Tomaz Humar

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180412

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Tomaz Humar




Tomaz Humar è sloveno e la slovenia è terra di alpinisti. La sua attività inizia nel 1990, dopo che il servizio militare con l'esercito iugoslavo lo aveva portato in kosovo. L'indipendenza della Slovenia gli permette di dedicarsi alla sua passione, facendone una professione, mentre intorno continua ad imperversare la guerra nella ex-iugoslavia. La sua vita, ad una lettura superficiale, sembra in bilico fra risolutezza e incoscienza, casualità e decisione, determinazione e superstizione. Ma per quasi tutti gli alpinisti a ben vedere è così. Probabilmente non si farebbero quelle che appaiono grandi cose, senza qualche strano groppo nel carattere.


Nel 1995, componente della spedizione nazionale slovena, Humar ignora l'ordine del suo capo spedizione e sale in vetta da solo, rischiando moltissimo.



Bobaje, 6808m 1996


ancora 96 una nuova linea all'Ama Dablam con Vanja Furlan che gli vale il Piolet d'Or


Lobuce (6119m), Pumori (7165m), Nuptse W2 (7742m), 1997



sul Nuptse perde il compagno di cordata, Janez Heglic:


da planetmountain
Humar salì con Janez Heglic, una star popolare e riconosciuta in Slovenia. Per quattro giorni consecutivi furono bloccati dal brutto tempo. Il loro fornello ebbe una perdita di gas portando il loro consumo di fluidi ad un livello critico, e i due furono quasi soffocati nella loro tenda da bivacco schiacciata dalle nevicate. Jeglic non perse il suo senso dell’umorismo riguardo alla politica dell’alpinismo sloveno: "Se saliamo, Tomaz" disse durante la terza notte "saremo contenti per il resto della nostra vita e, se non lo facciamo, renderemo felice metà Slovenia."

Jeglic raggiunse la cima il giorno successivo con venti fortissimi, precedendo di poco Humar e salutandolo con la piccozza per festeggiare. Ma quando Humar raggiunse la cima, non c'era nessuna traccia di Jeglic, soltanto il segno delle impronte nella neve che finivano vicino ad una radio trasmittente. Humar concluse che il suo amico avesse perso l'equilibrio a causa del vento e fosse recipitato lungo l'altro versante, la parete sud del Nuptse.

Da solo in cima ad una difficile cima himalayana, Humar dovette affrontare la discesa solitaria della parete di 2500m appena salita. Era tardi e, all'arrivo della notte, la sua lampadina frontale misi di funzionare ed inoltre perse la maschera. Soltanto la voce del suo amico, via radio dal campo base, lo convinse a continuare. Poi, allucinato, disidratato e sofferente i congelamenti sfuggì ad una valanga per riemergere due giorni più tardi ai piedi della montagna, in fin di vita.

Humar impiegò vari mesi per recuperare dagli infortuni, ma le cicatrici psicologiche non lo lasciarono mai. Il successo sul Nuptse fu ampiamente ammirato, ma l'affetto per Jeglic e il gossip scoppiato tra gli alpinisti sloveni per la loro salita fecero pensare ad Humar che fosse stato l'uomo sbagliato quello tornato a casa. Dopo il Nuptse scelse di scalare da solo e, dopo un'ennesima rottura con le autorità slovene, Humar si dedicò a promuovere la sua attività direttamente al pubblico e agli sponsor.

nel 1998 sale Reticent Wall, una via di artificiale durissima sul Capitan (Yosemite)


Qui l'intervista a Erik Swab su questa salita che fece sensazione. Anche perché era la prima volta che Humar si recava in Yosemite.

Dopo l’ultima avventura himalayana e diverse terapie mi sono dovuto rassegnare alla perdita di alcune parti delle dita dei piedi. Ho ricominciato ad arrampicare appena in maggio, così anche questa volta la mia carta vincente è stata quella della Psiche, che mi ha permesso di sopravvivere tante volte soprattutto in Himalaya. Con le dita dei piedi continuerò ad avere problemi, visto che non saranno mai più quelle di prima, ma bisogna stringere i denti e andare avanti.

Nel 98 sale un capolavoro, in solitaria sul Dhaulagiri. In nove giorni con otto bivacchi sale la parete Sud, alta 4000 metri, nella sua parte centrale fino a quota 7.200, poi traversa verso destra per circa mille metri e raggiunge la cresta dei Giapponesi. Qui l'articolo di planetmountain.



