Decidere di morire

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Decidere di morire




Ieri mentre camminavo per strada ho visto una sedia a rotelle. Sì, una sedia a rotelle. Perché descrivere quello che c’era seduto dentro un essere vivente sarebbe una vera acrobazia logica. La sedia si muoveva attraverso un joystick infilato fra le labbra di una bocca sottile e nervosa. Resa tale probabilmente dal costante utilizzo. La testa bloccata da un’impalcatura di alluminio per non cadere su sé stessa.

Se dovessi finire così trova il modo per uccidermi, ho detto all’amico che era con me. Anzi, ho pensato fra me e me, se dovessi sapere che quello è il mio destino salterei giù dalla vetta di qualche montagna prima di arrivare al punto di non ritorno.

Poi mi è venuta in mente mi zia. E’ bloccata ormai da mesi fra un letto e una sedia. O almeno era così l’ultima volta che l’ho vista. Ora sarà sicuramente peggio. Intubata per mangiare. Intubata per respirare. Intubata per svolgere qualunque funzione biologica. Qualcuno la sposta. Qualcuno la lava. Qualcuno la accompagnava – perché penso che ora non possa più farlo – in giro per il quartiere. Su una sedia come quella che ho visto ieri.

La SLA non lascia speranze. E’ una malattia rara e subdola. I sintomi sono quasi impercettibili, vanno da normali crampi agli scatti mioclonici che spesso si osservano quando qualcuno dorme e sogna immagini vivide. Una volta diagnosticata non puoi fare altro che aspettare. I cordoni laterali del midollo spinale iniziano una fase di degenerazione inarrestabile che pian piano atrofizza tutti i muscoli. Verrebbe da pensare che i primi ad arrestarsi siano i motori. Quelli che ci fanno muovere. E invece la cosa è ancora più perfida. Perché in molti casi il processo inizia con quelli involontari. Non riesci più a deglutire. Non riesci più a respirare. Ma potresti ancora camminare.

Arriva il giorno in cui un medico dell’ospedale ti guarda dritto negli occhi e ti pone difronte al bivio più duro della tua vita. Se non la intubo stasera è probabile che per domattina lei sarà morto. Una frase. Una sola posta lì come un muro fra la vita e la morte. Non c’è un’incidente, una pallottola, un arresto cardiaco. Non c’è un evento qualsiasi che la vita getta sul tuo cammino e che lo arresta improvvisamente. Nessuno decide per te. Nemmeno il caso o la sfiga. Sei tu, lì con te stesso che decidi se vivere o morire.

Il 28 novembre 2011 Lucio Magri, si dice depresso per la perdita della moglie, decise di togliersi la vita. In Svizzera attraverso una pratica ospedaliera di suicidio assistito. Non c’è un motivo per cui cito lui in particolare. E’ il primo che mi viene in mente. Probabilmente perché quando successe con alcuni amici ne parlammo.

Ci vuole coraggio, pensai in quei giorni. Esercitare il libero arbitrio fino al punto di decidere quando andarsene. Ci vuole coraggio.

Se dovessi finire così trova il modo per uccidermi. Sento quelle parole rimbombare nella mia testa mentre scrivo. E ripenso a mia zia che quel coraggio non l’ha avuto. Ci ripenso e mi rendo conto che probabilmente non lo avrei nemmeno io.

Sono un vigliacco. Forse sì. Ma penso a quanto mi piace leggere. A quanta parte nella vita hanno il pensiero, l’immaginazione, le emozioni. Sogno da anni la Patagonia. Ho viaggiato molto e so benissimo cosa si prova difronte agli spettacoli che il pianeta Terra ci rivela nei momenti più inaspettati. Sono certo che non sia la stessa cosa ma anche una fotografia, anche un video dello Hielo Continental riescono a riempire di gioia i momenti in cui li guardi. E quella stessa gioia si proietta magicamente anche sugli istanti successivi. Magari su un’intera giornata di merda. E lo stesso mi succede leggendo della spedizione di Bonatti al Cerro Adela. Non scalerò mai i picchi color indaco che svettano da uno dei ghiacciai più estesi dell’emisfero australe. Ma posso vivere la mia emozione nel farlo. Quella che immagino. Quella che sogno. E posso farlo seduto.

