L'ultimo sorriso - racconto da http://www.gianlucacarboni.it/

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230412

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L'ultimo sorriso - racconto da http://www.gianlucacarboni.it/




L'ultimo sorriso

"Non riuscirete a trovarlo... se quel ragazzo ha deciso di sparire non riuscirete a trovarlo..."
"E' uscito dalla baita martedì mattina col suo vecchio cane... sì, quattro giorni fa, con quel simpatico bracco oramai più bianco che nero, col solito grande zaino sulle spalle, consumato come il cane, e le solite piccozze legate dietro, il solito berretto dai tanti colori oramai opachi... Dio mio, con la solita malinconia negli occhi mentre mi salutava... Dio mio, che tristezza..."

"Io ero qui in giardino e stavo leggendo un libro alla luce del sole appena sorto, stavo pensando se potare quei cespugli o aspettare che sfiorissero, se fare una passeggiata nel bosco cercando qualche fungo che poi non avrei mangiato perché alla mia età non riesco più a digerirli o semplicemente continuare a leggere godendomi la brezza frizzante che a quell'ora spesso spira da ovest, dai colli che vedete laggiù, verdi e col profilo gentile".

da http://www.gianlucacarboni.it/articolo.asp?pagina=876&sezione=I%20miei%20racconti

"No, non si è fermato, non ha detto nulla, solamente mi ha guardato, ha sorriso, ha alzato il braccio salutandomi e si è diretto verso il sentiero che risale la valle a nord. Lo seguiva stancamente il cane, il vecchio bracco che mai l'avrebbe lasciato andare per conto proprio e che lui soprattutto ora mai avrebbe lasciato a casa. Sono sempre insieme, soprattutto ora".

"Ricordo quando vennero ad abitare qua, dieci, forse dodici anni fa: lui giovane, forte, già un alpinista importante, simpatico e umile, educato; lei bella quanto lui, forte quanto lui, di più, capace di superare in parete difficoltà incredibili, leggera ed elegante, con occhi che brillavano comunicando una gioiosa voglia di vivere. E il cane, sempre con loro, allegro, sempre pronto a far festa, ad accogliere nuovi amici nel branco in cui aveva avuto la fortuna di capitare... sì, perché l'avevano trovato anni prima in un fosso, un piccolo cucciolo fradicio e tremante gettato via come uno straccio, con tre fratelli vicino, morti di freddo, di paura, di dolore... i loro corpicini gli avevano permesso di resistere per qualche ora in più, giusto il tempo per consentire ai due giovani che casualmente passavano di lì di intervenire salvandolo... tre notti di veglia accudendo quel piccolo essere pregando che ce la facesse, maledicendo il colpevole di tanto strazio... è una storia che mi raccontò il ragazzo, la prima di tante, seduti proprio qui, in questo giardino, mentre grattava dolcemente la testa dell'animale che mugolando pareva godersi in quell'attimo il momento più bello della sua vita".

"Lui era un alpinista fortissimo... l'ho già detto? Mi scusi, sono l'età, l'emozione, il dolore che mi confondono... era fortissimo, ma me ne resi conto solo molto tempo dopo averlo conosciuto leggendo un articolo su un giornale che parlava dell'ultima sua impresa, il concatenamento in solitaria di due cime himalayane ancora vergini, ai limiti del possibile tanto che il giornalista sembrava mettere in dubbio l'effettivo successo del tentativo... se l'avesse conosciuto, o se non l'avesse invidiato neppure si sarebbe posto il problema... per quel ragazzo la montagna era la madre che l'aveva generato e l'allattava, che avrebbe rispettato sempre a costo della vita... quel ragazzo scalava per tornare momentaneamente da lei, per tornare momentaneamente a sentire l'aroma di quel latte puro, per rendere la propria madre orgogliosa e mai avrebbe concepito l'idea di incrinare con un imbroglio un rapporto così intenso... era umile, non scalava per gli altri e spesso scriveva dei propri fallimenti, della debolezza che non gli aveva permesso di vincere una parete, della paura che l'aveva frenato costringendolo a rinunciare, a tornare perdente, ma enormemente più maturo, più ricco. Quel ragazzo sottovalutava i propri successi considerandoli episodi fortunati, ringraziava il caso che gli aveva permesso di essere in quel punto nel momento in cui la natura aveva deciso che anche una persona normale come lui si considerava potesse riuscire a ottenere un buon risultato... un buon risultato, diceva, parlando di imprese al limite del possibile e progettandone altre..."