In questi anni forse qualcosa cambia in lui, o quantomeno inizia ora ad esternarlo in pubblico. Fa spesso riferimento al suo alpinismo come una sorta di percorso curativo che gli è necessario per il suo karma, cerca una forma di spiritualità panuniversale, che abbraccia i precetti del buddismo e dell'induismo in relazione con un entità spirituale assoluta e trascendente.
Gli spigoli del suo carattere si ammorbidiscono, anche in patria inizia ad avere molto successo.
Anche per via di un'attenzione particolare ai media.
Su questa via per la prima volta tutto il mondo può seguire le gesta di un alpinista tramite Internet. Al campo base infatti un nutrito staff di tecnici riprende ed aggiorna continuamente la salita di Tomaz. Da questa esperienza nascerà anche il film "Dhaulagiri Express" vincitore di diversi premi nei festival della montagna europei.

Nel 2002 Miss Elizabeth Hawley ne parla così:
L’alpinista più forte, il più gentleman…
I primi nomi che mi vengono in mente sono Tomaz Humar e Reinhold Messner.
Considero Humar - come molti degli sloveni - forse il più forte alpinista degli ultimi anni. Percorre vie estremamente difficili, grandi pareti himalayane in stile alpino, in solitaria, con poco impatto sull'ambiente. Basti ricordare la nord del Dhaulagiri fino 7.900 metri. Al tempo stesso é gentile nei modi, cordiale, sempre disponibile: un vero gentleman. Pensa, che si ricorda persino la data del mio compleanno, e mi manda gli auguri!

Un incidente mentre costruisce la sua casa (entrambe le gambe fratturate) lo costringe ad una lunga convalescenza.
Un banale incidente domestico rischia però ad un tratto di interrompere non solo la carriera alpinistica ma la stessa vita di Tomaz. Rimarrà riceoverato in ospedale per mesi a causa di una caduta dal tetto di casa, sarà sottoposto a dieci interventi chirurgici; i medici diagnosticano una vita sulla sedia a rotelle, ma nessuno aveva fatto i conti con il coraggio, la determinazione e lo spirito di Tomaz.

Torna nel 2003 sul Šiša Pangma, 8046m
Nella stagione postmonsonica è uno dei pochi alpinisti a salire oltre gli 8000 metri dello Shisha Pangma. La salita avviene lungo la via normale ma non è questo che importa: quello che importa è sapere di poter tornare a fare quello che da sempre ha voluto fare.



Quindi nel 2003 sul Nanga Parbat, parete Rupal


Ladyfinger Peak (Bublimoting) e Hunza Peak nell'Ultar Sar massif

ma il tentativo si ferma a metà parete:


Quindi, nell'estate australe (23 dicembre 2003) nuova via in Aconcagua, con elevatissime difficoltà su roccia, ghiaccio e misto.


Nel 2004 è la volta del tentativo sullo Jannu, 7464 mt, una specie di direttissima della parete est, in puro stile alpino, 2000 metri di via con le difficoltà maggiori sopra i 7000 metri.




Anche questa salita è seguita dal campo base da uno staff che si occupa di aggiornare il sito internet e delle riprese.

Nel 2005 nuova via sul Cholatse, 6440 mt stile alpino, con difficoltà su ghiaccio e roccia fino al VII


Quindi ancora un tentativo sulla parete Rupal del Nanga Parbat, in solitaria.
Questa volta Humar porta con sé al campo base un ristretto gruppo di amici, incluso il suo astrologo, Natasa Pergar, per leggere sua aura e quella della montagna e per aiutarlo a scegliere l'auspicabile data dell'inizio salita.

Il maltempo e le continue valanghe lo costringono per sei giorni in una stretta gengia, a quota 5900 m.
Senza cibo e poco carburante per poter sciogliere la neve, l'unica via di uscita è un'improbabile quanto unico soccorso con gli elicotteri.
L'evento avrà un'attenzione particolare dai media, anche per il taglio pubblicitario che lo stesso Tomaz volle dare a quel tentativo di salita: il campo base era stato allestito sin dall'inizio per dare costanti aggiornamenti, sia sul sito web dell'alpinista, sia trasmettendo cronache tramite una giornalista.
In quei giorni, e nei mesi successivi, scaturirono non poche polemiche da parte del mondo dell'alpinismo, legate alla pubblicità voluta da Humar e al soccorso che da molti fu considerato deplorevole per l'immagine e lo spirito dell'alpinismo himalayano, oltre a risultare oltremodo rischioso.

