Andrea Gobetti, da una Una Frontiera da Immaginare al Mucchio Selvaggio

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Andrea Gobetti, da una Una Frontiera da Immaginare al Mucchio Selvaggio




dal calderone di Fuorivia riesumo questa bella autointervista di Andrea Gobetti raccolta da Armandingo... chè magari se ci legge gli viene voglia di scriverci su qualcosa: è un invito ufficiale Very Happy



In occasione della ristampa di Una Frontiera da Immaginare, a un quarto di secolo dalla prima edizione pensavo di chiederti un ricordo sui tempi in cui l'hai scritta. Ne senti nostalgia?

Eh la nostalgia è complice dell'imperfetto: ero, eravamo, erano. Erano tempi entusiasmanti, eravamo giovani e fieri, ero fammi ricordare, ero : l'ero! L'eroina bucava le braccia a migliaia di eroi, c'era stata una grande guerra dalle parti del Vietnam e gli americani si strafacevano per continuare a resistere aggrappati al Sud Est asiatico contro milioni di omìni gialli che volevano toglierseli di 'ulo, come si dice a Viareggio. Per di più l'eroina la fabbricavano a due passi dal Vietnam, e così il polverone, mica tanto pian pianino, ha invaso il mondo.

a te? Niente?

No. Vedi, io non ho mai capito granché in inglese e sicuramente mai due versi in fila d'una canzone. E le belle canzoni che incitavano a sbuchellarsi arcisniffati erano tutte in inglese. Io, io ero sempre ubriaco, a quei tempi; bevevo vino rosso in quantità industriali, e all'occasione birra e grappa. Cantavo le canzoni degli ubriaconi, dei montanari e degli anarchici, in coro, a squarciagola, con altri splendidi bevitori. Eccitavamo la percezione extracorporea in dialetto e in italiano, anche in francese, ma mai in inglese.
Ci piaceva far delle belle imprese in grotta, in piazza e in montagna, e poi ubriacarci tra compari. Quando non si combinava niente di notevole, si recuperava dalla bottiglia il sentimento epico e si animavano sbronze memorabili.

E fu da ubriaco che decidesti di scrivere la tua autobiografia all'età di 23 anni?

È molto probabile! Quando ho pensato l'inizio del capitolo "Il mestiere dell'eroe Senza mutua, alla giornata, vivono gli eroi, più soli dei cani si contemplano in eterno", lo ero sicuramente. Allora, con quelli con cui m'aggiravo, ci si compiaceva di sfatare l'atletismo, di ridicolizzare l'aspetto formale della cura del proprio fisico. Se si è forti è perché si è forti dentro, perché quando c'è battaglia (e nelle grotte o sulle rocce dove andavo allora, sovente era battaglia) si chiude lo sportello interiore dell'ufficio reclami, s'ignorano mali e paure e si fa quel che va fatto. E questa è una cosa che si sa fare o no, alla faccia di quel che puoi bere, fumare, mangiare, ridere e far tardi.

Pensavate a un futuro da protagonisti? Però non mi pare che le cose siano andate come e dove volevate voi. Vi eravate illusi?

Quando le cose andranno, andranno da quella parte. Quando si vorrà dare un'occhiata a cosa succede oltre il denaro, si andrà da quella parte; il futuro non è solo una questione di successione d'anni e di date, bensì un andare oltre i limiti precedenti, esplorare situazioni ancora sconosciute. Se uno si chiude dentro il suo portafoglio, o dentro la sua immagine, non può venirmi a dire d'essere andato da un'altra parte: ha rifiutato semmai di andare da qualsiasi altra parte, è regredito all'animalesco accumulare e divorare o si è pietrificato davanti allo specchio, alla faccia d'una più profonda sensibilità umana, mentre il futuro continua ad aspettare là dove si realizzerà una più intensa umanità.
Ci eravamo illusi? Sì, ci eravamo illusi che il futuro avesse fretta.

Temo di non capire

Mi stupirebbe il contrario. Tra milioni di ecologi impegnati a proteggere il mondo dall'uomo, è raro trovare qualcuno che cerchi di capire il tempo; al riguardo, si preferisce di gran lunga vivere nella più nera superstizione, autoimpedendosi di concepirlo, il tempo, se non come il vortice del tubo del cesso dove, prima o poi, scomparirete tutti!

