Gli uomini del ghiaccio

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090512

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Gli uomini del ghiaccio




Artico. Clima, cambiamenti, lontananza, animali (per noi) esotici, distanze e vicinanze. I mass media trattano ormai regolarmente di faccende legate alla vita e ai cambiamenti nella regione artica. Sono spesso notizie poco rassicuranti: lo scioglimento della calotta polare (il 40 per cento del totale negli ultimi 35 anni), l’inquinamento e il suo cattivo effetto sulla vita di orsi, foche, narvali, balene, caribù, lupi. Ma l’Artico, o L’idea di Nord, come l’ha chiamata Peter Davidson in un affascinante studio (Donzelli 2005) e ciò che di esso si legge o si vede, non riguarda quasi mai qualcosa che è insito e fa parte di quelle terre. Piuttosto, si parla di cose che appartengono a un nostro bagaglio culturale, scientifico, turistico: qualcosa che noi analizziamo da qui, senza vivere lassù.

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Davide Sapienza



Eppure l’Artico è una sorta di ineludibile arbitro dei nostri destini, serbatoio di suggestioni, stimolatore di creatività e nostalgie, generatore di spazi della mente: una riserva di wilderness interiore che da sempre percorre la nostra cultura, attraverso la storia dell’esplorazione e le visioni di artisti e scrittori.



Milioni di animali e decine di migliaia di indigeni, dai Sami della Scandinavia (per favore, dimentichiamo la parola Lapponi) agli Inuit del Canada (per favore, dimentichiamo la parola Eschimesi), popolano questo cappello sul mondo e difficilmente si può cogliere il soffio segreto e discreto del senso artico disgiungendo i diversi aspetti e concentrandosi solo sui problemi, senza tenere conto della forza della terra che giace silenziosa a queste latitudini.

Per vagabondare nel mondo dell’immaginazione, ispirato dalla storia degli Inuit e dalla visione del capolavoro Atanarjuat – The Fast Runner (Camera D’Or a Cannes 2001, è la pellicola che ha fatturato di più per l’industria canadese nel 2002; è anche il primo film di una società di produzione indigena, la Isuma Productions, www.isuma.ca), mi sono incamminato verso il Nunavut (La nostra terra, in lingua Inuktitut) il bellissimo nome che si sono scelti gli Inuit del nord del Canada quando nel 1993 a Iqaluit, allora capitale dei Territori del Nordovest, firmarono lo storico Land Claim Agreement che nel 1999 portò alle prime elezioni del nuovo Stato degli Inuit.

Il Nunavut è una regione amministrativa che taglia a metà, dalla baia di Hudson a sud fino al Polo nord, con una linea immaginaria, i Territori del Nordovest. Seimila chilometri da est a ovest per tremila da sud a nord, i Territori rappresentano molti degli enigmi della società moderna. Poiché l’esperimento politico e sociale è il risultato di tre decenni di discussioni tra Inuit e governo centrale, a proposito di un territorio sterminato: metà della massa terrestre ovvero un terzo del totale della seconda nazione più estesa al mondo (il Canada); trentamila abitanti, l’85 per cento dei quali l’Inuit, per un’estensione che è sette volte l’Italia. Queste le cifre.

Vivere con questa gente a Iqaluit, la capitale di seimila abitanti, rinforza la sensazione di essere su un’isola (l’abitato) in un’isola (quella di Baffin). È una percezione evidente quando si osserva la tundra artica avvolta dalla luce della primavera che nasce dai 30 gradi sottozero: nel silenzio rotto dalle motoslitte e dall’arrivo dei voli provenienti da sud, c’è l’impalpabile, inconfondibile pulsare di una geografia che coinvolge l’uomo con un’evidenza schiacciante.

Siamo sotto il circolo polare artico, ma la presenza di un grande centro commerciale, delle comodità tipiche del nostro mondo, delle confortevoli abitazioni connesse a banda larga, sono marginali rispetto al mutamento interiore che il paesaggio provoca. Non appena si percorre la salita che porta nella parte alta della cittadina, dove spicca l’orribile edificio in stile sovietico che ospita il governo del Nunavut, si incontra un cartello: Road to nowhere («strada per nessun luogo»). Davanti ai passi che fanno crepitare la neve che sbuca inattesa quasi ogni giorno dall’aria tersa e senza fine, questa scritta diventa anche «strada per adesso qui» (now = adesso, here = qui).



