Brenva (2)

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

040512

Messaggio 

Brenva (2)




http://alpinesketches.wordpress.com/2012/05/04/brenva-2/

di Davide Scaricabarozzi


“Penetrammo per una quarantina di metri nelle viscere del ghiacciaio, quasi a respirare l’alito gelido di un mostro arcano, fino a trovare la soluzione suggerita da una fuga di luce verso l’alto. Fra quei meandri frangiati da trine di cristallo, quella fuga di luce ci risucchiò verso la brezza fredda che danzava con le onde nevose della superficie piana del colle. Proprio come un ponte simbolico verso la Brenva. Qualche giorno più tardi si fece la seraccata a sinistra della Poire. Occasione ghiotta per spendere parole gratuite: qualcuno disse che Comino e Grassi erano stati pagati per realizzare l’impresa; soldi presi da una nota ditta di abbigliamento. Questo, in fondo, fu amaro. Ma fu anche la dimostrazione che pochi capirono, compresero davvero: non si può rischiare la vita per denaro. E ancora: il mondo delle seraccate è la testimonianza di un mistero senza fine. Con Gianni Comino, insieme, penetrammo in pianeti di sconcertante e intatta bellezza; e fu in quei momenti, chiari, precisi, che si percepì l’effimera sensazione di non appartenere né al regno dei vivi e neppure a quello dei morti.”

Gian Carlo Grassi
estate 1979

...

Ospite
Ospite


Tornare in alto Andare in basso

Condividere questo articolo su : Excite BookmarksDiggRedditDel.icio.usGoogleLiveSlashdotNetscapeTechnoratiStumbleUponNewsvineFurlYahooSmarking

Brenva (2) :: Commenti

Messaggio il Ven Mag 04, 2012 11:38 am  Ospite

Quelle poche righe scritte da Gian Carlo rimangono per me come una delle più straordinarie descrizioni di una salita. Un brivido ogni volta mi sovviene quando inizio a leggere “Penetrammo per una quarantina di metri nelle viscere del ghiacciaio...". Insieme a Comino ( e di rimando, a Renato Casarotto) degli autentici visionari nell'alpinismo di quegli anni.
Grazie A, e bellissimo lavoro Davide, bravi ok

ciao! Wink

Tornare in alto Andare in basso

Messaggio il Ven Mag 04, 2012 11:45 am  Ospite

grazie a Davide Very Happy

Tornare in alto Andare in basso

Messaggio il Ven Mag 04, 2012 12:59 pm  buzz

Avvincente come sempre Davide quando scrive del Bianco.
grazie!

Tornare in alto Andare in basso

Messaggio il Dom Mag 06, 2012 7:10 pm  Ospite

metto tutto l'articolo perchè rende molto bene anche in Verticalmente...



Brenva
di Davide Scaricabarozzi


Su una parete tanto vasta quanto complessa come quella della Brenva è inevitabile che nel tempo altre vie vi fossero tracciate.

Com’è spesso accaduto nelle vicende di montagna, una volta abbattute ed esorcizzate le barriere psicologiche, la fantasia e l’immancabile ambizione di che le sale fa sì che gli orizzonti improvvisamente diventino più profondi.

Rilievi, canali, speroni appena abbozzati mai considerati come possibili logiche o percorribili vie appaiono improvvisamente come evidenti linee di salita.

Lo Sperone o costola Mummery
Sono i ginevrini Robert Grèloz ed Andrè Roch a disegnare una nuova linea sulla parete nell’agosto del 1936.

La loro cordata è un’unica entità come altre cordate famose dell’epoca: Lachenal-Terray, Contamine-Labrunie, Asper-Bron, solo per citarne alcune.

Grèloz e Roch sono da considerarsi dei locals del massiccio, noti soprattutto per aver salito cinque anni prima la vertiginosa parete nord dell’ Aiguille du Triolet.

Il 7 agosto del 1936 sono al rifugio Torino dove trovano anche Giusto Gervasutti e Lucien Devies i quali hanno un progetto “segreto” sul Mont Blanc du Tacul.

Per un momento pensano che anche i ginevrini siano lì per la stessa ragione, in realtà questi vogliono “solo” ripetere la Sentinella Rossa.

Alle 22 lasciano il rifugio con l’intenzione di raggiungere il Col Moore passando per il colle orientale della Tour Ronde, questo percorso è già di per sé un’ascensione vera e propria, questo tipo di scelta la dice lunga sulla forza e capacità della cordata.

