire quante più lacune possibili. Nel frattempo, immaginando dirupi e sentieri terribili (sulla base anche della lettura di alcune delle testimonianze raccolte da Renata Broggini in La frontiera della speranza, Mondadori) ho convinto i partecipanti a tener pronto un equipaggiamento da montagna che poi si rivelerà davvero ridicolo. Converremo poi che il terrore, il senso dell’ignoto, gli zaini pieni dei pochi averi che si pensa di poter salvare, le scarpe da cittadini e i vestiti indossati uno sull’altro per non morire di freddo sono tutti fattori che possono fare di una montagnola un picco spaventosamente inaccessibile (per non menzionare il fatto che durante la fuga mio padre fu costretto a portare in spalla il fratellino).

Quasi per miracolo, dopo 59 anni, ora affiorano altri dettagli di cui non abbiamo mai parlato. Mio padre confessa che quella notte la cosa di cui aveva più paura erano i cani dei tedeschi, più paura di essere sbranato che fucilato o deportato. Poi si ricorda di aver sudato terribilmente perché la notte non era gelida ma lui s’era infilato tre paia di pantaloni. Aveva anche due paia di calzature, sopra le scarpe le galosce, perché dentro le galosce aveva nascosto il diploma della scuola tedesca con il quale contava di rabbonire, alla peggio, i nazisti. I documenti di tutti erano contraffatti, mio padre li aveva rubati in Municipio a Mirabello Monferrato,dove la famiglia era sfollata, approfittando del fatto che suo nonno materno, Pietro, fosse vicepodestà (la storia familiare tramanda che un giorno il nonno, cattolico e fascista, turbato dalle persecuzioni che si erano abbattute sui nipoti, fosse andato in giardino a sotterrare il ritratto di Mussolini che fino a quel momento aveva tenuto appeso in camera da letto). I più o meno ebrei e nordici Morpurgo nei documenti erano diventati tutti degli arianissimi Olivieri, nati nell’Italia meridionale: «Così i tedeschi non avrebbero potuto controllare, perché li c’erano già gli Alleati… si vede che da ragazzo ero più furbo di adesso», dice papà.

Ricostruiamo anche la composizione del gruppo che quella notte partì da San Fermo per il Canton Ticino.
C’erano i cinque Morpurgo, ma c’erano anche sei inglesi che mio padre aveva raccattato lungo il Po: era andato a pescare, aveva visto tra gli alberi questi tizi biondicci e chiari, in borghese, che lo guardavano. Erano scappati, dice, da un campo di prigionia vicino a un posto che si chiamava Pomaro, e per qualche giorno erano stati ospitati, con rischi terribili, da un contadino della zona. Se li era tirati dietro fino a Milano, racconta papà, che si ricorda poi di aver comprato i biglietti ferroviari Milano-Como per tutti, perché quei sei avevano stampato in faccia il marchio di stranieri, e c’era da morire di paura solo ad andare in giro con loro, figurarsi a mandarli a fare i biglietti. Di uno degli inglesi ci dovrebbe essere in un cassetto Morpurgo perfino la foto, dopo la guerra scrisse per ringraziare: ma chissà dove è finita, anche lei vittima del silenzioso processo di rimozione (salterà fuori quasi per incanto, mentre stiamo impaginando questo articolo). Come è stato rimosso, ammesso che qualcuno l’abbia mai saputo, il nome della giovane di Torino sfollata anche lei a Mirabello che andò dai fascisti a spifferare che quei cinque non erano ariani, e che quindi potevano portarseli via tutti, anche la bambina Pia che aveva dieci anni e anche il bambino Carluccio che ne aveva cinque. E adesso a noi che non c’eravamo sembra incredibile che a nessuno, dopo, sia venuta voglia di rintracciarla, quella stronza vigliacca, giusto per comunicarle il senso di disgusto e lo sconforto per un tradimento del genere.

Intanto che parliamo, la zia annuisce, ma questo viaggio, gli inglesi e il treno sono ancora un ricordo nebuloso. Invece a mio padre torna in mente che c’era con loro un’altra famiglia di ebrei, si chiamavano Sacerdoti, dice, erano sei e uno era un medico e di nome faceva Camillo. Ora la zia si rammenta di questi Sacerdoti, aggiunge che c’era una signora anziana che penò molto nella traversata. Pensano, i miei, che questi Sacerdoti siano tutti morti, invece dopo salterà fuori che non è vero e troveremo addirittura dei testimoni di quella notte del dicembre 1943. Comunque il fatto che non ci siano episodi ricordati collettivamente del viaggio Milano-Como è dovuto alla precauzione – che fu presa da mio padre – di
dividere il gruppo. I passeggeri di quella linea ferroviaria erano altamente sospetti, agli occhi dei fascisti e dei nazisti, per il solo fatto di essere lì. I controlli in dicembre erano già diventati ferocissimi, la Broggini racconta che nel dicembre 1943 molti ebrei furono intercettati a ridosso della frontiera, con esiti tragici.