Puoi fornire immagini meno sgradevoli in proposito?

Riporrò ogni malgarbo. Il tempo è come una grotta inesplorata. Aspetta, non spinge, non tira, non sfugge. È un'incubatrice in cui si schiudono le giornate fecondate mesi e anni prima. Un poeta direbbe: "una serra dove germogliano le speranze", ma al riguardo io preferisco un atteggiamento più scientifico dell'intuizione poetica. Il tempo durante le giornate memorabili s'ingravida di nuove storie. Quando scopro e dò il nome a una nuova grotta, compio un atto irreversibile la cui memoria farà nascere altre giornate e altre storie in cui vivremo i miei compari speleologi e io stesso, dando un dopo a quel giorno. Un dopo fatto di noi stessi, d'avventure, di scontri e incontri, di passioni e paure, d'esaltazioni esplorative e consapevolezze topografiche; un evolversi di eventi non meno complicato della geografia della grotta che sta dietro la sua entrata buia. Quello è il futuro! Non lo scorrere di fogli sterili sul calendario o delle banconote che attraversano le tasche senza proporci alcunché di memorabile.

Il futuro è una grotta ma tu non sai parlar d'altro che di speleologia?

E dopo l'inferno vorresti che ti raccontassi del Purgatorio dove vivi e del Paradiso che, tanto per cambiare, è di chi attende e può attendere? Ha cominciato Platone a scrivere di grotte universali, e un'altra botta gliel'ha data Dante.
Io ho provato a non farlo, ma non ci riesco.
Mi piacerebbe scrivere d'altro e litigare con le lettere seguendo realtà, storie e leggende sparse per il mondo e per le nuvole della fantasia. Eppure tutti i tentativi d'uscire di grotta sono puntualmente naufragati sui tavoli mai raggiunti di prestigiose redazioni, e ogni volta sono stato ricacciato nel Tartaro, fra gli speleologi, dove peraltro mi trovo benissimo. Siamo gli ultimi del mondo, gli unici non ammessi alla lussuosa terrazza su cui l'Occidente si celebra.
Quel mondo è rimasto come rimarrà e la speleologia non è fondamentalmente cambiata da quel che era.

Piano, piano: ti ho sentito dire che la Frontiera da Immaginare è diventata un condominio da amministrare.

Quello, e anche di peggio, è capitato già. È vero che non posso neanche andare in esplorazione nel fantastico collettore del Marguareis, perché gli esploratori d'un certo qual gruppo ne sono gelosissimi e non lo aprono neppure a un povero vecchio come me, senza imporre umiliazioni tipo le forche caudine. Anche loro non stanno andando da nessuna parte, ma ripetono un modello d'inferno grande in paese piccolo che è già stato interpretato da svariati speleologi, cazzuti allora quanto sconosciuti ora, da molto prima che noi nascessimo. Rompere quest'egoismo, esplorare oltre la frontiera del proprio gruppo, come ci è accaduto in quei memorabili anni, è la strada per scoprire dove continua la speleologia. Bisogna riconoscersi, non fare come Colombo che attraversò l'Atlantico non per riconoscere, ma schiavizzare l'uomo che viveva oltre l'oceano. E credo che, quando ci riconosceremo nel "noi", anche le grotte che ciascuno sta esplorando per i fatti suoi si riconosceranno figlie dello stesso calcare e si congiungeranno in un unico mondo sotterraneo alle sorgenti del Tanaro. Ma nonostante questa e altre sventure, fra gli speleo incontri una razza d'uomo-esploratore unica e stranamente omogenea in tutto il mondo. La grotta è una storia di gruppo, di collaborazione anziché competizione, d'anacronistica ospitalità e disponibilità agli altri speleologi. La grotta è un luogo dove né telefonini, né satellitari e nemmeno le macchine utili si riducono al trapano a batteria. Là il mistero è veramente un mistero e tra tanta sincerità l'uomo si umanizza; chissà che non finisca per esplorare se stesso

Negli anni '70 tu avevi anche cominciato ad arrampicare, ti citano con Motti e Grassi, Galante e Bonelli.

