Anatoli Boukreev

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260412

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Anatoli Boukreev





"Le montagne non sono stadi dove soddisfo la mia ambizione di arrivare. Sono cattedrali, grandiose e pure, i templi della mia religione"


Anatoli Boukreev è stato un alpinista molto amato.
Forse perché le critiche che gli rivolse John Krakauer sul suo best seller "Aria sottile" in cui raccontava la tragedia dell'Everest 96, quando persero la vita nove persone, e la successiva appassionata difesa, da parte di Boukreev stesso ma anche di buona parte della comunità alpinistica internazionale, portarono molte persone a conoscerlo. Mediamente di più di quanto il grande pubblico, anche degli appassionati, conosca un alpinista.
Oltre a "Aria Sottile" infatti, che per quanto criticabile rimane un libro ben scritto e per i tragici fatti che narra appassionante, è stato scritto da Boukreev stesso e G. Weston DeWalt "Everest 96 - cronaca di un salvataggio impossibile" (titolo originale: THE CLIMB - tragic ambition on everest) e, postumo "Un posto in cielo - i diari di un eroe inconsapevole" (titolo originale "Above the Clouds") raccolta di suoi scritti a cura della compagna Linda Wilyie.
Inoltre si parla di Boukreev su "Cometa sull'Annapurna" di Simone Moro.

E' difficile, leggendo della sua vita, non provare un sincero trasporto emotivo per questa persona.
Nelle sue scelte, nel suo stile di vita, si vede affiorare qualcosa che va oltre il pur fortissimo atleta. C'è una robusta sensazione di affidabilità. Di persona su cui si può contare. Di grandezza.
Non so se si può parlare di bontà d'animo così, guardandolo da lontano. Molti suoi amici lo descrivono come un uomo buono. E mi viene da credere che le loro parole non siano quelle che in genere si tributano ai morti.

E' Galen Rowell, nella prefazione a "Above he Clouds" a parlare più volte di grandezza.
"Se insisto tanto sul concetto di grandezza è perché ritengo che a Anatoli gli sia stata sottratta durante la sua vita.(...) La sua grandezza umana superava di gran lunga le sue prodezze fisiche". Boukreev prendeva sul serio i suoi impegni. Prendeva sul serio la sua vita e quella di chi gli era accanto. Rispettava se stesso e gli altri. La sua ambizione principale sembra essere quella di migliorarsi, fisicamente spiritualmente.

"Le grandi montagne sono un mondo compleatamente a parte: neve, ghiaccio, roccia, cielo e aria sottile. Queste cose non puoi conquistarle, puoi solo elevarti alla loro altezza per poco tempo e in cambio esse ti chiedono molto. La tua lotta non è contro un nemico, o con un concorrente, come nello sport, ma con te stesso, con la tua debolezza e la tua inadeguatezza. Questa è una lotta che mi attrae ed è per questo che sono diventato un alpinista.

Ogni montagna è diversa dalle altre, ognuna è una vita differente che hai vissuto.
Arrivi in cima dopo aver rinunciato a tutto quello che credevi necessario alla sopravvivenza e ti trovi solo con la tua anima. In quel vuoto puoi riesaminare, in un ottica diversa, te stesso e tutti i rapporti e gli oggetti che fanno parte del mondo normale."

Educato al gioco di squadra nella scuola alpinistica sovietica, con un fortissimo senso di responsabilità e del dovere nei confronti dei compagni, le sue scalate più impressionanti le ha fatte da solo. Un individualista naturale educato dal sistema in cui era cresciuto a lavorare in squadra, un compagno di cordata affidabile ma che a meno di legarsi con un compagno altrettanto forte poteva solo essere rallentato dagli altri. Per questo veniva considerato, specie fra i suoi colleghi russi, troppo individualista.


Pik Kommunism

Da solo la sua macchina riusciva a rendere al massimo. Il suo corpo costruito e mantenuto da anni di allenamenti durissimi riusciva a dare il meglio di sé e le sue ascensioni erano performance atletiche di altissima qualità.
Sapeva, come ogni atleta, ascoltare il proprio corpo e tenerlo in funzione ad altissimi regimi.