La vedova di Camillo Sacerdoti, la signora Mariuccia Gini, che era sul treno con loro e li avrebbe accompagnati fino a San Fermo, ci dirà che per i Sacerdoti era il secondo disperato tentativo di espatrio. Il primo – organizzato sempre nel comasco – era fallito, i contrabbandieri erano stati arrestati, e i fuggiaschi erano stati costretti a rientrare a Milano, a scendere alla stazione Bovisa, e a percorrere chilometri a piedi nel buio, con la madre di Camillo che soffriva di arteriosclerosi e non c’era verso di farle capire che cosa stesse succedendo. Ora mio padre ricorda che nel corso di una delle perlustrazioni preventive a San Fermo – c’era da prendere contatti con i contrabbandieri – fu fermato, se la cavò balbettando giustificazioni in tedesco: «Parlai in tedesco per fare buona impressione, però balbettando apposta perché se avessi parlato troppo speditamente quelli erano capaci di portarmi via come interprete».

L’ultimo punto da chiarire, prima di incamminarci, domani mattina, riguarda l’organizzatore della fuga. E quello mio padre lo ricorda piuttosto bene, a parte un po’ di confusione sul nome. Si chiamava don Ferdinando della parrocchia di Affori, periferia di Milano, zona operaia. Don Meda era alto, aveva una sigaretta eternamente penzolante dalle labbra, e le mani cacciate nella tasca della tonaca, il che a quanto pare non era un semplice tic. Secondo mio padre – assicura di averlo visto con i suoi occhi – le tasche di don Meda ospitavano spesso bombe a mano «nel caso mi prendessero i fascisti». L’oratorio si trovava in via Brusuglio – siamo andati ad Affori, ora non c’è più e ne hanno fatto uno nuovo, poco lontano – ed era tutto un via vai di ragazzi: «Quando da Mirabello venivo a Milano per preparare l’espatrio mi fermavo la notte in oratorio, al buio si inciampava nei piedi dei partigiani che dormivano sul pavimento sotto il calciobalilla». Ho visto, dopo, una fotografia di don Meda. Me l’hanno mostrata due signore, nella parrocchia di Santa Giustina ad Affori: don Ferdinando sorride, ha gli occhiali. È morto
nel 1984. Siamo andati a vedere se per caso don Meda era sull’elenco dei Giusti di Yad Vashem. Sull’ultima lista diffusa dal centro di Gerusalemme (e pubblicata l’anno scorso da Diario) non c’era: ci siamo ripromessi di fare la segnalazione in Israele, perché poi non l’abbiamo trovato neppure nel nuovo elenco. Abbiamo saputo però che è stato fatto cavaliere della Repubblica. Ed eccoci al giorno del passo. Siamo in quattro: la zia, suo marito Peppo che non ha resistito alla curiosità, e Riccardo il fotografo. Papà ha promesso assistenza da casa, tramite cellulare, se necessario.

In auto verso San Fermo la zia dice: «Ieri sera abbiamo riso e scherzato, ma io stanotte non son riuscita a dormire». Del resto quello del passaggio è un sogno che l’ha tormentata per anni, nel sonno sentiva la mano del contrabbandiere che l’afferrava e la spingeva a forza nel buco sotto la rete. Lasciamo l’auto a Cavallasca e cominciamo a cercare l’osteria dove i Morpurgo e i Sacerdoti attesero l’arrivo dell’ora propizia. La zia ricorda che suo padre Gino camminava avanti e indietro davanti alla finestra, scrutando con ansia il cielo e il bosco.

Quel 13 dicembre c’erano nuvole e non faceva troppo freddo, l’aria prometteva neve e la neve avrebbe portato alla tragedia, non si sarebbe più potuto camminare sulla montagna per via delle impronte. Oggi invece c’è un sole smagliante. Noi speriamo che la zia faccia come un cane da caccia, fiuti l’aria e imbrocchi la pista dell’osteria, ma non c’è niente da fare: «Non riconosco nulla». Però, aiutati da alcuni signori molto collaborativi, ci avviamo fiduciosi verso il confine. Ci spiegano che la rete metallica c’è ancora, ma in alcuni punti è crollata, in altri è generosamente forata.

