Terra di nessuno.

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140412

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Terra di nessuno.




ALLORA RICAPITOLIAMO: i lati positivi di questa giornata che sta per iniziare:
- è piena estate e il tempo è bellissimo
- sono le 7 del mattino e io sono già sveglio (a pensarci bene que-sto non è mica troppo positivo)
- sono una guida di Macugnaga, la stagione sta andando bene e ho già guadagnato un casino di soldi
- oggi sono Guida di turno e mi tocca la traversata dei Camosci con famigliola pensionato-moglie-figliostudente-fidanzata (poteva andare meglio, ma in fondo anche peggio, accontentiamoci)
- stasera vado al Marinelli perché domani faccio il canalone con due DICO DUE francesine pimpanti: rendez – vous a le Belve-derè h 17 (evvvai !!)
- forse tra due/tre giorni viene una perturbazioncina e finalmente starò a casa a dormire (spererei con le due del punto precedente, vedremo…).

Bene, facciamo ‘sto sforzo e alziamoci, dopotutto nella vita ci sono situazioni peggiori della mia, anche se a volte, mi vergogno a dirlo, trovo il coraggio di lamentarmi. Certo, vincere una cinquantata di miliardi al SuperEnalotto sarebbe già un bel lavoro, finirei di pagarmi la casa anzi la venderei e me ne comprerei un’altra come dico io, Mercedes 600 e Ferrari Maranello, cameriera thailandese h 24, e tanto tanto tanto cazzeggio in giro per il mondo, devo ricordarmi che non so nuotare (per fortuna alla preselezione del corso guide che ho fatto io non era richiesto, adesso sì) e quindi se vado ai Tropici devo imparare. Che domande, certo che continuerei ad andare in montagna, ma con la guida, finalmente da cliente…

Colazione con pane nutella e tè. Ramponi, picca, qualche moschettone e 30 metri di 9 mm.
Aria frizzante quando esco, buon segno. La Est è perfetta, se Dio vuole non ci sono nuvole nemanco in arrivo dalla Valsesia, strano.

Mi piace andare all’appuntamento coi clienti, cerco sempre di fare buona impressione per la mia puntualità. Arrivo alla funivia del Moro e trovo Fabio, un’altra Guida, con un ragazzo, vanno a fare lo spigolo dello Joderhorn, ci sono altre persone ma della mia famiglia nessuna traccia: Fabio mi dice che hanno dato forfait, il vecchio non stava bene, dovrebbe invece arrivare una ragazza sui 30, me la definisce buona, sempre per la Camosci.

Ah, i grandi imprevisti della vita ! Ah, che finalmente Qualcuno lassù in alto si sia ricordato di questo poveraccio costretto a scalare montagne per tirare la fine del mese ? All’orizzonte, da una Polo bianca, spunta un angelo. Un autentico angelo, di sesso femminile. S. Bernardo patrono delle guide, ti prego fa che sia lei…
Fabio – S. Bernardo me lo conferma: è lei. E’ LEI !!

Ragazzi, calma e gesso. Immediata trasformazione nel perfetto stereotipo “Guida che ispira infinita fiducia”. Ci presentiamo, si chiama Paola, ha pochissima esperienza di alpinismo però le piace la zona, vuole provare a fare qualcosa in più della solita camminata sul prato. E’ un buon inizio. Prendiamo la funivia, pregusto già una bellissima salita, una splendida giornata. Quanto amo questo mestiere…

Ho fatto un sacco di volte la Camosci, ma quest’anno ancora mai. L’ultima volta era lo scorso settembre, eravamo due guide con un po’ di gente. L’altra Guida era Sergio……

Mettiamo la divisa grigia, la vecchia divisa delle vecchie Guide, pochissime volte, per esempio a ferragosto per la processione. E’ sempre più difficile che venga tirata fuori dall’armadio, dobbiamo stare attenti che le tarme non ci facciano i buchi. La mettiamo nella giornata della nostra festa, e sempre ai funerali di uno di noi. Come oggi.