Anche su una sedia a rotelle. Anche con un tubo nella bocca.

Se ci riflettiamo bene le emozioni che rendono la vita degna di essere vissuta sono per il 50% fatte di atti e per il 50% delle sovrastrutture logiche, emotive e sensoriali di cui l’uomo le riveste. Eppure siamo portati a pensare che una volta venuta meno la nostra capacità motoria il resto non conti.

Uccidimi se dovesse succedere a me.

Forse inizio ad avere qualche dubbio su questa affermazione così perentoria.

Viviamo due terzi della nostra vita imprigionati in luoghi angusti, facendo cose inutili e per le quali non proviamo alcun interesse. Cercando disperatamente di sopravvivere all’interno di un meccanismo che ci lascia poche scappatoie. Ci abituiamo e alla fine riusciamo anche ad essere felici grazie al terso che rimane. A quella parte della vita dedicata a ciò che ci produce piacere. Se mettessimo le cose sul piatto della bilancia dovremmo pensare al suicidio all’incirca dal quinto anno lavorativo in poi.

Ma non lo facciamo. Perché abbiamo il pensiero riflessivo. Possiamo immaginare. Programmare. Sognare. Emozionarci.

E’ vero, ci vuole un grande coraggio a portare la pistola alla tempia. Ma una volta premuto il grilletto c’è solo il buio. Non ci sono più profumi. Non ci sono più pensieri. Immagini. Emozioni. Non ci sono più le parole di chi ti è intorno. Non ci son più racconti. Niente.

E allora qual è il vero coraggio? Quello di gettarsi nel buio o quello di continuare a combattere fino all’ultima emozione? Fino a quando nonostante il mammifero sia spento l’uomo sopravvive?

Io non lo so più. E spero di non doverlo mai scoprire.

All’improvviso quel corpo sulla sedia a rotelle incontrato per caso su un marciapiede di Roma mi sembra sempre di più un coraggioso soldato. Che ferito e disarmato combatte per quell’ultimo metro. Per quell’ultima emozione. E più ripercorro quel ricordo più mi sembra che mi guardi. Che volti la testa nella mia direzione. Che sollevi il braccio e mi saluti. E che ala fine si alzi dalla sedia e mi venga incontro.

E posso farlo perché lo posso immaginare.

Perché sono vivo.
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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 2:47 pm  AndreaVe

Riflessioni (e decisioni) intime, forse tra le più personali che si possano immaginare....

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 2:50 pm  buzz

E' una domanda che mi sono posto negli stessi termini.
Per lo stesso uomo su una sedia a rotelle motorizzata, o un altro, che la manovrava con un joystick o qualcosa del genere, il volto sempre girato da un lato, con andatura ondeggiante su strada, anche di notte, con un fanalino da bicicletta.

"ma dove vai in giro così, a farti ammazzare?" la prima cosa che mi è venuta in mente, d'inverno su una strada buia delle mie parti.
"magari non gliene frega niente, in quelle condizioni. magari io penserei: ma si ... pure se mi vengono addosso con un camion, ma chi se ne frega..."
Però... "magari disperatamente non vuole rinunciare alla sua vita. magari va a trovare gli amici. o a fare la spessa. una vita normale."
"disperatamente"? e che ne so io. della sua disperazione.
"una vita normale"? magari quello che fa adesso è una conquista insperata solo alcuni mesi fa.

Ormai però sono anni che lo incontro. D'estate e d'inverno, con la sua carrrozzina a motore. Fa i chilometri, anche su strade dove avrei paura di andare in bicicletta.

Quando la prima volta nella mia vita mi capitò di pensare al suicidio di una persona che conoscevo non riuscivo a darmi una spiegazione.
Poi un altro. E non ci riuscivo ugualmente.
Poi ho capito che non si può capire. Non puoi, se non sei lì dove sono arrivati loro.

Ha scritto DF Wallace:
chi cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per
qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non
sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte
comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia
della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come
una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi
sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro
terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o
io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al
paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile
è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine,
morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è
il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di
quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a
capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver
sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello
della caduta.