Imbocchiamo una larga e ripida mulattiera lastricata di ciottoli, e dopo poco sbuchiamo non lontano da una casa, sul limitare del bosco. Nel prato c’è un signore che lavora, gli chiedo indicazioni e gli spiego il perché. Lui si illumina, quando scopre di essere coetaneo della zia lascia giù la vanga e viene sulla strada. Si stringono la mano: «Certo che mi ricordo! Ho sempre abitato qui e nel 1943 li vedevo passare, tutti quelli che scappavano. Nelle notti di vento si sentivano i campanelli della rete che tintinnavano». La zia rammenta
molto bene che i contrabbandieri per mettere a tacere quelle campanelle le riempirono di cotone. Il signor
Turconi ci dice di salire un po’, poi di girare a sinistra per aggirare la rete: dovremmo sbucare proprio sopra la caserma del Laghetto, la nostra meta. Il sentiero ora è tra gli alberi, è un bosco di castagni. Il terreno non è ripido. Ma si sprofonda nelle foglie secche. La zia racconta che era un incubo, i contrabbandieri che erano all’inizio e alla fine della fila continuavano a dire di non fare rumore.

Solo ora, immaginando di avere un assassino alle calcagna, noi che non c’eravamo ci rendiamo conto di
quanto chiasso facciano le foglie! I bambini Pia e Carluccio sapevano di dover essere silenziosi, e che non si trattava di un gioco. A un certo punto giunsero sul ciglio di una strada – non riusciamo a trovarla, però – e sulla strada passò una camionetta militare tedesca. I contrabbandieri li spinsero a terra: «Sento ancora il cuore che batte». I fratelli raccontano che dopo quella notte Carluccio per un sacco di tempo si rifiutò
di parlare: gli avevano intimato di stare zitto, e lui stette zitto anche quando erano già al sicuro, incurante delle suppliche e degli inviti.
Camminiamo in una zona piena di anfratti e trincee, è una montagna di confine che ha nascosto molte
persone e ancora talvolta le nasconde. Partigiani, soldati, ebrei, e poi contrabbandieri di sigarette, immigrati clandestini. Siamo su un sentiero, la zia ricorda che loro però attraversarono il bosco in mezzo ai cespugli. Arriviamo alla rete, che un po’ sta in piedi e un po’ no e sembra un serpente magro che zigzaga sul pendio. Seguendola con il pensiero, verso oriente, possiamo immaginare gli altri punti di valico, come la Roggiana e il Bisbino. La zia dice: «Ora mi sento emozionata». Tocca le maglie metalliche.

Le campanelle non ci sono più, in paese ci hanno raccontato che subito dopo la guerra se le sono fregate i ragazzini, per giocarci. Aggiriamo la rete per circa 200 metri, passiamo di fianco a un ex casermetta della finanza, troviamo un buco bello comodo ed entriamo in Svizzera in modo poco ortodosso. Una salita di qualche decina di metri in mezzo ad alberi radi ci porta sul crinale della montagna. Sotto di noi c’è un prato,
con una villetta. Sulla destra una casa dal basamento in pietra, le imposte in legno rosso, una profusione abbastanza notevole di nani da giardino e la bandiera Svizzera. Decidiamo che quella potrebbe essere la caserma di Laghetto, la zia è d’accordo, ricorda un posto del genere. Mentre scendiamo cautamente il pendio per non scivolare, c’è un tizio con due cani, che dal basso ci osserva. Pensiamo che ci aspetti per piantarci una grana, per tentativo di immigrazione clandestina. Da vicino vediamo invece che è un signore anzianotto e sdentato, guardia di confine in pensione che non solo non ci pianta affatto grane ma diventa il nostro Virgilio. Si chiama James Foiada, è originario della Val Verzasca, vive nella caserma da 38 anni, conosce anche i sassi e sa tutto quel che è successo qui nell’ultimo mezzo secolo. Ragion per cui interrompe immediatamente le sue considerazioni sulla bellezza della giornata e si porta le mani alle tempie «‘Sti poveri ebrei… ‘sti poveri ebrei… quando arrivavano vicino alla rete c’era gente che gridava “la finanza, la finanza” e così loro mollavano le valigie e perdevano tutto… quanta gente si è arricchita da queste parti».
James si offre di accompagnarci nel punto in cui, è sicuro, è avvenuto di preciso il passaggio. Nutre una specie di amor panico, indistinto e universale verso tutti gli esseri viventi, siano essi ebrei, clandestini albanesi, lepri, cani, agrifogli. Ogni mattina alle sei si alza e nella stagione di caccia va in giro con la sua lepre domestica e fa scappare gli animali: verso la Svizzera se la caccia è aperta in Italia, o viceversa.

