Gigi Mario

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060512

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Gigi Mario




LUIGI MARIO: LA VIA DELLO ZEN

Scaramuccia, un casale isolato tra le colline dell’Umbria. La valle si allarga di fronte alla casa, i tetti di
Orvieto appaiono di fronte, a portata di mano nelle giornate serene. Il terreno è curato, la strada
sterrata sale a svolte sul fianco del colle. In una casa di contadini umbri (perlomeno, così pare), fanno
uno strano effetto i cartelli scritti in giapponese, i chiodi da roccia piantati nel muro di casa, gli appigli
scavati a martellate che appaiono se si osserva da vicino.
Uno strano miscuglio: non molto diverso, però, dal carattere del padrone di casa. Nato a Roma, Gigi
Mario inizia ad arrampicare a 16 anni, e dopo non molto è tra i più forti: le sue vie al Gran Sasso,
aperte all’inizio degli anni ’60, fanno fare un robusto balzo in avanti al limite delle difficoltà. Molte non
saranno ripetute per 15 anni almeno.

Dal volume di Stefano Ardito – Incontri ad alta quota – dall’Oglio Editore 1988

A 23 anni ne ha abbastanza di fare il bancario e per un po’ fa la guida: è tra i primissimi cittadini a
provarci in Italia, ma non è una scelta semplice per un romano. Per tre estati gestisce il rifugio
Franchetti al Gran Sasso, poi inizia a fare il maestro di sci, il cameriere a via Veneto e altri mestieri.
Quando al CAI si lamenta che con il rifugio non guadagna molto, la risposta normale è “ma sei stato in
montagna. Cosa vuoi di più …”.
Per un inverno, insegna sci in Canada. Poi, nel ’67, va in Giappone: e qui, oltre alla neve, incontra
una cultura alla quale si interessava da tempo. Dopo tre anni entra in un monastero, ci resta per un
lungo noviziato. Torna in Italia nel ’73 con una moglie con gli occhi a mandorla, un nome da monaco
(si chiama Engaku Taino), rimette in piedi il casale di Scaramuccia, che diventa insieme casa e
monastero. Non ama i clamori eccessivi: pochi sono gli allievi della sua “Scuola della Montagna”, così
come i partecipanti alle sue sesshin di meditazione Zen.
Ora Gigi ha due figli, lavora i campi, è iscritto al PCI. L’impegno politico a sinistra stride con la sua
ammirazione per Lammer? “Ma no, l’etichetta di fascista appioppata a Lammer è una forzatura”,
risponde. Piuttosto spesso organizza dei corsi di meditazione: se un maestro Zen giapponese passa per
l’Europa di sicuro trova il tempo per salire a Scaramuccia.
Guida alpina, Mario lavora anche come istruttore delle guide future. Per anni direttore della
commissione tecnica dell’Associazione Guide e responsabile dei corsi nazionali, ha avuto come allievi
della sua “Scuola della Montagna” alcuni dei migliori alpinisti romani, da Fabio Delisi a Paolo Caruso.
Quella che leggerete di seguito è stata la mia prima intervista ad un alpinista, appena rielaborata a
sette anni di distanza, conclusasi, con grande sorpresa del cronista, con un piatto di salsicce ed un buon
bicchiere di vino della casa. Altra è l’idea, normalmente, dei monaci Zen …
Terribile da intervistare, Gigi Mario sembra girare sempre intorno agli stessi argomenti: vuol parlare
della sua esperienza, senza voli eccessivi. In piena rivalutazione delle culture orientali, di norma
solamente orecchiate, quella di Mario è prima di tutto un’esperienza vissuta, vera, da ascoltare. Magari
sobbalzando – è successo a chi scrive – nel sentire rivalutare Lammer e Nietzsche, da parte di un
monaco iscritto al PCI.
* * * *
- (Ardito) La prima domanda è d’obbligo, intervistando un alpinista che è anche un monaco Zen. La crisi di valori
dell’alpinismo: c’è o non c’è? Cosa può aiutare la gente a interrogarsi su se stessa?
- (Mario) Siamo in un periodo in cui si discute molto: se è bene andare sui sassi o sulle grandi
montagne, se le spedizioni è bene farle in due o in quaranta. L’importante è non voler imporre se
stesso, le proprie idee agli altri: ma per questo ci vuole una chiarezza che non tutti hanno. Messner dice
“vado in montagna perché mi piace, per cercare me stesso”. E io rispondo: ma come, in vent’anni che
lo cerca, ancora non lo ha trovato? Mi sembra uno che cerca il cemento per la casa ed è già al terzo
piano.

- E lo Zen può essere questo cemento?
- La montagna può essere uno specchio per capirsi, certo. E se uno vede bene se stesso, non ha più
un rapporto con la montagna fatto di conquista, di sfruttamento. Di vie per capire se stesso ce ne Pag. 22
possono essere tante: io ne conosco una che è stata sperimentata per migliaia di anni, lo Zen. E’ una via
che ho percorso, per questo posso aiutare chi ha intenzione di fare lo stesso.

- E’ una religione oppure una filosofia?
- Ma no, lo Zen è una disciplina meditativa, non c’è ideologia, non c’è religione nel senso che diamo
noi a questa parola. Io, in un certo senso, sono un prete. Però sono per l’abolizione dei preti, e di quegli
“pseudo-preti” chiamati psicologi. E’ gente che vive della non libertà degli altri, della gente che ha
bisogno di loro come tramite tra la terra e il cielo. Non sono un prete nemmeno in montagna,
lavorando come guida: appena posso, gli allievi li faccio arrampicare da capicordata. Chi altri lo fa?
- Parlavi di ideologia. C’è stata per anni un’ideologia, più o meno esplicita, nelle associazioni e nella stampa di
montagna: si va in montagna con un atteggiamento serio, l’alpinismo non è uno sport ma un’attività culturale. E quindi
chi si allena troppo bara, le guide sono in qualche misura dei mercenari impuri, la spedizione si fa con la bandiera da
piantare in vetta. Chi era fuori era l’eretico, quello che si cancella dai libri di storia.

- C’è gente come Lammer, che già cent’anni fa era contro “quel” modo di andare in montagna. Si
allenava, correva sul greto dei torrenti, dormiva all’aperto. E’ sempre stato contestato, prima come
matto e poi come reazionario. Lo stesso è successo a Nietzsche: eppure non è di destra, non è “quello
che ha fatto venire il fascismo”. Un altro personaggio libero, e poco conosciuto, è Mummery. Lui
andava in montagna per divertirsi, con o senza le guide, al Nanga Parbat da solo. E’ gente che è vissuta
un secolo fa.
- Oggi, di stimoli nuovi ce ne arrivano molti. Cosa pensi delle filosofie orientali che arrivano in Europa attraverso la
California?
- E’ vero, sembra strano ma succede. E non succede da ora: io Kerouac l’ho letto quindici anni fa. Il
rischio è di non conoscerle davvero, queste filosofie orientali, di fermarsi al sentito dire e alla moda.
- Le mode fanno sempre paura. Vent’anni fa tutti andavano in montagna con i calzoni alla zuava, oggi tutti hanno
colori sgargianti, fasce in testa, sacchetto della magnesite.
- Ti domando io una cosa: quanto interessa, alla gente, la libertà? La libertà è difficile, la moda è
facile. Io sono convinto che lo Zen è rivoluzionario, che il Buddha sia stato uno dei più grandi
rivoluzionari della storia: tra parlare di rivoluzione e il farla c’è una grande differenza.

- E in alpinismo, chi parla di rivoluzione senza farla?
- Molta gente, compresi quelli che di montagna scrivono. Gran parte degli alpinisti più noti, quelli
che “fanno” le mode, si sono costruiti un piccolo bunker di sicurezze: rapporti con produttori di
materiale, case editrici, riviste, scuole di alpinismo. Hanno paura del nuovo, hanno paura che qualcosa
scalfisca il loro potere, per quanto piccolo sia.

- A te è successo qualcosa del genere?
- Si, ho cercato spazio sulla “Rivista della Montagna” e non ne ho trovato. L’Oriente gli piace se è
Tejada Flores a parlarne, non se arriva da Orvieto. Il nuovo va bene se è in California o in Colorado,
non se è a due passi da casa. Altrimenti devi metterti in discussione per davvero: un po’ come in “Se”,
la poesia di Kipling.

- Ma la rottura di certi schemi esiste comunque. Il progresso dell’arrampicata libera è un dato di fatto. Qualcosa di
nuovo è riuscito a farsi avanti, oppure no?
- In parte si, ma è bene non esagerare. Tra gli uomini degli anni ’30, i migliori come Carlesso e Soldà,
Vinatzer e Comici arrampicavano in libera assoluta, in scarpette, con una tecnica molto simile a quella
di oggi. Per vedere il nuovo, ci vuole umiltà: io cerco di imparare da Comici o da Cassin, ma anche dagli
alpinisti più giovani di me. “Ogni momento è buono”, per questo potrei scomodare Joshu, uno dei
grandi maestri Zen cinesi del ‘700.

- Questo rapporto tra Zen e sport, tra Zen e montagna continua a sembrare un po’ strano a molti.
- Ci vuole un po’ di storia. Lo Zen si è diffuso in Giappone perché è stato accettato e messo in
pratica dai samurai, che erano gli sportivi del loro tempo. Praticavano il Kendo, il Kyudo, le arti
marziali. Lo sportivo è più portato a capire: chi usa il corpo ha dei grossi vantaggi su chi usa soltanto la
testa. L’alpinista ancora di più: ha un rapporto con la natura, conosce la paura. L’alpinismo è l’unico
sport alla portata di tutti che ti consente di tenere la vita tra le tue mani. Lo sport, nel mio caso
l’alpinismo e lo sci, è quello che mi permette di fare un discorso importante in maniera semplice, che
investe tutti coloro che, ad un certo punto della vita, si pongono delle domande di fronte alla morte, alla
solitudine, alla sofferenza. E poi, con lo Zen, lo sport diventa arte: ma questo, senza Zen ma a
proposito dell’arrampicata, lo diceva anche Comici.

- Lo sport non è solo arte, c’è anche l’ipocrisia. Si dice che l’importante è partecipare, ma alle Olimpiadi tutti vanno
per vincere. Lo stesso vale per la montagna. Nessuno direbbe in pubblico che chi fa il terzo grado vale meno di chi fa il
sesto, eppure la competizione in alpinismo è ovunque.

- La competizione è importante e può anche essere positiva. E’ la competizione sterile, fine a se
stessa, che è pericolosa, che causa confusione e frustrazioni. Eppure, in montagna si può andare
davvero per partecipare, al contrario che in un campo di calcio o – peggio – sulle sue tribune.
L’importante è confrontarsi con se stessi, non mettersi in gara con gli altri.

- Siamo in un mondo dove la competizione è ovunque, però. Imparare a non competere con gli altri è difficile.
- E’ vero; per questo parlavo di rivoluzione. Soprattutto nello sport: sulla competizione, sugli eroi,
sui campioni vivono dirigenti, giornalisti, moltissima gente. Se fai sport in maniera libera, allora non è
certo facile. Le sovrastrutture hanno un gran potere con chi pratica lo sport, e poi fanno comodo: a
tutti piace leggere di una propria impresa sulle riviste.

- E il CAI è una di queste sovrastrutture?
- Si, ma non certo la sola. Anche all’interno del CAI ci sono molte cose diverse, c’è tutto e c’è il
contrario di tutto.
- Parliamo un momento del tuo mestiere di guida, che oggi ha un’influenza ben più vasta dei tuoi corsi. Come
responsabile tecnico dei corsi-guida nazionali, tu stai insegnando a centinaia di futuri professionisti di tutta Italia ad
insegnare come fai tu. E nei tuoi corsi la gente acquista un rapporto più sereno, meno teso con la montagna e la roccia.
- E’ vero, nelle scuole del CAI c’è un insegnamento molto statico. Io insegno a concentrarsi sulla
respirazione, a coordinare i movimenti con la respirazione. Inizio con lo yoga, con i movimenti di
Taichi, la lotta cinese: sempre movimenti lenti, a terra, dove non si ha paura. La roccia arriva in un
secondo momento: si arrampica molto, ma sui sassi, a un metro da terra, addirittura sui muri di casa
mia, qui a Scaramuccia. Arrampicare è un movimento naturale, e bisognerebbe lasciare che il corpo
apprendesse ad arrampicare da solo, lasciando che mani e piedi facciano quello che sono fatti apposta
per fare.

- Di Zen e Buddismo non parli?
- Pochissimo. Però insegno ad andare in roccia parlando di respirazione. Le filosofie orientali sono
cose che si praticano, non cose di cui si parla.
- Sembra un discorso affascinante, ma per un pubblico di élite. L’alpinismo e l’arrampicata si diffondono, e arriva
gente di ogni estrazione sociale. Sulle Alpi è successo da tempo, a Roma e nell’Appennino succede ancora: come fai ad
evitare che dei giovani del Tuscolano o del Prenestino, arrivando nei tuoi corsi, non entrino immediatamente in una
dimensione tutta competitiva e sportiva?

