Emilio Servadio

ALPINISMO E ASCESI SPIRITUALE


Articolo pubblicato su Abstracta n° 1 (gennaio 1986)

Il sottoscritto, da giovane, ha effettuato numerosissime scalate nelle
Dolomiti — arrivando talvolta ai "gradi" considerati allora,
rispettivamente, 5° e 6° (il "sesto grado" segnava in quel tempo il
limite delle possibilità umane). Ricordo benissimo alcune di quelle che
il grande psicologo americano Abraham H. Maslow ha chiamato peak experiences
("esperienze di vetta"), volendo indicare con tale espressione non già,
o non soltanto, ciò che si può provare al termine di una difficile
scalata, ma certe sensazioni, che si potrebbero anche chiamare
"estatiche", sperimentate in qualche specifica occasione della vita,
come è capitato ad alcuni anche all'improvviso, anche al di fuori di una
qualche eccezionale congiuntura o stimolazione. Uno studioso americano,
Richard M. Bucke, ha coniato in proposito l'espressione cosmìc consciousness
("coscienza cosmica"). Si tratta infatti di una sorta di "dilatazione"
della coscienza: di ciò che, al limite, certi santi o certi iniziati
hanno cercato di esprimere, affermando di avere superato — sia pure per
poco tempo — la consueta distinzione fra "io" e "non io", e di essere —
metaforicamente ma efficacemente parlando — "saliti in cielo".

Fra i miei ricordi di alpinismo, c'è per esempio quello di una
"perfetta" ascensione lungo la "perfetta" verticale dello spigolo della
Torre Delago, la prima a sinistra per chi guarda le tre Torri del
Vajolet dalla Val di Fassa. Ricordo che spinto da un vivo desiderio di
provocare nuovamente una certa esperienza, attinsi la vetta due volte
nello stesso giorno, salendo per due vie diverse (una la mattina, una
nel pomeriggio) la vetta del Castelletto di Vallesinella inferiore,
nelle Dolomiti del Brenta; scalai la "Piccolissima" delle Tre Cime di
Lavaredo procedendo in salita per la via Preuss, e in discesa per la via
Dülfer (gli esperti di storia dell'alpinismo ben sanno di quali imprese
furono protagonisti questi due grandi pionieri), con una
indimenticabile "esperienza di vetta" appena giunsi sulla cima. Debbo
dire tuttavia che ebbi in quel tempo un "maestro" eccezionale,
considerato allora una specie di scalatore-prodigio: Emilio Comici.
Questi era, al pari di Messner, un uomo normalissimo, che tuttavia
aveva, a sua volta, momenti "sublimi" in montagna, tanto che potè
scalare da solo, qualche anno prima della guerra '39-45, la formidabile
parete Nord della Cima Grande delle Lavaredo, impiegando nell'ascensione
poco più di quattro ore. Quando gli chiesi se avrebbe potuto rifare
quell'impresa, mi rispose: «Non credo. Quel giorno, ero in stato di
grazia. Alcuni alpinisti tedeschi, giunti in vetta per la via normale,
non si capacitavano che non avessi avuto almeno un compagno di cordata, e
seguitavano a guardare giù per la parete, in cerca di un "altro"
inesistente!». Scrisse letteralmente Comici: «Tutte le volte che
comincio ad arrampicare, avviene in me una trasformazione... Una forza
sconosciuta [sic] entra nel mio sangue, e, più arrampico, più forte mi
sento».




Probabilmente sono ormai poche le persone che confondono l'alpinismo con
il semplice escursionismo, o che vedono "l'amore dei panorami" come
vera e unica motivazione di ciò che spinge un alpinista ad agire. Da
parecchi anni, ormai, anche il grande pubblico ha potuto rendersi conto
delle quasi sovrumane prestazioni che hanno caratterizzato certe imprese
alpinistiche, e qualcuno ha cominciato a chiedersi se avessero proprio
ragione quei razionalisti che riducevano l'alpinismo a una semplice
manifestazione sublimativa di cariche nevrotiche (W. Reich), o
all'ostinato bisogno di "sfidare" e vincere una natura indifferente od
ostile.
A me sembra che, se in qualche caso potrebbero essere valide tali
interpretazioni, esse non siano comunque "generalizzabili" per almeno
tre motivi: in primo luogo, perché rimane sempre aperto il problema
relativo alla "scelta" di un dato comportamento più o meno nevrotico (si
può "sfidare" la realtà esterna in mille modi diversi) ; in secondo
luogo perché gli stessi meccanismi della "sublimazione" sono ancora
molto enigmatici; e in terzo luogo, perché non è più consentito, ormai,
di "ridurre" a processi psicologici elementari, come se si trattasse di
manifestazioni nevrotiche, o nevrotico-simili, ogni e qualsiasi attività
umana — compresa la creatività poetica, o quella musicale. Già Freud
confessava l'impossibilità, per la psico-analisi, di "spiegare" il genio
creativo: ma si direbbe che molti psicoanalisti non abbiano ben
recepito il suo ammonimento.
Come si potrebbe, per esempio, considerare "espressione sublimativa di
conflitti nevrotici inconsci" l'attività di un Reynhold Messner, nel
quale molti giustamente vedono il più grande alpinista di tutti i tempi,
notissimo per avere al suo attivo varie ascensioni oltre gli 8000
metri, e per avere scalato da solo, nel 1980, l'Everest, ossia la più
alta montagna del mondo? Chi conosce Messner sa che si tratta di un uomo
perfettamente sano di mente e di corpo, dotato di un eccellente senso
pratico, e dalla vita sentimentale felice. Tutto ciò non impedisce a
Messner di percepire chiaramente le "elevazioni" che si possono
sperimentare in certe prestazioni alpinistiche: i loro aspetti
spirituali ed ascetici, il non raro verificarsi, in esse, di fenomeni
oggi studiati dalla parapsicologia. «L'alpinismo è una via naturale
verso altri stadi, e, al limite, verso l'uomo» — ha scritto Messner.
Naturalmente, i livelli variano. Non tutti coloro che fanno
dell'alpinismo potrebbero certo, per esempio, esprimersi come segue:
«... Si vivono momenti che io chiamo "rotondi", di una sensazione che va
oltre la gioia, che prende tutto l'uomo, il cervello, gli occhi, il
corpo... Qualche volta in vetta, oppure mentre si sale, oppure mentre si
è accoccolati per una sosta. Ti sembra di cadere, di fluttuare
nell'aria. Sensazioni indescrivibili, come è indescrivibile quello che
si prova nell'atto d'amore». E ancora: «Quando sono andato solo
sull'Everest sono arrivato al limite delle mie possibilità. L'ultimo
giorno di salita è stato il punto più difficile della mia vita. Li sono
arrivato al punto estremo ... Lì ho arrampicato nell'infinito».