Ogni tanto gli capita ancora di trovare, nascoste sotto le foglie e tremanti, intere famiglie di albanesi cui qualche truffatore ha garantito l’ingresso sicuro nella Confederazione: «E allora chiamo le guardie e li faccio prendere… lo faccio per i bambini… lì al freddo nel bosco...». Ci mostrerebbe assai volentieri
la cantina della caserma («Noi guardie la chiamiamo prigione»), quella in cui le famiglie Morpurgo e Sacerdoti trascorsero la prima notte, in bilico tra la gioia di avercela fatta e il terrore – per i maschi adulti – di essere ricacciati indietro, verso una morte quasi certa. Ma non lo fa, accennando un po’ confusamente all’esistenza di due linci incrociate con gatti selvatici che girano per la caserma e a quanto pare dormono su un divano. James racconta di aver raccolto quegli strani gattini e di essersi accorto troppo tardi che
non miagolavano, crescevano in modo eccessivo e sviluppavano una dentatura inquietante: dato che accenna anche al fatto che una delle due è pericolosa e aggressiva non insistiamo, la caserma
la guardiamo dall’esterno. La zia si limita a ricordare di non aver mai dimenticato il pane di segale e l’emmenthal che le offrirono qui dentro, dice di aver da allora in poi valutato la bontà di ogni formaggio in base alla somiglianza con il sapore di «quell’emmenthal».

Camminiamo seguendo James, che ci ha promesso l’Eldorado. Ci porterà nel punto preciso del ricordo più
vivido degli scampati, un dosso su cui all’improvviso si aprì la vista della valle di Chiasso illuminata. Una visione indimenticabile, per chi veniva dall’Italia dell’oscuramento e delle notti di tenebra e vedeva le luci che significavano la vita. Infatti è così, arrivati sul dosso Pallanza la zia guarda giù e si commuove: «Era proprio qui, sono quelle le case che ho visto». Chiasso è a picco sotto il sentiero, più in là Balerna e Mendrisio. Ci commuoviamo un poco anche noi, immaginando la gioia di allora. Una gioia che allora per poco non costò cara – una sventagliata di mitra – perché gli espatriati, appena varcato il confine, si fermarono a festeggiare rumorosamente, brindando con il tè dei thermos. Gli svizzeri gliene dissero poi di tutti i colori: i tedeschi, entro una fascia di un centinaio di metri dalla rete, non si facevano certo scrupolo a sparare sui fuggiaschi.

James, tutto soddisfatto, ci porta ancora un po’ in giro tra casotti di contrabbandieri, coperti di edera, e vecchie trincee: spiega che fino a due anni fa qui passavano ancora gli spalloni con i telefonini, i televisori e le pellicce. Un attimo di imbarazzo si crea quando la vecchia guardia dice: «Certo però adesso cosa vogliono questi ebrei dalla Svizzera… chiedono indietro i beni… insomma se uno ha avuto un dispiacere, mica pensa ai soldi». Come si fa a impegolarsi in una discussione scabrosa con questo essere così gentile? Così guardiamo per aria facendo finta di niente. Dopo, mentre scendiamo di nuovo sul versante italiano – lui è
tornato ai suoi animali e ai suoi nanetti, preoccupatissimo perché nel cantone di Basilea pare ne siano spariti 40 mila – scoppiamo a ridere, chiedendoci perché mai, qualora li avessimo avuti, dovremmo desiderare di regalare i nostri beni a una banca svizzera.