Ecco. Non puoi sapere cosa farai tu, fino al momento in cui non senti le fiamme.
Sia che uno si uccida e non capisci perché, sia che uno continui a vivere e pensi che tu forse al tuo posto ti uccideresti.
No, non lo puoi sapere. Non puoi immaginare. Devi sentire le fiamme.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 2:59 pm  schen

vedo che non si è preso in considerazione l'impatto della scelta (quale non importa..) su chi sta con noi.. anche questo è un argomentino non da poco.
Che succede alla vita dei nostri cari quando devono gestire una situazione come quella descritta da Tengri?
Non vi verrebbe da dire "mi tolgo di mezzo, povera donna, poveri bimbi.. rifatevi almeno voi una vita, se ci riuscite.."?

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 3:01 pm  buzz

schen ha scritto:vedo che non si è preso in considerazione l'impatto della scelta (quale non importa..) su chi sta con noi.. anche questo è un argomentino non da poco.
Che succede alla vita dei nostri cari quando devono gestire una situazione come quella descritta da Tengri?
Non vi verrebbe da dire "mi tolgo di mezzo, povera donna, poveri bimbi.. rifatevi almeno voi una vita, se ci riuscite.."?

e il contrario invece?

non riuscire a staccarsi dalla vita proprio pensando all'impatto che la tua scelta avrebbe su chi ti vuole bene?

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 3:32 pm  Tengri

Ha risposto Buzz, Schen ...

Ho pensato anche a quello. Penso che si dovrebbe stabilire un punto. Oltre il quale non si va. E lo si stabilisce con chi vive con te. Una cosa tipo "quando non potro più comunicare con te falla finita".

Ma poi que punto verrebbe comunque spostato in avanti. Perché è vero, per le famiglie alcune morti sono delle vere e proprie liberazioni dopo anni di agonie. Ma allora dovremmo ripensare molto a fondo alcuni nostri parametri culturali.

Presso molti gruppi indigeni americani la vecchiaia era un'età rispettata. Saggezza, esperienza. Ma quando un anziano (ma anche un giovane) iniziava ad essere un peso (e un pericolo) per la comunità lo si portava nella foresta o nella prateria (ovvero in un luogo che non è quello umanizzato e quindi in un certo senso a do fuori della cultura) e lo si lasciava morire (fisicamente e simbolicamente, resitutendolo alla natura).

Oggi se metti un pareste in una casa di cura perché non sai come stargli dietro rischi che gli amici benpensanti ti tolgano la parola ....

E' un bel dilemma no?

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 3:56 pm  Ospite

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Ultima modifica di Fo3-The Awakening il Mar Apr 24, 2012 5:04 pm, modificato 1 volta

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:00 pm  Tengri

Fo ... sono d'accrodo con te.

Ma concedimelo. E' dell'essere umano farsi domande ... anche quando non c'è dentro ... ma sta a stretto contatto con chi ci è ... no?

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:02 pm  Ospite

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:09 pm  virgy

Tengri ha scritto:
Ma non lo facciamo. Perché abbiamo il pensiero riflessivo. Possiamo immaginare. Programmare. Sognare. Emozionarci.

E’
vero, ci vuole un grande coraggio a portare la pistola alla tempia. Ma
una volta premuto il grilletto c’è solo il buio. Non ci sono più
profumi. Non ci sono più pensieri. Immagini. Emozioni. Non ci sono più
le parole di chi ti è intorno. Non ci son più racconti. Niente.


E
allora qual è il vero coraggio? Quello di gettarsi nel buio o quello di
continuare a combattere fino all’ultima emozione? Fino a quando
nonostante il mammifero sia spento l’uomo sopravvive?