Il video del salvataggio sulla parete Rupal - Nanga Parbat


Nel 2006 torna sul Baruntse 7129 mt con una salita in solitaria


Nel 2007 altra grandissima realizzazione. Annapurna in solitaria:
da planetmoutain:

“Ho aperto una nuova via in puro stile alpino senza sapere che qualcuno era salito precedentemente non molto lontano. Sono salito in soli due giorni in condizioni pessime, per tutto il mese di Settembre il meteo aveva riservato solo pioggia e neve con qualche piccola pausa e appena ho iniziato la salita il vento che soffia da Nord – Nord-Est, chiamato Jet Stream, ha cominciato a soffiare (100-150 km/h) e non è necessario spiegarvi cosa questo possa significare. Nel 1997 questo stesso vento era stata la causa della scomparsa del mio parnter Janez Jeglic (sul Nupse ndr).

24 ottobre: Inizio la salita con il mio amico Jagat Limbu, attraverso il ghiacciaio ed i pilastri di roccia e ghiaccio raggiungendo quota 5800 m dove effettuiamo il primo bivacco su una piccola piattaforma di ghiaccio

25 Ottobre: Restiamo nello stesso posto tutta la giornata causa il forte vento e “problemi di pancia”. Oltretutto ero poco acclimatato poiché avevo solo effettuato una breve salita sul Tharpu Chuli (5690 m) e non avevo dormito ad una quota superiore ai 5300 m. che sono altitudini insufficienti per potersi acclimatare correttamente in vista di una salita ad una cima di 8000m.

26 Ottobre: Comincio a salire alle 6 di mattina, niente casco, corda e imbrago, lascio tutto al mio amico Jagat, in modo che possa affrontare l’isola di roccia nel caso debba rientrare solo. Prendo con me solamente il materiale per il bivacco e un po’ di cibo e gas. Alle 3 del pomeriggio comincio a scavare un buco di ghiaccio che diventerà poi il luogo del mio secondo bivacco a quota 7200 m.

27 Ottobre: Rimango tutto il giorno all’interno del buco scavato nel ghiaccio per acclimatarmi ancora un po’ in quanto non voglio rischiare un edema. Il vento è molto forte e soffia a più di 100 km/h.

28 Ottobre: Sveglia alle 6 di mattina, dopo una notte insonne ad aspettare il momento giusto per partire. Cielo limpido ma il vento soffia gelido e forte, ero stato avvertito dal meteo svizzero di non attraversare la cresta a quota 7400 m per la presenza del Jet Stream. Porto con me 2 litri di succo d’arancia che gelano dopo solo un’ora… (li ho bevuti il giorno successivo al campo base a 4150m.) Arrampico fino a raggiungere dopo due ore le cresta est a quota 7500 m dove erano passati nel 1984 Loretan e Joss: il vento è sempre forte e continuo.
Dalle 8 alle 10 percorro quasi tutta la cresta, chiamo il mio amico Jagat, sembra che presto raggiungerò la vetta. Il vento diventa ogni ora più forte, ci sono crolli di neve e ghiaccio, più in alto salgo e maggiore è il pericolo di causare valanghe. Prima delle 3 del pomeriggio sono in vetta all’Annapurna East (8047 m). Credo in Dio, lo prego, mi sento al sicuro! Anche se il tempo è buono non oserei mai continuare per raggiungere di nuovo la vetta principale a quota 8091 m. che Dio mi aveva permesso di raggiungere già nel 1995. E’ stato il mio primo 8000, questa è la sola risposta perché ho scelto l’Annapurna, sono 20 anni da quando l’alpinismo è diventato la mia scelta di vita.
Comincio immediatamente la discesa mentre l’ombra delle cornici di neve avanza. Chiamo il mio amico Jagat per dirgli che sto rientrando… è felicissimo perché l’ultimo contatto che avevamo avuto era avvenuto alle 10 di mattina, da allora lui aveva continuato a pregare.. E’ stato molto importante per me.
Raggiungo di nuovo il punto di partenza della cresta est, la notte avanza, sono molto stanco, è da tanto che non mangio e non bevo. E’ completamente buio, non vedo più le mie tracce, sono completamente perso ma nell’anima so che Lui è con me in ogni momento! La mia lampada non funziona per le basse temperature e così devo fermarmi e aspettare la luna nel buio e nel freddo. Raggiungo il mio bivacco a 7200 m alle 20.25. Da li spedisco un messaggio: “Blessed, in bivac. New route up to 7500m +, then my the longest journey to myself. Annapurna east 8000m + and back after 14 hours in earth time. Everything was o.k., but if is this wind 60 km/h then i drive my car slovly.” Poi entro in meditazione e alle 3 di mattina preparo una tazza di thé aspettando l’alba.