È un concetto importante, rifletto, perché questa popolazione ha sempre e soltanto potuto vivere nell’adesso e nel qui, anche nei lunghi millenni di nomadismo dove l’unico segnavia tra i ghiacci eterni era l’Inukshuk, l’uomo di pietra simbolo del Nunavut, la salvezza degli uomini avvolti nelle pelli di caribù che si muovevano in un paesaggio dove è facile traslare la visione tra realtà e immaginazione: senza bussole, dotati di una naturale capacità di orientamento, lettori infallibili delle ancestrali mappe interiori, i custodi dell’Artico utilizzavano gli ometti di pietra per depositare cibo d’emergenza, oltre che per orientarsi. L’Inuk sapeva usare anche il miraggio, parola che per loro non esiste: il fenomeno è chiamato «qualcosa che si solleva dal ghiaccio» e serve per ritrovare l’orientamento. Talmente importante è il senso della visione (come appare chiaro nei documentari della Isuma e in Atanarjuat – The Fast Runner, ma anche nell’imminente The Journals of Knud Rasmussen), che questo capovolgimento della cosmologia è riassunto dal modo di vedere le cose: per l’Inuk, l’acqua è ghiaccio sciolto. Per noi, il ghiaccio è acqua solidificata. Ecco dunque qual è la loro-nostra terra e dove ci riflettiamo gli uni negli altri.

Tuttavia l’uso della lingua Inuktitut, parlata correntemente, è un tema scottante dove invece si frange il futuro di questa regione. Poiché la lingua è un indicatore delle difficoltà nate dopo le elezioni del 1999, con due candidati fondamentalmente di identiche vedute. Poiché questa è gente che ha vissuto isolata per decenni senza sapere quali fossero le conseguenze che guerra, imperialismo, colonie, ideologie, comunismo reale o liberismo sfrenato potevano insegnare nella storia, è evidente che la percezione della propria autonomia sia nata da una generazione che si è seduta al tavolo delle trattative uscendone con la proprietà collettiva della terra e un miliardo di euro di indennizzo, ma con un governo senza confronto politico quotidiano e una vera forza rappresentativa a Ottawa.

E allora è chiaro che la lingua è importante: tra i must del Land Claim Agreement c’era l’uso dell’Inuktitut, ma nell’aministrazione pubblica e nelle scuole il bilinguismo è pressoché marginale. A Iqaluit, la porta del Nord, ciò è particolarmente evidente. La comunità svela una dimensione che è la frontiera: una frontiera destinata a scomparire (in sei anni si è passati da tremila a seimila abitanti), manovrata da istituzioni che non sembrano essere realmente vicine ai bisogni più urgenti delle comunità remote. C’è molta apparenza, a volte sembra di essere in The Truman Show: poi, quando esci, e guardi verso nord dal motel di Ottawa, capisci che il lento scorrere del Nord dipende troppo da qualcosa che accade in città, tremila chilometri più a sud.

Dicevamo la Frontiera. A Iqaluit, completamente diversa da tutte le comunità del Nunavut (ogni comunità dista almeno 300 chilometri l’una dall’altra, non ci sono strade, ma solo ghiaccio percorribile in motoslitta o i voli interni, la cui regolarità dipende dal clima), si arriva per andare da qualche altra parte. Ogni persona incontrata in queste settimane di vita nella famiglia di Meeka Kilabuk (una delle fautrici del Land Claim Agreement) alla fine mi chiede sempre: «E quindi dove stai andando?». Volevo andare verso la frontiera, così quando ho sentito il suo inconfondibile odore, mi sono fermato a guardare e ascoltare.



Iqaluit nasce come avamposto della Hudson Bay Company negli anni Quaranta, poi diviene parte della Dewline, la lunga striscia di stazioni radar che dal 1957 al 1992 (4.500 chilometri dall’Alaska all’Isola di Baffin) gli Usa utilizzarono durante la Guerra fredda. E così le comunità che vivevano nella baia di Frobisher (uso questi nomi colonial-geografici per comodità) vengono marginalizzate e si concentrano a pochi chilometri dallo Zio Sam, ad Apex: per molti anni la loro presenza, sulla loro terra, non fu gradita.