Siamo animali destinati alla conservazione, al rimanere in vita il più possibile.
Quindi, secondo me, il vero coraggio non è la rassegnazione e la permanenza in
vita, nonostante tutto, ma il vero coraggio è portare la pistola alla
tempia, o lasciarsi andare giù da un viadotto, o riempirsi di medicine
ecc ecc.
L'hai scritto tu, spesso non lo facciamo e non andiamo "oltre", perchè abbiamo la spinta verso la conservazione che si mette a programmare, sognare, emozionare.
Io invece mi sto chiedendo in questi giorni cosa accade nelle persone quando finisce tutto questo.
Cioè quando finisce la spinta alla vita.
Cosa accade se cerchi dappertutto un progetto o un sogno e quello non ti risponde. E più lo
chiami e più non lo trovi quel programma, quel sogno, quell'emozione
e non lo trovi nè oggi e nè domani e nè nei prossimi mesi o anni
che accade, allora???
non muori già lì? E non continui a morire ogni giorno?
Serve ancora la pistola alla tempia? O quella pistola ce l'hai tu, dentro la tua anima
Il buio ce l'hai già dentro? E non esisti più, per te stesso.

Quello è già un inizio di suicidio. Sei in vita ma non lo sei più....e mentre non sei in vita, ma cammini e ti vesti e ti lavi e cerchi di ingoiare del cibo, ecco che pensi alla pistola o al cianuro o al coltello o quali modi per arrivare al suicidio successivo: quello che ti fa sparire
anche fisicamente ti fa sparire dagli occhi dei familiari, degli amici e di chi ti vuol bene.
Allora quasi sempre preferisci fermarti alla prima parte del suicidio, quello
che riguarda te stesso, quello che sfiora appena gli altri.
Tu diventi un automa, niente più ti interessa, puoi stare chiuso in un camera due giorni, come 10 anni che tanto ti sei già suicidato....la vita non ti sorride e tu non sorridi alla vita.
Perchè non hai progetti, sogni e programmi o se li hai non sono quelli che volevi
davvero, se li hai è per finzione, per far contenti gli altri, quelli
che ti guardano al mattino con occhi indagatori "andrà meglio, oggi?".
Sopravvivi per gli altri, muori per te stessa, così ogni mattina.
La pistola? Te la sei puntata e te la punti ogni giorno ad ogni risveglio...ma gli altri non la vedono, tu sì, sempre e sempre più più pesante.
La fase successiva a tutto questo e la più drammatica è quando il coraggio prende il sopravvento a tutta questa farsa.
Quando anche la vita in maschera non la reggi più. E allora ti allontani anche
dalle esigenze dei tuoi familiari e dei tuoi amici e quella pistola la
vedi sempre più vicino, e stranamente leggera; ti alleggerisce il peso
della sopportazione.

Dimunisce allora il falso amore per la tua vita senza più progetti e aumenta il coraggio di fare un gsto drammatico
ma utile per te stesso.
Diminuisce l'altruismo verso gli altri e aumenta il tuo bisogno di egosimo, di pensare liberamente al tuo
disagio, ai tuoi problemi, al tuo non avere più nulla.
Aumenta il tuo bisogno di incontrare il vero buio e non più le sfumature faticose del buio della sopravvivenza.

Chi è vicino a quella pistola ha già smesso da tempo di sentire i profumi,
Tengri.... ha già smesso da tempo di avere pensieri costruttivi, ha già
smesso da tempo di sperare nelle emozioni. Ha già smesso da tempo di
essere pauroso.

Ci vuole coraggio per quel gesto, come ci vuole coraggio al mattino ricominciare a sopravvivere, anzichè vivere
ci vuole coraggio ad incontrare il buio ignoto della morte, ma ci vuole
anche coraggio al mattino iniziare un nuovo giorno senza la luce delle
speranze.

Il passo, per chi ha il bisogno e il coraggio di farlo, arriva forse piano piano, lentamente.
Arriva dopo aver minato le tue certezze del vuoto e dopo aver minato il tuo equilibrio del niente.

E non si può capire. I familiari e gli amici e chi rimane in vita non possono capire.
Non solo prima non sempre se ne accorgono del forte malessere e della
pistola che si avvicina sempre di più, ma quando poi accade, non sempre
capiscono

e giudicano: è stato debole, che fragile, quanto è stato egoista, ma aveva tutto

ma non possono capire perchè giudicano con il loro metro, giudicano senza
aver perso i loro sogni e i loro progetti, giudicano all'alto della loro
forza, dalla sicurezza del loro carattere duro.