"Quel ragazzo viveva per lei, e per il suo bracco; lei viveva per lui, e il bracco per loro... Dio mio, che tristezza..."
"Venivano dalla città, non ricordo quale, e riuscirono a trasferirsi quando lui ottenne un contratto con una casa editrice: curava una collana, scriveva articoli, faceva serate che lo innervosivano perché non sapeva adattarsi all'interesse che il suo personaggio suscitava... credo non lo capisse. Noi del posto, montanari restii alle novità, non eravamo contenti dell'arrivo in quella piccola baita di due forestieri, così giovani poi. Non sapevamo chi fosse, e inizialmente non l'avremmo accettato ugualmente. Là nessuno abitava da anni, dalla morte del vecchio postino che vedovo e senza figli vi si era ritirato... era un buon vicino. Loro, però, erano migliori e presto conquistarono me, mia moglie, tutti, con la gentilezza, con la tranquillità che traspariva dai gesti, dalle parole... entrarono a far parte di questa comunità in punta di piedi, capaci di rispettarne le regole e gli equilibri più di molti di noi. In breve tempo la baita rinacque: il tetto prima, l'interno, le imposte, quindi il giardino, gli alberi, la legnaia, l'orto, ogni particolare curato in modo tale da rendere prezioso ai loro e ai nostri occhi il piccolo paradiso che stavano creando".

"Entrambi sciavano, ma lei era soprattutto... come si dice... arrampicava... era una climber... perbacco quanto era brava! Ho visto delle foto, qualcuna la conservo anch'io, in un album, quello dove tengo i ricordi dei miei figli, dei nipoti... le scattai una delle volte che li accompagnai alla parete rocciosa in cui si allenavano, dentro la valle, a un'oretta di cammino da qui. Pareva danzasse, era capace di muoversi con un'eleganza, una leggiadria... da non credere, riusciva a passare senza sforzo apparente in punti che lui neppure provava ad affrontare... accarezzava la roccia cercando appigli minuscoli che si formavano e modellavano solo per permetterle di salire... era bellissima! Il ragazzo mi parlava a bassa voce reggendo la corda mentre lei oramai era lontana, e confessava di ammirarla, di non capire come potesse una creatura tanto dolce, delicata, sprigionare una simile potenza, una determinazione inimmaginabile guardandola piantare un bulbo, dipingere un pannello per rendere graziosa la cappa scrostata del camino, cucire una tendina, ricamarla con un fiore... confessava di amarla più della propria vita, di non capire perché fosse capitata a lui tanta fortuna, di temere di non averla meritata. Il bracco, instancabile, correva ovunque attirato dai fischi di mille marmotte e solo a fine pomeriggio si accucciava sotto la parete con una spanna di lingua fuori dalla bocca, pronto però a saltellare festoso e rumoroso attorno alla ragazza appena scesa dalla via".
"Sì, c'erano momenti di tensione, di paura soprattutto quando lui era lontano per una spedizione e per un qualche motivo non riusciva a comunicare le sue condizioni. Ricordo quella volta che in tre fallirono la salita del versante nord dell'Everest: rimasero bloccati per 15 giorni attorno ai 6000 metri di quota a causa del brutto tempo... tentarono ugualmente la scalata, ma poi rinunciarono... per fortuna... per fortuna decise il vento per loro, folate capaci di alzare da terra un uomo con tutta l'attrezzatura addosso... una settimana senza che arrivassero notizie... fu drammatico... lei era qui tutte le sere, aspettavamo assieme, le facevamo coraggio, lei lo faceva a noi, ogni tanto piangeva abbracciando il bracco che pareva capire... che capiva la sua disperazione, la solitudine, che non la lasciava un attimo proprio perché capiva..."