Alla nostra festa può capitare che non ci siamo tutti, si sa com’è il mestiere, il lavoro bisogna prenderlo quando c’è. Ma al funerale di uno di noi ci siamo sempre tutti, piuttosto si rifiuta un cliente. Come oggi.
Puntualmente il tempo è bellissimo, la parete Est è in condizioni eccellenti: ho notato che molto spesso il cielo è terso quando si fa l’ultima salita, quella più importante e definitiva. Mi piace pensare che anche le montagne, in questo modo, partecipano alla cerimonia, fanno parte di questa salita, come uno stuolo infinito di clienti che si sono dati appuntamento per lo stesso giorno, nello stesso luogo, con la stessa guida. Insomma non considero una beffa il fatto che splenda il sole e non ci sia un alito di vento.

Le beffe, quelle vere, crudeli, subdole, sono altre.
Una di queste è che fai la Guida alpina e non muori per una valanga, o perché voli giù, o per un fulmine. Muori perché una parte infinitesima di te, fino a quel momento saldamente ancorata a tre spit piantati sulla parete interna di un’arteria, decide di sganciarsi, di migrare, di trovarsi una sistemazione da un’altra parte, magari di chiudere un’altra arteria perché quella di prima non gli piaceva più.

Una beffa è che hai una bella moglie che tutti ti invidiano perché, tra l’altro, è una donna intelligente e spigliata. Dopo dieci anni di matrimonio corre con te, mentre attraversate la piazza mano nella mano sotto la pioggia, e ride perché è arrivata dall’altra parte per prima. Se ne frega dei limiti di velocità quando guida, tranne che nei paesi e coi bambini. Una meravigliosa incosciente che ti ha fatto la sorpresa di aspettarti in cima alla Dufour, chiedendomi di portarcela per la parete Est, mentre tu trascinavi due persone sulla cresta Rey, e che lassù ti ha chiesto di baciarla e ha urlato al mondo quanto ti ama.

Parlavamo di bambini. Altra beffa. Muori lasciando qui due figli che hanno occhi così grandi che sembrano i laghi di Paione, in Bognanco, o il lago Sfondato al bivacco del S. Martino. Non sono mai fermi, ti seguono comodi sul 5° e cominci a far fatica a stargli davanti sugli sci, e dire che sei una Guida. Sono capaci di giocare tutto un santo pomeriggio col cane, ma la notte schiantano di sonno.

Tuo padre e tua madre, che fino a tre giorni fa erano felici. Non c’è bisogno, forse, di dire che anche tuo padre è Guida, ha messo la sua vecchia divisa grigia, la stessa che indossi tu. Prova un dolore che nessuno è capace di descrivere, ma si trattiene, come i grandi seracchi che fiancheggiano la via dei Francesi.
Di tua madre non voglio parlare. Non ne ho il coraggio.

Poi ci sono i tuoi clienti, le persone con cui hai sostenuto ogni volta lo stesso esame, ma in modi diversi, e l’hai sempre superato. Sono in-creduli, alcuni piangono, parecchi hanno fatto molta strada pur di es-serci oggi. Addirittura due erano con te sulla Santa Caterina la setti-mana scorsa, corre voce che la rifaranno e te la dedicheranno. Un al-tro ti aveva chiesto di fare da padrino al battesimo di suo figlio: non hai fatto in tempo, è nato ieri, e suo padre è qua.
E infine ci siamo noi.


Sulla funivia scambio qualche parola col Fabio, i clienti sono ancora un po’ tirati. Devo subito risolvere un grosso problema: sono indeciso se guardare la Est, anche per la salita di domani, che è ciò che in genere faccio ogni volta che salgo al Moro, o guardare Paola. La scelta è facile: opto per la risposta “B”, il canalone si fotta, l’ho visto centinaia di volte. Anzi, per ammirarla meglio è il caso di mettere gli occhiali scuri, che celano il mio sguardo ormai fattosi rapace.

Finalmente arriviamo a ‘sto monte Moro, salutiamo Fabio, ci liberiamo degli altri e cominciamo a camminare sui nevai prima dei cengioni che portano alla bocchetta di Galkerne. Fa freschino, la neve è dura, speriamo che Paola abbia i ramponi, dopo che l’ho vista mi sono completamente dimenticato di chiedere le poche logiche cose che una guida con la testa sul collo dovrebbe sempre chiedere. Camminiamo adagio, non voglio che si stanchi, a furia di voltarmi a guardarla mi verrà il torcicollo, va a finire che ci faccio una magra figura.

Il breve tratto che precede lo Schwarzberg Gletscher è forse quello che mi piace di più, c’è ancora qualche filo d’erba, poi due semplici passaggi rocciosi e all’improvviso si sbuca sui grandi pietroni affacciati sullo Strahlhorn, qui davvero imponente. Ci arriviamo anche oggi, qui in genere ci si siede per prepararsi con calma. Paola ha i ramponi, meno male.