29 Ottobre: Alle 8 di mattina parto per raggiungere il primo bivacco a quota 5800 m e dopo 4 ore di discesa e 1400 m di dislivello incontro il mio amico Jagat che mi aspettava. Da li chiamo il mio dottore al campo base, Anda Perdan, i miei genitori, la mia ragazza, mio figlio e l’agenzia… tutto va bene, ho raggiunto la vetta! Insieme scendiamo fino al campo base a 4150 m che raggiungiamo alle 20.30.

30 Ottobre: Dopo avere chiacchierato fino alle 2 di mattina, raggruppiamo ogni cosa del campo base e torniamo a casa. Nel pomeriggio organizziamo gli aiuti per il recupero dei 3 membri della spedizione coreana sul Fang. Raggiungiamo poi Chumrung (2100 m).

2 Novembre: Arriviamo a Katmandu dopo essere stati a Pokhara il giorno prima. Incontro Elizabeth Hawley e Richard Salisbury con i quali passo 4 ore in conversazione. Do loro le foto e il report ufficiale uguale a quanto riportato qui sopra.





Nel 2009 muore a quota 5600m sulla parete sud del Langtang Lirung 7.230 mt
una montagna che non era più stata salita dal 1995, notoriamente pericolosa. Anche se colpito da lesioni fatali riesce a fare delle chiamate con il telefono satellitare.
"Jagat, this is my last" dice allo sherpa Jagatu al campo base.
I tentativi di soccorso sono ostacolati dal brutto tempo e quando l'elicottero riesce a recuperarlo è ormai morto.

Chiudo con le parole di Manuel Lugli dalla notizia della morte di Humar:
(...)
Paolo Rumiz, con cui discutevamo ieri sera della situazione di Humar, senza ancora sapere del tragico esito, si chiedeva cosa spinge un uomo che ha superato i suoi anni giovanili, anni in cui la sfida con sé stessi e con gli altri - quella sfida che forma il corpo e lo spirito - è al suo apogeo, a continuare a mettersi alla prova. Quali movimenti magmatici continuano a spingere dentro gli alpinisti anche più esperti e, per così dire, non giovanissimi – Humar aveva quarant’anni – tanto da portarli a rischiare la vita su vie e montagne a volte note solo a pochi addetti ai lavori – il Langtang Lirung è una di queste. La domanda potrebbe avere una risposta diversa per ognuno degli alpinisti a cui venisse posta; ma alla base di tutte credo si potrebbe sentire il profumo del sentimento irrinunciabile per qualsiasi essere umano: la libertà.


....
Tutte le foto sono prese dal sito http://www.humar.com

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Tomaz Humar :: Commenti

Messaggio il Mer Apr 18, 2012 4:10 pm  Ospite

grande post... bravo Buzz cheers

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Messaggio il Mer Apr 18, 2012 5:23 pm  schen

Rampik su FV segnala (correttamente) che la foto del Nanga Parbat (Rupal) è in realtà L'Ultar con il Lady Finger a sx.

Comunque bellissimo post!

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Messaggio il Mer Apr 18, 2012 5:44 pm  biemme

bellissimo! Very Happy complimenti davvero x il lavoro! Wink

Ultima modifica di biemme il Gio Apr 19, 2012 10:48 am, modificato 1 volta

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Messaggio il Mer Apr 18, 2012 6:21 pm  KAZAN1975

Buzz ha scritto:Ma ho precisato comunque. Grazie a te e a dillà per la correzione ...

e' molto bello che i forum collaborino tra di loro....

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Messaggio il Gio Apr 19, 2012 7:50 am  buzz

KAZAN1975 ha scritto:
Buzz ha scritto:Ma ho precisato comunque. Grazie a te e a dillà per la correzione ...

e' molto bello che i forum collaborino tra di loro....

Grazie della segnalazione Biemme. Ho corretto l'errore di digitazione. Smile

E inoltre...
alla luce di questo rinnovato spirito collaborativo e delle rivelazioni di rampik:
"c'era la foto dell'Ultar Sar (7233 m) messa nella sequenza Nanga Parbat, è una cima dell'Hunza Valley (Karakorum) che Humar manco ha mai toccato"
sarebbe necessario coinvolgere in questo afflato precisatorio, anche il sito del compianto Humar laddove la foto in questione appare nella gallery del Nanga Parbat 2003 http://www.humar.com/?mod=gallery&id=15
da dove io l'ho tratta, poiché mi piaceva.

cià

e fine del giochino. mrgreen

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Messaggio il Ven Apr 20, 2012 12:00 am  Tengri

Molto bello il post. Soprattutto le foto che fanno capire veramente quanto era pazzo e capace humar. Ho letto il libro su di lui scritto da Bernadette Mc Donald. Fatto molto bene.