Ventuno salite di undici delle quattordici più alte vette del mondo, il record di velocità sul Makalu, sul Dhaulagiri e sul Gasherbrum II. Il Manaslu in inverno e il concatenamento di tutte le quattro cime del Kanckenjunga.Dopo l'incredibile salvataggio di cui fu autore al colle sud dell'everest, compì la straordinaria solitaria del Lhotse in 21 ore, con alle spalle solo due giornate di riposo.

Nel suo alpinismo il record non era il fine. Veniva da solo. Eppure sapeva che con il record poteva trovare quella fama che gli avrebbe permesso di continuare a scalare in Himalaya.
Strana contraddizione, se vogliamo, che è un po' il succo dell'esperienza in montagna di molti forti alpinisti.
Se vuoi coltivare la tua purezza, il tuo idealismo, devi piegarlo alle logiche commerciali, in una dicotomia apparente impossibile da eliminare se non hai notevoli mezzi propri.

Anche quando l'affrontò per la prima volta, la scalata dell'Everest fu una cosa naturale. Nei suoi diari parla di "facile salita di acclimatazione". Descrive la salita, senza ossigeno, come "facile e non troppo faticosa".

Forse, se guardiamo le sue salite, manca la levatura tecnica o la fantasia che hanno contraddistinto altri fortissimi.
Il suo limite su roccia - durante al sua prima visita a Boulder, Colorado si propone come obiettivo primario in futuro quello di riuscire a superare agevolmente passaggi di 5.11(6b+) - è evidente. Ma sul piano fisico era eccezionale. E mostra una padronanza nel muoversi ad alte quote che impressiona.

Qui riporto solo la sua attività Himalayana, ma Boukreev aveva iniziato nel 1980 la sua attività alpinistica di qualità scalando il Picco del Comunismo (7459) e il Picco Lenin (7134) nel decennio successivo, fino alla spedizione sovietica al Kanchenjunga (8589) e al Kanchenjunga Centrale (8489) del 89 ha salito 200 vette fra i 5-6000 metri oltre 30 montagne sopra i 7000 metri.


Pobeda Peak

Questa sua impressionante capacità fisica veniva forse da una particolare predisposizione genetica ma sicuramente in primo luogo era stata costruita con allenamenti durissimi e una disciplina ferrea.
L'alpinismo sovietico poteva contare su una scuola dove veniva concentrato il meglio espresso dal paese e c'erano selezioni spietate per emergere. Gare di velocità venivano organizzate molto spesso. Nel periodo di allenamento al Centro Sportivo di Alma-Ata si guadagnava il suo stipendio di circa 30 dollari al mese come ufficiale della riserva con tre salite alla settimana di due ore con carichi, intervallate da lunghe corse, e il sabato e la domenica ascensioni in velocità su una delle montagne locali di quattromila metri.

Conduceva una vita quasi ascetica, non beveva, non fumava, aveva scelto di abitare fuori città, non guidava l'auto e non socializzava molto. Il suo impegno nell'allenamento veniva percepito come strano e allarmante persino nell'ambiente del suo centro sportivo.

Nelle selezioni per formare la squadra sovietica per il Kanchenjunga che test fisici durissimi (corsa in camera pressurizzata dove veniva simulata progressivamente l'aria degli 8500 metri, chi sveniva era fuori) ridussero i 60 candidati a 35, poi le corse di allenamento in alta montagna ulteriormente a 26, Boukreev rischiava di essere tagliato fuori per giochi politici: ma il suo istruttore s'impuntò, facendo notare che Anatoli non solo aveva vinto entrambe le gare di resistenza in alta quota su montagne di settemila metri e aveva completato la traversata di venticinque chilometri sopra i settemila, ma si era classificato tra i primi cinque in tutte le altre specialità.