"Era fortissimo quel ragazzo e riuscì a tornare, provato, distrutto, ma vivo, felice di essere a casa anche se per un mesetto parve mentalmente assente, distratto, confuso, quasi incapace di badare a se stesso... spiegava la sua condizione col lungo periodo passato ad alta quota, coi neuroni perduti, bruciati... era però la consapevolezza di aver sfiorato la fine, di aver rischiato di perdere tutto e non capirne ora il motivo... la ragazza era radiosa, l'amore le permise di riportare indietro la parte del suo uomo che era rimasta su quelle creste ghiacciate... con la dolcezza, la pazienza, con la determinazione che lui tanto ammirava lottò e lo riebbe a casa..."
"Due anni fa si ammalò... all'inizio erano nausee, giramenti di testa, debolezza e per qualche giorno entrambi furono felici credendo che lei aspettasse un figlio... poi i dubbi, le analisi, la certezza di una beffa orribile e la lotta caparbia durata alcuni mesi... poi la rassegnazione, l'attesa..."
"Mi raccontò una sera, con voce rotta, ma senza una lacrima, che il momento più duro fu quando sentì un tonfo in bagno, corse e la trovò stesa mentre tentava goffamente di rialzarsi, e non vi riusciva, e non ne aveva la forza... la raccolse senza fatica, pesava oramai pochi chili, e la riportò a letto... Dio mio, da allora non si alzò più... provvedeva a tutto lui, scherzando, donandole ogni attimo, accudendola, accarezzandola, sorridendo... sorridendo... anche lei provava a farlo, ma le sanguinavano labbra e gengive... il cane, quello splendido animale, usciva dalla camera solo per pochi minuti, quando non poteva farne a meno, e subito tornava cercando teneramente un contatto... lo vidi io avvicinarsi e con delicatezza accucciarsi sotto la mano spettrale di lei che dal letto pendeva apparentemente priva di vita... non si lamentò mai e riuscì pure a salutarmi pregandomi di aiutarli, di aiutare i suoi amici... così li chiamava, i suoi incredibili amici... Dio mio, che tristezza..."

"Un pomeriggio lui bussò alla mia porta e semplicemente mi disse che era finita. Il bracco non c'era, ci vollero settimane per convincerlo a uscire dalla camera anche solo per una passeggiata nel bosco... non si era rassegnato, non l'ha mai fatto, aspettava il ritorno... il ragazzo invece morì dentro, non partì più, non scalò più, leggeva come me spesso poco dopo l'alba, guardava il sole e il libro resisteva ai suoi spenti assalti per settimane, poi veniva abbandonato aperto in un qualche angolo della baita. Curava il giardino, l'orto, ridipinse anche la porta, ma rinunciò a sistemare le imposte, dedicava ogni attimo libero al suo incredibile, vecchio amico".

"... mi ha salutato con un gesto della mano, ha sorriso malinconicamente e col suo vecchio cane se ne è andato... non riuscirete a trovarlo... se quel ragazzo ha deciso di sparire non riuscirete a trovarlo... è troppo forte per voi... ora basta, però, scusatemi, ora basta... non riesco a sopportare alla mia età un dolore simile, la sua disperazione muta... vi prego, scusatemi, tornate in città, non ho altro da dire, scrivete ciò che volete, tanto oramai a cosa serve... lasciatemi riposare, vi prego..."

Il ragazzo si incamminò sul sentiero che risale verso nord la valle. Sulle spalle aveva lo zaino e legate, incrociate, le due piccozze da ghiaccio. Era una vecchia abitudine quella di portarsi dietro l'attrezzatura tecnica anche quando probabilmente non sarebbe servita, per mantenersi allenato al peso. Aveva con sé una mezza corda da 50 metri, scarpette d'arrampicata, chiodi da roccia e da ghiaccio, il martello, nuts, friends, cordini e altre diavolerie alle quali solo un alpinista può dare un significato. Aveva con sé una borraccia con l'acqua e una scatoletta di cibo per il vecchio cane che, stanco e curvo, lentamente lo seguiva.
Passarono nei pressi della parete rocciosa dove tante volte lei aveva pazientemente provato a trasmettergli un po' della sua eleganza, ma non si fermarono, neppure guardarono quei pilastri e il tetto giallastro più in alto; li accompagnavano i fischi delle marmotte che lui, inaridito dal dolore, non sentiva, e il bracco, consapevole della propria debolezza, fingeva di ignorare.

