Brenva

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160412

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Brenva




http://alpinesketches.wordpress.com/2012/04/16/brenva-1/

di Davide Scaricabarozzi


La parete della Brenva è un’icona del versante meridionale del Monte Bianco.

Diversamente dagli altri due bacini alpinisticamente altrettanto conosciuti, Brouillard e Freney, ma decisamente più distanti dal fondo valle a forse per questo meno evidenti, la Brenva s’impone con prepotenza a chiunque volga lo sguardo in direzione del Monte Bianco.

La parete della Brenva, dal patois larice, prende il nome dal ghiacciaio omonimo che un tempo lambiva i pascoli del fondovalle, oggi il suo fronte coperto di detriti occupa l’intero imbocco della Val Veni.

E’ un versante imponente, dalle caratteristiche Himalayane per dislivello e morfologia, prevalentemente di ghiaccio, caratterizzato da tre contrafforti principali in parte rocciosi separati tra loro da ripidissimi colatoi e gigantesche serracate. Su questa straordinaria parete, alta fino a 1400m e ancor più larga, sono tracciate alcune vie tra le più belle e prestigiose delle Alpi, tutte serie, lunghe e impegnative.

E’ una parete pericolosa, importanti crolli di seracchi e scariche di sassi sono all’ordine del giorno, qualsiasi itinerario si voglia percorrere è necessario partire presto la notte per essere fuori dal tiro delle scariche al sorgere del sole, non va dimenticato che la parete è orientata a est.

Le difficoltà tecniche non sono elevatissime, ma il tipo di terreno sul quale ci si muove, il dislivello notevole e l’importanza di osservare scrupolosamente l’orario, impongono ad una cordata una progressione quanto più di conserva possibile.

E’ il regno del misto, dove la velocità e il senso della montagna sono sinonimo di sicurezza.

Fino alla seconda metà degli anni ’80 era facile trovare decine di cordate impegnate sullo Sperone della Brenva, più difficilmente sulle altre vie.

Dopo la grande frana del 1997, che sconvolse tutto il primo terzo dello Sperone della Brenva e precludendo l’accesso gli attacchi della Sentinella Rossa e della Major, questo versante non è più così frequentato, tutto è diventato più laborioso e questa situazione scoraggia molti alpinisti.

Le ripetizioni della Major o della Sentinella Rossa sono pochissime, la via della Pera (i più la conoscono come Poire….) praticamente non è quasi più ripetuta.

Negli ultimi anni questo versante è tornato ad essere relativamente frequentato in virtù del fatto che la zona instabile lasciata dalla frana si è parzialmente assestata.

Lo Sperone è regolarmente percorso per la variante Gussfeldt e sia la Sentinella che la Major contano qualche ripetizione estiva.

Su questa parete sono state scritte le pagine tra le più importanti dell’alpinismo classico occidentale.







LA VIA MOORE AL COL DE LA BRENVA



Lo Sperone della Brenva



Il 14 luglio 1865 Edward Whymper conquista il Cervino; negli stessi istanti in cui raggiunge la vetta, ad un centinaio di km di distanza, un gruppo di alpinisti inglesi sta risalendo faticosamente gli scoscendimenti al piede del Monte Bianco che da Entreves portano al ghiacciaio della Brenva.

Si tratta di A.W. Moore, G.S. Mathews, F. e H. Walker (quest’ultimo assieme a Melchior Andregg salirà le Grandes Jorasses nel 1868), accompagnati dalle leggendarie guide Jakob e Melchior Andregg di Grimsel con due portatori.

Non sono nuovi del massiccio, sono già diversi anni che esplorano il versante meridionale del Monte Bianco.

Tempo prima A.W.Moore, dalla cima del Mont Crammont, aveva studiato attentamente la parete individuando il suo punto debole in corrispondenza dell’evidente sperone destro; l’itinerario da seguire era evidentissimo e appariva abbastanza sicuro, l’unica incognita era rappresentata dalla barriera di seracchi all’uscita della via, appena sotto il Mur de la Cote. Valeva quindi la pena di tentare, la motivazione era fortissima: non esisteva ancora una via che portasse in vetta al Monte Bianco direttamente da Courmayeur.

Nel tardo pomeriggio raggiungono le rocce che oggi ospitano il Bivacco della Brenva e congedano i portatori.