- E’ vero, è un serio problema, anche se è giusto che la base sociale si allarghi. E non è solo un
problema sociale, riguarda tutta la cultura occidentale. In Giappone, prima di praticare le arti marziali, ti
fanno concentrare sul respiro per mesi. Se provo a farlo io, gli allievi dopo un po’ mi dicono “bello, ma
noi vogliamo arrampicare”. Anche a me è successo così: ho avuto una crisi di rigetto, ma dopo molti
anni di alpinismo “produttivo” al massimo. Ho scritto il mio primo articolo sullo Zen, pubblicato dalla
Rivista mensile del CAI, solo quando ho visto che una crisi simile alla mia la vivevano anche molti altri.

- E tu proponi la tua esperienza, il tuo insegnamento, a chi vuole uscire da questa crisi?
- Si, ma non certo in modo assoluto. Possono esistere altre strade: Yvan Ghirardini dice di avere
trovato se stesso nel Dio cristiano, nella Bibbia: se non bara con se stesso, per me va benone. Io sono
uno specialista di Zen, e insieme uno specialista di alpinismo e di sci: vediamo se l’alpinista può essere
aiutato a trovare se stesso. Non sono un maestro, o un predicatore. Per chi vuole sono un piccolo,
piccolissimo canale per aiutare gli alpinisti a interrogarsi su se stessi. Tutto qui.

Scaramuccia, febbraio 1980

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Gigi Mario :: Commenti

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 1:08 pm  Beldar

bella, grazie Buzz !!
cheers

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 2:06 pm  buzz

Gigi Mario è una personalità affascinante. Spesso lo incontro con i suoi allievi per qualche falesia e mi piacerebbe dirgli quanto lo ammiri, per quello che ha fatto nella sua vita. Ma poi mi limito ad un timido cenno di saluto. Smile

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 2:18 pm  buzz

Dal volume di Luigi Mario “Con gli scarponi e la corda legata in vita”, copyright Associazione
Buddista Zenshinji, Orvieto 2004


Sul diario, alla fine delle scalate estive sulle Alpi, facevo delle considerazioni sui giorni passati in
montagna. Ora, al termine di un’avventura che non può essersi conclusa nel 1961 potrebbe essere
doveroso fare altrettanto. Ma guardando alla mia vita quegli anni si possono considerare la
preparazione dell’avventura vera, quella vissuta successivamente e che dura ancora.
Quando leggevo le favole ai miei bambini, e l’ho fatto per tanti anni, che sono poi diventati dei
voraci lettori, il momento in cui chiudevo col classico “E vissero felici e contenti”, intanto che si mettevano
sotto le coperte per dormire aggiungevano sempre: “Con la cioccolata sotto i denti”.
Non ho mai indagato il significato delle loro parole, forse era un modo di dire imparato dai
compagni a scuola. Ma non c’è niente di più misterioso di quella apparente certezza del vissero felici e
contenti. Perché è proprio da quel momento che comincia la vita vera, pur se in un mondo fiabesco, per
due giovani appena sposati.

Lo sanno bene quelli che l’hanno fatto nel mondo cosiddetto reale!
Io potrei dire di avere sposato l’ascesi in montagna e successivamente quella ancora più intensa e
mirata del monastero, cercando di realizzare il felici e contenti nel modo succinto di queste ultime pagine.

1962
Via dalla banca alla fine di marzo con 700mila lire di liquidazione. Appena due giorni dopo, senza
sapere l’inglese né il francese, in quattro tappe : Genova, Lione, Parigi, Londra vado da solo in
Inghilterra in Fiat 500.
Due mesi a fare come tutti gli italiani: lavapiatti, ballare il twist e cercare ragazze. Imparato
abbastanza d’inglese e conosciuto il jazz di Dave Brubek da uno spagnolo scappato dal fascismo di
Franco.
Da giugno fino ai primi di settembre l’inizio dell’esperienza triennale al rifugio Franchetti, quando
non c’era la seggiovia e neanche gli alberghi.
Guadagno netto alla fine della stagione lire trentamila.
In autunno vado a Vienna con una ragazza conosciuta a Londra con l’intenzione di andare a
imparare a sciare lavorando in una stazione sciistica austriaca.
Invece dopo una settimana vado allo Stelvio da Pirovano dove già lavorava Maurizio Roveri. La
signora Giuliana mi tiene gratis, lavoricchio e mi mettono nella classe di Leo Zertanna a imparare lo
stem cristiania.
A dicembre stiamo un mese a Cervinia, sempre all’albergo dei Pirovano, dove conosco lo scrittore
Dino Buzzati e Maurizio partecipa all’esame di maestro di sci prendendo una delle ennesime bocciature.
Invece passa Machetto.
Maurizio va al Terminillo per fare il maestro di sci nella scuola appena costituita con un maestro del
nord molto attivo. Frigerio mi dice che cercano una squadra di battipista e di soccorso. Vado e lavoro
con altri quattro di Vazia, un paese poco sotto. Scio tutto l’inverno e comincio a capirci un po’ di più.

1963
Seconda estate al rifugio. Sarebbe come l’altra ma c’è un incontro fondamentale. Una signora venuta
in montagna col marito, vedendo che negli scaffali ci sono dei libri di Krishnamurti, un maestro indiano
dal quale ho appreso molto, mi dice che la cugina è buddista e lo ha conosciuto. Riesco ad incontrarla
appena possibile, è Diana Valentini, una maestra montessoriana in pensione, amica di Maria
Montessori, con la quale ha aperto scuole in molte parti d’Europa. Mi dice che K. è importante ma il
Buddismo è meglio. Mi presta dei libri e vengo a conoscere che ci sono dei maestri giapponesi che
parlano come K. E, a differenza di lui, affermano che si può diventare come loro. Decido che appena
sistemo alcune cose andrò in Giappone a cercarne uno.
L’inverno partecipo a un corso-esame per maestri di sci in Val Gardena, c’è pure Cesare Maestri,
oltre a Maurizio, e ci bocciano tutti e tre.
Però faccio lo stesso il maestro di sci e il gestore degli impianti – due sciovie alimentate dal motore
diesel – ai Prati di Tivo vivendo tutto l’inverno a Pietracamela.

1964
Terza ed ultima estate al rifugio perché decido di lasciare con un anno di anticipo. E’ contento
Alletto, il responsabile sezionale, col quale discutevo spesso.
Agosto e settembre li passo in Pakistan con la spedizione esplorativa della Sucai organizzata con
l’Ismeo nella zona del Ghandara. Cime di 6-7000 metri. Interessante, ma non mi mette voglia di
accettare le successive offerte per andare a scalare in quei posti, o in altri dell’Himalaya.
Un giorno pranziamo con il professore Giuseppe Tucci, all’ambasciata italiana di Kabul, e in India
andiamo al Dharamsala, con Roncoroni e Pinelli, a intervistare il Dalai Lama per la TV.
L’inverno riprovo a fare gli esami, a Courmayeur stavolta, e mi bocciano di nuovo. C’è poca neve e si
scia al colle del Gigante. E’ quando passa Giorgio Bertone, e Albino Alverà, che era il direttore, manda
a casa tre allievi arrivati alla lezione teorica con due minuti di ritardo.
La stagione la facciamo alloggiati principescamente nell’appena costruito Grand Hotel del Parco di
Pescasseroli. Faccio il maestro insieme a Maurizio e di tanto in tanto ci aiuta Roberto Scheda.
Per fortuna c’è neve. Conosciamo un sacco di gente VIP: Pier Paolo Pisolini, che non prendeva
lezioni, e sul campetto insegnava a Ninetto Davoli … Si sta bene, malgrado i personaggi famosi del
cinema e della televisione e scio molto. Mi tocca pure di tracciare, per la prima volta, le gare per i
campionati sonali di sci alpino al posto di Maurizio, che s’è fatto male.

1965
Decido di guadagnare i soldi che servivano a mia madre per comprarsi la tanto desiderata casa e
l’estate vado a fare il cameriere in via Veneto. Il bar è di Giorgio Racchella, un mio allievo di montagna.
Guadagno più che a lavorare in banca per un anno, ma fatico tanto.
L’autunno a sciare da Pirovano e a dicembre, a Cervinia, passo finalmente l’esame.
Vado a raggiungere Maurizio in Canada, dove è riuscito a prendere il titolo di maestro di sci
canadese, nella stazione di mont Sutton nel Vermont. Sto quattro mesi compresa una settimana a New
York. Quando torno la mia famiglia è sistemata nella nuova casa.

1966
Cameriere a via Veneto e maestro di sci al Terminillo.

1967
Cameriere in via Veneto.
In ottobre partenza per il Giappone. Con l’aiuto di Shigeta san, uno scultore amico di un pittore
giapponese che vive a Roma, Tsujimoto san, trovo lavoro nella scuola di sci di Ueki Tsuyoshi un forte
sciatore fuori pista. Ha compiuto delle discese estreme prima ancora degli sciatori europei. Faccio tutto
l’inverno con loro. Frequento il dottor Okada, che ha un centro di Zen a Tokyo e tramite lui conosco
uno dei più importanti maestri di Zen, Kendo e Calligrafia : Omori Soghen roshi.

1968
Torno in Italia dopo sei mesi, per scadenza del visto, insieme a Ueki e una troupe televisiva per
scalare e scendere il Monte Bianco con gli sci.
Non ci sono mai stato in cima e dovrei fare la guida di Ueki, in salita soprattutto.
A Courmayeur chiedo notizie a Toni Gobbi della parete nord, quella che dà sui Grands Mulets e dice
che non l’ha ancora fatte nessun italiano. Solo tre cordate francesi fra cui Terray e Lachenal per primi.
Io decido di farla pure in salita, così vedo com’è, invece che andare dalla cresta della normale. Saliamo
con gli sci da discesa, con gli attacchi fissi. Arriviamo in cima bene ma quando si tratta di scendere
viene il temporale e la nebbia. Non si può filmare e ci andiamo di nuovo tre giorni dopo ma solo fino
alla Vallot.
L’estate mi faccio qualche altro mese a via Veneto. Con Mattioli compriamo Scaramuccia a Orvieto.
In autunno torno in Giappone in treno. Hanno già proiettato il film in TV ed ha avuto successo e
pure io adesso sono conosciuto, a torto, come un grande sciatore italiano, prima che Gustavo Thoeni
vinca alle Olimpiadi di Sapporo.
Tramite Omori roshi entro nel monastero Shofukuji a Kobe diretto da Yamada Mumon roshi. E
faccio la vita di novizio insieme ai circa quaranta monaci che vi risiedono.
Durante le vacanze di capodanno faccio il maestro di sci per un mese, perché al monastero d’è una
pausa.

1969
Monastero giapponese.

1970
In Italia per il visto.
Divento guida partecipando al corso a Chiareggio in Valtellina.
Monastero giapponese.

1971
Divento monaco l’8 aprile e ricevo il nome buddista Engaku Taino.

1971
Per un anno faccio il servitore personale di Mumon roshi. Probabilmente il primo straniero al
mondo in un monastero tradizionale.

1973
All’ambasciata italiana di Tokyo mi sposo con Kikoya. Fa parte del gruppo di ragazzi conosciuti
andando ad arrampicare sulle pareti vicino al monastero nelle poche ore che potevo uscire ogni dieci
giorni. In agosto torno definitivamente in Italia con lei.
Ma in ottobre ritorno nel monastero per una settimana per far girare a Folco Quilici un episodio del
film “Il dio sotto la pelle”, che firma insieme a Carlo Alberto Pinelli.
Inverno a fare il maestro di sci al Terminillo.
In dicembre, unico italiano e invitato da Paul Arnold quale rappresentante dello Zen Rinzai,
partecipo al primo convegno buddista europeo che si tiene a Parigi. Si costituisce l’Unione Buddista
Europea con P. Arnold come presidente.

1974
A marzo muore mio padre e il 2 maggio nasce Lea al San Giovanni, dove sono nato io.
Viviamo nella casa diroccata a Scaramuccia.
A giugno faccio l’istruttore al corso nazionale aspiranti guida fra il Fedaia e Misurina. Vado con tutta
la famiglia, come farò finché i figli saranno piccoli, guardato strano dagli altri istruttori per questo
comportamento per me tanto naturale. Ci sono grandi guide fra gli istruttori e alcune ne verranno fra
quelli che fanno gli allievi. Non dico i nomi altrimenti potrei dimenticarne qualcuno. Inizia il lavoro per
cambiare il Consorzio lavorando su una bozza di statuto.
Partono i lavori per ristrutturare la casa.
Appena tornato dal Giappone è iniziato l’insegnamento della meditazione costituendo un centro a
Roma e praticando nella casa ancora diroccata.

1975
In aprile ci consegnano la casa alla quale ho lavorato come manovale insieme ai muratori.
Ovviamente non abbiamo una lira e l’estate faccio due mesi come cameriere in via Veneto, ma
economicamente non è una bella stagione.
Faccio pure il coltivatore diretto lavorando come posso i terreni e curando una vigna di circa due
ettari. Intanto alcuni allievi sono venuti a vivere a Scaramuccia che cominciamo a chiamare
“monastero”.
In un convegno di guide al Fedaia viene costituita la prima Commissione Tecnica di cui entro a far
parte insieme a tutte guide di prestigio: Cosson, De Tomasi, Platter (presidente), Negri, Malsiner e
Molin. Io faccio il segretario.