Il successo della spedizione sovietica fu impressionante. Il Kanchenjunga era stato salito 63 volte prima di allora, ma solo in quella stagione fu salito altre cento volte su tutte e quattro le vette, tutte sopra gli 8400 metri.
Anatoli e altri otto uomini compirono peraltro la traversata completa del massiccio.

Grazie ad una gara di salita vinta sul Monte Elbrus conobbe l'alpinista e fotografa americana Beth Wald che divenne la sua anfitrione per un viaggio negli USA. Un articolo sulla rivista Climbing lo fece conoscere al grande pubblico. Conobbe parecchi alpinisti che poi sarebbero diventati dei buoni amici.

Ma cosa c'era dentro la testa di Anatoli in quei giorni?
Lo dice lui stesso nei suoi diari.
"Ripensando ai nevai del Kanchenjunga, provo una fitta al cuore come se ricordassi un amore perduto. (...) Quella montagna possedeva una purezza e una grandiosità incomparabili. Le sue vette forniscono motivazioni alla lotta per l'uomo per perfezionarsi fisicamente e spiritualmente, motivazioni più profonde del desiderio di cose fatue come la fama e la ricchezza. Forse questo suona idealistico, ma la mia esperienza sul Kanchenjunga fa apparire superficiale e volgare quel desiderio.
Affrontando le banali preoccupazioni di una vita normale mi sento vuoto, come se stessi sprecando un dono inestimabile, il tempo breve che viene assegnato ad ogni essere umano per esercitare la creatività.(...) Questo desiderio e questa inquietudine sono forse il prezzo che i mortali pagano per aver violato la dimora degli dei. Il prezzo che paghi per aver disturbato la pace di dio?
(...)

Nell'ottobre 1990 sale in solitaria il McKinley in sole dieci ore e mezza. La salita più rapida mai effettuata su quella montagna, per una via che normalmente richiedeva cinque bivacchi. I ranger del parco del Denali definirono la sua salita "irreale".

Non era privo di solido senso pratico l'idealista Boukreev.
Accompagna un cliente in vetta al McKinley e ne ricava di che vivere nell'immediato. Poi lo sale in velocità e investe nel futuro, facendosi conoscere con quel record.

In quel momento probabilmente Boukreev potrebbe già battere il record di salita in velocità di molte montagne, fra cui l'Everest. Ma non ha soldi nemmeno per pagarsi il permesso di scalarla, figuriamoci il soggiorno in Nepal.

Tenta, nel 91, con Kevin Coney in una spedizione organizzata dal suo amico Balyberdin. Sale per la prima volta l'Everest, facilmente durante l'acclimatazione, comunque in una giornata in cui tutti rinunciano al tentativo per via del meteo. Nei giorni successivi cerca di battere il record di salita. Ne ha bisogno per conquistarsi quella notorietà che porta sponsor e quindi soldi. Ma la montagna è di un'altro avviso. Le condizioni meteo non glielo permettono.
Oltretutto per la sua salita senza chiedere il permesso al capo spedizione Balyberdin rimane fuori dal piccolo circuito che andava costruendosi delle spedizioni commerciali russe.

Inizia a fare la guida, perché era l'unico modo con cui può guadagnarsi da vivere nel suo presente e nella prospettiva di un futuro.
"Anatoli non aveva la sicurezza economica e le sponsorizzazione che gli avrebbero consentito di dedicarsi interamente ad esprimere le sue capacità. (...) Aveva 33 anni quando il crollo dell'ex Unione Sovietica buttò all'aria la sua vita; nel momento in cui il suo potenziale di sportivo era al massimo, l'instabilità politica e il caos economico aprirono una voragine che inghiottì le sue prospettive e l'etica stessa su cui si basava la sua attività".

Diventare una guida, vendere le proprie capacità in occidente, era l'unica cosa che poteva permettergli di continuare ad andare in montagna come voleva lui, che era qualcosa che si avvicina molto di più alla spiritualità russa, che al capitalismo alla base delle logiche delle spedizioni commerciali per le quali lavorava: "con i soldi puoi comprarti l'accesso al tempio".