Loro sapevano scalare davvero; io sulla roccia ero solo un turista. Ma erano una bella banda di amici, e io mi ci ero affezionato. Avevano una sensibilità acuta spronata dal rischio, e l'allegria di chi possiede il coraggio visionario e anche quello nel pensare e nell'agire, nonché punti di vista assolutamente seducenti. Con loro c'era posto per tutti, che si sapesse o no arrampicare bene.

Ma non mi pare abbiano convinto nessuno o quasi...

Certo non erano missionari in cerca di proseliti Erano anche loro esploratori, e quelli erano gli anni dei nuts, una rara parentesi tra chiodi d'un tipo e poi d'un altro, un breve momento in cui si prese su serio la disponibilità delle rocce a farsi arrampicare. In quegli anni l'arrampicata è andata vicina a diventare un scuola iniziatica, una disciplina, forse l'unica di pretta marca occidentale, alla scoperta di se stessi. Rischiavamo d'entrare a far parte dell'Istituto per lo sviluppo armonico dell'uomo. Ma quelli che ora si vantano perché a quel tempo dovevano lavorare e non avevano il tempo di far della filosofia, hanno rovinato quella strada di liberazione umana. E hanno costretto l'arrampicata a rientrare tra i meccanismi di sfogo sociale, dai quali stava seriamente prendendo le distanze. Personalmente, non capisco come lo sport possa essere stato visto come il futuro di un'arte, piuttosto che come un incanagliamento circense. Così hanno riempito l'arrampicata di burocrati e giudici, hanno gonfiato preparatori e atleti glorificandone l'analfabetismo. Sulle riviste, ai racconti dei protagonisti si sono sostituite le opinioni di giornalisti degni del calcio (se non che infinitamente più sfigati). Ti pare un passo avanti? Ricordi cos'era l'arrampicata? Guarda cos'è diventata adesso. T'accorgerai della perdita di significato che c'è stata abbandonando il concetto di rischio condiviso per quello di prestazione atletica individuale. Ho curato per 11 anni "Roc", annuaria bandiera dell'arrampicata antisportiva, per sottolineare i termini della crisi, finché non m'han fatto fuori gli atleti congiurati ai pennivendoli.

Dei tuoi amici d'allora molti si sono suicidati...

E altri sono morti d'incidente; ogni tanto mi sembra di cercare di cucire con la penna e con tutto quel che trovo le vele del vascello dei miei sogni squarciate dalla falce della morte. È chiaro che non si può pensare di vincere, che non ci sono i termini d'una sfida, ma soltanto la voglia di qualche altra giornata in banda, d'avventurarsi di nuovo in ciurma vagabonda per il mare misterioso.

Allora credevi nel Mucchio Selvaggio?

E nel Circo Volante Dopo quelli e altri naufragi, il catalogo delle mie cattive compagnie cita la banda di Pesce Cieco, Bebertu Valley e molti altri nomi, tra cui anche la famiglia Pernacchietti in vacanza, dove hanno attecchito le memorie genetiche mie e di Giuliana. Rimetto in tasca il telefonino a cui ho raccontato, talvolta gridando, talvolta sussurrando commosso, i fantasmi del mio passato. È veramente uno strumento utilissimo per tutti noi matti, il cellulare. Ci permette di stare in incognito. Vent'anni fa, mi fossi messo a raccontarmi tutte queste storie parlando da solo lungo il porto di Pesaro, come ho fatto adesso, altro che articolo per la "Rivista": mi avrebbero dato dello schizofrenico, e psicofarmaci a pasto. Ora, invece, grazie a questo miracoloso ritrovato della tecnica, mi sono intervistato in solitaria, senza scomodare nessun minchione tra i giornalisti che non m'han mai filato, e l'ho fatto sotto il naso di tutti, donne, uomini e ragazzi a passeggio su un incerto destino che, come me, sbraitavano in pubblico di chissà cosa e a chissà chi. Ah! Quante frontiere da immaginare s'indovinano ogni giorno!

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Messaggio il Lun Ago 19, 2013 3:15 pm  Silvio

a proposito di ICARO, e del post di batman, ho ritirato fuori questa nota postata a suo tempo da A;

mi sembrava pertinente.

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Messaggio il Mar Ago 20, 2013 10:13 am  gug

Bella l'intervista e anche il libro mi è sempre piaciuto moltissimo.

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