1976
Il 3 luglio nasce Alvise all’ospedale di Orvieto.
In settembre istruttore al corso nazionale aspiranti guide a San Martino di Castrozza e Fedaia. Viene
ovviamente tutta la famiglia, ma stavolta abbiamo una R6 850. Un bel corso, tantissimi allievi e qualche
arrabbiatura di troppo dovuta a esagerate rigidità degli istruttori.

1977
In settembre istruttore al corso guide e aspiranti al rifugio Zamboni Zappa a Macugnaga. Ventuno
giorni a 2500 metri in mezzo a un ghiacciaio con tutta la famiglia. Stiamo in una stanzetta coi letti a
castello mentre Lea e Alvise mettono i denti. Fra gli allievi ci sono i sassisti della Val di Mello con i quali
vado a fare passaggi sui massi che ci sono intorno. Mi pare che con gli scarponi si facciano le stesse
cose che fanno loro con le scarpette. Ce la metto tutta per far accettare dagli altri istruttori la loro
giovanile stravaganza. Carlo Platter ha un incidente di auto e perde l’uso delle gambe.

1978
Come CT viene proposto Giorgio Germagnoli quale presidente della AGAI che si va a costituire,
staccando le guide dalla sottocommissione CAI.
Al CAI di Roma c’è una eccedenza di iscrizioni al proprio corso di roccia e Pinelli li fa indirizzare alla
mia scuola. E’ l’inizio regolare di corsi primaverili tenuti con il mio stile: bivacchi all’aperto, esercizi di
yoga e di taici, di respirazione e di rilassamento, allievi che già alla terza giornata scalano normalmente
da capocordata. E gli allievi anziani che collaborano all’insegnamento. Alcuni allievi di questi primi corsi
diventeranno a loro volta guide alpine e istruttori delle guide.
Con tutta la famiglia, compresa mia madre, stiamo in Giappone per tre settimane ospiti di Mumon
roshi a Myoschinji, di cui è diventato rancho san.

1979
Primo corso nazionale, che dopo una selezione si svolge in tre periodi distinti : scialpinismo, roccia e
alta montagna. Sono direttore della CT e dei corsi ma svolgo pure le funzioni di istruttore e segretario.
Ci sono pochi soldi!
Con la scuola della montagna andiamo in campeggio a Courmayeur. Ci sono dodici partecipanti e
facciamo le seguenti salite con allievi che sono tutti alla loro prima esperienza in montagna, ma il tempo
è sempre bello: aig. Croux, nord Tour Ronde, Preuss aig. Savoie, sud del Dente, canale Gervasutti
Tacul, cresta sud aig. Noire.

1980 – 1985
Direttore dei Corsi Nazionali e della CT mi dimetto dalle mie cariche verso l’85 indicando Cesa
Bianchi come successore. Faccio l’istruttore per qualche altro anno. Ho sempre provato a comunicare
ai partecipanti ai corsi l’importanza dello yoga e del taici e scrivo un testo per la CT. Intensifico la
frequenza dei miei corsi: settimane di sci all’Abetone e a Chamonix, settimane di alta montagna a
Chamonix, corsi di arrampicata.
Riprendo a studiare nel ’77 e conseguo la maturità come privatista. M’iscrivo a filosofia a Roma e mi
laureo a Padova con Giangiorgio Pasqualotto nel 1985.

1986 – 2001
Partecipo alla prima gara di arrampicata ad Arco
arrivando fra i penultimi. Una bella esperienza da
cui imparo molto. Per alcuni anni sono il
responsabile dell’arrampicata nell’AGAI. Partecipo
come istruttore ai primi due corsi IAL del CAI. Ma
lascio tutto per varie incomprensioni: ho il difetto di
essere sempre troppo un anticipo sugli altri!
Insieme a un allievo di Terni, Luciano Santi,
inizio l’attrezzatura delle falesie di Ferentillo, che
sono a 100 km da Scaramuccia. Per la prima volta
in Italia si utilizza il contributo dell’amministrazione
comunale e si mette a disposizione degli
arrampicatori tutto il materiale per attrezzare le vie,
compreso il trapano. Per un periodo, agli studenti,
viene pagata da Romeo Ciuffolotti, proprietario di
un ristorante, la cifra di 20 mila lire per ogni via
attrezzata. Inoltre le fotocopie con l’elenco delle
vie, continuamente aggiornate, vengono regalate ai
frequentatori. Ancora, per la prima volta, le vie
facili vengono chiodate vicine per permettere a tutti
di andare da capocordata.
Lea vince il primo campionato italiano juniores
di arrampicata a Torino e Alvise sale il suo primo 7c
a 13 anni, per la prima volta in Italia. Partecipano ai
campionati mondiali a Basilea e ad altre gare
internazionali. Attrezzano le loro prime vie nell’86,
quando hanno rispettivamente 12 e 10 anni.

A Scaramuccia vengono costruiti due edifici per la pratica della meditazione con il contributo dei
frequentatori che sono, nel 2001, una media di 30-40 a ogni seminario mensile.
Si costituiscono centri di meditazione in molte città, comprese Tampere (Finlandia) e Graz
(Austria). Visito i gruppi italiani almeno due volte l’anno.

C’è un sito internet http://www.zenshinji.org/home/ nel quale si possono avere tutte le informazioni e
partecipare al forum sulla montagna e sulla pratica meditativa.
Sono stati pubblicati alcuni libri e molte raccolte d’insegnamento.
Continuo a tenere corsi di Taici, ad andare in montagna con gli allievi e con la famiglia, compresa
una settimana di sci a Chamonix per mantenere il gusto di scivolare liberamente fuori pista.
Scaramuccia, ora Tempio Buddista Zenshin, è tra i fondatori dell’UBI, Unione Buddista Italiana,
riconosciuta dallo Stato con il quale ha stabilito l’intesa stabilita dalla Costituzione italiana.
Dalla Scuola della Montagna sono ormai stati abilitati una ventina di maestri di arrampicamento e di
scivolamento. Nelle proprie città hanno costituito autonome associazioni per mezzo delle quali
diffondere l’insegnamento di Scaramuccia per mezzo delle arti della montagna.
Così come già fanno da alcuni anni la schiera di maestre/i di Yoga e di Taici diplomate/i a
Scaramuccia.
E nell’aprile del 2001, trent’anni dopo la mia ordinazione religiosa, ventidue discepole/i sono
diventate/i monache/i e hanno ricevuto il nome buddista.
Ognuna/o di esse/i libera/o di portare l’insegnamento dovunque a proprio piacimento.

Ultima modifica di Buzz il Lun Mag 07, 2012 7:59 am, modificato 1 volta

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 2:23 pm  buzz

Gigi Mario ad Arrampicarnia

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 7:07 pm  Davide62

Gran bel personaggio!
Grazie Buzz

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 7:12 pm  Drugo Lebowsky

Buzz ha scritto:Gigi Mario ad Arrampicarnia

metti anche l'anno... Rolling Eyes

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Messaggio il Dom Mag 06, 2012 8:42 pm  AndreaVe

Un intero capitolo de I conquistatori del Gran Sasso di Marco dell'Omo è dedicato a lui:

...
Da allora [1973] Gigi ha preso il brevetto di guida alpina e si è trasferito in un casolare vicino a Orvieto, si dedica all'insegnamento del buddismo e dell'alpinismo alternando scalate, yoga e tai chi.
Lo si può incontrare in pantaloncini corti sotto una parete di Ferentillo, la falesia da lui scoperta e attrezzata, o nella casa di Scaramuccia, ieratico nel suo kimono nero mentre dà lezioni di spiritualità ai suoi discepoli. Il suo buddismo è un po' sui generis, che parla di illuminazione e di vie di montagna, e le sedute di meditazione possono finire anche con una mangiata di salsicce intorno a un falò. Che cosa ne penserebbe il principe Siddharta di questa commistione che, ancora una volta, fa storcere il naso ai puristi? Gigi porta sempre gli occhiali e continua a ripetere che la vita è un gioco dove ciascuno deve recitare al meglio la sua parte. Sostiene che il paradiso, se esiste, è qui in terra, e non in un tempo e in uno spazio lontani.
...

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 8:02 am  buzz

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 9:11 am  buzz

Dal volume di Luigi Mario “Con gli scarponi e la corda legata in vita”, copyright Associazione
Buddista Zenshinji, Orvieto 2004


PRIMA DELLA MONTAGNA
… Ufficialmente sono entrato nel mondo della montagna iscrivendomi al CAI nel ’54 influenzato da
due avvenimenti.
… L’altro episodio importante fu il raduno nazionale degli alpini. Per la prima volta potevo vedere
dei veri scalatori : si arrampicavano in cima al Colosseo e scendevano saltellando e scorrendo lungo le
corde!
Qualche giorno dopo la manifestazione andai in bicicletta con un amico a vedere da vicino il punto
in cui erano saliti, dove erano stati piantati i chiodi da roccia : volevo andare a toccarli!
Ero già salito sette otto metri, il mio amico era rimasto sotto a guardarmi.
A un certo punto sentii chiamarmi e vidi che c’era un vigile in bicicletta, una di quelle Bianchi nere e
robuste d’una volta.
Le parole che mi rivolse le ricordo perfettamente, ce le ripetemmo chissà quante volte col mio amico:
“A ragazzì, scenni giù che qui sotto mica ce sta er buro”.
E’ una frase che m’è ritornata in mente tante volte, quando la paura di cadere m’ha fatto desiderare
che ci fosse davvero il burro sotto di me.

LE SCALATE CON GIORGIO SCHANZER
Sono molto grato a Giorgio Schanzer per le mie prime scalate importanti.
Inoltre mi ha dato la possibilità di arrampicare con Paolo Consiglio, a quel tempo guru della Sucai,
oltre che fondatore insieme a Marino Dall’Oglio della scuola di alpinismo.
A bordo della Lancia Aprilia di Giorgio, l’estate del ’56, con Paolo e Carlo Bolatti, andammo a
raddrizzare la mitica diretta Consiglio sulla Est della Occidentale : la prima via di sesto grado del Gran
Sasso, Paolo capocordata e noi tutti dietro.
Poi una settimana dopo le Fiamme di Pietra, io legato a Paolo e Giorgio con Bolatti.
Prima salimmo il Camino Bafile e mi fece andare alternato. Dopo, la bellissima diretta Consiglio, che
qualcuno chiama Mario/Consiglio, ma è andato avanti lui.
… Ma i giorni successivi, quando andai a scalare soltanto con Giorgio, furono i più importanti, per
tre episodi fondamentali della mia vita alpinistica.
Era agosto, tutti ormai stavano sulle Alpi e noi gli unici rimasti a Roma.
…. La settimana dopo, o forse quella prima di Gaeta (1956, ndr), ci fu per noi un’altra piccola impresa,
una salita che contribuì a farmi prendere coscienza delle mie possibilità.

Andammo al Gran Sasso per salire la via dei Pulpiti sulla parete Nord della Vetta Centrale.
La prima ripetizione doveva essere stata già fatta da qualcuno di Roma. Ma i tempi che arrampicavo
con Giorgio non scrivevo ancora il diario. A scrivere su “le ore in montagna” lo imparai da Silvio
Iovane, il quale era meticolosissimo.
E così su alcuni punti non sono preciso. Però che avessimo fatto una bella salita me lo disse proprio
Giorgio, che era più addentro di me alla cronaca arrampicatoria, quando uscimmo dalla via : “Con questa
salita sei entrato nella storia del Gran Sasso!”.
E’ una via di Giancola, un fuoriclasse abruzzese di prima della guerra. Di quelli che forse non
sapevano che erano stati inventati dei pezzi di ferro con un anello per passarci la corda di assicurazione al
capocordata, perché non li usava mai. Penso che sulla via non ci fosse neanche un chiodo. Inoltre si era
davvero soli e lontani da tutto.

(foto mia)

Partimmo da Pietracamela molto presto, come sempre, e tornammo a Roma verso le tre di notte.
A mia madre non dissi di essere entrato nella storia del Gran Sasso. Era troppo preoccupata che non
svegliassi i miei fratelli: in due stanzette dormivamo in otto! Poi alle sette dovevo alzarmi per andare a
lavorare.


GRAN SASSO
Dopo il Morra è stata la montagna fondamentale per la mia maturazione alpinistica, così come per
molti alpinisti delle città che lo contornano: L’Aquila, Teramo, Ascoli. E non sarebbe stato possibile
andare a scalare sulle Alpi se non ci fossimo allenati sulle sue pareti di calcare durante l’estate e sulle
creste e i canali d’inverno.
L’inizio del mio secondo dei quattro quaderni di diario, che il primo non so che fine ha fatto, avente
per titolo Ore in montagna, è tutto sul Gran Sasso, quasi di preparazione alla stagione di scalate sulle
Dolomiti.