Successe tutto in un attimo: il ragazzo ebbe l'impressione di percepire un richiamo, si voltò e si accorse di essere solo. Tornò sui suoi passi e dopo qualche minuto trovò l'animale accucciato in un tappetino d'erba vicino a un masso, a pochi metri dal torrente che indifferente correva verso valle. Pareva dormisse. Un brivido partì dai reni e lungo la colonna vertebrale arrivò al cervello trasformando in pietra gambe e braccia, poi lui riuscì a vincerlo, ad avanzare e a inginocchiarglisi vicino. Con la mano tremante gli toccò il capo quasi pazzo dal terrore e il cane riaprì gli occhi, stanchissimi, carichi d'amore e riconoscenza. Si mosse appena e lasciò che tutto il peso della testa gravasse sulla mano aperta, come se fosse appoggiato a un guanciale. Morì così subito dopo.

Il ragazzo rimase paralizzato per ore, pianse come mai più aveva fatto da quella volta che in Himalaya temette di non avere la forza per tornare a casa, e lasciò che le lacrime scivolassero lungo il viso, il collo, sotto la maglietta. Si stese vicino al bracco, lo abbracciò facendo attenzione a non muovere la mano che ancora restava sotto alla testa, neppure si tolse lo zaino e restò così fino a notte inoltrata.
Era quasi l'alba quando si mosse: lo accarezzò una, cento, mille volte e lo baciò.

Lo spostò e con una piccozza iniziò a scavare nel piccolo spiazzo erboso, metodicamente, trattenendo all'inizio l'astio brutale che gli ustionava il cervello rendendo orrido lo sguardo, poi con rabbia, furiosamente, sollevando terra, ghiaia, pietre, fino a ottenere una fossa profonda, umida più per il suo sudore avvelenato che colava da capelli e dita che per la vicinanza del torrente. Vi pose il vecchio amico e con delicatezza lo ricoprì. Infine risistemò il tappeto erboso che controllando ira e disperazione, sforzo immane, era riuscito ad asportare senza distruggere. Di nuovo si inginocchiò. Poteva sembrare una statua di cera, ma osservando con più attenzione ci si sarebbe accorti che un impulso elettrico partiva a intervalli regolari dall'angolo della sua bocca, scattava sotto la pelle e raggiungeva l'occhio sinistro, che vibrava leggermente, mentre i denti quasi stridevano per l'inconsapevole pressione che erano costretti a sopportare, gli zigomi tradivano un leggero tremore, le tempie pulsavano... ogni muscolo facciale tentava di esplodere sovralimentato dall'odio universale... con più attenzione si sarebbe percepito quell'odio infinito temendo istantaneamente per la propria incolumità, di non aver più il tempo per fuggire lontano da quell'essere maledetto, di restare vittime della sua probabile disumana brutalità...

Un raggio di sole penetrò fra due guglie di roccia e caldo lo colpì sulla fronte, subito dopo negli occhi che fu costretto a socchiudere; la sua espressione improvvisamente si rasserenò, scomparve disciolta la soffocante bolla d'angoscia e il ragazzo di nuovo provò la tranquillità che lei, solo lei poteva infondergli quando ancora gli stava accanto... quanto tempo era passato... una sensazione così dolce che da lontano tornava, da vicino, da dentro nasceva e inarrestabile cresceva permettendogli di reagire... forse è vero, forse è vero che quando il dolore è troppo interviene fisicamente il cervello per attenuarlo... forse è vero che saremo un giorno tutti assieme, che ci ritroveremo...

Si alzò e proseguì verso nord, dove la valle formava una grande conca delimitata da pareti alte centinaia di metri interrotte solo da una ripida e instabile lingua di detriti di varie dimensioni avente origine nel punto più basso della cresta.
Aveva mille anni prima tentato di aprire una via su quelle pareti, lungo un poderoso sperone di roccia apparentemente compatta, ma si era bloccato più o meno a metà altezza perché lo strapiombo era maggiore di quanto aveva previsto e la roccia stessa più fratturata, meno affidabile, perché la paura era più forte della fiducia nelle proprie capacità.