Dopo un breve riposo in piena notte si mettono in marcia e, risalendo con difficoltà il crepacciatissimo ghiacciaio della Brenva, raggiungono col sole già alto un modesto colle (l’odierno Col Moore) ai piedi della colossale parete.

Scalano uno spigolo di rocce ripide superando un difficile camino e raggiungono la sommità del contrafforte che sostiene il lungo pendio

L’ambiente che li circonda è selvaggio, anche i due Andregg avezzi all’ambiente rimangono colpiti dalla grandiosità di questo versante.

Per raggiungere il pendio devono superare una sottilissima crestina di neve dall’aspetto decisamente scoraggiante; sulla destra un ripidissimo imbuto ghiacciato precipita vertiginoso per svariate centinaia di metri (la coluoire Gussfeldt), a sinistra le cose non sono tanto diverse: il toboga di ghiaccio è sostituito da un ginepraio di rocce e canali altrettanto ripidi.

Melchior Andregg non si perde d’animo, cavalca letteralmente la crestina menando dei gran fendenti con la piccozza e raggiunge dopo una ventina di metri il pendio nevoso.

Assicurati dalla forte guida tutti i membri della cordata raggiungono un terreno più favorevole.

La pendenza è intorno ai 45° e il pendio è a tratti ghiacciato, all’epoca non si usavano i ramponi e le due instancabili Guide intagliarono migliaia di gradini nel ghiaccio a beneficio dei loro clienti.

La serracata incombe sulle loro teste come una spada di Damocle non fosse altro che per la terribile incognita che rappresenta. La salita è faticosa e il pendio molto lungo, interrotto spesso da crepacci, sembra non finire mai.

Melchior punta direttamente ad un affioramento roccioso che sembra sostenere la cascata di ghiaccio: è la chiave di volta della salita.

Tutt’attorno lo sguardo può solo posarsi su muri verticali di ghiaccio bianchissimo, durissimo, è impensabile forzare l’uscita direttamente verso la cima del Bianco.

La situazione si fa difficile, è mezzogiorno, alcuni enormi blocchi di ghiaccio si staccano da qualche parte provocando un cupo boato, bisogna assolutamente togliersi da lì.

Guardando in direzione del Col de La Brenva Melchior intuisce una via di fuga, una specie di cengia fortemente inclinata, interrotta da brevi muri di ghiaccio, consente di traversare lungamente sotto la barriera di seracchi.

Non perdono ulteriore tempo, con un’azzardata manovra si calano dall’isolotto roccioso raggiungendo la zona meno ripida ma sempre ghiacciata, le cose migliorano, la traversata per quanto esposta è abbastanza agevole.

Alle 15.10, superando un’esile cornice, sbucano al Col de la Brenva, appena sotto il Mur de la Cote.

Non salgono fino in cima al Monte Bianco, ma scendono immediatamente verso Chamonix dove giungono alle22.30dopo 20 ore di marcia continua.

Il 15 luglio 1865 la prima via sul versante meridionale del Monte Bianco era stata percorsa.

Postilla di carattere puramente storico:

Esiste un documento pubblicato dall’Abate Henry (storico prelato di Courmayeur e cronista delle prime ascese al Monte Bianco) redatto dal capo guida Alexis Clusaz datato 1868 e intitolato “Primo arruolamento delle guide di Courmayeur”, dove si legge la cronaca di una salita fatta per il canale della Brenva verso l’omonimo colle (quindi anch’essa sul versante di Courmayeur) , nei giorni 27/28 settembre 1854. In realtà si pensa che questa salita non sia mai avvenuta………..una sorta di bufala alpinistica ante litteram…..[...]

continua in http://alpinesketches.wordpress.com/2012/04/16/brenva-1/




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Brenva :: Commenti

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Messaggio il Lun Apr 16, 2012 3:59 pm  schen

home sweet home
I love you

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Messaggio il Lun Apr 16, 2012 4:01 pm  xee

schen ha scritto:home sweet home
I love you



si...I love you il mio babbo ci aveva il campo di patate ai piedi del ghiacciaio, proprio sotto al traforo I love you

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Messaggio il Lun Apr 16, 2012 4:03 pm  espo

schen ha scritto:home sweet home
I love you

metter un poco a posto tutti sti seracconi no eh

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Messaggio il Lun Apr 16, 2012 5:04 pm  schen

espo ha scritto:metter un poco a posto tutti sti seracconi no eh

mah.. ne sono rimasti ben pochi purtroppo.. No

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