“Domenica 7 luglio ’57 Gran Sasso.
Il venerdì ci si vede al CAI. C’è diversa gente che va al Gran Sasso: Silvio con Enrico … Da martedì sono d’accordo
con Francesco – uno dei soci più giovani col quale avrei dovuto scalare in Dolomiti e che alla fine m’ha
lasciato da solo – per andare anche noi, ma all’ultimo mi avverte che non può venire. Decido di andare con Franco
Alletto in macchina; l’occasione di provare la moto non è ancora giunta.

Arriviamo verso le 21 a Pietracamela, Franco e io sulla 600 e Dado con Dupré e Bruno Gradi su un’altra 600. A
cena decidiamo la salita e l’ora della sveglia. Noi andiamo a fare la 1° ripetizione della via a destra della Crepa …
Sveglia alle 3,15. Siamo al piazzale alle 4 … Il tempo è bello e fa molto caldo. Dopo essermi fermato tre volte per
diarrea, forse causata da due bicchieri di latte gelato bevuto a Rieti, alle 8 attacchiamo la salita. Ci dividiamo il materiale
e attacca Franco. Si ferma sotto la dulfer che è il punto più difficile della salita e mi fa salire. In principio a causa del
sacco, del caldo e poi è la prima tirata, mi sento un poco moscio. Al terrazzino lascio il sacco e parto superando
abbastanza veloce la tirata di una trentina di metri : bella – forse c’era un solo chiodo -. Continuiamo alternandoci
fino al tratto in artificiale che capita a me di fare da primo. Lo supero facilmente e velocemente : lo credevo più difficile.
Usciamo sulla cresta dopo aver impiegato circa 4.30 ore …

Ai Prati di Tivo c’è una moltitudine di gente che non capisce niente, perché ci prendono un poco in giro. Incontriamo
Silvio, Enrico e D’Angelo. Silvio è contento della ripetizione della sua via …
A Rieti mangiamo un gelato e poi diritti a Roma dove arriviamo verso le 23.30.

In principio, all’andata, ero contento di andare al Gran Sasso in quel modo: in auto e con Franco Alletto. Poi mi sono
accorto che Franco non è quell’orso dipintomi da tutti, anzi si sta molto bene insieme. Non si assume arie di superiorità e
di comando ma si consiglia sempre prima di fare qualcosa e se il consiglio è giusto lo mette in atto. Pensavo poi che in auto
in due avremmo speso tantissimo e invece no.
Al ritorno ero soddisfatto della giornata.

Le pagine del mio diario riportano brevi ritratti dei compagni di scalate e così pure dei giudizi. Ma io,
egoisticamente, ero più attento al risultato alpinistico che mi permettevano di raggiungere le persone
con cui andavo. In più, come ho detto, forse perché lavorando avevo ugualmente pochi soldi, che lo
stipendio lo consegnavo tutto a mia madre, e soprattutto contagiato dall’ambiente del CAI così attento al
denaro, mi preoccupavo soverchiamente delle spese.
Con Franco sarei andato con piacere la settimana successiva e per alcuni anni siamo stati insieme
istruttori nella scuola di alpinismo, ma ci furono momenti di scontro, soprattutto quando io ero gestore
del Franchetti e lui responsabile della sezione.

“Domenica 14 luglio Gran Sasso.
Non so come, ma a un certo momento della settimana, dopo aver avuto la solita risposta da Francesco, mi sono trovato
impegnato con Enrico per andare a fare la via di Silvio al Monolito – Cravino-D’Angelo-Iovane -. Poi si è aggiunto
anche Franco Alletto. Siamo andati in auto, c’era anche Bruno Gradi, partendo alle 15 circa da casa di Franco. A Rieti
incontriamo Dado, Chiaretta, Cravino e Massini, i quali vogliono fare la cresta nord della Orientale. Mangiamo un
gelato e compriamo due cocomeri.

… I quattro della cresta Nord si alzano alle 2. Noi dovremmo alle 3.30 ma sono le 4 a causa della sveglia. Ai Prati,
prima di iniziare a salire nascondiamo il cocomero nel torrente per farlo mantenere fresco e mangiarlo al ritorno …
Franco fa la fessura di 5°, che si potrebbe benissimo fare un attacco più semplice, e arriva su un buon terrazzino
costituito da un enorme scaglione. La tirata seguente, data di A2 e 5° sup vado io ma la fo tutta in libera. Impiego circa
20 minuti e arrivo su un placcane inclinato dove c’è un chiodo di sosta. Tiro su i sacchi e poi dopo un’ora circa vedo
comparire Enrico, il quale è dovuto montare su Franco per fare il passaggio iniziale. Franco arriva velocemente e appena
vede la tirata che segue, la più difficile, che si era stabilito facessi io, dice che la vuole fare lui. Dopo 1.45 ore e aver usato
nove staffe esce dai 20 metri duri con tutti chiodi già piantati. Io salgo ultimo e tolgo tutti i chiodi, come m’ha detto
Silvio, meno tre e anche se la tirata m’è parsa difficile, l’ultimo passo in libera dato 6° non mi è sembrato di questa
difficoltà … Scendiamo per il sentiero del bosco e ci perdiamo … Arrivati sul piazzale posiamo gli zaini e di corsa
andiamo a prendere il cocomero che mangiamo e beviamo con molta avidità …

Se si poteva lasciare un cocomero nel torrente significa che c’era ancora un torrente, e soprattutto
che non c’era gente e neanche le costruzioni che sarebbero sorte negli anni settanta. Infatti si dormiva a
Pietracamela, in uno dei due alberghetti, e successivamente nelle vecchie case che ci prestavano alcuni
amici, soprattutto Narducci, e si arrivava ai Prati di Tivo per sei km di strada bianca.

Al principio della stagione, mentre facevo i programmi di allenamento – (?) -, non prevedevo di fare il Monolito
neanche tornato dalle Dolomiti. Invece mi sono trovato, alla seconda salita dell’estate, a fare una via di 5° sup con del 6°.
Se domenica prossima la funivia di Assergi andrà, voglio fare la via di Consiglio sulla est della Occidentale. Dopo due
domeniche di due prime ripetizioni difficili sarà la prima ripetizione della via integrale.

Domenica 21 luglio Gran Sasso.
Parto alle 16.20 del sabato con Pieruccini perché Francesco, pur avendo finito gli esami, non può venire. La moto
procede bene ma al secondo tornante di Antrodoco ci troviamo per terra senza accorgercene. Arrivano due in moto e ci
chiedono se andiamo al Gran Sasso e con questi continuiamo fino alla funivia … Al rifugio Duca degli Abruzzi mangio
abbondantemente perché i romani della moto hanno portato un vagone di roba che ci offrono molto gentilmente. Ci sveglia
don Norese alle 3,30 e dopo mangiato usciamo dal rifugio alle 5 per andare alla via di Silvio e Cravino sullo spigolo del
Corno grande … Dopo tre ore dall’attacco siamo in cima – prima ripetizione -. Firmiamo il libro e di corsa
scendiamo alla sella dei Due Corni passando dal ghiacciaio. Da Pietracamela arrivano Fernando, Muzzi – col quale
saremmo diventati amici ai tempi del Franchetti, sfruttando ampiamente la sua bravura di dentista –
Lucchesi ed una ragazza di nome Ornella con altri due. Luigi non ha voglia di fare altro e perciò dico a Fernando di
andare a fare la Gervasutti. Accetta e si fa prestare gli scarponi dalla ragazza perché è arrivato su con le scarpe da tennis

… Comincia la tirata difficile, trovo un chiodo a cui mi aggancio con 3 moschettoni, per diminuire l’angolo della corda in
caso di volo, e supero il passaggio abbastanza velocemente … scendiamo lungo la cresta sulla normale dove troviamo gli
amici di Fernando con i quali arriviamo all’attacco della via dei Triestini e facciamo pure quella in quaranta minuti.
Torniamo alla sella, e poi percorrendo il sentiero Brizio dopo un’ora e mezza siamo al rifugio che troviamo già pulito. In
fretta siamo giù all’albergo, e don Norese appena arriviamo noi celebra la Messa nella cappelletta e poi riusciamo a
scendere subito con la funivia. Troviamo Massimo Alvaro col quale andiamo a bere una birra gentilmente offerta da
Norese. Alle 18.10 partiamo e incomincia la pioggia che fino a Roma non ci abbandonerà. Fino a Rieti va tutto bene
perché ci si vede ma dopo cominciano i guai perché la batteria è scarica e non regge più della luce di città. Ho gli occhiali
annebbiati, la strada è bagnata e non funziona la luce: allora ho anche molta paura. Riusciamo ad arrivare a Roma e
guardo l’ora : sono le 22.30. Concludendo, la prova è stata nettamente positiva per quanto riguarda la moto e per me se si
toglie un poco di fastidio alle natiche e ai reni.
Con le motociclette m’accontentavo facilmente!

Sicuramente m’ero preparato bene per le Dolomiti perché avevo scalato quelli che erano ritenuti i
passaggi più difficili del Gran Sasso, compreso il 6° della Gervasutti, con una certa tranquillità. E poi si
camminava tanto e soprattutto si stava in giro tanto tempo. Compreso il tragitto fra Roma e la funivia,
adesso con l’autostrada si fa in meno di un’ora, ci mettevamo quasi cinque ore. Per fortuna avevo solo
un poco di fastidio alle natiche e ai reni …
E Fernando Di Filippo, con il quale quando gestivo il rifugio Fianchetti feci due vie nuove nello
stesso giorno, che si leva le scarpe da tennis, ancora soltanto le Superga, e mette gli scarponi per il
calcare liscio delle Fiamme di Pietra?




GRAN SASSO – IL PILASTRO DEL PARETONE

Negli anni cinquanta sul Gran Sasso c’era da risolvere il problema del Paretone, la parete est della
vetta Orientale, quella che si vede dal mare Adriatico e che si innalza per 1500 metri sopra i boschi. Con
grande coraggio e intuizione era già stata salita da Iannetta e poi da Sivitilli negli anni prima della guerra.
A noi interessava salire i cinquecento metri dei Pilastri che si staccano dalla farfalla, una grande macchia
gialla caratteristica, sopra la metà della parete. Eravamo già stati altre volte a vederla e finalmente nel ’58
riuscii a salirla con Silvio.

Domenica 11 maggio ’58 Gran Sasso
Andiamo al Paretone : Silvio, Emilio ed io. Obiettivo: la via Iannetta.
Si parte in sidecar e alle 15 siamo sulla Salaria. Viaggiamo da circa un’ora quando la moto grippa. Le cause sono da
attribuire senz’altro al carico, al caldo e al fatto che abbiamo abbassato l’ago del carburatore. – Silvio armeggiava
sempre sul carburatore. Penso che se fosse riuscito a fare cento km con un litro non gli sarebbe ancora
bastato –. Procediamo per altri 30 km molto piano quando incontriamo Franco Alletto e Massimo Cesano in 600 che
vanno a sciare a Campo Imperatore. Si caricano Emilio. Prima di Rieti ci fanno una multa di 1000 lire per le marmitte
rumorose. Ad Antrodoco mettiamo a posto il carburatore e al bivio dell’Aquila carichiamo Emilio. Verso le 21 siamo a
Montorio. Ceniamo da Totò poi via per Fano a Corno dove giungiamo alle 22, non c’era ancora la strada fino a Casale
San Nicola. Il figlio di Di Sabbatino ci fa dormire in un fienile in cui dormo molto bene pure se poco. Infatti alle 2.30 ci
svegliamo e alle 3.30 molto insonnoliti ci dirigiamo verso l’immane parete. Fa molto caldo. Procediamo con calma. Sono
molto contento di essere di nuovo in questo posto così bello. Tutto è verde ma di un verde molto vivo e diverso dagli altri
alberi. Sono le 8 meno un quarto quando arriviamo al Forcellino. Mangiamo e alle 8.20 ripartiamo legati, ma senza
assicurarci. In principio dove è facile Emilio va solo un poco più piano di noi, ma più si sale e più rallenta la sua
andatura, tanto che impieghiamo circa 3 ore per arrivare ai terrazzoni. La neve non è buona e ogni tanto da sopra la
Farfalla viene qualche scarica di sassi. Nessuno di noi ritiene opportuno continuare, io insisto e mi faccio voglia per
andare. Saliamo altri 100 m., ma poi scendiamo. La discesa avviene con molta calma e ogni tanto ci fermiamo a rimirare
il Paretone. Arrivati alla Chiesetta uccidiamo una vipera. A Fano ci mettiamo a lavare i piedi con un nugolo di
ragazzini intorno. Infine verso le 17 partiamo. Mangiamo di nuovo a Montorio e alle 20 partiamo da lì per Roma dove
arriviamo alle 3 completamente tonti di sonno.

1.2.3.4.5. Giugno ’58 Gran Sasso
Sabato 31. Questa volta il “Paretone” dovrà cedere. Siamo decisi a starci sopra 5 giorni pur di farlo. Quando alle
14.30 partiamo da casa mia abbiamo 4 zaini … Prima di andare a dormire nel solito fienile prepariamo gli zaini nella
casa di Di Sabbatino. Uno, con tutto il materiale, lo dovrebbe portare il portatore ma Di Sabbatino dice che è troppo
pesante per un uomo e che è meglio andare con il mulo. Andiamo a dormire sperando di essere svegliati verso le 8 dal
portatore col mulo.