Questo tema l'ho sempre sentito vicino, per le persone che l'hanno scelto con
modalità differenti, chi un suicidio lento, diluito negli anni, chi si è
buttato sotto il treno ecc ecc
mai li ho giudicati e condannati

anzi, adesso che ho quel buio dentro che mi fa diventare un automa e non più una persona
adesso che mi hanno abbandonato sia i progetti, che i sogni, li capisco molto di più
e li sento ancora più vicino queste persone
li giudico ancora meno

e dico solo che ci vuole coraggio.....sia buttarsi sotto un treno, ma
ancora di più rinchiudersi in una stanza per tantissimi anni e non
uscirne più

come ci vuole tanta forza indossare una maschera per tutta la tua vita, per non creare problemi ai tuoi familiari, come dice Buzz:
non riuscire a staccarsi dalla vita proprio pensando all'impatto che la tua scelta avrebbe su chi ti vuole bene?

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:22 pm  Tengri

Capisco al tua posizione Virgy. C'è solo una questione che mi lascia perplesso.

Se premi il grilletto non c'è più niente. E' un viaggio senza ritorno. Se il grilletto non lo premi e continui a combattere dietro l'angolo ci potrebbe esere un nuovo sogno, un nuovo programma, una nuova opportunità. Se premi il grilletto non lo saprai mai.

Non giusdico nemmeno io chi fa la scelta del suicidio. Figurati. E' una di quelle dello spettro. Una di quelle possibili.

Ma secondo me ci vuole più coraggio a rimettere tutto in gioco. A spogliarsi di tutto il conosciuto. Ad abbandonare gli schemi e le abitudini e a riafferrare la vita in mano. Passo dopo passo. Che non a mettere fine a tutto. Se ci pensi è il coraggio di un istante, quello in cui salti dal viadotto. Contro il coraggio di cercare una nuova strada, per mesi, anni.

E' vero quello che diceva wallace. Devi sentire le fiamme. devi percepire un dramma più grande per scegliere di saltare. Però è di percezione che parliamo. E sappiamo che la percezione può cambiare. Basta cambiare il punto di vista.

Ed è probabilmente quello che ha spinto mia zia a farsi intubare quella notte al pronto soccorso del San Giovanni.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:30 pm  schen

Prima ho premesso che entrambe le scelte avrebbero avuto comunque un impatto.
Scrivendo "non importa quale", intendevo ovviamente sia quella di farla finita così come quella di restare.
Anch'io sono convinto che bisogna trovarcisi in quella situazione per sapere cosa significa.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:33 pm  virgy

Tengri ha scritto:Capisco al tua posizione Virgy. C'è solo una questione che mi lascia perplesso.

Se premi il grilletto non c'è più niente. E' un viaggio senza ritorno. Se il grilletto non lo premi e continui a combattere dietro l'angolo ci potrebbe esere un nuovo sogno, un nuovo programma, una nuova opportunità. Se premi il grilletto non lo saprai mai.

Non giusdico nemmeno io chi fa la scelta del suicidio. Figurati. E' una di quelle dello spettro. Una di quelle possibili.

Ma secondo me ci vuole più coraggio a rimettere tutto in gioco. A spogliarsi di tutto il conosciuto. Ad abbandonare gli schemi e le abitudini e a riafferrare la vita in mano. Passo dopo passo. Che non a mettere fine a tutto. Se ci pensi è il coraggio di un istante, quello in cui salti dal viadotto. Contro il coraggio di cercare una nuova strada, per mesi, anni.

E' vero quello che diceva wallace. Devi sentire le fiamme. devi percepire un dramma più grande per scegliere di saltare. Però è di percezione che parliamo. E sappiamo che la percezione può cambiare. Basta cambiare il punto di vista.