Messner non nasconde di avere avuto, durante certe ascensioni,
esperienze "paranormali" — come il "comunicare" solo mentalmente, ma a
lungo e con precisione, con il suo compagno di cordata; o percepire più
volte la "presenza invisibile" di qualcuno, e particolarmente di un suo
fratello, morto sul Nanga Parbat; o il "riconoscere", senza tema di
errore, il punto esatto dell'Everest dove scomparve, nel 1924,
l'alpinista inglese Leigh Mallory. «L'ho sentito, l'ho visto, gli ho
parlato», scrive Messner. Era una semplice allucinazione?! Da molti anni
il celebre alpinista arrampica a quote estreme, senza maschera di
ossigeno. «Ho avuto spesso» — scrive — «esperienze strane... Nel 70 sul
Nanga Parbat sono caduto per qualche metro sulla neve. Mi vedevo
rotolare come dall'esterno e non potevo far nulla per fermare quel corpo
che rotolava... Ero al di fuori del tempo». Forse qualche psichiatra
potrà pensare a quelle esperienze che nell'ambito della psicologia
medica si chiamano di "depersonalizzazione"... Ma Messner non ha paura
(lo ha detto a un giornalista che lo intervistava) degli eventuali
giudizi degli psichiatri, e sorride quando gli dicono che qualcuno è
incline a considerarlo pazzo. «Noi, uomini dell'Occidente, abbiamo paura
di parlare con noi stessi», di pensare in termini «di un'altra
dimensione, di un altro modo di essere». Della morte ha detto: «Non è un
problema. La morte è parte di me stesso. Io ho lavorato molto su questo
tema e ho avuto la possibilità, la sfortuna, la fortuna, non so, non
c'è parola giusta, di essere già una volta "morto", cioè di aver vissuto
la situazione e di sentire "Adesso non m'importa più se muoio, devo
morire". La morte non è sempre presente nel mio cervello, però è parte
di me. Detto in parole molto severe: "Io stesso sono la mia morte" ». Ma
più oltre: «È importante accettare la amare di più la vita». Io non so
se Messner abbia mai letto testi tradizionali, o se abbia ricevuto
insegnamenti esoterici particolari. Non proprio, e perciò mi sembra
tanto più notevole il fatto che egli abbia — tanto semplicemente ed
efficacemente — accennato a quella che in parecchie tradizioni viene
chiamata "morte iniziatica". Questa è un'esperienza per la quale è
tenuto a passare chi voglia affrontare la fine della vita con impavida
serenità, e sapendo ciò che lo attende. In antico, la "morte iniziatica"
veniva realizzata mediante pratiche durissime e pericolose. Oggi, si
ricorre a mezzi alquanto più blandi (ma non troppo). Qualcuno però
sperimenta la "morte iniziatica" senza averla consapevolmente
programmata. Ciò può avvenire attraverso un certo tipo di alpinismo come
attraverso altre vicende al confine tra la vita e la morte. Io credo
che Messner abbia provato e superato l'esperienza della "morte
iniziatica" con le sue arditissime ascensioni, facendo proprie le loro
possibilità di "utilizzazione" e di arricchimento in senso ascetico e
spirituale.

Dall'Olimpo al Sinai o all'Himalaya, gli uomini hanno sempre pensato
alle alte vette montane come "sedi" di divinità, e teatri di esperienze
spirituali. Aveva dunque ben ragione il francese Sonnier quando scriveva
che la montagna «ha una singolare virtù: quella di liberare la verità
degli esseri». E l'essenziale "verità" dell'uomo non è forse,
esotericamente parlando, la sua "scintilla" immortale, il "dio profondo"
che è in lui?



Emilio Servadio – da Abstracta n° 1 (gennaio 1986), Stile Regina Editrice