Domenica 1. Sono le 6 e già partiamo con Giuseppe, il figlio di Di Sabbatino, e il mulo. Salgo anch’io sopra
l’animale che va velocemente. Prima della chiesetta sale Silvio. Quando inizia la salita ripida scendiamo dal mulo che
arriva 100 metri sotto il forcellino. Giuseppe ci aiuta fino alla forcella, sta un poco e poi di corsa scende lasciandoci pensosi
sulle prossime ore che trascorreremo soli sulla grande parete. Stiamo ancora un poco sdraiati, dividiamo gli zaini che
pesano complessivamente sui 40 kg e poi, avvolti dalla nebbia, iniziamo lentamente la salita. Fatti 100 metri, dopo aver
superato un nevaio pensile sull’erba, sentiamo un rombo e vediamo partire tutto il nevaio. M’impressiona molto. Siamo
slegati.

Al muro di terra ci leghiamo. Lo faccio da primo. Mi parte un piede ma riesco a tenermi. Silvio viene velocemente.
Al sasso quadrato ci fermiamo, poi proseguiamo sempre nella nebbia. Mi sento un peso nella pancia per il silenzio e il
chiuso della nebbia. Spesso si sentono colpi di mine che fanno rimbombare la parete. Arriviamo alle rocce bianche -
ormai conosciute come M2, dove M sta per merdaio , per distinguerle dall’M1 che è il muro di terra
prima dei terrazzoni – ma data la poca visibilità e la possibilità di trovare coperta di neve la grotta in cui contiamo di
bivaccare, il tutto aggiunto al peso dello zaino – ora non è che io pesi tanto di più ma a quei tempi pesavo
forse 60 kg – e al peso sullo stomaco, decidiamo di tornare al masso per bivaccare lì. Mangiamo qualcosa e poi ci diamo
da fare per costruire un muretto. Verso le 16 c’è una schiarita e andiamo di corsa a sgamare l’attacco.

Decidiamo di attaccare a destra del diedro dove finisce la Farfalla, quello che avevamo salito un po’ la volta che siamo andati con Poldo Marazzani. Torniamo contenti al bivacco e cominciamo a preparare da mangiare … E’ sorta una luna ciclopica che però
sovente viene coperta dalla nebbia. Prima di infilarci nei sacchi piuma facciamo i segnali con la lampada a quelli di Fano.

Lunedì 2. Verso le 5, dopo aver dormito bene, mi sveglio e alle 6 circa ci alziamo. C’è sole a una debolezza infinita
mi abbatte. Cerco di mangiare qualcosa mentre Silvio prepara la zaino. Sono passate le 9 quando lasciamo il bivacco.
Nell’attraversare le rocce bianche una scarica di sassi serve a farmi morire di strizza. Dopo le 10 sono alla crepaccia
terminale all’attacco della via. Fermo con le mani una leggera scivolata di Silvio il quale attacca subito con difficoltà.
Anche nella seguente fatta da me c’è del greve e poi si va per diverse tirate tutte sul 4° e forse pure 3° di corsa, finché
siamo sulla cengia da cui s’innalzano i Pilastri. La percorriamo, io con un po’ d’impressione del vuoto, fino al Pilastro
2°. L’arrampicata di questa parete è molto bella ed esposta. Si gode il panorama della pianura distesa a 2000 metri sotto
fino al mare. Alle 16 siamo sulla cresta e alle 16.30 in cima. Stretta di mano e respiro di sollievo per esserci tolto il peso
del Paretone. Pensiamo che non dovremo più preoccuparci perché ormai lo abbiamo fatto. Il Corno Piccolo è un’appendice e
ci sembra il Morra. In giro nessun alpinista.

Sarebbe bastato scendere per la via Iannetta e tornare al bivacco in meno di due ore. Invece, non
ricordo perché, non solo non siamo scesi per la via più logica ma arrivati alla Madonnina, invece di
andare a destra e tornare a Casale S. Nicola e poi Fano a Corno, siamo andati ai Prati di Tivo! E tornare
da Pietracamela a Fano e poi risalire fino al bivacco lo ricordo ancora come un calvario.

… col pullman di linea arriviamo a Montorio. Beviamo del latte e con la corriera arriviamo a Isola. Fa caldissimo e
nessuno si dirige a Fano. Andiamo a piedi avendo di fronte la parete così alta e lontana e su cui dovremo risalire per
prendere la roba lasciata. C’è un forte desiderio di lasciare tutto e di tornare fra qualche giorno. Abbiamo in mano una
borraccia piena e ogni tanto beviamo, mentre in ogni ruscello immergiamo i capelli. A Fano prendiamo la moto per andare
fino a Casale e di lì è un calvario (!) fino al masso quadrato dove arriviamo alle 13 circa. Mangiamo qualcosa e
scendiamo subito perché minaccia di piovere. Il muro di terra ci impegna molto. A Fano cambiamo i calzoni e lasciamo
1000 lire per Giuseppe (ne lasceremmo di più ma non le abbiamo) …

E pure qui, invece di tornarcene a casa dritti dritti andammo dalla parte opposta, per incontrare gli
alpinisti di Ascoli con i quali avevamo stabilito una bella amicizia. Erano tutti giovani come noi,
qualcuno di loro, Maurizio Calibani, Claudio Perini e Pinetta Teodori avevano studiato all’università di
Roma ed erano stati allievi ai corsi della Sucai. E in conflitto col CAI della loro città avevano costituito
il Gruppo Alpinisti Piceni.
E ancora, per tornare da Ascoli, invece d’imboccare la Salaria che va dritta a Roma, andammo verso
la Maiella, facendoci un bagno dopo Pescara. E poi passando sotto le pareti ancora sconosciute che
negli anni ’80 sarebbero diventate alcune fra le più belle falesie di arrampicata: Roccamorice,
Pizzoferrato, Pennapiedimonte, Pietrasecca … Ma chi pensava a quel tempo a scalare quelle pareti lisce
e strapiombanti senza fessure.
Un mese dopo provammo a salire un altro dei Pilastri del Paretone:

5.6.7 Luglio Gran Sasso 50° rif. Duca degli Abruzzi.
Ci è venuta voglia di andare a fare il 3° pilastro della Orientale. Partiamo prestissimo in moto così da prendere la
funivia speciale delle 8 con Pettinati e il presidente generale del CAI Ardenti Morini. Quando arriviamo la corsa è ormai
fatta ma riescono a farsene fare un’altra. Andiamo su con loro. Ardenti Morini è molto cordiale e ci chiede cosa andiamo
a scalare … Dal rifugio accendiamo i fuochi artificiali e poi a nanna.

Sveglia alle 3.30. Colazione e partenza con Emilio Caruso e Giorgio Antonucci che vanno alla Chiaraviglio.
Arriviamo sull’anticima dell’Orientale. Lasciamo alcune cose e scendiamo la Jannetta. Attraversiamo il canale di neve
molto ripido e ci fermiamo sotto il pilastro. A Silvio è passata la voglia di salire. Vado su per 30 metri e riscendo fra
l’erba e la roccia mobile. Torniamo e nell’attraversare il nevaio parte un sasso che colpisce Silvio su un braccio. Riesce
fortunatamente a fermarsi da sé. Il braccio gli fa male. Torniamo sull’anticima. Si vedono vagoni di persone sulle vette del
Gran Sasso. Scendiamo alla sella dei Due Corni e troviamo alcuni ascolani. Io e Silvio facciamo slegati la Chiaraviglio
per vedere se ci sono gli altri. Arrivano poco dopo. Ci sono pure Dupré e Massini che hanno fatto la via delle Spalle.
Stiamo un poco con loro in vetta e poi scendiamo per la Danesi. Torniamo al rifugio dove dormiamo. La mattina alle 8
scendiamo e incontriamo Datti – il conte Datti, presidente del Cai Roma, che nel ’62 m’avrebbe offerto di
gestire il rifugio Franchetti appena costruito – che è molto soddisfatto della manifestazione.

Nel 1962, durante il mio primo anno al Franchetti, a Carlo Leone, un forte alpinista dell’Aquila,
successe più o meno come a Silvio nel canalone Jannetta. Però Carlo scivolò lungo il nevaio ed ebbe la
fortuna di fermarsi contro la crepaccia terminale. Si spaccò soltanto un femore. Era solo e lo
individuammo dopo due giorni. In una diecina di soccorritori riuscimmo a scenderlo in barella per i
più di mille metri della via Jannetta, bivaccando sotto un temporale. Con Giancarlo Dolfi piantavamo i
chiodi sui quali, per mezzo del freno moschettone, calavamo la barella e le persone appese a dirigerla.
Se ripenso a quei chiodi mi vengono ancora i brividi.

Sul Paretone dell’Orientale ci sono andato ancora per una via sull’Anticima insieme a Alletto e
Caruso. Ma fra le tante ce ne sono due molto importanti, ambedue con Emilio Caruso, la salita del 4°
pilastro e la invernale della Jannetta.
Ma prima ci sono le ferie estive del 1958 con Silvio Iovane, che dovetti prendere l’aspettativa
dall’ufficio per poter andare in montagna. E l’aspettativa significava perdere un sacco di cose: uno
stipendio, un dodicesimo della tredicesima, un dodicesimo delle ferie e pure il premio di rendimento,
perché se uno vuole l’aspettativa per andare in montagna significa che è poco attaccato alla banca!
A vent’anni non mi potevo certo fermare a considerare questi problemi, ce n’erano ben altri : la Sud
della Noire, la Bonatti al Capucin, lo Sperone Walker, lo Spigolo dell’Agner … Avevamo un
programma nutritissimo, che Silvio aveva studiato e preparato da solo nei minimi particolari nella sua
stanza illuminata da una lampada da ben 20 watt !

... Tra l’estate del ’59 e quella del ’60 ci sono dei giorni molto importanti, e anche per merito di una
cordata finalmente affiatata raggiungo una buona maturità alpinistica.
Prima di tutto, come scrivo dopo una scalata dal Gran Sasso, prendo coscienza delle mie possibilità,
già sperimentate nel salire la Comici al Salame.

22.23 Agosto Gran Sasso
Dei pochi che sono a Roma solo Emilio è disposto ad andare fuori. Da tempo ho pensato di fare una via sul pilastro
all’estremità destra del Paretone dell’Orientale. Ne ho parlato a Emilio e lui ha accettato di buon grado di venire,
Andiamo in lambretta, lo zaino che porto io, contenente tutto il materiale, è molto pesante. Usciamo dalla città alle
15.45. Il tempo non è molto bello. Fermiamo dalla solita signora a bere un bicchiere di vino – e il palloncino? -.
Arriviamo alla funivia sotto una leggera pioggia. Facciamo i biglietti e mangiamo : sono le 19.40. Quando è ora di
partire dicono che la corsa non si può fare a causa della bufera che imperversa in alto. Troviamo da dormire ad Assergi.
Stiamo un poco a vedere la televisione e andiamo a dormire. Se farà bello, l’idea della via nuova è già scartata, andremo
allo Sperone Centrale.

23.8 Ci alziamo verso le 7 e alle 7.30 siamo alla funivia. Piove e ha piovuto. Non vorremmo salire, ma quelli non ci
vogliono ridare i soldi del biglietto e allora saliamo con molto ottimismo. C’è Andrea Bafile, che mi riconosce e ne ho
piacere, il quale aspetta Barbuscia e Lucchesi
Con Andrea diventammo amici al tempo in cui stavo al Franchetti ed ancora ci incontriamo appena
possibile. Ha tanti meriti alpinistici, oltre ad invenzioni importanti come il dissipatore. A me ha fatto
conoscere l’Abetone sciistico, dove sono andato ad insegnare con i miei allievi per circa vent’anni.

Quando siamo su andiamo insieme verso il Sassone. Poco oltre ci dividiamo e incomincia a piovere. Loro tornano al
Sassone a ripararsi. Noi continuiamo a salire, per me perché Emilio vorrebbe riscendere. Certo sarebbe più ragionevole
scendere ma ho aspettato molto per venire ad arrampicare e non mi va di tornare senza averlo fatto. Continuo ad andare
su sotto la pioggia, la nebbia, i tuoni e i lampi. Non troviamo la via. Ci fermiamo riparandoci sotto il sacco da bivacco.
Poi inizio ad andare su. E’ tutto bagnato ma ha smesso di piovere. Saliamo sciolti e con i guanti perché fa molto freddo
alle mani. Faccio un passaggio delicato e tiro giù la corda per Emilio. Poi va lui per due tirate mentre Bafile e compagni
sono sotto a guardare. Arriviamo sotto il placcane, Emilio si autoassicura e vado su io. Incomincia a nevischiare.
Continuo. Arrivo al chiodo dove c’è un moschettone con cordino di nylon.
Ho rifatto questa via di Bafile nel ’98 ed il passaggio, tuttora protetto con un solo chiodo, seppure
asciutto e fatto con le scarpette, ha mantenuto il grado che aveva a quel tempo, ovvero il 6°.