Aggirano la Tour Ronde ma il ripidissimo pendio che porta al colle è di ghiaccio nero, prendono così la strada verso il Col de la Fourche.

In capo di un paio d’ore sono al Col Moore, vero e proprio spartiacque tra il bacino superiore della Brenva e la parete.

Purtroppo non c’è il “salutare” rigelo notturno, la montagna è tutt’altro che silenziosa, sassi e ghiaccio cadono un po’ dappertutto; inoltre nei giorni precedenti c’è stato un periodo di maltempo e la neve in quota è caduta abbondante, il soffio delle slavine fa da contraltare al rumore delle pietre.

Sebbene titubanti, ma per nulla scoraggiati, i due decidono di continuare e velocissimi, compatibilmente al terreno che stanno salendo, raggiungono il monolito della Sentinella Rossa. Al riparo da ogni pericolo discutono sul da farsi.

E’ evidente che avventurarsi nell’attraversamento dei pendii sopra la Sentinella, costantemente sotto il tiro dei seracchi e stracarichi di neve, sarebbe decisamente troppo arrischiato.

D’altro canto non hanno nessuna intenzione di tornare indietro, vuoi per orgoglio e vuoi perché ritornare sui propri passi significherebbe comunque esporsi a notevoli rischi.

I ginevrini avevano in precedenza osservato dalla Val Veny lo Sperone Mummey, una costola di misto poco marcata giusto sopra la Sentinella senza per questo avere qualche particolare velleità di realizzare una prima, per lo meno non in tempi brevi giacché, non avendo mai ripetuto una via su questo versante, ritenevano meglio familiarizzare con la parete percorrendo un itinerario già “collaudato”.

La decisione è presto presa, se non si vuole tornare indietro e se si ritiene troppo azzardato percorrere l’itinerario programmato non resta che avventurarsi su una nuova via. Le rocce dello sperone non paiono molto difficili e nemmeno ripide ma soprattutto sono al riparo delle valanghe che hanno cominciato a cadere incessantemente.

Grèloz e Roch le scalano velocemente, la loro intenzione è di risalire tutta la costola per raggiungere i seracchi e da quel punto traversare in direzione della Sentinella Rossa, evitando così il pericolosissimo pendio che adduce all’Escalier.

Terminato il tratto roccioso si rendono conto che con le slavine se n’è andata pure la neve che copre il pendio da traversare, lasciando allo scoperto un bel ghiaccio verde e durissimo.

Attraversare scalinando sarebbe pazzesco, bisognerebbe esporsi ai seracchi per troppo tempo con la conseguente probabilità di essere spazzati via dalla più piccola scarica.

Non resta altro che forzare l’uscita direttamente.

La pendenza aumenta e presto si ritrovano sotto l’immane seraccata, sono costretti a tagliare appigli per le mani, con loro non hanno nemmeno un chiodo da ghiaccio.

A dire il vero all’epoca non esistevano veri e propri chiodi da ghiaccio, bensì lunghi chiodi in ferro dolce, poco più di veri e propri picchetti, da usarsi all’occorrenza anche sulla roccia.

La salita diventa un incubo, i tratti appena superati sono quasi verticali e sopra di loro c’è quanto di peggio ci si possa aspettare: un vero e proprio tetto di ghiaccio sporgente almeno una decina di metri.

Una terrificante onda ghiacciata, spessa parecchi inscalabili metri, messa lì a sfidare la forza di gravità.

La situazione è davvero disperata, i due non hanno nessuna idea di come uscire dal vicolo cieco nel quale si sono infilati.

Qui si vede la classe delle grandi cordate, non si perdono d’animo, anzi provano una gioia selvaggia e una sorta di esaltazione li pervade.

Ormai è pomeriggio inoltrato e il sole è scomparso da tempo dietro il Monte Bianco, fa freddo e i vestiti si ghiacciano.

E’ un momento delicatissimo, con il repentino abbassamento della temperatura è probabile che il ghiaccio si muova, basterebbe anche il più piccolo spostamento per far crollare tutto il castello che li sovrasta.

Sotto il formidabile strapiombo una stretta cengia, alquanto inclinata, sparisce dietro un rigonfiamento; non c’è altra soluzione che seguirla.