Nell'estate del 1993, gli viene proposto dal tedesco Reinmar Joswig il tentativo alla cima del K2 per lo Sperone Abruzzi. In una salita descritta come una delle più difficili nella sua esperienza, tre dei suoi compagni, fra cui Reinmar, troveranno la morte in discesa. Egli stesso rischia moltissimo, cadendo sotto il Collo di Bottiglia per lo sganciamento di un rampone e fermandosi solo all'ultimo momento. Riesce ad arrivare alle tende nella più totale oscurità e sull'orlo del collasso.



"E' facile perdere in montagna se si supera il confine di ciò che è possiible. Dove sono quei confini? A quattro mesi dal mio ritorno cerco ancora una risposta nella mia anima".

Anatoli va a vivere negli Stati Uniti, dove si guadagna da vivere spalando neve dai tetti delle case per cinque dollari l'ora. Una sua intervista sull'esperienza del K2 attira l'attenzione del titolare della Condor Aventures, Thor Kieser, invitandolo a partecipare in qualità di guida ad una spedizione sul Makalu.



Il 29 aprile è in vetta al Makalu dopo averne attrezzato quasi da solo tutta la salita per i clienti. Dopo pochi giorni è di nuovo in vetta accompagnando il suo amico Neal Beidleman con una salita in velocità.


Grazie a questo suo nuovo lavoro di guida, oltre ad aprirsi nuove porte nell'ambiente alpinistico, Anatoli riesce a racimolare diverso denaro. Gli si offre l'opportunità di unirsi ad una spedizione Giorgiana per il Dhaulagiri e riesce a compiere questa ascensione in velocità (17 ore)



A Katmandu incontra l'alpinista americano Scott Fisher, che gli propone di partecipare in qualità di guida e istruttore ad una spedizione commerciale sull'Everest con la sua agenzia Mountain Madness.


(la parte che segue, in blu è tratta da questo sito )

La spedizione sarà composta dalla miliardaria americana Sandy Pittman, dalla danese Lene Gammelgaard, da Charlotte Foxe e il suo fidanzato Tim Madsen, da Klew Schoening e suo zio Pete di 67 anni, infine da Martin Adams e Dale Kruse. E’ l’inizio di quella che sarà ricordata come una delle più grandi tragedie avvenute sull’Everest.




Per facilitare il processo di acclimatazione, Bukreew e Fischer decidono di affrontare quotidianamente dislivelli di circa 1000 metri, per tornare poi la sera al punto di partenza, in maniera che l’organismo si abitui più facilmente all'aria povera di ossigeno.


Rob Hall

Anatoli segue con la solita premurosità lo stato di avanzamento di ogni singolo alpinista e se al campo 2 a 6.500 metri la situazione è tranquilla per tutti, al campo 3 Dale Kruse viene colpito dal “mal di montagna” che lo costringe a tornare prima al campo 2 e poi al campo base; solo in questa maniera, infatti, è possibile recuperare immediatamente. Così l'8 maggio 1995 il gruppo lascia il campo 3 per dirigersi a quota 7.300, precisamente al Colle Sud.

È in questa circostanza che Anatoli si rende conto che Scott Fischer non si trova in ottima salute ma nonostante questo crede nel grosso senso di responsabilità del capo spedizione. E’ la notte del 10 maggio, quando Fischer insieme al capo spedizione di un'altra agenzia Rob Hall, decidono di attaccare la vetta. Bukreew comincia a distribuire due bombole d'ossigeno per ciascun cliente che lui non utilizzerà.