Via dello Sperone Centrale, il tiro della placca

Mi aggancio, sto a vedere il passaggio e a riscaldarmi le mani. Poi supero il chiodo e mi fermo un metro sopra. C’è una
traversatine di 3 metri molto liscia, bagnata e ho le mani congelate. Chiodi non se ne mettono. Alla fine della traversata ci
sono due metri lisci dritti e s’arriva al terrazzino con chiodo … In cima alle 14 … Stiamo in albergo a mangiare un
panino e bere vino e tè con gli altri. Salutiamo … Alle 21 siamo a Roma e poco dopo a casa.

Dopo questa giornata mi sono accorto di avere una certa “grinta” perché non m’era successo fino ad ora di attaccare
una via con un tempo simile e con tale freddo fare un passaggio tanto greve. Mi appare tutto più piccolo. Ricordo che Pag. 7
quattro anni fa tutto mi sembrava tanto grande. L’ambiente mi suggestionava. Oggi mi sembrava di stare su una
montagnetta. Se continuerò ad andare in montagna, e continuerò quasi sicuramente, anche l’Everest mi sembrerà una
piccola cosa!!

PRIMA SALITA DEL IV PILASTRO DEL PARETONE
12.13 Settembre Gran Sasso
Il tempo si è stabilizzato sul bello. E’ nostra intenzione di fare una via sul IV pilastro del Paretone, l’unico che
ancora non sia stato salito. Emilio arriva con la sua lambretta sotto casa alle 15.35 e quando riusciamo a lasciare la
città sono circa le 16. Siamo carichi di materiale : una trentina di chiodi, venti moschettoni, staffe, ganci ecc. Prevediamo
una via molto dura ed impegnativa. Viaggiamo veloci e facciamo la prima sosta dalla signora a bere un bicchiere. Ho
molto freddo e fino al ritorno a casa questa sensazione mi lascerà solo qualche momento … Mangiamo prima di salire in
funivia. Fa freddo anche nella cabina. Saliamo al rifugio in una notte stellata e chiarissima con la luna quasi piena.
Saliamo parlando della prossima estate. Preparato lo zaino si va a dormire. Sono circa le 22 e ci dovremmo svegliare alle
1.30. Infatti mi sveglio alle 1.25. Esco, il tempo è bello e fa molto freddo. Per arrivare all’attacco ci vogliono circa 3 ore e
siccome fa luce dopo le 5.30 è inutile partire così presto. Mi rimetto a dormire e ci alziamo alle 2.45. Usciamo alle 3. Lo
zaino, che in questo tratto porto io, è molto pesante. Fa freddo. Fermiamo una diecina di minuti nella Conca degli
Invalidi. Prendo le corde ed Emilio lo zaino. Il sole sta sorgendo. Siamo saliti in alto per raggiungere il Passo del
Cannone e ora ci tocca di scendere un poco per arrivare al ghiacciaio. In poco tempo “sono” sulla sella dell’Anticima e
scendo la cresta mentre Emilio, andato troppo a destra, si ritrova alquanto in alto. Stiamo alcuni minuti ad osservare. Si
vede che c’è stata una nevicata abbondante. C’è ancora neve a Nord e ci rimarrà ormai fino all’esatte prossima. Iniziamo
a scendere verso destra e arriviamo fin sotto il pilastro. La via più logica sembra quella costituita da un camino che sta tra
il pilastro e una piccola guglia che sembra un salsicciotto (la chiameremo Guglia Bambù). Scendiamo legati una tirata
delicata con stalattiti di ghiaccio. Ci affacciamo a sinistra della guglia dove c’è un diedro fra il 3° e 4° pilastro. Risaliamo
all’attacco della nostra via – Emilio diceva che venire fin qui per fare una via di camino non valesse la pena

via mario-caruso foto frentano

… -. Mangiamo e costruiamo un ometto. Sono le 8. Vado per una tirata abbastanza facile con un leggero strapiombo.
La roccia non è buona e ho freddo alle mani. La parete è tutta in ombra e fino alla fine non saremo lambiti dal caldo
sole. Poi va Emilio e sale lentamente. Non mi spiego il perché. Ogni poco arriva giù qualche sassetto. Quando sta a me
vado su dritto ma il sacco, le mani fredde, la roccia malsicura e l’andare da secondo mi mettono un poco di “caca”.
Scenderei con molto piacere se si potesse piantare un buon chiodo, Emilio sta su un minuscolo terrazzino, che si può
staccare, assicurato a un chiodo, che si può staccare. E’ stato bravo a fare questa tirata. Poi, siccome non ci possiamo
muovere, va su altri dieci metri e si piazza in un posto migliore all’inizio del “camino”. Vado io e la roccia diventata
ottima mi permette di arrivare velocemente dopo venti metri ad un buon terrazzino con buon chiodo. Sopra si innalza,
liscia e verticale per una quarantina di metri, una fessura diedro.


Va Emilio che prova a destra, poi torna a sinistra. Sta del tempo nel fare pochi metri.
Allora penso che sia meglio che vada io e glielo dico. Vado abbastanza agevolmente per i primi metri.
Pianto un chiodo e proseguo dopo vari tentativi, usando ganci, staffe, chiodi malsicurissimi.
Procedo lentissimamente con una gran voglia di tornare, ma il pensiero di fare corde doppie su chiodi poco sicuri non mi alletta e
poi mi sento una spinta della volontà come non ho avuto mai e che ho sentito già, ma meno, sul Salame. Comunque, dopo
due ore arrivo alla forcella tra la guglia Bambù e il pilastro. Emilio viene faticando molto e pure un po’ tirato perché usa
le staffe meno di me … Si percorrono caminetti, crestine, pareti e alla fine dopo 7 ore siamo in cima al pilastro accolti dal
sole. Saliamo in fretta sull’Orientale che c’è poco da camminare. Ci diamo la mano, ci sleghiamo e mangiamo qualcosa.
Provo una voglia fortissima di restare per qualche ora nel caldo abbraccio di questa cima. Vorrei saziarmi della vista del
mare luccicante, del ghiacciaio che sembra tanto ripido, di Campo Imperatore e di tutto. Vorrei stare del tempo sdraiato
quassù. Ma non si può. C’è la funivia che interrompe le sue corse alle 17.20, c’è il viaggio di ritorno in lambretta. Sono le
15,45 quando iniziamo a scendere. Andiamo veloci e naturalmente sbagliamo il passo del Cannone. A sella di monte
Aquila Emilio scende con tutto alla funivia e io vado al rifugio a prendere quel che abbiamo lasciato. Vado veloce e sono
le 16,50 quando metto la mano dietro al mattone per prendere la chiave. Corro giù. Ma c’è tanta gente. Allora
prepariamo gli zaini e scendiamo verso le 18. … Mangiamo dalla signora. A Rieti incontriamo Norese e compagni.
Offre il caffè. Verso le 23.30 siamo a casa.


foto frentano

Che sia contento della via è certo, però più che la via quello che mi dà gioia è la volontà che sono riuscito a tirare fuori
durante la tirata greve. Effettivamente non mi ero mai impegnato così in una via nuova – tra parentesi c’è scritto “e
neanche vecchia” ma è cancellato – in un ambiente così opprimente e freddo. Perciò oltre che una vittoria della volontà
sulla difficoltà è stata una vittoria contro una specie di “caca”. Ho fatto dei progressi. Evviva. Tra due domeniche :
MONOLITO (i ganci vanno)

IL PRIMO VOLO
E’ proprio con il tentativo di una via che passasse al centro del Monolito, senza usare i chiodi a
pressione, che avviene il primo “volo” della mia vita alpinistica.
Da quando è iniziata l’arrampicata moderna, con gli spit, le imbracature, l’assicurazione dinamica e
tutto il resto, volare è diventato come cadere dagli sci durante una gara di slalom.
Ma c’era un tempo in cui, oltre che pericoloso, volare era un fatto che toccava l’orgoglio degli
scalatori.

3.4 Ottobre Gran Sasso
Si va con l’auto di Aldo insieme a Mario Fini. Verso le 19,30 arriviamo alla funivia. C’è tanta gente e pure
Jannetta. Il tempo è bello e si vedono bene le stelle. Al rifugio troviamo Massimo Soli e un altro cognato di Pietro. Alle 5
usciamo. Lo zaino è pesante e io mi sento fiacco con il fiato un po’ corto. Però camminiamo abbastanza veloci. Alle 7,30
siamo sotto il Monolito dopo i primi centocinquanta metri di parete. C’è un bel sole e stiamo seduti a mangiare. Verso le
8,30 inizio a salire lungo la fessura che taglia la grande lastra appoggiata alla parete.
Volevamo salire più in alto possibile lungo questa fessura, a destra guardando la parete, salita negli
anni settanta coi chiodi a pressione dagli Aquilotti di Pietracamela. Da lì, con un pendolo a sinistra,
provare a prendere la fessura che taglia al centro il Monolito.

La via al centro riuscii poi a farla insieme a Dolfi nel ’62, quando gestivo il rifugio Franchetti.
Negli anni novanta sono andato dall’alto col trapano e la resina a riattrezzarla completamente per
poterla salire in libera, con Pino Galli e Alvise. L’abbiamo raddrizzata e cambiato il nome : da Rosy a
Volpon’s.

E’ larga per i chiodi e stretta per incastrarsi. Verticale e liscia. Vado tre metri senza niente. Metto un gancio e poi un
piccolo cuneo con un cordinetto come un laccio di scarpe a cui per scrupolo aggancio una delle due corde. Un metro sopra
metto un altro gancio non molto buono. Ci salgo e mi allungo per piazzare un secondo cuneo. Aggiusto il cuneo prima di
batterlo e … mi ritrovo appeso tre metri sotto con un mano la staffa del gancio. Ho la mano destra sanguinante per una
strisciata. Emilio guarda con un leggero sorriso. Non sono affatto impressionato, forse perché è stato tutto così rapido.
Risalgo. Il cuneo non si è mosso. Il fatto importante è che non si è rotto il cordinetto da 5 mm che è consumato. Batto
l’altro cuneo e ci salgo. Ora dovrei uscire in libera ma mi sento le braccia stanche e poi sopra è proprio greve. Riscendo.
Stiamo sulla cengia a parlare e a riposare. Siamo mosci, un poco fiacchi. Pensiamo che per questo anno di arrampicate al
Gran Sasso non ne faremo più. Sarebbe stato bello chiudere con questa salita che non so se si farà mai senza il trapano.
Andiamo a vedere più a destra. C’è Lino D’Angelo che fa il camino Pansa-Marsili. Saliamo per il canale. In cima ci
sono Aldo e Mario. Poi dalla Chiaraviglio arrivano Castellani e Jannetta, il vecchio, quello del Paretone. Ho una fiacca
immensa … Verso le 16.30 scendiamo in funivia. Fermiamo a Vazia a mangiare un’enorme pastasciutta. Alle 22.30
a casa.
E’ avvenuto il primo volo della mia vita alpinistica. Da primo per più di tre metri. Mi dispiace un poco, più che altro
perché non potrò più dire di non aver mai volato. Nessuna impressione. Se fosse stato più lungo mi sarei accorto di
qualcosa. Emilio ha retto bene. Dovrò stare molto più attento nell’usare i ganci in avvenire.

ALLENAMENTI
Emilio è arrivato all’alpinismo dopo un’esperienza nella ginnastica artistica e nel kayak. Tutti e due
questi sport li aveva praticati partecipando alle gare nazionali e così aveva una base fisica molto robusta.
In una foto insieme sul kayak si vede che il mio torace è metà del suo. Inoltre era abituato ad allenarsi.
La cultura dell’allenamento, almeno alla Sucai, fino a quel momento non esisteva. Anzi, secondo una
mentalità da snob inglesi, si tendeva a considerare un demerito aver conseguito un risultato che fosse la
conseguenza di un allenamento. Una volta qualcuno disse che una certa prestazione non era da
considerare importante perché quello che l’aveva conseguita s’era allenato molto!
….
Sabato 11 Domenica 12 giugno (1960) Gran Sasso
A Emilio viene la voglia di fare la cresta Est dell’Orientale, via Alletto-Consiglio. Sarebbe la prima ripetizione e
vorrebbero venire pure Silvio, Pinelli, Pieruccini e Agostini. Andiamo tutti in rifugio. Si scherza. Ci svegliamo alle 2 e
usciamo alle 2.30. Arrivare all’attacco è lunghissimo. Si passa sotto il canalone Centrale e la neve è durissima a
quest’ora. Abbiamo la piccozza ma si stancano i piedi ad andare di costa. Gli altri arrivano sotto la Est quando noi
risaliamo le rocce della Centrale. Traversiamo per cengia franosa e qui accade un fatto che avrebbe potuto avere
ripercussioni molto gravi – è un eufemismo per dire che saremmo morti tutti e due -. Siamo legati vicini e io sto
dietro tenendo anelli con la mano destra con la parete a sinistra. La cengia è in discesa e io cammino con la solita velocità
e fiducia. Mi partono i piedi e cerco di fermarmi con la mano sinistra ma credo si sia staccato l’appiglio. Mi sento che vado
giù e penso a cosa proverò quando toccherò terra. Poi mi trovo annaspante in piedi, col petto all’altezza della cengia, su cui
Emilio tenta disperatamente di mettersi in una posizione adatta a reggermi, ma non avrebbe sicuramente retto. Io, con le
mani infilate nella terra come degli artigli, facendo istintivamente pressione su di esse invece di tirare, come per salire su un
muretto, sto alcuni secondi senza capire che sono salvo e che non sono precipitato nel burrone. C’è un salto di 15-20 metri
e poi rocce più inclinate. Risalgo sulla cengia e mi pulisco le dita che sono scorticate. Il medio sinistro ha l’unghia spezzata.
Sono ancora un po’ impaurito ma mi rimetto subito a scherzare sull’accaduto. Riprendiamo più prudentemente.
Questo incidente è inciso indelebilmente per due visioni. La prima è una specie di premonizione un
centesimo di secondo prima di cadere e che mi ha fatto vedere il piccolissimo ballatoio sotto la cengia,
sul quale sono andato coi piedi, pensando che in caso di caduta mi ci sarei potuto fermare. E proprio
così è accaduto!
E gli occhi di Emilio, al quale la natura li ha fatti già un poco sporgenti, che gli stavano per uscire
completamente. Mentre tentava disperatamente di mettersi in posizione per trattenermi con la corda.
Io sono stato sempre d’accordo con Riccardo Cassin, il quale ha detto che se uno continua ad andare
in montagna dopo tanti anni, magari sarà stato bravo, ma vuol dire che ha avuto pure culo. Ci si può
trovare in situazioni in cui la separazione fra la vita e la morte è meno spessa di un capello, e chi ne
viene fuori può rifarsi soltanto allo scontato ma saggissimo detto: “Non si muove foglia che Dio non voglia”.
E come sanno tutti, i nomi nei quali Dio ama nascondersi sono infiniti …