Giunse proprio ai piedi della linea che la sua mente aveva disegnato su quel pilastro di pietra, si fermò per un minuto, giusto il tempo di togliersi gli scarponi e legarli allo zaino sostituendoli con le scarpette d'arrampicata, poi iniziò a salire.
Le sue dita ricordarono ogni appiglio e senza faticare arrivò al punto cruciale dove per calarsi sconfitto aveva in passato piantato due chiodi, sotto all'inquietante spigolo che sporge di metri, che promette di sfaldarsi al solo pensiero di affrontarlo, al solo sguardo insistente. Un uomo non può passare da lì perchè il sangue gelato nelle vene frantumerebbe la sua determinazione, causerebbe l'irrigidimento dei tendini, l'indurimento dei muscoli, ordinato in realtà dal cervello che così avrebbe il motivo per consigliare, ascoltato, la resa.

Lui accarezzò la roccia come aveva tante volte visto fare da lei, ma lo fece soprattutto per rassicurare la roccia stessa, quasi a prometterle il massimo rispetto, a chiederle un permesso temporaneo; chiuse poi gli occhi e respirò immaginandosi un pianista che crea, e sentì la musica, sentì che stava anch'egli componendo e finalmente capì come lei riusciva a passare ovunque, librandosi senza peso, solo sfiorando superfici scabre il cui scopo era quindi quello di permettere a un angelo di manifestare la sua perfezione... finalmente elegante come il suo angelo superò la parete strapiombante utilizzando fessure microscopiche, minuscoli dentini di roccia che la mente modellava dove serviva che fossero. Riaprì gli occhi, o così gli sembrò, in cima, a oltre 200 metri d'altezza.

Non gioì dell'assurda impresa che aveva compiuto, che l'avrebbe consacrato climber a livelli mondiali, inimitabile, o condannato alla perenne incredulità per la mancanza di testimoni, di tracce lasciate, per l'estrema difficoltà superata forse per la prima volta da un essere umano, certamente da un essere umano slegato, perché lui sapeva che era stato facile riuscirvi, quasi banale potendo contare su di lei che l'aveva guidato e sostenuto, perché sapeva che in realtà la parete l'aveva abbracciato consentendogli una progressione sicura, consapevole essa stessa del vero scopo di una tale progressione. Suo unico merito era stato l'aver trovato il modo di comunicare ciò che aveva capito inginocchiato davanti alla tomba del vecchio cane, l'essere stato credibile di fronte alla natura mentre spiegava cosa e perché avrebbe fatto, chiedeva il permesso di tentare, l'aiuto per riuscire.

Spalle al baratro scelse un canalone lungo cui scendere rapidamente nella valle più a nord e in breve raggiunse la riva del placido laghetto che ne caratterizzava la parte alta. Continuò a camminare mirando un sentiero che con tornanti regolari lo condusse sul versante opposto fino a toccare nuovamente una cresta.
Nelle successive 24 ore mai cambiò percettibilmente direzione, mai si fermò e in tal maniera superò varie valli separate e definite da cime man mano più alte. Tre volte fu costretto a piantare chiodi e un'altra lasciò in una fessura un "friend" per potersi calare in corda doppia, ma mai cambiò direzione, mai si fermò, mai rallentò.

Al buio, l'aiutava la luce riflessa da una splendida mezza luna, passò silenziosamente vicino a un rifugio e finalmente toccò il ghiaccio: era di fronte alla grande vedretta lievemente inclinata, resa candida dalla nevicata di qualche giorno prima, che scende dal passo glaciale riconoscibile lontano, appena a sinistra, e che più a destra, dopo essersi infranta nell'inquietante e nerastra parete sud di quel monte, il più bello, culminante in un picco affilato, riesce a trovare in questa e a risalire un ripido canale, un punto debole del baluardo se no invincibile, un vero e proprio imbuto pericoloso perché pietre e slavine che giungono dall'alto tutte lì si infilano, ma provvidenziale per l'eventuale scalatore capace di muoversi con esperienza e prudenza.