Certo che doveva essere un tipo complicato. i suoi rapporti con il club alpino sloveno e con il suo mentore di deteriorarono presto. E poi nell'ultima parte della sua vita questo misto di misticismo un po' new age, esposizione mediatica e passione per le imprese al limite qualche critica anche giusta glela attirarono contro.

Il salvataggio sulla Rupal è uno degli episodi più criticati. Sembra che Twight e Prezelj avessero commentato qualcosa come "così si annienta l'ultima frontiera dell'impossibile", " in quei casi bisogna avere il coraggio di morire". Anche perché in quel caso si stabilì, se non sbaglio, il record del salvataggio più alto mai realizzato. ma il pilota di quell'elicottero mise a serio rischio la propria vita per andarlo a recuperare.

Su questa cosa non so bene come pensarla. o meglio oscillo fra una e l'altra idea.

Altri episodi la dicono lunga sulla sua tenacia e soprattutto sulla sua capacità di autocontrollo. Ad un certo punto la McDonald racconta un'espisodio dei primi anni. Tomas in una falesia slovena con i suoi amici non riesce a liberare un 6c+. Si incazza smette e se ne va. Il giorno dopo torna da solo e sciolto sale fino su. Shocked

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Messaggio il Ven Apr 20, 2012 9:19 am  buzz

C'è una bella intervista a Humar su ALP 154 (febbraio 98) l'ho copiata su questo topic http://www.verticalmente.net/t621-percezioni-extra#16532
Qui invece metto il racconto della discesa raccontata da chi lo seguiva e gli dava conforto dal campo base: Gianpietro Verza. http://www.peterpyr.net/



.............

Ecco la cronaca dell’incredibile esperienza di sopravvivenza di
Tomaz Humar nel 1997: la salita e la discesa dal Nuptse, seguita passo
per passo da Giampietro Verza, in collegamento radio con l’alpinista
sloveno, dalla Piramide dell’Everest.
Il 29 Ottobre, dopo due giorni di scalata, pongono la tenda a 6800.
Il giorno successivo vede i due alpinisti attendere l’evolversi del
tempo, incerto e con precipitazioni nevose a valle. Il rapporto meteo
dell’aeroporto di Kathmandu ottenuto tramite la Piramide del Cnr dava
instabilità, ma non grave peggioramento. Nelle prime ore del 31, il
team, deciso ad un tentativo definitivo, riparte guadagnando rapidamente
la difficile parte alta della parete, ormai al disopra dei giganteschi
seracchi dello zoccolo glaciale inferiore, ma da lì esposti all’ipossia
delle quote superiori a 7000 metri.

Continuano in uno stile di salita “double-solo”, senza mai ricorrere
alla sicurezza offerta da qualche tiro di corda, spingendo i ritmi al
massimo possibile. Dalla Piramide la visibilità sulla parte alta della
parete è ottima, quando gli alpinisti sostano insieme ci colleghiamo con
i walkie talkie, con loro ed il campo base, facendo il punto della
situazione ricca di incognite per una via nuova su queste dimensioni di
parete, a queste quote e per un gruppo di soli due alpinisti.



Durante l’ultimo collegamento sotto la sommità della parete, a circa
7600 metri, propongo agli alpinisti un’intervista via radio registrata
dalla Piramide. Più tardi assisto commosso all’arrivo di Jannez al
termine della parete, su quel cono di ghiaccio e neve che unisce la
muraglia al cielo. La radio rimane ancora muta, mentre tra folate di
nebbia e neve lo vedo proseguire per la cima più alta di quel tratto di
cresta, una scelta difficile, solo giustificabile da una grande passione
e forza di volontà. Vedo a tratti quel puntino scomparire tra flutti di
nuvole strappate dal vento. La radio tace, ne io ne Marian al campo
base abbiamo il coraggio di rompere il silenzio.

Ma il tempo scorre troppo a lungo, e questo mi insospettisce. Per
diversi lunghi minuti non vedo nessuno sulla montagna, ed a tratti la
sommità scompare in fiocchi arrotondati dalla forza del vento. Poi la
vita riappare, vedo Tomaz scorrere lento verso la cima, ergersi sopra e
scomparire a sua volta. La radio finalmente rompe il silenzio, avvio la
registrazione istintivamente. Non è una voce esultante, la conversazione
in sloveno è secca a brevi battute, la voce di Tomaz rauca, poi nel
crescere della comunicazione diventa rabbiosa, ed infine quasi
implorante, arrendevole.