“L'aria della notte era così fredda che non potei togliere i guanti per riempire il mio thermos di tè. Lasciammo il campo verso mezzanotte, secondo i piani. Il gruppo di Rob Hall era già partito. Scott fu l'ultimo a lasciare il campo; è consuetudine che il capo spedizione parta per ultimo, per poter osservare da una certa distanza la squadra distribuita sulla via”. Dopo sei ore di marcia, l'unico a non risentire della quota e della stanchezza è Bukreew, mentre il resto delle guide e tutti i clienti appare sfinito. Spetta ad Anatoli, per facilitare ai clienti il passaggio, attrezzare con delle corde fisse l'Hillary Step, il tratto dell'Everest dove viene richiesta non solo forza fisica ma anche capacità tecnica; dopo questo difficile scalino, la vetta è ormai visibile. Tuttavia, la maggior parte degli alpinisti della spedizione Mountain Madness rimane indietro, a tal punto che molti di loro si mischiano con l'altra spedizione gestita da Rob Hall e, come se non bastasse, Bukreew non riesce più a vedere Scott Fischer. Dopo aver atteso l'arrivo di parte dei clienti e averli scortati scrupolosamente fino alla vetta, Anatoli avvista Scott a ridosso della Hillary Step e decide di andargli incontro. Fischer indossa la maschera d'ossigeno segno di una notevole spossatezza ma, nonostante sia più stanco ed affaticato del solito, tranquillizza Bukreew sul suo stato fisico, ordinandogli di correre al Campo 3 a prendere le altre bombole d'ossigeno e le bevande calde da portare al resto della spedizione.

Senza pensarci due volte, Anatoli parte subito per la meta “Se chiesi a Scott il permesso di scendere non fu perchè la ritenevo la scelta più facile per me. Mi sarebbe stato molto più facile restare con il gruppo e continuare ad andar giù lentamente”. Al campo 3, a 8200 metri, il tempo sull'Everest continua ad essere stabile ma incredibilmente, dopo circa 30 minuti, il cambiamento climatico è repentino. Una bufera di neve imperversa sopra di lui e cosa ancor più grave del resto della spedizione non c'è traccia. Anche la temperatura inizia a scendere in modo vertiginoso ma Anatolij continua a cercare per il campo delle bombole di ossigeno da poter utilizzare qualora trovasse dei superstiti. Nel mentre in lontananza appaiono due sagome, sono Lene Gammelgaard e Klew Schoening e versano in uno stato fisico prossimo allo sfinimento. Bukreew si occupa subito di loro facendoli entrare in tenda. “Sandy sta morendo assiderata...corri!”, dice Lene Gammelgaard e nonostante sia ormai buio fitto, Anatoli decide di partire alla ricerca dei “dispersi”. L'impresa è quasi impossibile, senza nessun tipo di riferimento, non vi sono indicazioni su dove siano il resto degli alpinisti, intrappolati ormai nella bufera. Nonostante chieda aiuto in tutte le tende del campo, Anatoli è solo e decide comunque di provare la ricerca ma dopo il primo tentativo di salita, ritorna alle tende per cercare, ancora una volta, di recuperare informazioni che possano fargli raggiungere i suoi clienti. Schoening, con un filo di voce, gli indica di trovare la sella rocciosa e di ridiscenderla. Anche Bukreew però è allo stremo delle forze ma nonostante le sue membra siano sfinite, decide senza pensarci un secondo di ripartire alla ricerca. Grazie ad un’immensa fede, Anatolij riesce a trovare i dispersi: Tim Madsen, Sandy Pitman, Charlotte Fox e distante qualche metro Yasuko Namba della spedizione di Rob Hall, presentano una situazione che da subito appare molto grave. La distanza che li divide dalle tende è di solo 400 metri e Anatolij, dinanzi alla incapacità della Fox a camminare, decide eroicamente di trascinarla fino alle tende. Lo sforzo è sovraumano ma come se non bastasse il caucaso decide di ripartire subito per salvare gli altri. Per quanto riguarda Yasuko Namba, purtroppo Bukreew crede che sia morta e soltanto il giorno successivo si accorgerà che non è così! “Presi un'altra bombola d'ossigeno da uno dei nostri sherpa e salii di nuovo. Quando arrivai, Sandy ragionava un po' di più. Yasuko giaceva ancora immobile lì accanto, senza dare segni di vita. Mi concentrai su Tim e Sandy; non avendo altre bombole d'ossigeno era insensato pensare di aiutare qualcun altro. Erano passate le quattro del mattino. Sandy non riusciva a reggersi sulle gambe; la sollevai, portandola quasi di peso, con i piedi che trascinavano sul terreno. Usando l'altra bombola d'ossigeno che avevo portato, Tim potè muoversi da solo, ma era più lento di noi. Dimostrò un grande coraggio, cercando di non rimanere indietro. La sua forza era stupefacente, considerando che era la prima volta che saliva in alta quota e che non era ben acclimatato. Faticando per circa mezz'ora riuscimmo a raggiungere le tende. Aiutai Sandy e Tim a liberarsi dell'attrezzatura e Chiesi a Pemba di portare a tutti del tè caldo”. Fuori dalla tenda incombe la tempesta e diversi alpinisti, tra cui Scott Fischer, non sono rientrati al campo. La mattina successiva il resoconto è terribile. Scott Fischer, raggiunto da alcuni sherpa accorsi in suo aiuto, nonostante la quota e la notte all'addiaccio viene trovato ancora appeso ad un filo di vita ma purtroppo, nonostante gli aiuti, morirà sul posto. In quell’atroce maggio del 1996, l'Everest tratterrà con sé Andy Harris, Doug Hansen, Rob Hall, Yasuko Namba, Scott Fischer, Ngawang Topche Sherpa, Chen Yu-Nan, Bruce Herrod e Lopsang Jangbu Sherpa. Per Anatolij lo shock è terribile. La perdita di Scott è per lui una ferita inguaribile e, come se non bastasse, mentre tutto il mondo alpinistico chiede spiegazioni su come sia potuta accadere una tragedia simile, i mass-media prendono di mira i superstiti della spedizione.