Ma Iqaluit dal 1999 è la capitale del Nunavut: per questo molti Inuit arrivati qui hanno trasformato questo avamposto nell’adesso qui: una impercettibile fessura nel tempo, dove si impiglia il loro nomadismo interiore che viene tritato dalla macina del mondo globale. Fu negli anni Venti del secolo scorso che si compì la definitiva e forzata colonizzazione degli spiriti, raccontata nello straordinario The Journals of Knud Rasmussen (primo film in alta definizione, il 7 settembre aprirà il Toronto Film Festival; poi dovremmo vederlo al Film Festival di Roma in ottobre), una sorta di Dersu Uzala (il capolavoro di Akira Kurosawa) moderno che narra la storia dello Sciamano Aua e della sua famiglia: la strisciante distruzione di un sistema religioso e sociale basato sullo sciamanesimo. Sradicamento, ricatto, colonizzazione degli spiriti presi per fame e abbandono forzato del nomadismo. Il ventesimo secolo si compie.



Grazie a questo nuovo film, il regista originario di Igloolik, Zacharias Kunuk, esprime un fondamento della cultura Inuit; non ci sono buoni e cattivi, c’è l’ineluttabile mutamento delle civiltà, l’adattamento alle circostanze per sopravvivere in altre forme: «Sino a 200 anni fa eravamo convinti di essere gli unici abitanti del mondo e nonostante la vita tra i ghiacci fosse dura, per noi era l’unica vita possibile. Amavamo la nostra terra e quello che ci sapeva dare».

Kunuk, uno dei fondatori della Isuma assieme al regista e produttore Norman Cohn, ha fatto fare un tour al film in decine di comunità Inuit dove non esiste neppure un cinema: voleva mostrare a molti ragazzi che rifiutano la propria storia come è nata la sgradevole sensazione di essere diversi in casa propria. Isuma significa «pensare» e l’insegna campeggia nel centro di Igloolik («il luogo delle case»), 1.500 anime nel cuore del Nunavut. L’aspetto del villaggio è simile a quello di un campo profughi. La recente scoperta di giacimenti minerari importanti nella penisola non è motivo di gioia: chi sfrutterà questi potenziali miliardi di dollari non sarà un’azienda Inuit e la ricaduta sul territorio rischia di essere la stessa di tutte le terre abitate da nativi. Le royalty saranno forse, al netto, dell’uno per cento. «Chi sono io?». Si domanda un giovane Inuk. E, spesso, non sa rispondere e la risposta dei suoi vecchi non gli sembra in linea con il mondo dei qallunaat (uomo bianco). Ancora una volta sradicamento, abbandono scolastico, perdita di identità, suicidi andranno a rinforzare il proprio urlo di carta da pagine e pagine di statistiche stilate da ben intenzionati studiosi. Ovviamente bianchi.

Gli Inuit sono una popolazione dotata di grandi capacità di adattamento: sino ai primi anni Settanta, esistevano solo una manciata di testi redatti nella loro lingua, che come tradizione vuole era una lingua tramandata oralmente, di generazione in generazione, sino a quando un padre anglicano non creò il geniale alfabeto Inuktitut. Durante gli anni Settanta e Ottanta, gli Inuit compresero al volo il ruolo fondamentale che avrebbero avuto le telecomunicazioni satellitari: in un territorio così sterminato, la radio aveva già assunto un ruolo importante.



Nell’insediamento di Grise Fjord (a sud nella meravigliosa isola di Ellesmere), personaggi come John Amagoalik rimasero vittime degli esili artici. John lavora alla Ibc, l’Inuit Broadcasting Corporation: «Il governo federale per consolidare le posizioni in una zona strategica dell’Artico mandava famiglie di qallunaat (l’uomo bianco) assieme a famiglie di Inuit prelevate a forza dalle proprie zone d’origine a vivere e presidiare questi luoghi. Per dieci mesi l’anno, non vedevamo nessuno. Non c’era niente. Non sapevamo cosa accadesse nel mondo: avevamo solo la radio per i collegamenti con il resto del Canada».

Nel luogo spirituale, geografico e giuridico dove gli Inuit resistono, va messo in conto anche questo gap: la separazione tra l’adesso, il mondo globalizzato, e un qui che per loro è fisicamente in gran parte quello di sempre, ma che nell’animo collettivo viene eroso quotidianamente da regole imposte da fuori.