Marian mi chiama, Tomaz non trova più Janez, penso alla possibilità
di uno stato confusionale. Stabilisco un colloquio calmo con Tomaz,
cerco di fargli vagliare tutte le ragionevoli possibilità, di
ricostruire una meccanica degli avvenimenti, ma alla fine la conclusione
disperata è: “Peter, non c’è più nessuno qui, tutto intorno è
strapiombante, è finita!”. Penso che dobbiamo ricondurlo alla ragione,
dobbiamo riportarlo giù, gli spiego che a questo punto deve iniziare al
più presto la discesa, deve alimentarsi, riposarsi, raccogliere tutte la
sue energie e la sua concentrazione, ignorare la realtà quel tanto che
basta per soppravviverle.

Tomaz finalmente si decide, chiede a Marian che io lo segua durante
la discesa, è solo nella grande parete, ma sa che può contare sulle
nostre indicazioni per la discesa, ha superato il tratto iniziale nella
notte ed ora teme di non ritrovare i passaggi. Scende lento verso la
valle del Silenzio, evitando la faccia nordovest spazzata dal vento,
dalla stessa forza che forse ha strappato Janez dalla cima, di lui sono
rimaste solo due orme nel lembo di neve della cima, ed il walkie talkie,
portato da Janez è rimasto miracolosamente lì, in attesa di Tomaz.
Seguo con ansia il puntino che riappare sulla cresta, e si avventura
nella parete, faccia a monte, una lunghissima discesa, un arto per
volta, la tensione e la concentrazione al massimo, un solo minimo errore
e tutti gli sforzi fatti per ritornare e sopravvivere saranno inutili.

Sono le 15 e rimangono poche ore di luce, il puntino ritorna a
disperdersi nell’immensità di una parete che man mano che scende si
allarga, il filo tenue della sequenza dei passaggi percorsi lo tiene in
vita, abbiamo stabilito per lui un codice di risposta basato sulla
pressione del tasto di trasmissione della radio, ci risponde con una,
due o tre impulsi, per risparmiare le batterie e la voce. Più tardi,
ancora alto nel tramonto Tomaz sembra nel mezzo di una colata d’oro, la
bellezza dei colori è impassibile al destino di un uomo compiutosi in
pochi secondi, in pochi metri.

Sei in un posto splendido penso, ma hai pochi minuti di sole, ed una
parete immensa da scendere, presto la temperatura crollerà almeno a -20
C. Il resto della sera trascorre nel seguire la minuscola luce tra i
couloir della parete, alcuni traversi sono i punti chiave di
collegamento tra questi, Tomaz non può sbagliare, non avrebbe la forza
di risalire a lungo.

Attorno alle 21 è nel canale in verticale alla tenda, ma una fascia
di granito liscia e ripida impedisce l’accesso diretto al campo. Tomaz
chiede dov’è la tenda, deve arrivarci per sopravvivere, rafforziamo la
vigilanza, ma la sua luce non è più ben visibile, a tratti sparisce, e
posso solo immaginare la sua posizione, scrutando la parete alla luce
delle stelle, a malapena distinguendo i tratti nevosi dal ghiaccio e
dalle rocce. Tra le 22 e le 24 è al bordo superiore della fascia
rocciosa, per qualche motivo non riesce a trovare il passaggio,
nonostante le indicazioni che gli trasmetto, poi, miracolosamente trova
il tratto di misto e ghiaccio vivo che prima in verticale e poi in
diagonale lo conduce verso la tenda.

Spendo la notte su un sasso, avvolto in un sacco a pelo devo
strizzarmi gli occhi per evitare la persistenza delle immagini sulla
retina, non mi è sempre ben chiaro dove sia, ma penso sia sulla strada
giusta. Alle 1 di notte del 1 Novembre un filo di voce stentorea rompe
il silenzio alla radio: “ho trovato la tenda”. Credo che Marian sia
credente e che in questo momento sia profondamente commosso e stia
ringraziando Dio, prima di lasciare Lobuche metterà una minuscola croce
nel piccolo ometto sulla collina morenica che domina la Piramide. Gli
imponiamo di bere e mangiare qualcosa e darci il punto sulle sue
condizioni.

Tomaz chiede di riposare, gli concediamo quindici minuti, chiede
della musica, la Piramide diventa una stazione di terapia musicale, la
cassetta degli U2 gira sempre più lenta, il walkman è congelato. Mentre
questo si scalda tra le mie gambe trasmetto Chopin, da un altro
registratore. Forse non è quello che gli serve, ma penso gli ricordi la
vita, comunque. Nonostante tutto è in buone condizioni, Marian lo
assiste nella sua lingua, mi raccomando di tenerlo sotto controllo, mi
butto in un sacco a pelo.