Anatoli decide di scalare il Lhotse e subito dopo di trascorrere una vacanza in America assieme alla sua amica e compagna. I giornalisti tampinano Bukreew per avere informazioni più dettagliate sull’accaduto visto che la cronaca dell'Everest 1996 si mostra, in particolar modo negli Stati Uniti, un vero “caso”. Infatti, non solo i “salotti” alpinistici dibattono sull'accaduto ma tutta l'opinione pubblica è interessata. Il giornalista americano Jon Krakauer, che in quel maggio 1996 era un componente della spedizione di Rob Hall, scrive un intenso libro dal nome “Aria sottile” che da subito diviene in America e non solo, un autentico best-seller.

Krakauer nel suo libro dichiara che una delle responsabilità maggiori è attribuibile ad Anatoli Bukreew, il quale non sarebbe dovuto ridiscendere dal colle sud da solo, abbandonando al loro destino i suoi clienti. Bukreev non riesce a credere come gli si possano muovere queste accuse. Nonostante la dimostrazione di avere eseguito le istruzioni del capo spedizione Fischer, nonostante l’aver portato in salvo tutti i componenti della spedizione per la quale era coscientemente responsabile, la polemica tra i due non ha tregua e l’alpinista russo decide di fornire una sua versione dei fatti con il libro “Everest 1996”. Inizialmente il mondo alpinistico guarda Bukreew in modo scettico, ma grazie alla pubblicazione chiarificatrice ben presto si schiera dalla sua parte.


Per l'opera di salvataggio incredibile effettuata da solo nella tormenta a 8000 metri riceverà il giusto riconoscimento della comunità alpinistica internazionale, ma solo in un secondo momento. E' immaginabile l'amarezza che possa aver provato in quei mesi, sottoposto al fuoco di fila dei media, impossibilitato ad esprimersi dalla non perfetta conoscenza della lingua.

La salita del Lhotse.