Le quote per la caccia ne sono un esempio lampante. L’Inuk ha sempre saputo che dal territorio si prelevano gli interessi senza intaccarne il patrimonio di base: così è stato per migliaia di anni, prima dell’arrivo degli animalisti nevrotici che hanno occupano cariche istituzionali decisive. Quelli che: «Ah le foche no!», gli stessi che a Pasqua siedono a mangiare uno dei milioni di capretti o agnelli uccisi per celebrare la festa cristiana e che a Natale farciscono il cappone: è il buonismo ideologico, avulso dalla realtà della Terra, dall’eterno ciclo di vita e morte, dall’implicito naturale concetto di rigenerazione e non di controllo indiscriminato attraverso l’industrializzazione della morte alimentare, sulla quale si basa la nostra cucina, il nostro nutrimento terrestre. Ma ogni popolazione che conosce il territorio sa che la caccia permette la vita e l’aumento della diversificazione delle specie, non la diminuzione: 58 milioni di italiani sono altra cosa da 25 mila Inuit che cacciano su un territorio sette volte più grande. E così un popolo che dal ghiaccio non poteva (né potrebbe) avere ortaggi, frutta e altro, progressivamente è stato annegato da regolamenti stipulati da gente che chiama la caccia «raccolto» e suddivide gli orsi in decimali come se fossero euro e dollari con la pelliccia bianca.



Mentre noi, la cultura schizofrenica che misura il cibo in calorie, ma non in energia, che fa nascere gli animali per ucciderli coi guanti bianchi lontani da occhi indiscreti, senza lasciarli vivere, respirare, creare l’energia che nella selvaggina è evidente anche a uno sprovveduto, compiamo il nostro quotidiano dovere di colonialisti del pensiero e dell’amministrazione altrui: questo pensavo, girando le strade bianche di Iqaluit e incontrando i parenti della famiglia che mi ospitava, capaci con un sorriso di regalarti carne di caribù appena cacciata, per amicizia e per il più antico rito della vita: il nutrimento. Non mi sono mai sentito così lontano dal mio mondo e vicino alla vita.

Questione di radici. Slega l’uomo dalle proprie radici e avrai un kamikaze a testa bassa nel ventre della collettività. Ma gli Inuit hanno anche un grande senso dell’umorismo e così uno di loro ha fatto girare un poster intitolato Save the Baby Veal, «salviamo il vitellino», con due Inuuk che abbracciano sorridenti un giovane bovino: un sorridente rimprovero per quegli sciocchini che nel marzo scorso, sospinti da un patetico Paul McCartney ed ex consorte, si erano fatti paladini dei più forti con Save the Baby Seal, «salviamo la fochina».



Ma facciamo un po’ di numeri: sugli oltre sei milioni di esemplari di foca presenti nell’Oceano Artico (il numero più alto da quando si fanno questi conti), ogni anno in Canada la quota limite è di 350 mila esemplari. Solo il 10 per cento sono «fochine» e questo, in fredde cifre, deve darci l’esatta misura della patetica istanza di una civiltà che uccide milioni di capretti, agnelli e vitelli.

In aprile sono andato per un’intera giornata a caccia con Lootie Eipilee, oltre 200 chilometri di distese di ghiaccio lontano da ogni luogo conosciuto. Lootie mi ha mostrato la naturalezza del suo rapporto con l’animale: l’attesa, il dialogo con il grande silenzio bianco, il maestoso baluginare della luce, lo scorrere sul mare ghiacciato che impercettibile saliva e scendeva sotto di noi. La foca che esce dal buco, l’esitazione prima di sparare. Un rapporto spirituale. La vita che incontra la vita, attraverso la morte.

In Inuktitut l’animale morto non viene descritto al passato: cambia semplicemente stato dell’essere, da pesce diventa cibo, da cibo diventa vita. Per un Inuk il segreto per l’accesso al cibo risiede nel rispetto dell’animale: nel leggendario volume Sogni artici, di Barry Lopez (Baldini & Castoldi, 2006) questo complesso sistema è testimoniato da una battuta di caccia all’orso polare, dalla sua preparazione e dalla preghiera. Oggi, purtroppo, le «quote» fanno sì che si possa andare a caccia se si viene sorteggiati. Roba che neppure Buffalo Bill e il suo circo.



Durante le settimane di questa vita, ho pensato alla macina del nostro mondo, una società che sterilizza l’apparato sensoriale e, come un virus, muta la percezione del nostro software primordiale: replicanti, come in Blade Runner, che giudicano e disquisiscono di cose che non sanno, con parole che non conoscono, parlando con la lingua biforcuta. È una questione di linguaggi: per sapere dov’è il Nunavut, come è amministrato, per conoscere quante volte gli scienziati misurano le feci dei lupi e degli orsi, possiamo cliccare su un motore di ricerca e avere le risposte. E poi? E allora? Ma per ricevere, almeno per un attimo, la discreta lingua della nostra terra, serve spogliarsi e osservare. Lì, c’è la nostra terra, e dove c’è la nostra terra ci sono gli Inuit: che, quasi dimenticavo, vuole dire gli uomini.


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