Il ragazzo era stato spesso lì, in uno dei luoghi che più amava per il silenzio in certe stagioni, per il colore del ghiaccio che ai distratti pare monotono, per il respiro del mondo che dalle vette attorno cala tranquillo lungo i versanti dove roccia e ghiaccio si mischiano mai a caso e si concentra sulla pelle del visitatore attento, sensibile, gli penetra infine nei pori e chiarisce i misteri.

Calzò i ramponi e si avviò senza fretta, era quasi giunto alla meta, verso l'immensa parete sud del monte, sfruttando una traccia ben battuta nella neve indurita a causa della bassa temperatura. Camminò per un'oretta sentendo dentro di sé una pace quasi dolorosa tanto era il piacere di provarla e la paura ancora presente nel profondo di tornare a perderla.

Nel punto in cui la pendenza aumenta (la traccia battuta mirava il canale a destra) si mantenne a sinistra facendo attenzione ai crepacci che sapeva aprirsi sotto al manto nevoso. Continuò per qualche minuto variando a volte la direzione, ma sempre avvicinandosi alla parete rocciosa, saggiando con la piccozza la superficie bianca e intatta; accese una lampada frontale per meglio vagliare le sottili increspature che non sarebbero in ogni caso sfuggite al suo occhio attento e si fermò. Fece un passo indietro, quindi con decisione colpì una, due, tre volte la neve che improvvisamente precipitò lasciando spazio a un buco dalla forma irregolare, largo 20/30 centimetri e lungo non più di mezzo metro. Lo allargò delicatamente fino a quando riuscì a individuare con esattezza le pareti del crepaccio, potè così stendersi e guardarvi dentro senza il rischio di cadervi. Diresse il raggio luminoso verso il fondo, ma non riuscì a distinguerlo: le splendide pareti trasparenti, distanti un metro l'una dall'altra nei pressi della superficie, allontanandosi da lui e fra di loro si incupivano fino a diventare nere come lo spazio vuoto che definivano. Colonnine fragili si sviluppavano verticali, sottilissime lingue di ghiaccio purissimo che riflettevano la luce creando giochi fantastici, minuscole fiammelle che vibravano moltiplicandosi, rincorrendosi, perdendosi a volte nell'oscurità, ma riapparendo sempre poco più in là. Forse contribuiva al meraviglioso effetto anche la luna, in quel momento particolarmente chiara.

Si alzò, si tolse lo zaino, si sedette, controllò i ramponi, afferrò la seconda piccozza e ne fissò la fettuccia al polso destro, controllò la fettuccia dell'altra fissata precedentemente al sinistro e la strinse, guardo la luna, bellissima, che affascinante riuscì a rallentare i suoi movimenti. Erano gesti che conosceva a memoria, quasi un rito, e neppure una luna simile potè bloccarli, neppure il freddo graffiante perché in realtà lui ora la luna l'aveva dentro, anche il gelo.
Lasciò cadere lo zaino nell'abisso, poi con attenzione iniziò a scendervi. Non era un problema restare appeso alle lame delle piccozze, spingere delicatamente le punte dei ramponi per incidere il ghiaccio di quel tanto necessario per mantenere la presa, non era un problema per uno come lui che aveva affrontato ben altre difficoltà in ben altri ambienti, in momenti in cui il cielo gli scaricava addosso tutta la violenza di cui era capace, in momenti in cui lo spingeva uno scopo enormemente meno importante, una convinzione nulla rispetto a quella che ora rendeva d'acciaio i suoi tendini.

Raggiunse un punto, più o meno a 30 metri di profondità, in cui il crepaccio si restringeva e in tal modo aveva creato una base calpestabile di neve indurita. Anche lo zaino era arrivato fin lì; lo raccolse, si spostò, lo appoggiò rispettosamente alla parete ghiacciata e vi si accucciò vicino. Slacciò le piccozze, le posò, si calcò il berretto dai tanti colori che ancora aveva sulla testa, spense la luce, chiuse gli occhi stringendosi al petto le gambe.
Il silenzio... il silenzio.
Per primo giunse il bracco che festoso agitava la coda talmente da creare sbuffi d'aria capaci di spostare i capelli, gli si gettò addosso e gli leccò il volto guaendo di gioia, giovane e forte. Lo seguiva lei, bella come la luna, come il sole, bella come l'amore.

Gianluca Carboni

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