Ed è probabilmente quello che ha spinto mia zia a farsi intubare quella notte al pronto soccorso del San Giovanni.

quello che tu definisci coraggio è invece forza e speranza, è positività e credere ancora nella vita...

questa forza nel riuscire a reagire non ha nulla a che vedere con il coraggio
il coraggio di quella scelta definitiva

me le metti insieme, ma una è una forza costruttiva
l'altra è coraggio a premere il grilletto verso un buio sconosciuto, ma dopo che tu hai già perso la forza nella positività, nella speranza, nella vita, insomma

li paragoni, ma sono momenti diversi,secondo me
perchè quello che ha coraggio.....e la fa finita, può aver tentato in passato anche 5 volte di reagire con forza e positività
chi arriva al gesto....non ha la forza, non la trova più, non ha spiragli, non ha fiducia nella vita e in se stesso, probabilemnte
è già stato avvolto dalle fiamme, insomma
non può fare diversamente

chi invece ancora reagisce....le fiamme le vede da lontano.. avvicinarsi minacciose forse, ma non ne è ancora avvolto alla grande
non brucia nella disperazione
è solo accecato dal fumo e avvolto dal calore dell'incendio, ma si può sempre spostare o aprire una finestra o bagnare un asciugamano e tentare una via di uscita.....

questa, secondo me, è la differenza

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:36 pm  AndreaVe

virgy ha scritto:...è solo accecato dal fumo e avvolto dal calore dell'incendio, ma si può sempre spostare o aprire una finestra o bagnare un asciugamano e tentare una via di uscita.....

questa, secondo me, è la differenza

Ti quoto, virgy, madonna se non ti quoto.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:41 pm  buzz

Ricordo una persona che lavorava in una struttura in cui aveva a che fare con persone che si pensava potessero suicidarsi.
Lei doveva cercare di aiutarli.

Diceva: io non mi preoccupo quando mi raccontano tutti i problemi che hanno. Quando sono disperati. Quando si arrabbiano e imprecano.
Vuol dire che chiedono aiuto. Vuol dire che ancora vogliono vivere, se trovano una cosa che sembra una mano tesa ci si aggrappano.
Per quanto pesanti siano le loro condizioni di vita.

Mi preoccupano quelli che non parlano. Quelli che stanno zitti o che parlano ma che parlano d'altro.
Vuol dire che hanno già deciso, che stanno solo aspettando il momento.
Se non riesco ad entrare nel loro silenzio, a breve mi arriverà la notizia che se ne sono andati.
E il più delle volte non riesco ad entrare.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:46 pm  fabri

Buzz ha scritto:Mi preoccupano quelli che non parlano. Quelli che stanno zitti o che parlano ma che parlano d'altro.
Vuol dire che hanno già deciso, che stanno solo aspettando il momento.
Se non riesco ad entrare nel loro silenzio, a breve mi arriverà la notizia che se ne sono andati.
E il più delle volte non riesco ad entrare.

eh si..... questo il punto di non ritorno, quando sei ormai avvolto dalle fiamme come diceva Virgy.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:50 pm  Ospite

edit dell autore



Ultima modifica di Fo3-The Awakening il Mar Apr 24, 2012 5:04 pm, modificato 1 volta

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:55 pm  virgy

Buzz ha scritto:Ricordo una persona che lavorava in una struttura in cui aveva a che fare con persone che si pensava potessero suicidarsi.
Lei doveva cercare di aiutarli.

Diceva: io non mi preoccupo quando mi raccontano tutti i problemi che hanno. Quando sono disperati. Quando si arrabbiano e imprecano.
Vuol dire che chiedono aiuto. Vuol dire che ancora vogliono vivere, se trovano una cosa che sembra una mano tesa ci si aggrappano.
Per quanto pesanti siano le loro condizioni di vita.