Comincia un’estenuante traversata verso destra nella neve profonda, la cengia è strettissima e inclinata di una cinquantina di gradi, sotto la neve fresca i ramponi a dieci punte raschiano su un ghiaccio durissimo, sono momenti terribili.

Dopo una quarantina di metri trovano una sorta di fenditura ovale nel seracco, un posto dove eventualmente trascorrere la notte, ma il pensiero di pernottare in un simile “hotel” li spinge a proseguire.

La traversata continua senza avere la benché minima possibilità di assicurazione, finalmente dopo altri ottanta metri da panico lo strapiombo lascia il posto ad un ripidissimo pendio di neve che viene superato praticamente di corsa.

Sbucano appena sopra il Mur de la Cote, sono sfiniti, alle 18 sono in cima al Monte Bianco e pernottano alla Vallot.

Il mattino seguente, dato che non ne hanno avuto abbastanza, risalgono in vetta al Monte Bianco e scendono per la via Pfann fino al Quintino Sella sul versante del Miage……e non è proprio come dirlo…..

Il giorno dopo vorrebbero risalire in vetta per la via della Tournette, purtroppo il tempo volge al peggio e non resta altro da fare che scendere a valle.

Giunti a Courmayeur, naturalmente a piedi, il tempo sembra migliorare.

Glèroz vuole salire nuovamente al Torino (sempre a piedi naturalmente…) ma Roch si rifiuta, nello scendere la sconfinata morena del Miage si è storto una caviglia e non se la sente di forzarla ulteriormente.

Decide quindi di rientrare in Svizzera valicando il Col Ferret… per far riposare la caviglia…

La via Diagonale
Armand Charlet è un uomo severo con tutti e ancor di più con se stesso, la sua concezione del mestiere di guida trascendeva la montagna.

Era solito a dire che una Guida non era tale solo sulle pareti, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Renè Desmaison, che nella sua formazione di Guida (e che guida!) ebbe come direttore di corso appunto Charlet, nel suo libro “ Professionista del vuoto” racconta di non averlo mai visto senza divisa ufficiale: pantaloni alla zuava, giacca, cappello e distintivo di Guida.

Vestiva così sempre, anche in città, d’estate come d’inverno.

Charlet è un virtuoso del ghiaccio, maestro nel “cramponage”, ideatore della tecnica “piolet ancre”, è capace di scendere pendii di ghiaccio ben oltre i 50° faccia a valle e senza gradinare.

Charlet e il suo cliente dott. Azema, nella notte del 2 luglio 1937, sono alla Fourche per ripetere la via classica dello Sperone della Brenva attaccando per la variante Gussfeldt.

Trovano condizioni favorevoli, tutto il pendio è in neve dura e per nulla serracato e in breve tempo raggiungono la creta orizzontale che adduce al pendio superiore dello Sperone.

Fatte poche decine di metri sul grande pendio Charlet propone di tagliare diagonalmente in direzione della vetta del Monte Bianco.

E’ il suo tipico modo di agire in montagna da asciutto professionista, pratico e soprattutto pragmatico; non è importante per quale via raggiungere la cima, l’importante è poterlo fare il più direttamente e velocemente possibile.

Cominciano quindi a traversare diagonalmente verso sinistra il pendio sotto la costante minaccia dei seracchi sommitali. Charlet realizza che non è possibile forzare direttamente verso la vetta e l’unica uscita rimane quella di raggiungere molto in alto la Sentinella Rossa.

Il suo ritmo è indiavolato, compare il ghiaccio e la pendenza aumenta, la Guida assume un’andatura più consona al terreno cominciando a tagliare gradini.

Nel frattempo il sole ha raggiunto i seracchi e l’artiglieria non tarda a farsi sentire: grosse stalattiti e blocchi di ghiaccio cominciano a precipitare a velocità vertiginosa. I due non possono fare altro che cercare di intuirne la traiettoria nella speranza di non essere il bersaglio dell’algido bombardamento.

Con lo sguardo seguono i frammenti precipitare a tutta velocità sul pendio verso il sottostante ghiacciaio.

Dopo innumerevoli tiri di corda sbucano sull’Escalier, le rocce terminali della Sentinella. Sostanzialmente sono fuori pericolo e l’andatura riprende più rilassata e sicura.

Azema fatica a tener dietro a Charlet e rimpiange i gradini precedentemente tagliati dalla Guida. Sperano di raggiungere una cengia dove poter tirare il fiato ma invariabilmente si trovano davanti ad una placca inclinata e difficile.