Tornato al campo base chiede il permesso di scalare il Lhotse da solo.
"E' difficile da spiegare. La montagna è la mia vita. In quel momento avevo in mente l'impresa di Scott, che aveva scalato il Lhotse e l'Everest in successione. Ripetere la sua conquista, pretendere da me stesso il medesimo sforzo che aveva compiuto lui, per me era un modo di esprimere la mia stima per lui come alpinista. Volevo dirgli addio in quel modo."
In ventuno ore dal campo base riesce a raggiungere la vetta.
"Rimasi a guardare, negli sprazzi di sereno fra le nuvole, quando il vento lo permetteva, la via che avevamo percorso per raggiungere la cima dell'Everest. Da qualche parte sulla cengia di roccia a 8300 metri, giaceva il corpo di Scott Fischer."


La parete sud del Lhotse

La salita al Lhotse è una specie di catarsi. Un offrirsi agli dei della montagna per essere preso, anche lui dopo i suoi amici.
Due volte in discesa scivola fermandosi miracolosamente.
Non lo vogliono. Non è ancora il momento.

In autunno riesce a pagarsi il permesso per unirsi ad una spedizione kazako-giapponese al Cho-Oyu e una spedizione russa allo Shisha Pangma. Per risparmiare aveva rinunciato a parecchie "comodità".
"La fatica fisica che la mia avventura mi sarebbe costata era inversamente proporzionale al suo costo in denaro. Ma questa volta non avevo le mani legate dalla presenza di compagni o clienti deboli. La mia situazione mi dava una sensazione di libertà mai sperimentata prima d'allora in montagna".

Scala entrambe le vette, se non propriamente in solitaria, per la presenza di altre cordate, comunque in completa autonomia.


Cho-Oyu


Nel 1997 accetta di tornare sulla normale sud dell'Everest per condurre una spedizione nazionale indonesiana. Riesce ad assicurare il successo della spedizione. Tornando, al Colle Sud, ricopre con delle pietre il corpo di Yasuko Namba, che un anno prima era stato costretto ad abbandonare, credendola morta.

Scrive:
"Penso a come fossero pronti a morire Iwan, Asmujiono e Musirin. E ricordo il dolore delle famiglie che hanno lasciato qui i loro cari. Il successo della nostra spedizione potrebbe incoraggiare altri alpinisti inesperti. Vorrei con tutto me stesso avere un altro modo epr guadagnarmi da vivere. (...) E' troppo tardi perchè io possa trovarmi un'altra professione, ma ho molte riserve per condurre quassù uomini e donne privi di esperienza. Potrà sembrare drastico, ma non voglio essere definito una guida. Non voglio avere la responsabilità di scegliere fra l'ambizione di una persona e la sua vita."

Nei mesi successivi, sale il Lhotse con Simone Moro. L'idea era quella di una traversata Lhotse-Everest, ma è stranamente lento. Riterrà, successivamente, di aver contratto un infezione, qualcosa che lo debilita.
Rinunciano tuttavia per un improvviso cattivo tempo. Su quella stessa parete perde l'amico Baskirov.


Broad Peak

Sale poi in solitaria il Broad Peak e di seguito il Gasherbrum II in tredici ore.
"Nessuno annota i primati su queste montagne.Ogni scalata è diversa perché le condizioni cambiano di volta in volta. Si può dire che ogni persona ottenga un suo risultato personale. L'alpinismo è una lotta cons e stessi: si lotta per far fronte ad una situazione naturale e per accettare quello che viene."





A dicembre è con Simone Moro e Dimitri Sobolev per tentare una nuova via lungo la Cresta Occidentale e l'Annapurna Fang.
Il giorno di natale, una valanga causata da crollo di una cornice pone fine alla sua vita.