Di ritorno a Cavallasca, veniamo fermati dal proprietario della cooperativa. C’è un signore che vorrebbe
parlare con noi, se possiamo chiamarlo domani… ci passano il numero di telefono di Bruno Rovetta, ex rappresentante di metalli in pensione e storico dilettante, tutore delle memorie di Cavallasca. Sta scrivendo un libro ed è desideroso di scambiare informazioni. Quando lo chiamiamo chiede («senza offesa») se siamo ebrei, perché nel caso saremmo abbastanza una rarità: dal paese passarono molti soldati in fuga, spiega lo storico nonché «nipote di due famosi contrabbandieri», ma pochi ebrei. Effettivamente su San Fermo
e Cavallasca non abbiamo trovato testimonianze, nel saggio della Broggini.
Rovetta tenta di aiutarci a identificare la famosa osteria, perché alla fine, dopo aver studiato anche un vecchio quadro con la veduta del paese, ce ne siamo andati con le pive nel sacco.
Ci dice che forse si chiamava Un Mulin, dalle sue finestre si vedeva il bosco. Sbagliato: come abbiamo sbagliato a partire da Cavallasca (il che spiega anche perché la zia ricordasse una camminata assai lunga, mentre noi ce la siamo cavata con poco). Siamo espatriati come allora, ma con uno sconticino sul percorso,
come ci rendiamo conto solo dopo aver parlato con la signora Mariuccia Gini, vedova Sacerdoti. Che ha 86 anni e non può più uscire di casa ma ricorda perfettamente che l’osteria era a San Fermo. I vantaggi della non rimozione… la famiglia Sacerdoti rifece quel che noi abbiamo appena fatto ma 50 anni fa, quando la memoria era fresca, le persone erano vive, i luoghi non erano ancora cambiati. Noi abbiamo aspettato
troppo, e abbiamo perso dei pezzi per strada. Ma in fondo oggi siamo contenti lo stesso.



In primo piano il barone Alberto Montel, dietro mio padre Mario: due taglialegna davvero improvvisati



La foto che il soldato Edward Bandock spedì a mio padre Mario, dopo la guerra, per ringraziarlo



Mio padre Mario all'epoca della fuga



Lo zio Peppo esplora un nascondiglio (foto Riccardo Schito)


(articolo comparso sullo speciale Memoria di Diario, nel 2002)

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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  buzz il Ven Apr 13, 2012 3:53 pm

Questo me lo gusto nel weekend Smile

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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  trek2005 il Ven Apr 13, 2012 9:40 pm

Buzz ha scritto:Questo me lo gusto nel weekend Smile
quoto...
viene bene... Wink
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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  buzz il Ven Apr 13, 2012 10:08 pm

bella storia...
bella idea quella di ripercorrere quei passi, gli uni frugando nella memoria, gli altri cercando di immaginare.

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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  trek2005 il Ven Apr 13, 2012 10:46 pm

Buzz ha scritto:bella storia...
bella idea quella di ripercorrere quei passi, gli uni frugando nella memoria, gli altri cercando di immaginare.
c'è una ragazza a Milano che si offre di andare a registrare, sbobinare e scrivere, i raccondi persone anziane che altrimenti non saprebbera a chia raccontare le loro storie e queste verrebbero irrimediabilmente perdute...
chi lo vuole la chiama e si mette d'accordo...non so quanto costi, ma immagino che alla fine della raccolta qualcosa verrà pubblicato...
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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  AndreaVe il Sab Apr 14, 2012 12:43 am

Oh, ma 'sta Morpurgo non è che poterbbe scrivere direttamente? Wink

(domani leggo con calma, troppo lungo ora)
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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  Ospite il Sab Apr 14, 2012 11:56 am

AndreaVe ha scritto:Oh, ma 'sta Morpurgo non è che poterbbe scrivere direttamente? Wink
è stata una mia idea... del resto non è che uno spinge a tutti i costi per pubblicare cose e Ansia si contraddistingue in questo Cool

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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  superpjimmy il Sab Apr 14, 2012 12:40 pm

Cavallasca, San Fermo della Battaglia, comuni della zona Prealpi, i comuni della mia zona e sentieri che conosco come le mie tasche. E l'agriturismo sopra la casermetta a Cavallasca, l'Agrifoglio, è dove ho fatto il pranzo di nozze...Marina mi fa piacere che quei luoghi hanno significato la salvezza per la tua famiglia...Sono posti da scoprire e da saper apprezzare, posti che per molti hanno il sapore della speranza e della salvezza e per altri il sapore della tragedia e della condanna a morte o ad una vita di sofferenza...Colline boscose ma traforate da gallerie, trincee e forti della linea Cadorna, che per i residenti hanno significato la quasi sicurezza di non partire per il fronte orientale o per la Russia, costruite per prevenire una eventuale invasione tedesca dalla Svizzera, trasformate poi in tappe di attraversamento di un confine che, in fondo, per noi abitanti in zona, è solo mentale e non fisico.

Grazie ad A per aver pubblicato il racconto di Marina!!!

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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  AndreaVe il Mer Apr 18, 2012 12:55 am

Finalmente sono riuscito a leggerlo Exclamation

Bella la Storia!
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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

Messaggio  Beldar il Mer Apr 18, 2012 9:29 am

bello !!! Davvero godibile e ben scritto cheers
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Re: In viaggio con la zia (dove si racconta di una fuga in Svizzera e di un prete con la tonaca piena di bombe)

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