Non hanno tregua, ancora ghiaccio ripido e rocce lisce, la parete non finisce più, per fortuna i rischi oggettivi sono fortemente diminuiti.

Il pendio muore contro un rigonfiamento quasi verticale, Charlet è costretto ad intraprendere nuovamente un delicato lavoro di taglio, questa volte deve pure scavare degli appigli per le mani.

Presto scompare al di là del muro di ghiaccio, la corda prende a scorrere velocemente con gran sollievo di Azema, segno che le difficoltà sono diminuite; infatti, dopo pochi minuti echeggia nell’aria il grido di gioia di Charlet.

La via è terminata, non rimane altro che salire i monotoni pendii di neve fino alla vetta massima.

Tre ore e quaranta minuti dopo aver lasciato la cima del Monte Bianco raggiungono Chamonix.

La via viene ripetuta per la prima volta nel gennaio del 1971 da P. Cordier e A. Mroz a scopo ricognitivo per cimentarsi in seguito sul Pilier d’Angle.

Nel 1974 Marc Batard ripete la via in poco più di tre ore partendo dal bivacco Ghiglione.

La diagonale conta pochissime ripetizioni e oggi la via non è più percorsa.


1. Sperone della Brenva, 2. Sentinella rossa, 3. Major, 4. Pera, V.G. Variante Gussfeldt


La Super Major
La parete è enorme, lo spazio per altre vie esiste oltre a giocare di fantasia è necessario accettare di accollarsi rischi notevoli, ma soprattutto occorre aspettare trentaquattro anni prima di vedere disegnata una nuova linea di salita sulla Brenva.

Mazeaud e Sorgato sono alpinisti fortissimi, di quelli duri abituati a tutte le condizioni e che non guardano troppo per il sottile: roccia, ghiaccio e vetrato costituiscono per loro la normalità.

Pierre Mazeaud non ha bisogno di nessuna presentazione, la sua eccezionale carriera alpinistica è nota anche al di fuori della comunità alpinistica.

Fortissimo su tutti i terreni, di costituzione più che robusta ( fu uno dei tre superstiti, assieme a Bonatti e Gallieni, alla terribile vicenda del Pilone Centrale nel 1961), misogino per indole ( basterebbe chiedere un parere alle donne presenti alla spedizione internazionale all’Everest del ’71 o al Nanga Parbat), duro e determinato quanto basta.

Il suo curriculum alpinistico è infinito, impegnato politicamente è stato Ministro per lo Sport in Francia. In poche parole: un uomo poliedrico.

Del bellunese Roberto Sorgato si conosce molto meno, il suo nome è legato a quello del friulano Ignazio Piussi, altro fenomeno degli anni ’60 e ’70, e a quello di Giorgio Redaelli che partecipò assieme ai Ragni di Lecco alla prima ripetizione del Pilier Bonatti sul Dru.

Sorgato in realtà faceva cordata con un altro illustre sconosciuto dolomitista: il bellunese Loris De Moliner.

Sorgato è un fanatico delle scalate invernali, pur essendo un dolomiti sta per eccellenza ama il Monte Bianco, il misto, le lunghe sfacchinate in quota tipiche del terreno occidentale.

La storia della Super Major comincia quattro anni prima della sua realizzazione.

Addirittura nel 1967, Mazeaud e Sorgato, passarono otto giorni inchiodati dalla bufera su un minuscolo terrazzino sperduto nell’immane parete; soggiogati da un maltempo biblico e protetti da un misero telo di plastica.

Al ritorno del bel tempo i viveri erano terminati da un pezzo così come le loro energie, furono così costretti a rinunciare.

Due anni dopo passarono altri quattro giorni nella bufera, nell’ambiente era quindi risaputo che la cordata stava per realizzare un importante progetto sulla Brenva, ed era altrettanto risaputo che non avrebbero mollato tanto facilmente.

Il 16 agosto 1971 il tempo è meraviglioso e i due attaccano la parete col morale alle stelle.

Mazeaud è in gran forma, reduce dalla spedizione internazionale all’Everest purtroppo fallita a causa di campanilismi e gelosie.

Salgono come per ripetere la Major, ma una volta attraversato il pericolosissimo canalone centrale continuano a traversare orizzontalmente verso sinistra su misto, sino a giungere sotto un risalto di protogino rosso verticale a alto circa 200 metri.