Le salite Himalayane:

1989
Kanchenjunga con la spedizione URSS, vetta centrale e traversata delle 4 vette tutte sopra gli 8500 metri.

1992
10 maggio, Dhaulagiri (8172) per una via nuova, spedizione kazaka
7 ottobre, Everest (8848) per la via del Colle Sud, con la spedizione russo-americana all'Everest

1993
30 luglio, K2 (8611) per lo Sperone Abruzzi

1994
29 aprile, Makalu (8481) come guida e responsabile della spedizione della Condor Aventures
15 maggio, Makalu (8481) in stile alpino con Mike Beidleman

1995
17 maggio, Everest (8848) per la Cresta Nord come guida e responsabile tecnico della spedizione
Himalayan Guides
8 ottobre, Dhaulagiri (8172) solitaria in velocità
8 dicembre, Manaslu (8156) con la spedizione nazionale del kazakistan

1996
10 maggio, Everest (8848) per la via del Colle Sud, come guida della Mountain Madness
17 maggio, Lhotse (8511) solitaria in velocità
25 settembre, Cho Oyu (8153) solitaria
9 ottobre, Shisha Pangma (8008) solitaria

1997
26 aprile, Everest (8848) per la via del Colle Sud, come responsabile tecnico e allenatore della
spedizione nazionale indonesiana.
26 maggio, Lhotse (8511) con Simone Moro, per un tentativo di traversata Lhotse-Everest abbandonata
per cattivo tempo.
7 luglio, Broad Peak (8047) solitaria
14 luglio, Gasherbrum II (8068) solitaria in velocità

25 dicembre, scompare sull'Annapurna travolto da una valanga, mentre era insieme a Simone Moro e Dimitri Sobolev.
Tentavano una difficile nuova via invernale lungo la Cresta Occidentale e l'Annapurna Fang. Si salva, benché trascinato dalla valanga per centinaia di metri solo Simone Moro. I corpi di Boukreev e Sobolev non sono stati ritrovati.



Anatoli climbing towards the Annapurna Fang route


Ultima modifica di Buzz il Gio Apr 26, 2012 5:32 pm, modificato 1 volta

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Anatoli Boukreev :: Commenti

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 3:48 pm  virgy

Buzz ha scritto:

E' difficile, leggendo della sua vita, non provare un sincero trasporto emotivo per questa persona.


molto vero!


grazie Buzz

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 8:03 pm  luna

Sempre interessanti i tuoi racconti. grazie buzz!

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 8:37 pm  sastra

Sono alle ultime 10 pg di Everest 1966 ..... un mito ma ho sempre avuto il dubbio se una scelta più corretta non sarebbe stata accompagnare passo passo i clienti, dividersi in montagna mi ha sempre lasciato perplesso

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 8:42 pm  buzz

Beh certo...
un principio generale su cui giudicare una scelta fatta da esperti professionisti in condizioni di cui non si sa praticamente nulla.

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 8:56 pm  sastra

Non giudico, ho detto "ho un dubbio", soprattutto non do giudizi di merito normalmente, pensa rispetto al giudizio di qualcuno molto più esperto di me

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 9:33 pm  bummi

sastra ha scritto:Sono alle ultime 10 pg di Everest 1966 ..... un mito ma ho sempre avuto il dubbio se una scelta più corretta non sarebbe stata accompagnare passo passo i clienti, dividersi in montagna mi ha sempre lasciato perplesso

Da quel che ricordo (libro letto parecchi anni fa) l'errore grosso fu quello di portare così tanta gente impreparata e insieme in cima. Aspettare che tutti passassero l'Hillary Step a salire, e poi a scendere, fu una processione infinita.
Poi vabbè la bufera arrivò improvvisa e non diede scampo, ma quella fu un po' la goccia che fece traboccare tutto. Chi era già allo stremo morì, chi era più preparato riuscì a sopravvivere tant'è che Boukreev, che era preparatissimo, salvò tutti i suoi clienti e anche altri.

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Messaggio il Gio Apr 26, 2012 9:52 pm  buzz

sastra ha scritto:Non giudico, ho detto "ho un dubbio", soprattutto non do giudizi di merito normalmente, pensa rispetto al giudizio di qualcuno molto più esperto di me

Una discussione su questo tema assomiglierebbe troppo a quelle al bar la mattina del lunedi... "ma come ha fatto a non segnare da quella posizione... roba da matti... avrei segnato pure io..."

la questione è stata già chiusa da tempo.
Da gente che di quell'ambiente e di quelle situazioni ne sa infinitamente più di noi, a casa.

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