Attacchiamo alle 7.30 … In vetta alle 12.15. Riesco ad imboccare chi sa come il sentiero del passo del Cannone, ma
sui nevai senza tracce, a causa della nebbia, non vediamo la via. Con alcune schiarite scorgiamo qualcosa. Alle 15.30 al
rifugio. Gli altri sono già andati lasciando le coperte da piegare. Alle 21.30 siamo a Roma.

IL PARETONE INVERNALE
Sabato 4 Domenica 5 Marzo 1961 Casale S. Nicola
Questa volta il Paretone non ci sfuggirà. Avrei avuto tanta voglia di andare con la Sucai alla Maiella, ma il Paretone
è il Paretone. Partiamo veloci e mangiamo a Montorio. Il tempo non è bello, c’è un brutto vento al Passo delle Capannelle.
Ma non ci preoccupa. Basta che le condizioni siano buone. Dormiamo bene, nel pagliaio di Casale.
Partenza alle 3. Tempo coperto. C’è molta neve in giro già da Casale che è circa 800 metri. Dopo la chiesetta si
affonda fino al ginocchio. Si vede la parete che è carica e decidiamo di tornare. Io lancio l’idea di andare alla cresta del
Corno Piccolo. Ma rinunciamo. Stiamo a dormire fino a tardi. Poi torniamo mosciamente a casa. Sotto il passo delle
Capannelle fermiamo al sole e mangiamo. Siamo ancora più mosci perché crediamo di aver perso una bella gita in sci.
Specie io che sono mezzo invasato per lo sci. Alle 17 siamo a Roma.
… Sabato 11 Domenica 12 Marzo Paretone
Durante la settimana penso con piacere all’idea di tornare a Casale. Per diversi motivi tra i quali il viaggio in
macchina. Ma ho voglia di andare se non altro per togliermi il pensiero. Venerdì Emilio telefona a Pietracamela : tempo
bello stabile. Partiam, partiam. A Cotilia prima bucatura della mia vita automobilistica. Ad Antrodoco sfuggiamo a
una multa di 1000 lire. Buono e comprensivo il vigile. A Montorio si mangia mentre riparano la gomma. A Casale si
stupiscono di vederci comparire di nuovo. Andiamo nel solito e accogliente pagliaio. Si dorme beatamente e a un certo
punto ho un brutto risveglio. Mi sento chiamare dalla porta e penso che sia ormai giorno e i paesani siano venuti a
chiamarci. Crollano tutti i sogni di scalata e sconsolato mi sto alzando quando mi accorgo che è ancora notte e capisco che
mi chiamano Florio e Calibani venuti anche loro per fare la salita. Non ho molta voglia di pensare alla scocciatura di
fare in 4 una salita che desideravamo fare da soli. Mangiano e si mettono a dormire. Alle 2.30 mi sveglio con 30 minuti
di ritardo. Chiamo gli altri. Alle 3 usciamo. C’è meno neve della volta scorsa. Molta meno. Camminiamo veloci. Dove il
pendio si irripidisce si affonda. Florio fa dei lunghi tratti avanti mentre Emilio e Calibani sono dietro. Florio cammina
bene. Sotto il Forcellino c’è un tratto brutto. Una specie di crepaccio terminale difficile da superare. Quando arriva
Calibani gli dobbiamo tirare la corda perché s’è mezzo incastrato. Stiamo a mangiare e intanto è sorto il sole. Alle 6.30
lasciamo il Forcellino. F. e C. sono già partiti da qualche minuto. Quando li raggiungiamo avviene una chiarificazione da
parte mia (forse un poco egoistica ma utile a tutti). A parte che mi scoccia per la mia mentalità di fare la seconda cordata,
è preferibile andare avanti noi perché io conosco la strada meglio di tutti. Il tratto roccioso lo trovo più facile delle altre
volte. Va Emilio e si ferma sul pendio erboso. Io vado in traversata. Poi è delicato andare perché c’è pericolo di partire.
Lui non si sente di andare e dopo un poco di tentennamenti e perdite di tempo vado io. Mi sbrigo in poco tempo. L’M1 si
fa veloce. Cade qualche raro sassetto. Da qui andiamo insieme perché la neve sembra buona. Al bivacco del sasso
quadrato mi si affacciano dei lieti ricordi. Fermiamo qualche minuto. Beviamo. Fa caldo. L’M2 si presenta un po’
scoperto e sarà delicato. Cade ogni tanto qualche scarica. Andiamo insieme. Emilio vorrebbe fare le sicure ma per ora non
mette conto. Arriviamo molto verso l’M2 e fermiamo sotto un soffitto. Da lì ripartiamo con gli 80 metri della corda
aggiuntata al cordino. Vado molto veloce. Qualche volta mi partono i piedi ma mi fermo subito. Cade una scarica e mi
fermo a metà M2 riparato. Emilio arriva almeno dopo mezz’ora, anche perché m’arrabbio e mi metto a gridare. Dice che
aspetta la scarica. Un’altra tirata assicurati e poi proseguiamo insieme fino all’imbocco del canale. Sono le 12. Siamo
all’ombra e comincia a fare freddo. Il canale si presenta bene. Finisce sotto le rocce del 4° Pilastro. Dopo, chi sa come e
dove si va. Facciamo 4-5 tirate assicurati. La neve è buona. Siamo senza ramponi. La piccozza entra bene.



Al Paretone d’inverno sono andato tante altre volte con gli allievi.
L’ho rifatto negli anni ottanta con Germana e Pietro e nel ’94 con Carlo, Maurizio, Piero, Pino,
Ulisse e Zaki. Era di giovedì. La sera dovevo essere al centro Zen di meditazione a Roma per la seduta.
La scalata era a invito, una specie di premio per gli allievi con i quali avevo scalato durante l’inverno.
Non era richiesta alcuna quota di partecipazione.

Andavamo sciolti, con due attrezzi e i ramponi ai piedi. In alcuni punti avevo messo delle corde fisse.
Prima del tratto finale di roccia, sul nevaio abbastanza ripido e duro, con più di mille metri sotto i piedi
che sembra di stare sull’aereo mentre vedi le case piccole che s’avvicinano, Maurizio, che come tutti gli
altri sentiva la mancanza della legatura, disse: “A Maé, se dobbiamo andare slegati solo perché non si paga
possiamo pure pagare”. Ho capito subito la situazione, ci siamo legati e l’aria si è fatta meno tesa. Così
raccontavo sul notiziario della mia scuola: “Siamo andati al Paretone, che è la scalata più lunga del Gran Sasso e
specialmente d’inverno è molto impegnativa e un po’ rischiosa. Proprio pochi giorni fa, su questo versante sono precipitati
due scalatori romani, uno dei quali, Romolo, lo conoscevamo bene. Ecco come è andata. E’ giovedì 17 marzo e mi sveglio
alle 1.55. Esco di casa alle 2.15; autostrada 2.22; Tivoli 3.30. Si gira per lasciare la mia auto e dopo tanto si rientra in
autostrada per lasciarla all’Agip. Lasciamo Casale alle 5.45 e arriviamo al Forcellino in poco più di due ore. Usciamo
dalla parete intorno alle 15,45. Risiamo a Casale alle 18. All’Agip alle 20.18. Guido veloce fino a casa di mia madre.
Mangio e vado al Centro per la meditazione. La sala è piena e sto fino alle 22.30. Sono di ritorno a casa alle 24.20.
Lea non è ancora tornata. Alvise vede la TV.
Che dire del Paretone?
Bello? E’ facile dirlo dopo averlo fatto.
Faticoso? E’ automatico pensarlo, pochi minuti prima della cima o sentendo il male ai piedi in discesa con la
macchina ancora lontana.
Pericoloso? Anche, se non si prendono tutte le misure di sicurezza.
Difficile? In qualche punto si deve stare attenti e cambia tutti gli anni.
Da ritornarci? Non subito, c’è bisogno di tempo per digerirlo, ma come si fa a non portare gli allievi in un posto così?
Il giovedì, scalare al Gran Sasso, è ancora più bello. Che meraviglia uscire sulla cresta dell’Orientale, nel bianco
dell’inverno e nella solitudine più sentita di un giorno feriale, dopo tanta fatica. Evviva il giorno feriale!
Gli allievi ce li ho riportati ma d’estate, facendo un bivacco al Forcellino.

Faccio un calcolo un poco stupido e vedo che il mio tempo è circa meno della metà di quello di Emilio. Sotto il
Pilastro si va a destra. Si vede che si può andare ancora dritti oppure molto a destra. Però mi sembra delicato (Silvio, che
ha fatto la prima lo scorso anno con Pinelli, Cravino e Lo Priore, dirà che sono passati lì, ma c’era più neve). Vado su
per le rocce facendo passaggi delicati con il freddo e il vetrato. Tre tirate e tutte hanno qualche passo greve. Per due tirate
siamo legati tutti insieme. Poi la cresta. Sono le 17.30. Mangiamo qualcosa e rifacciamo le corde. E’ dalla mattina che
non si mangia. C’è ancora sole. L’ombra del Paretone sembra che cammini e si allunga sempre più verso il mare. Mi
sento bene e pronto per le fatiche che ci aspettano. Alle 18.15 lasciamo l’Orientale e sveltamente scendiamo nel ghiacciaio.
Abbiamo messo i ramponi perché pensiamo di trovare neve dura e di notte, senza vederci, sarebbe pericoloso. Va bene fino
al rifugio abbandonato dell’Arapietra. Poi diventa un calvario a causa della neve crostosa. “Questa discesa resterà nei
miei ricordi alpini come una delle marce più terrificanti”. E’ un continuo cadere in buche di neve, sbattere contro alberi,
attraversare torrenti, scendere ripidi pendii di erba che non si sa se finiscono su un burrone … Emilio e Calibani sono
sempre indietro. Alla fine dopo tanto penare (se non dovessi andare in ufficio resterei qui) ci troviamo sul sentiero e alle 23
siamo in paese. C’è il presidente del GAP. Ci fa le feste. Noi ci prepariamo in fretta e alle 24 lasciamo il paese. Siamo
col serbatoio a riserva. A Isola non riusciamo a svegliare il benzinaio. A Montorio con l’aiuto di un paesano ci
riusciamo. Intanto mangio ciriole. Ho un sonno immenso. Prima del passo Capannelle fermiamo a dormire. Appena
fermo la macchina crollo. Ad Antrodoco doppio caffè. A Roma alle 6. A casa di Emilio e poi a nanna. Alle 7.30
sveglia e al lavoro.

Finisce il quaderno 4. Dovrebbe esserci il 5 ma non so che fine ha fatto. Come pure non ho trovato
il numero uno.
E dovrò ricordarmi l’estate del 1961, forse la più importante alpinisticamente, l’ultima da cittadino,
che dal ’62 ho cominciato a lavorare al Gran Sasso come gestore di rifugio e guida alpina.

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 9:20 am  Ospite

accidenti che bel topic... bravo Buzz Very Happy

l'unico contributo che ci metto è questo... la didascalia recita :

"Corso guide 1977 rifugio Zamboni (M. Rosa). Popi e Livietto in prima fila a sentire il…”bonzo” Gigi Mario. Foto su… Famiglia Cristianaaaaa!!!!
Mi sa che gli altri si stavano facendo Cresta Signal, Nord del Lyskamm, Passo del Turlo. A noi toccherà dopo, ma con le indicazioni delle prime cavie ci portammo anche le scarpe da ginnastica per la traversata Alagna-Macugnaga."




dagli Archivi ritrovati di Popi Miotti

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 10:03 am  MauMau

l'anno scorso ho mandato a GIgi un mio scritto sul concetto di "maestro" in arrampicata. E' stato molto gentile e mi ha invitato a leggere un suo articolo scritto nel 1965 Shocked Shocked , "l'arte di arrampicare e lo zen", che dovrebbe trovarsi sul suo sito. Se qualcuno volesse estrarlo e metterlo qui, altrimenti se a buzz non dispiace lo faccio io...