Dalle prime luci della mattina guardiamo alla tenda, ma la radio non
dà segnali, le ore passano lentamente, la microscopica macchia rossa a
tratti è avvolta da folate di neve sollevata dal poderoso vento del
Tibet, piccole valanghe di neve polverosa scendono elegantemente nei
verdi colatoi della parete, dal grande seracco a destra del campo altra
neve prende il volo nascondendo la parete sud con un velo bianco. A metà
mattina il campo è ancora in ombra, sembra un posto dove non possa più
ragionevolmente esserci nessuno vivo. Parlo con Marian e con i Polacchi
che da ieri abbiamo allarmato per una possibile spedizione di soccorso, a
turno chiamiamo Tomaz, ad ogni ora il nostro sconforto cresce, l’ultima
speranza è per il momento in cui il sole toccherà la tenda,
rianimandolo, speriamo.

Alle 11:30 un filo di voce nella radio, Tomaz è ancora vivo, provato
da una notte gelida dopo che una perdita di gas aveva provocato una
fiammata che aveva parzialmente distrutto la tenda. Durante tutta la
notte Tomaz ha dovuto lottare col vento e con la neve che si ammassava
in tenda, sette figure irreali l’avevano aiutato a trattenere la tenda e
a liberarla dalla neve, rassicurandolo continuamente. Così era riuscito
a vincere la grande stanchezza, era sopravvissuto, ed ora il sole
stemperava il gelo notturno concedendogli un’ultima possibilità.

Lo sproniamo ad iniziare la discesa subito, dai 6800 metri della
tenda ha ancora 1500 metri di parete da scendere, ed i primi 1000 metri
sono ancora tecnicamente impegnativi, inoltre nel pomeriggio i canali ed
i colatoi sono puntualmente percorsi da valanghe mosse dal sole a
perpendicolo. Dalla sua ha solo il vantaggio di una maggiore
ossigenazione man mano che scende, ma la stanchezza che va accumulandosi
può aver la meglio anche su questo alpinista deciso a sopravvivere a
tutti i costi.

Inizia la discesa poco prima dell’una, fortunatamente è abbastanza
veloce sui tratti nevosi aperti, Marian lo guida nei tratti obbligati e
gli dà la direttiva di discesa nei pendii, Tomaz è così solo concentrato
sulla discesa, divenendo una vera macchina da arrampicata su ghiaccio,
piazzando gli attrezzi quel tanto che basta per abbassarsi il più
possibile.

Dalla valletta della Piramide posso seguirlo solo risalendo un tratto
di morena del Lobuche Glacier, è un’inconsistente figura che sfida un
ambiente verticale percorso sempre più spesso da smottamenti di neve,
penso che se qualcuno qui possa avere la sensazione di sentirsi niente
questo è lui in questo momento. Marian a metà pomeriggio parte con
alcuni polacchi per la base della parete, ormai non resta più tanta luce
quando Tomaz sparisce alla nostra vista dietro un contrafforte.

Nel crepuscolo è ancora impegnato su difficili tratti di misto appena
sotto i 6000 metri di quota, la squadra di soccorso deve attraversare
un complicato tratto di ghiacciaio a “cascata di ghiaccio” prima di
potere avvicinarsi alla base della parete. Nel frattempo preparo
dell’ossigeno, la camera iperbarica, ed un’altro walkie talkie che invio
con un medico dell’Himalayan Rescue Association al campo base dei
Polacchi.

La notte prima avevo già precettato un’altro medico in visita al Kala
Pattar chiedendogli di recarsi ad attendere l’arrivo di Tomaz,
nell’ottimistica ipotesi che questo avesse raggiunto vivo la base della
parete.

Dall’oscurità Tomaz impreca via radio con una voce più inesistente
che fioca, non ha più energia nelle batterie della frontale, in
equilibrio sul pendio glaciale per diverse volte spegne la pila per
qualche minuto per ottenere qualche secondo di luce per cercare una
posizione dove attendere la squadra di soccorso. Ora è solo nella notte,
al buio e quindi senza possibilità di muoversi, ancora in parete, le
stesse batterie della radio sono alla fine, gli chiediamo di attendere,
di aver pazienza, la squadra di soccorso farà il possibile per
raggiungerlo.

Ricomincia un’altra sera di attesa, scendo al lodge perchè sò che
devo mangiare qualcosa, è difficile affrontare la curiosità dei
trekkers, che più tardi si addormenteranno soddisfatti della loro salita
al Kala Pattar da cui avevano potuto vedere quell’alpinista perso nella
grande parete.