Posso finalmente guardarla bene, la mia ragazza... ops! cliente, mentre chiacchieriamo come vecchi amici (purtroppo). Non è magari una di quelle che fanno pensare “Madunnuzza biniditta che fimmina”, ma di sicuro non passa inosservata, in qualunque contesto. E’ la classica ragazza della porta accanto, espressione trita e ritrita ma in questo caso davvero calzante. Una bellezza fresca, solare, che sa di pulito anche se non è più giovanissima. Una trentenne alta, sguardo al tempo stesso volitivo e pronto ad imparare ed ascoltare. Muscoli sodi, pelle scura al punto giusto, capelli fino alle spalle lisci e brillanti, una chiostra dentaria che brilla di luce propria, mani e unghie in ordine, ma che non disdegnano la fatica. Una ragazza sana.

E straordinariamente piacevole da guardare, tanto che sul ghiacciaio la faccio stare davanti, legata a quattro metri. Indossa un paio di quei pantaloni che si usano oggi in montagna, specie di fuseaux neri un po’ pesanti, non li approvo perché mi sanno troppo di modernità, ma le disegnano un paio di gambe e un posteriore che mi fanno letteralmente boccheggiare.

Bene, eccoci qua. Cosa volete di più: il sogno quotidiano della guida alpina, accompagnare una cliente come Paola. Chissà perché non riesco a godere la giornata, la salita, la situazione, in genere “bevo” avidamente ogni più piccola sensazione che mi dà questo lavoro, compresi i momenti di paura. Cammina bene la tipa, lo noto da quel particolare modo di alzare, angolare e appoggiare il piede, in quei movimenti percepisco un’eleganza superiore ma sommessa, che finora non ho mai avvertito.

Che palle ‘sto ghiacciaio ! Sono passato davanti sulla rampa che esce sulla cresta di Stenigalchi, dove finalmente rivediamo la valle Anzasca e ci fermiamo a riposare un po’. Il tempo è sempre perfetto, panorama da manuale, è forse il migliore punto di osservazione di tutta la zona escludendo la Jazzi, e io sono completamente rapito da Paola. Guardo solo lei !

Ragazzo, mica ti starai innamorando ?
Scendiamo leggermente verso la bocchetta rocciosa dalla quale si torna sul versante italiano. Sarebbe bello se ci fosse un fotografo, per fissare per sempre il bel momento guida – cliente che stiamo vivendo. Per immortalare che bella coppia siamo.

Sarebbe molto facile mettersi a parlare dei nostri ricordi, caro Sergio. Sfilano davanti a me come persone vive, mentre, assieme agli altri, ti sto portando a spalla verso il cimitero, in un silenzio profondo e terribile, rotto solo dal rumore ovattato di centinaia di passi, che segnano come un metronomo il dolore che proviamo, ancora più grande perché nessuno accetta una morte come la tua.
Percorriamo lentamente la strada principale di questo nostro paese, sotto montagne di cui conosciamo ogni più nascosta piega, con le quali qualche volta, nelle sere d’autunno, molti di noi si sono sorpresi a parlare.
Ricordi quante volte siamo stati al cimitero insieme, a girare tra le tombe, a toccarle, a chiederci quando sarebbe toccato a noi e chi ci avrebbe accompagnato. Oggi siamo tutti qui.

Chissà cosa stanno pensando tutti gli altri. E’ facile dire che la vita continua, che continueremo a fare le nostre riunioni, ma una certa sedia, un certo posto attorno al tavolo saranno vuoti. Continueremo a trovarci in piazza davanti all’Ufficio Guide, ma uno non pagherà più da bere, e non gli si offrirà più una birra. Faremo come sempre il programma, ma quelle certe proposte che ti piacevano dovrà farle qualcun altro. Ci accorgeremo che i turni di presenza e di soccorso si succederanno più frequentemente, e i clienti di ognuno di noi, in modo quasi impercettibile, tenderanno ad aumentare.
Perché ce n’è uno di meno.

Che cosa misteriosa questo strano fascino che hanno i funerali. Il cerimoniale della Morte. Il suo protocollo, che si assomiglia in tante religioni. E’ curioso come sia una cosa innata e naturale in ciascuno di noi, primordiale e selvaggia, tara di quel senso assoluto di morte che aleggia da sempre e per sempre sui vivi. Si muore perché si vive. E basta.