Mi preoccupano quelli che non parlano. Quelli che stanno zitti o che parlano ma che parlano d'altro.
Vuol dire che hanno già deciso, che stanno solo aspettando il momento.
Se non riesco ad entrare nel loro silenzio, a breve mi arriverà la notizia che se ne sono andati.
E il più delle volte non riesco ad entrare.

vero anche questo, ma non assoluto
cioè non sempre è così
alcuni ne parlano ma non vengono creduti
altri stanno zitti e fanno
ecc ecc

mia madre, per esempio, doveva esternarlo sempre a noi tutti, altrimenti come alimentava il suo suicidio lento e il suo rifiuto a non mangiare più???
allora ricordo che le varie fasi

prima si è rinchiusa in casa e non usciva più, neppure a fare la spesa, ma continuava a mangiare e in questa fase non esternava nulla con le parole
poi, nella seconda fase, si è rinchiusa in camera sua e non usciva più, ma continuava a mangiucchiare e iniziava a ripetersi e ripeterci che voleva morire e che la sua vita era finita ecc ecc
dicendolo si alimentava di decisione e piano piano non si alimentava più come mangiare
ultima fase: non usciva da quella stanza e cominciava a rifiutare il cibo, ma continuava ad esternare le parole per non permettersi di cambaire idea e uscire dalla stanza, da casa, da quella decisione

invece, altro esempio, l'amico di 20 anni di mio figlio...nulla, non ha esternato mai niente
era in pari con gli esami all'università, era un ragazzo sensibile e intelligente
nulla

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 4:58 pm  virgy

Fo3-The Awakening ha scritto:
edit dell autore



si, sarà l'età Twisted Evil Twisted Evil Twisted Evil Twisted Evil


sai perchè ci vuole coraggio?
perchè mentre si è ancora in vita devi decidere un gesto di morte
se invece sei incosciente e devi prendere una decisione, tanto tanto...(infatti molti prima si stordiscono con qualcosa...e poi compiono in gesto restante)

ma mentre sei VITALE e pensi da vivo ( Shocked) ecc ecc, devi fare un qualcosa che ti porta, definitivamente e senza poterci ripensare, a non essere vitale
secondo te, non ci vuole il coraggio????

un pò sì, dai

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:03 pm  Ospite

NO
e non commento e mi edito il mio messaggio di prima.

non voglio parlare di cose così importanti in un forum come se fosse un bar.
non ha senso.


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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:03 pm  Tengri

Anni fa vidi Dead Poets Society. Il film. Mi colpì molto la storia del ragazzo che voleva fare l'attore. Il padre che lo vuole avviare alla carriera militare gli impedisce anche di parlarne. Lui resiste. Fa un'audizione. La vince. Recita Puck nel Sogno di una notte di mezza estate. Tutti si emozionano. Ma non il padre che lo redarguisce e lo allontana dalla scuola e dal professore che lo ha ispirato.

Il ragazzo trova la pistola del padre e, vedendo le fiamme già sopra di lui (tanto per rimanere in metafora), si uccide.

Mi ricordo che piansi. E mi ricordo anche che combattei la battaglia in nome del coraggio contro tutti quegli amici che sostenevano la vigliaccheria insita in quella fuga.

Oggi dopo aver preso schiaffi sonori dalla vita ed essermeli vissuti in gran parte come drammi epocali da cui non mi sarei mai più risollevato. Mi sono reso conto che ciò che c'è dopo no lo sai. E che il nero che vedi spesso è la tua ombra. Ma basta che ti sposti che l'ombra va altrove.

Quindi ora come ora penso che non riuscirei mai a fare quella scelta. E che come dice Fo non mollerei mai. Fino all'ultimo.

In casi come la SLA cercherei di fissare un limite con quelli che mi sono intorno oltre il quale non andare.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:05 pm  Tengri

Fo3-The Awakening ha scritto:NO
e non commento e mi edito il mio messaggio di prima.

non voglio parlare di cose così importanti in un forum come se fosse un bar.
non ha senso.



No infatti. in un bar non avrebbe senso. in un forum di gente che si autocontrolla e parla in maniera serena non vedo quale sia il problema.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:06 pm  Ospite

Il problema è mio
semplicemente mio e come tale ho tutto il diritto di non partecipare a questa discussione rimuovendo i 2 post che ho messo.

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:07 pm  Tengri

Fo3-The Awakening ha scritto:Il problema è mio
semplicemente mio e come tale ho tutto il diritto di non partecipare a questa discussione rimuovendo i 2 post che ho messo.


Ah certo ...

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Messaggio il Mar Apr 24, 2012 5:09 pm  Ospite

Se non rispetti la mia scelta
amen

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