E’ un osso duro che offre un’arrampicata rude, vengono superate svariate lunghezze di corda molto sostenute e costantemente esposte alla minaccia dei seracchi che rinserrano letteralmente la parete; l’ostacolo viene superato con l’aiuto di una trentina di chiodi.

Tutta la giornata è impiegata per superarlo oltre il quale si è totalmente esposti alle scariche di ghiaccio; gli scalatori si dirigono quindi verso la prima crestina di ghiaccio della Major dove possono bivaccare relativamente al sicuro.

Il giorno seguente ritornano sui loro passi scalando un secondo, ma più piccolo, risalto di granito.

Altri chiodi e altre lunghezze impegnative li conducono sotto la barriera di seracchi sommitale.

Il muro è a tratti strapiombante e viene vinto a forza di chiodi da ghiaccio, alle otto di sera raggiungono la capanna Vallot dopo 30 ore effettive di scalata. Da allora si attende ancora una ripetizione.

Il Canale di destra della Costola Mummery
Il 27 dicembre 1976 due gruppi di alpinisti si incontrano al bivacco Ghiglione.

Il primo è composto da tre olandesi che alla loro seconda visita al Massiccio, sono: R. Naar, B. Gresnigt e F. Jansen mentre il gruppo francese è composto da 4 alpinisti: V. Laut, M. Flouret, B. Dubois e un amico di quest’ultimo.

Gli olandesi cogliono andare alla Sentinella, i francesi sono diretti alla Major.

Partono in piena notte con un freddo siderale e una volta raggiunto il monolito della Sentinella, dove i due itinerari si separano, decidono di salire tutti insieme per una nuova via.

Come nel caso della Diagonale e dello Sperone Mummery sembra che su questa parete le vie vengano aperte per immediata ispirazione, senza nessuna preventiva pianificazione.

Il gruppo attacca il canale a destra dello Sperone Mummery, inizialmente su neve buona, più in alto il pendio si impenna e compare il ghiaccio vivo, che d’inverno è particolarmente duro.

A dicembre le giornate sono brevissime, gli alpinisti sono tanti e non particolarmente veloci e sono colti dall’oscurità sotto i seracchi.

Il bivacco non programmato è d’obbligo, come se non bastasse nella notte scoppia una violentissima bufera e la temperatura precipita ben oltre sotto i trenta gradi.

Il mattino del 28 nevica fitto e gli alpinisti sono provati dal duro bivacco, nel tempo d’una fugace schiarita gli olandesi, meno preparati e meno attrezzati, decidono di scendere.

Il francesi cercano in tutti i modi di farli desistere da questa scelta azzardata, scendere da così in alto, su una parete del genere e in pieno inverno è una decisione che potrebbe avere conseguenze irreparabili.

Non c’è nulla da fare, gli uomini delle “terre basse” prendono la via del ritorno.

In discesa accade di tutto, ma i quattro riescono miracolosamente a raggiungere il col Moore e quindi il Ghiglione, ma a prezzo di gravi congelamenti.

I francesi invece aspettano al gelo che il tempo migliori, sono decisamente meglio allenati e meglio equipaggiati.

Durante la notte cessa definitivamente di nevicare e un gelido vento da nord spazza il cielo dalle nubi.

Le condizioni sono comunque molto dure, la temperatura si è stabilizzata sui -30 e il vento acuisce ulteriormente la sensazione di freddo, ai quattro pare di essere in Antartide.

Forzano l’uscita attraverso i seracchi, che inaspettatamente risultano essere più facili del previsto,: Una sorta di rampa inclinata a 70° consente al gruppo di uscire sopra il Mur de la Cote.

Sul versante nord della montagna il vento urla tutta la sua furia, scendere per la via dei Trois Monts in direzione dell’Aig. Du Midì è impensabile, i pendii sotto il Mont Blanc du Tacul sono stracarichi di neve ventata pronta a staccarsi al minimo sovraccarico.

Si fanno quindi forza e salgono fino in vetta al Bianco, a carponi scendono dalla cresta delle Bosses, il vento non consente di fare nemmeno due passi in piedi,

Raggiungono la Vallot nelle prime ore del pomeriggio, privatissimi ma indenni e senza congelamenti.

In questo modo tracciano una nuova via sulla Brenva in pieno inverno.