Ricomincia un’altra notte, la squadra di soccorso è riuscita a
raggiungere la base del plateau sopra il quale si trova Tomaz, Marian è
in arrampicata sul camino di misto, tra le rocce ed il seracco, alla
fine dei primi 50 metri di corda ne giunterà altri 50, alla fine di
questi recupererà tutta la corda e proseguirà con i 100 metri da solo.

Passano ore lunghissime, ogni ora contatto i medici al Base e la
squadra di soccorso polacca rimasta alla base del plateau, Marian è solo
e senza walkie talkie, ogni tanto Tomaz da un flebile segnale. Ad
alcuni collegamenti la squadra polacca non risponde, impongo comunque ai
medici la continuità degli appuntamenti, serve il loro parere dal
momento in cui Tomaz può essere assistito, non abbiamo idea delle sue
condizioni, ma potrebbe essere qualsiasi cosa. Ho il timore che Tomaz
possa cedere da un momento all’altro, spero che Marian riesca a trovarlo
nell’oscurità prima che sia troppo tardi.

Attorno a mezzanotte Tomaz dà ancora qualche segnale, cerco di
rincuorarlo, gli sembra di vedere Marian ma gli è difficile valutare la
distanza, gli chiedo di utilizzare le ultime energie per farsi
localizzare, deve usare gli attrezzi per far rumore, credo che non abbia
più gran voce e comunque nessuna luce, deve cercare di provocare suoni
in qualsiasi modo. Alle 1:00 del 2 Novembre in un rantolo di voce Tomaz
annuncia l’arrivo di Marian, dieci minuti dopo i due sono riuniti sul
terrazzino, sento la stanchezza, l’emozione e la soddisfazione nella
voce di Marian quando mi conferma che le condizioni di Tomaz non sono
male, scenderanno lentamente insieme usando le corde fino alla base del
camino dove incontreranno i Polacchi. Allarmo la squadra di soccorso ed i
medici, attendiamo con ansia la discesa dei due.

Alle 2:30 Tomaz raggiunge la squadra di soccorso, i medici
controllano le sue condizioni via radio, le conclusioni stupefatte sono
che l’alpinista è in grado di camminare con le sue gambe fino al campo
base, ha sicuramente dei piccoli congelamenti alle dita dei piedi, ma
questo è niente in confronto a quello che ci aspettavamo avrebbe potuto
avere. Tomaz raggiungerà il campo base alle 7:30 del 2 Novembre, la sua
odissea cominciata alle 14:30 del 31 Ottobre dopo la scomparsa del suo
compagno Janes sull’anticima del Nuptse terminerà dopo 41 ore di estremo
sforzo psicofisico per sopravvivere e tornare alla base della parete,
in un crescendo continuo di impegno ai limiti delle possibilità umane.

Ultima modifica di Buzz il Ven Apr 20, 2012 10:50 pm, modificato 1 volta

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Messaggio il Ven Apr 20, 2012 9:30 am  schen

Tengri ha scritto:Il salvataggio sulla Rupal è uno degli episodi più criticati. Sembra che Twight e Prezelj avessero commentato qualcosa come "così si annienta l'ultima frontiera dell'impossibile", " in quei casi bisogna avere il coraggio di morire". Anche perché in quel caso si stabilì, se non sbaglio, il record del salvataggio più alto mai realizzato. ma il pilota di quell'elicottero mise a serio rischio la propria vita per andarlo a recuperare.

Su questa cosa non so bene come pensarla. o meglio oscillo fra una e l'altra idea.

La foto sotto è emblematica.. molto importante per il Pakistan, che dal 2004 (cinquantenario della 1° salita al K2) aveva tentato di riprendersi un po' di spazio sul palco, rispetto alla star "Nepal".. tanti trekkers sul Baltoro, sui gh.Biafo e Hispar. Ma il soccorso organizzato in tutta l'area settentrionale del Pakistan resta e resterà a lungo una chimera per la guerra (finta ma vera) con l'India per il Kashmir. Oltretutto non so se avete sentito del massacro religioso avvenuto ad inzio aprile a Chilas, proprio in corrispondenza del bivio della strada che sale verso la mitica "Fairy Meadows" ai piedi del Nanga Parbat: diverse decine di morti, vittime selezionate facendo scendere la gente dai bus e valutando etnia e fede.. giustiziati sul posto con un colpo in testa, oppure letteralmente lapidati dalla folla mentre tentavano di fuggire.. Ho avuto modo di leggere alcuni racconti pazzeschi di quell'evento. Povero Pakistan, che razza di polveriera è da sempre..

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