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 10:13 am  buzz

MauMau ha scritto:l'anno scorso ho mandato a GIgi un mio scritto sul concetto di "maestro" in arrampicata. E' stato molto gentile e mi ha invitato a leggere un suo articolo scritto nel 1965 Shocked Shocked , "l'arte di arrampicare e lo zen", che dovrebbe trovarsi sul suo sito. Se qualcuno volesse estrarlo e metterlo qui, altrimenti se a buzz non dispiace lo faccio io...

figurati Exclamation

vai vai...

anzi, se qualcuno ha del materiale, aneddoti, foto... su vie di Gigi Mario e volesse arricchire il topic gliene sarei grato. Smile

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 4:52 pm  biemme

colgo l'invito, buzz ...



oltre che essere di grande interesse e intensità per le sue esperienze
di vita, di gigi mario mi ha sempre colpito la poliedricità (tra i primi
maestri di sci romani) e quella calma serafica che gli ho sempre visto nelle ahimè rare
occasioni d’incontro... l'ultima proprio poco tempo fa a sperlonga, sembrava un ragazzino Shocked


Una personalità che mi ha sempre incuriosito anche per
alcune sue "storiche" provocazioni (costantini-apollonio, vecchiaccio ...) che in tutta
franchezza me lo hanno reso però meno simpatico.


Ma il suo vero valore, come alpinista, sta scritto in modo
indelebile nelle sue splendide intuizioni e nelle sue “opere” verticalmente parlando. E solo
contestualizzandole, queste opere, si può capire quanto gigi mario fosse avanti.


Penso che come lui il centro italia abbia conosciuto solo, ma
una generazione dopo, piero bini. Ciò senza
nulla togliere ad altri talenti e fenomeni indiscussi dell'alpinismo nostrano quali morandi, bachetti,
caruso, cantalamessa, di federico, fino al nostro bert Wink

Basti pensare che nel 1955 (tra un po' sono sessant'anni fa) un lettore invia alla redazione
dell’Appennino (periodico del cai di roma) una lettera con una foto delle
pareti della Montagna Spaccata di Gaeta, all’epoca assolutamente ignota nè pensabile in
chiave arrampicatoria. La foto viene pubblicata nella copertina del numero
successivo della rivista e così in quello stesso 1955 indovinate un po’ chi è che ci va a mettere il
naso ... nasce così la prima via non solo di gaeta, ma dell’intero circondario
, perchè le prime vie al circeo (spigolo) e a leano (povero elia) di morandi, cravino e leone sono del ’57-’60,
la prima a sperlonga/moneta (steve deruvo)
è del 63 ... per capirci, in tutto il lazio prima dei
camini a gaeta c’erano solo le vie anni '10/'20 di iannetta e anni ’40 di
lopriore,zapparoli & c. al monte morra.




La via dei camini di g.mario e g.schanzer, alias 100 metri di
verticalità dolomitica di quarto più, è ad oggi l’itinerario più ripetuto a
gaeta, sia in salita che in discesa, essendo la via di avvicinamento (in
doppia) agli attacchi di quasi tutte le vie (che ora sono oltre 40).


Sul gran sasso poi, la via aperta nel 1962 sulla II e I
spalla (concatenamento realizzato in apertura .... 50 anni fa) la dice lunga sulle capacità/velocità di gigi che la aprì tutta da capocordata in giornata, con fernando di filippo.

La mario alla seconda spalla, più impegnativa di quella alta, nella sua parte bassa rimane nascosta nel canale del tesoro, appunto, nascosto, ma è ben visibile interamente dalla cima della terza spalla (vedi foto).

Chiunque veda la I spalla da sudovest, anche dalla val maone, non può
non notare quella fessura che incide lo scudo liscio e compatto dove solo decenni dopo
saranno prese in considerazione vie di salita di straordinaria bellezza (zarathustra, tribioli, ecc) e in
placca aperta.

Beh nell’agosto 1962 gigi
mario e fernando di filippo aprono un durissimo itinerario (provare x credere)
sulla nord della seconda spalla, partendo dal canale del tesoro nascosto
proprio dove inizia (all’epoca ovviamente non esisteva) la ferratina del ventricini
che contorna la base occidentale del corno piccolo.





Non paghi della bella e impegnativa realizzazione, i due
apritori dalla cima della seconda proseguono di getto verso la base della prima
spalla, vincendo la fessura più bella, logica e verticale che incide la
placconata soprastante.



Da quel giorno passeranno la bellezza di tredici anni
prima che qualcuno trovi il coraggio e la voglia di andarci a rimettere le mani.




E
quel qualcuno – così mi riallaccio a quanto scritto all’inizio – è colui che raccoglierà
più che degnamente il testimone di gigi mario, con quella prima ripetizione
compiuta a soli 15 anni, accompagnato dal suo primo maestro, Rys Zaremba.


Sempre quel qualcuno, già pochi giorni dopo la 1^ ripetizione, inizierà
a diventare Qualcuno, ripetendo la stessa mario alta, in quello stesso 1975, da
solo e slegato (seconda ripetizione assoluta e prima solitaria). Sarà solo la prima di
una sbalorditiva sequela di imprese che pierluigi compirà nel quinquennio di lì
a seguire, in appennino come in dolomiti.



appena trovo il tempo, butto giù un altro post, ma illustrato, di
un’altra bella intuizione targata gigi mario, di oltre mezzo secolo fa Wink Very Happy


ciaociao
b

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 4:58 pm  buzz

Bella Bruno Exclamation

sottolineo solo che nel 55, quando andò ad aprire la via dei camini aveva 17 anni.

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 4:59 pm  AndreaVe

Qualcuno = Pierluigi Bini, se ho letto bene?

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 5:20 pm  buzz

Anche Alvise ha seguito le orme del padre. E' diventato Guida Alpina
http://www.ryuzan.it/

Un saluto, se mi legge cià

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Messaggio il Lun Mag 07, 2012 5:24 pm  Batman

AndreaVe ha scritto:Qualcuno = Pierluigi Bini, se ho letto bene?

Hai letto bene...

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Messaggio il Mar Mag 08, 2012 7:11 am  MauMau

Uno dei testi che Gigi Mario mi aveva consigliato è questo, da cui ne estraggo una parte che mi era parsa interessante:

"Possiamo affermare che gli sport vengono praticati per molte ragioni. Quando pratichiamo uno sport, infatti, anche se siamo consapevoli del fatto che non lo stiamo facendo per ottenere una medaglia d’oro, tuttavia c’è una parte di noi, sia essa l’uno per cento o il dieci per cento, che prova qualche sentimento contrastante.

Guardando una gara di sci di fondo in televisione, feci delle riflessioni: gli atleti, nel momento in cui danno il meglio di loro stessi durante una gara, vivono un momento d’illuminazione. Ma quando hanno finito, controllano il tempo, si accorgono di essere primi o secondi o sesti e la loro disposizione nei confronti dello sport è un’altra. Il giorno dopo, quando hanno finito e tornano a casa, il modo in cui considerano lo sport è un altro ancora. E quando si allenano, in prospettiva delle successive gare olimpioniche, praticano ancora in un altro modo. Dobbiamo essere consapevoli di ciò.

Così, per quanto riguarda la meditazione, ci sono delle persone che praticano perché desiderano raggiungere l’illuminazione, altre perché vogliono essere più calme, altre ancora che credono che grazie alla meditazione possono migliorare le loro condizioni di salute. Pertanto i modi in cui si pratica sia lo sport che la meditazione sono tanti, ma il modo giusto di meditare è solo uno: quello grazie al quale ci si illumina.

In quel momento non c’è il desiderio di divenire illuminato, non c’è il desiderio di divenire più sano o più calmo o qualsiasi altra cosa. Si sta facendo soltanto la cosa giusta, al meglio. In quel momento è possibile uscire da questo ciclo. Tutti gli altri modi di praticare la meditazione o lo sport o un’arte o altro conducono alla rinascita.

Pertanto potete praticare gli sport, in conseguenza sentirvi bene e affermare: “Ottimo, mi sento come un dio”. Sì, forse è bene praticare in questo modo, ma occorre sapere che gli dei devono rinascere.

Ci sono anche momenti in cui sentiamo che il nostro corpo sta molto bene. Sentiamo che ogni cosa funziona al meglio, e ci diciamo: “Ho un corpo molto buono, è come un’ottima macchina, ogni cosa funziona alla perfezione”. In questi momenti siamo come animali.

Coloro i quali, invece, praticano uno sport solo per ottenere una medaglia d’oro o del denaro sono come i demoni o gli spiriti affamati.

Se pensiamo a noi stessi e alle persone che ci circondano, possiamo notare che, durante il giorno, abbiamo diversi modi di comportamento; a volte siamo dei, a volte siamo umani, a volte, quando vogliamo colpire e superare gli altri, siamo guerrieri; altre volte viviamo come animali, altre volte siamo molto attaccati alle nostre cose e, a volte, quando compiamo azioni cattive, siamo come demoni.

Allora qual’è il modo per uscire da tutto ciò? In primo luogo dobbiamo essere consapevoli. Il Buddha ha detto che viviamo in una condizione dolorosa. L’origine di questa condizione è l’ignoranza e l’attaccamento al nostro corpo e al nostro modo di vita. Quando moriamo, desideriamo rinascere perché non abbiamo finito quello che avevamo cominciato prima. E così dobbiamo tornare ancora. Ma se comprendiamo ciò, e pratichiamo nella maniera corretta, è possibile uscire da questo ciclo.

Così vi mettete di fronte a voi stessi e vi domandate: “Chi è che ora parla? Chi è che ora si siede? Chi è che ora sta praticando il Tai Chi o sta scalando o sta facendo qualsiasi altra cosa?”. E il momento in cui guardiamo noi stessi in tal modo, nel momento in cui comprendiamo realmente cosa sta cercando questo sé, allora cominciamo a praticare, nel modo corretto.

Non possiamo andare dalle persone che fanno sport, che fanno pattinaggio, o sci di fondo, o Karate o altre cose del genere e dir loro: “Non state praticando nella maniera corretta; vi state sbagliando perché desiderate le medaglie d’oro, desiderate la salute, desiderate cose solo per voi stessi, desiderate denaro, etc. etc”, perché quelli potrebbero rispondere: “E allora cosa c’è di sbagliato? Desidero delle medaglie d’oro, perché no?”.

Questa società è organizzata così, pertanto coloro i quali ottengono una medaglia d’oro divengono noti in tutto il paese; diventano ricchi, vanno in televisione, le loro foto vengono pubblicate sui giornali con il risultato che queste persone pensano che stanno facendo la cosa migliore del mondo. Non possiamo riuscire a convincerli.

Ma c’è il momento di crisi per tutti. E in quel momento ci si comincia a chiedere: “Bene, ho vinto una medaglia d’oro, ho molto denaro, ma c’è qualcos’altro? È tutto qui?”. Nel momento in cui si pongono tali domande, si comincia a cercare qualcosa di nuovo. Questo è il momento che passai quando, nel 1962, decisi di lasciare il lavoro che stavo facendo in quel periodo e andai a praticare lo Zen in Giappone.

Quando non siete soddisfatti di ciò che state facendo è possibile che vi domandiate: “Cosa devo fare?”. E in quel momento potete trovare, come è capitato a me, la meditazione zen, o un altro tipo di meditazione. Ma ciò che importa è trovare una via che vi conduca effettivamente alla libertà, perché se non state attenti rimanete intrappolati in altre cose.

Potete trovare una via che conduce a una libertà che libertà non è, perché se diventate, per esempio, degli dei, siete ancora presi nel ciclo della nascita e della morte. È importante comprendere ciò.

Credo che il buddismo sia probabilmente il metodo migliore per liberarsi da questo invischiamento. Nel buddismo ci sono molte scuole; tra queste la Zen è, forse, la migliore, perché va dritta al problema e dice: “Cosa desideri raggiungere? La libertà? Allora siediti e basta, guarda dentro di te e trova questo sé che stai cercando; in tal modo comprenderai da te stesso ciò che c’è da fare, ciò che sei e cosa devi fare per liberarti”.

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Messaggio il Sab Mag 12, 2012 7:35 pm  MauMau

Oggi ci siamo incontrati per caso in falesia, qui in Sardegna. E comunque farlo il 7a+ a 74 anni, ci farei la firma. Vabbè che ci si reincarna, ma nel dubbio meglio fare tutto quello che si può in questa vita mrgreen

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Messaggio il Sab Mag 12, 2012 8:22 pm  espo

l'ho conosciuto un paio di anni fa in napoleonica per caso. era con un gruppetto di persone. è stato un bel momento ....

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Messaggio il Sab Mag 12, 2012 9:30 pm  MauMau

oggi ne aveva intorno una ventina, tutti simpatici e cordiali

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