Il Gran Canale Centrale
M. Shigi è uno specialista delle solitarie invernali, in questo modo si è assicurato sia la Major che la Pera. E’ un talentuoso dotato di una buona dose di sangue freddo e scriteriato coraggio.

Con la moglie Akiko è a Chamonix ai primi di dicembre del 1978, il tempo è instabile e devono aspettare fino oltre la metà di gennaio ’79 per avere condizioni di meteo buone e rassicuranti.

I due hanno come obiettivo il Gran Canale Centrale della Brenva, proprio quel toboga che separa la Major dalla Sentinella Rossa.

Con ogni probabilità la coppia deve avere un karma eccellente.

E’ un’idea insana, il canale è lo “scarico” naturale di tutto quello che scende dalla calotta di ghiaccio sommitale, il colossale muro di seracchi che lo chiude è spesso almeno un centinaio di metri, anche la sua più piccola deiezione è destinata a percorrerlo tutto, dall’inizio alla fine, senza alternativa.

Una volta dentro il couloir non esiste il benché minimo riparo fino in vetta, è un azzardo che va al di là del minimo sindacale…

Solo nel suo attraversamento, necessario per raggiungere la Major, le vittime sono state moltissime.

Per nulla intimoriti alle 22.00 del 18 gennaio lasciano il Ghiglione, il freddo è siderale, attaccano alle 23.30 e salgono tutto di un fiato il ripidissimo imbuto di ghiaccio verde.

Al termine del canale vero e prorpio, sotto spaventose serracate, piegano a destra risalendo una insidiosa e ripidissima zona di rocce verglassate alternate a bande di ghiaccio vivo.

Alle 7.30 del 19 gennaio i due, sempre più innamorati, arrivano in vetta al Bianco sotto un cielo d’acciaio.

Tracciano così una via non a torto mai più ripetuta.

Tone Valeruz, nell’aprile del ’78, aveva in gran parte percorso il canale in discesa con gli sci, dopo essere stato deposto sulla cima del Monte Bianco da un elicottero, liquidando la cosa in poco più di una mezz’oretta.


1. Diagonale, 2. Canale di destra Costola Mummery, 3. Costola Mummery, 4. Gran Canale Centrale, 5. Super Major, 6. Comino-Grassi

Il seracco di sinistra della Pera
I due seracchi che stringono d’assedio la vera e propria Pera sono tra i più impressionanti dell’intero massiccio, quotidianamente tonnellate di ghiaccio si staccano dai loro fronti spesso strapiombanti, precipitando rovinosamente alla base della parete.

E’ uno dei luoghi più repulsivi dell’intera catena.

Giancarlo Grassi e Gianni Comino, dal bivacco Ghiglione da tempo sorvegliavano attentamente la zona.

Studiano il movimento dei seracchi per intere giornate aspettando il momento migliore per attaccare la parete.

La cordata Comino-Grassi è stata un punto di riferimento per gli amanti del ghiaccio, una cordata che salì di tutto in tutte le stagioni alzando lo standard delle difficoltà fino ad allora superate.

Insieme ebbero e mostrarono a tutta la comunità alpinistica la loro visione del nuovo salire su ghiaccio.

Schivi, forse introversi, trovarono nell’alpinismo la loro realizzazione e il proprio equilibrio, scomparsi entrambe, Comino nel tentativo di salire il seracco di destra della Pera nel 1980 e Grassi a causa del crollo di una cornice di neve sui monti Sibillini nel 1991.

Giancarlo è stato uno dei protagonisti di quello straordinario ’68 che fu “Il Nuovo Mattino”, fu tra i primissimi ghiacciatori italiani a a vedere nelle cascate un nuovo esaltante terreno di gioco.

Curioso, quasi “furioso” è continuamente alla ricerca di nuove pareti, nuovi couloirs, nuove forme d’alpinismo.

E’ l’antesignano dei couloirs “fantasma”, chiamati così negli anni ottanta e ribattezzati “ghiaccio effimero” nel decennio seguente, linee di salita che esistono per pochissimo tempo e solo con determinate condizioni ti meteo e temperatura. Tracciati eterei ed evanescenti che vivono pochi istanti, ma che devono essere studiati con grande attenzione.

Comino è un fenomeno, sul Monte Bianco sale le vie più dure da solo e ne apre di ancor più dure con Grassi.