Ed eccoci qui. Tutti riuniti attorno a quel buco maledetto che tra poco ti accoglierà. Avanti. Tocca a me posare la tua piccozza e il tuo cappello a tesa larga sul legno sottile ma smisurato che ti ricopre, e tocca ad altri quattro predisporre una calata di solo due metri, ma così difficile.
Avanti. Ho partecipato a molti soccorsi, ma non ho mai visto né percepito un dolore ed uno smarrimento come quelli che vedo negli occhi di tua moglie, di tua madre, di tuo padre. Vedo una sofferenza devastante, un’ombra immane proiettata sulle loro vite sino all’ultimo giorno, grande, così terribilmente grande come il panorama che qualche volta abbiamo visto insieme sulla cima del Bianco.
Avanti. Forse puoi sentire l’urlo silenzioso che si leva da dentro la nostra anima. Noi continueremo a percorrere queste stesse montagne che sono qui oggi e tutte le altre montagne del mondo, ed in quel punto, in quel bivacco, su quella via, a quel passaggio o sopra quel colle ci ricorderemo di te, perché in tutti quei posti ci siamo già stati anche con te, ci siamo incontrati, inseguiti, incrociati.

Fine, un tonfo leggerissimo, la calata è giunta al termine, si recupera la corda. Qualcuno comincia subito con la pala, è davvero l’ultimo atto, uno spettacolo tremendo che nessuno può impedirsi di guardare. Ed è tutto così assurdamente vero in cui dobbiamo interpretare fino in fondo la nostra parte. Tutti, anche il tuo cane, che si è seduto per farti la guardia.


Paola si muove molto bene sul sistema di cenge, canalini e passaggi che precedono il ghiacciaio di Roffel. Ci alterniamo, voglio che si diverta anche a condurre la cordata.

C’è qualcosa di particolare che emana da lei, credo di capire che sia una pazza gioia di vivere, uno sconfinato desiderio di libertà, senza alcun legame, forse le dà fastidio persino la corda che ci unisce. Parole dozzinali: una donna diversa dalle altre ?…finalmente una trentenne (abbondante) anticonformista, non desiderosa di sistemarsi, senza menate di figli, conscia se Dio vuole che la vita va vissuta attimo per attimo, senza pensare al futuro. Esistono ancora donne così ? Guardo il Monte Rosa, ascolto il suo fragore, domani sarò là in mezzo con altre due ragazze. Che storia !

Intanto siamo quasi al Sella, ci sono dei crepaccioni che ci starebbe dentro una Seicento. Mi piacciono da matti gli ultimi 10 metri prima del rifugio su questi blocchi, “attenta qui” “ce la fai ?” “brava, così”.
Lo dicevo io che Paola non passa inosservata, i clienti del Sella con la scusa di chiedere com’è la Camosci sono tutti intorno a lei, quel marpione del custode addirittura le offre da bere, e con me fa finta di niente. Brutta bestia la gelosia.

Cià via, fuori dalle balle che la MIA cliente deve riuscire a prendere l’ultima corsa della seggiovia, e ci manca ancora una migliaiata di metri. Scendiamo chiacchierando, mi chiede un sacco di cose su queste montagne, vuole sapere anche della salita che farò domani.

E’ quasi finita ‘sta giornata, peccato. Ormai Paola sa praticamente tutto di me, sono scoperto su tutta la linea. E quasi imbarazzato quando al Belvedere, davanti a due birre, mi firma l'assegno. Al nostro tavolo ci sono anche le due francesi che stasera metteranno lo scheletro in bolla con me alla vecchia capanna Marinelli. Scherzano con Paola, che mi prende in giro “sai, con due ragazze nell’intimità del bivacco, domani potresti trovar lungo sul canalone…”.
‘Ste donne !
Non mi resta che salutarla, con la promessa di un’altra salita, darle un bacio sulle guance e avviarmi lentamente, per l’ennesima volta, verso la mia parete Est.

:::::::

Quando ho scritto questa storia ho pensato di essere in un luogo senza spazio e senza tempo, una striscia dispersa nel nulla, dalla quale guardare da una parte verso la vita, e dall’altra verso la morte.
Ho immaginato di essere in una terra di nessuno.


STEFANO
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