Elencarle sarebbe lunghissimo, basti pensare al pauroso seracco del Col Maudit o appunto alla seraccata di sinistra della Pera, oppure alle vie sul remoto versante sud della Grandes Jorasses o alla cascata del Freney, incassata tra il Pilier Bollini-Gervasutti e la parete sud del Monte Bianco.

L’alpinismo deve molto a questi due straordinari personaggi.

Il bivacco Ghiglione (inagibile da anni), come quello della Fourche, non sono solo il punto di partenza per tutte le vie della Brenva, del Pilier d’Angle o dell’Aig. Blanche, ma anche uno straordinario belvedere su tutto il bacino, solo andandoci è possibile rendersi conto della grandiosità dell’ambiente…

Grassi e Comino, da questi privilegiati punti d’osservazione, da tempo studiavano l’evolversi e il trasformarsi delle masse glaciali attorno alla Pera.

Non erano gli ultimi arrivati, avevano un bagaglio di esperienza notevole, ma soprattutto erano intelligenti, d’accordo il rischio….ma calcolato quanto più possibile.

Sapevano perfettamente che il gelo da solo non è una garanzia, un grande seracco su una parete tanto ripida come quella della Brenva evolve rapidamente, non solo in virtù della pendenza, ma anche e soprattutto a causa della massa glaciale che gli sta a monte.

Allora, basta osservare quanto ghiaccio c’è sulla cima del Monte Bianco per rendersi conto di che razza di forze ci siano in gioco.

Un muro di quel genere se si trova in “bilico” viene giù, di notte a meno venti come in pieno giorno con l’isoterma dello zero a 5.000 metri.

Il 10 agosto 1979 lasciano il Ghiglione in piena notte a passo di corsa.

Traversano il Col Moore e, rimanendo sopra l’alta crepaccia che separa la parete dal ghiacciaio, traversano i ripidi pendii e le profonde rigole di vetro fino al fenomenale canale che ripidissimo precipita da sotto i seracchi.

E’la nervatura che congiunge la parete nord del Pilier d’Angle a quella della Brenva, si tratta di un posto davvero inospitale, è anche l’attacco della via giapponese al Pilier d’Angle, una via dal nome che è tutto un programma: Roulette Russa.

Da fuoriclasse quali sono percorrono rapidissimi e di conserva i primi due tersi della Roulette, fino alla radice del seracco.

Non parlano affatto, gli unici suoni sono quelli secchi degli attrezzi piantati ne ghiaccio.

E’ buio, la luna è scomparsa dietro alla cresta di Peuterey, le frontali illuminano giusto il necessari per capire dove si trovano, ma l’inquietante presenza di migliaia di metri cubi di ghiaccio sospesi sopra le loro teste non ha bisogno d’illuminazione.

L’incalcolabile pressione alla quale il ghiaccio è sottoposto lo rende durissimo, come marmo, si tratta di una cosa viva, apparentemente sopita.

Traversano in leggera ascesa verso sinistra, in direzione di una stretta goulotte che avevano visto perfettamente durante l’osservazione della via, incassata tra il seracco e il Pilier d’Angle.

L’ambiente è a dir poco fenomenale.

Affrontano quindi il muro di ghiaccio vero e proprio nel suo punto più debole.

Con un paio di lunghezze di corda veramente ripide, semplicemente lo superano, quasi senza rumore come se temessero si svegliasse.

La pendenza diminuisce, ma non l’attenzione: si trovano ora su un largo pendio di ghiaccio verde, reso liscio dalle innumerevoli frane di ghiaccio che arrivano da un seracco più “piccolo” giusto sopra le loro teste, appena sotto il Monte Bianco di Courmayeur, 400 metri più in alto.

Aumentano l’andatura fino a ricongiungersi alla via della Pera poco sotto il Col Major dove arrivano alle primissime luci del giorno.

Con questa realizzazione la cordata Comino-Grassi entra definitivamente nella leggenda.

Gianni Comino morirà il 28 febbraio dell’anno seguente mentre in solitaria affronta il seracco di destra della Pera.

Probabilmente colpito da un blocco di ghiaccio, mentre stava per uscire dalle difficoltà, precipita fino alla base della parete.

Con Comino scompare una delle figure più schive, modeste e capaci che abbiano mai operato nel gruppo del Monte Bianco.



testo, foto e tracciati di Davide Scaricabarozzi
Alpine Sketches 2012

Tornare in alto Andare in basso

Messaggio   Contenuto sponsorizzato

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto


 
Permesso di questo forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum