9 arrampicatori su 10 continuano a fare gli stessi errori - POST 2

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9 arrampicatori su 10 continuano a fare gli stessi errori - POST 2




I “big 4”
I quattro componenti principali dell’arrampicata su roccia sono: 1) tecnica di movimento, 2) forza delle dita, 3) resistenza, 4) massa corporea. Delle 4 ora va di moda sovrastimare la forza delle dita rispetto alle atre 3. In realtà liberare un via richiede altre capacità spesso trascurate dagli arrampicatori. Cose come la tattica, le abilità mentali, ecc.

Insomma, i big 4 sono big ma non sono tutto.

Ci sono poi alcuni principi generali frequentemente usati dalla fisiologia del movimento e dalla scienza dello sport che vengono utilizzati in altri sport ma che nell’arrampicata si tende a dimenticare:

Specificità: diventi ciò che fai. La performace è il risultato delle tue abitudini giornaliere.

Sovraccarico: Per migliorare devi fare più di prima per stimolare il corpo. Tuttavia il sovraccarico può essere raggiunto agendo su diverse variabili

Reversibilità: Se non lo usi lo perdi. Ciononostante basta poco lavoro per mantenere livello o abilità in una determinata variabile

Varietà: Il corpo per reagire ha bisogno di stimoli nuovi e diversi. La varietà di cui ha bisogno potrebbe però essere molto più sottile di ciò che immagini

Individualità: quello che funziona per il tuo compare non è detto che funzioni per te.

Un esempio. Vai in un paese qualunque e troverai arrampicatori che pensano che fare 10 vie in una giornata sia molto. Ma come ci sono arrivati a quella cifra? Non penso dipenda da dalla sperimentazione, tentando di arrampicare di più, manipolando la rilevanza delle diverse variabili come il riposo e registrando gli effetti sul corpo in un arco di tempo prestabilito. Si tratta solo di ciò che conoscono. Gli è stato trasmesso come un numero accettabile di vie da considerare “molto”. Così, quando vanno in un altro paese e si rendono conto che lì 10 tiri sono il riscaldamento, poi si fanno i redpoint duri e poi si va a correre, rimangono stupiti.


La tecnica
Molti arrampicatori si dicono “Ora salgo questa via focalizzando sulla tecnica”. Ma non funziona!! Il pensiero cosciente rallenta tutto e ti fa acciaiare in fretta. La realtà è che una buona tecnica è in genere automatica e ogni decisione in questo senso, mentre scaliamo, deve avvenire fuori dal pensiero cosciente.

Quindi che faccio? Il modo migliore per esercitare la tecnica è ben lontano dal tuo limite, su vie più facili dove hai più spazio per pensare, raccogliere e processare il feedback dal tuo corpo mentre il movimento avviene. Le vie difficili sono però importanti perché è lì che tutti i pezzi del puzzle della performance si incastrano e lavorano all’unisono.

Registra, Riguarda e rivedi

Una capacità fondamentale mentre migliori nell’arrampicata è quella di riuscire a registrare nella mente ciò che hai appena fatto nel dettaglio per poterlo analizzare in seguito. Si tratta di una capacità che si apprende ma che si impiega anni a perfezionare. Ma con il tempo imparerai a “rivedere” nella mente ciò che hai fatto e a “sentire” il feedback del tuo corpo.

Rivedere i movimenti è anche fondamentale per aumentare il numero di schemi motori con cui il tuo cervello ha a che fare nel tempo.

Mente fai bouldering, in una sessione di 3 ore è molto probabile che spenderai gran parte del tempo riposando. Chi trascorre quel tempo vagando con la mente altrove o semplicemente aspettando che il corpo sia pronto per riprovare in genere impara lentamente o smette di imparare del tutto.

Nessuno fa esercizi ripetitivi (drills)giusto?

Negli altri sport si fanno. Nell’arrampicata no. Nel tennis ad esempio si passano ore provando il servizio, lo smash, la volée. Questo focalizzare su un aspetto tecnico alla volta, liberi dalla preoccupazione di competere, significa spesso realizzare effettivi progressi.

Gli arrampicatori non fanno così. Noi non “facciamo pratica” e poi pensiamo alla “performace”, Noi arrampichiamo e basta. Anche quando pensiamo alla sessione in corso come a un allenamento in realtà pensiamo sempre a performare. Il risultato è che il processo di apprendimento è molto più lento di come potrebbe essere. Passiamo il tempo a cercare di stare al 100% su ogni aspetto e falliamo nell’apprendere efficacemente ognuno di essi.

Così ad esempio finiamo a focalizzare troppo sul risultato del movimento e non sull’esecuzione dello stesso.

Il problema è che i movimenti dell’arrampicata sono molto più vari di un dritto o di un rovescio. Ma non così vari da non poter stabilire alcuni movimenti chiavi. Come un laterale, una lolotte o una posizione a rana.

Come facciamo quindi a introdurre i drill nell’arrampicata senza che questa diventi troppo scientifica o irregimentata? La risposta più ovvia e “durante il riscaldamento”. Sotto al tuo limite hai infatti maggior tempo per prendere coscienza e rifinire il movimento. Scegli un elemento alla volta su cui concentrarti – braccia tese durante lo spostamento dei piedi, precisione dei piedi, velocità, fluidità, ecc. All’inizio dovrai concentrarti per non arrampicare distrattamente e basta. Si tratta di nuovo di interrompere un’abitudine.

Il secondo modo per fare i drill e nel bouldering durante la risoluzione di problemi, o durante la risoluzione di singoli tratti di una via lavorata. In questo secondo caso l’errore più comune è quello di ripetere semplicemente lo stesso movimento in continuazione concentrando l’energia mentale nel tentare di arrivare alla presa successiva con la maggior accuratezza possibile. Usare il 100% dell’energia nell’esecuzione del movimento è la fase finale di un redpoint. Non la prima. I buoni arrampicatori, in questa fase, ascoltano feedback del corpo per “sentire” l’errore. Cercano altri modi di realizzare quel movimento fino a quando non “sentono” quello corretto. Il risultato di apprendimento è così doppio. Primo: il modo migliore per trovare il movimento giusto è attraverso l’eliminazione delle opzioni meno efficaci. Secondo: in questo modo la mente viene esposta a un maggior numero di informazioni motorie fra le quali sceglie quella che funziona meglio.

Struttura della tecnica arrampicatorio

Controllo ed equilibrio sono le parole più utilizzate. Entrambe sono utili a un livello di base o per principianti che iniziano a capire cosa ti tiene attaccato alla roccia. Ma non appena appigli e appoggi iniziano ad essere più distanti, più piccoli e posizionati in maniera insolita queste due parole non sono più abbastanza.

La velocità non ci aiuta solo a ridurre il tempo impiegato per terminare la via (risparmiando così energia che altrimenti utilizzeremmo per rimanere appesi) ma anche per muoverci fra appigli che non possono essere raggiunti in equilibrio statico.

Quanto le prese sono in posizioni atipiche o semplicemente lontane il baricentro deve necessariamente finire all’esterno della base di supporto (l’area fra i punti di contatto con la superficie della parete) per riuscire a raggiungere l’appiglio successiva. Si parla sempre di equilibrio, ma di un tipo completamente differente: l’equilibrio dinamico. Questo utilizza l’accelerazione per muovere il corpo lungo il percorso corretto, fuori dalla base di supporto, arrestandosi solo quando afferiamo l’appiglio successivo.

Iniziamo il movimento accelerando il corpo, o parte di esso nella direzione dell’appiglio, e eseguiamo il movimento in equilibrio ma in velocità. Muovendo il corpo staticamente su movimenti estesi, quando il corpo si sposta fuori della base di supporto, necessita di uno sforzo muscolare enorme. Uso del “momento” sostituisce il bisogno di questo sforzo muscolare.

Necessità del “momento”

Quando un appiglio è piccolo e tenerlo con due mani è già duro, toglierne una per raggiungere il successivo è impossibile. Se lo afferriamo velocemente invece potremmo riuscire a tenerlo quanto basta prima che il corpo inizi di nuovo ad accelerare verso il basso secondo gravità.

Generando momento verso l’alto di fatto rubiamo una frazione di secondo alla gravità per raggiungere l’appiglio successivo prima che il peso del corpo ci rispedisca verso il basso.

Ma questo non è l’unico vantaggio dell’uso del momento. L’altro è senza dubbio la possibilità di generare la forza necessaria al movimento stesso nella parte inferiore del corpo.

E’ ovvio che il momento e il movimento dinamico che segue sono più necessari quanto più piccoli sono gli appigli. Tuttavia essi andrebbero applicati anche con appigli più grandi in quanto l’utilizzo del momento corrisponde di fatto a una maggior efficacia del movimento arrampicatorio.

In arrampicata il momento viene in genere generato in diverse direzioni, non solo verso l’alto: verso la roccia, lateralmente.

E’ difficile definire tutti gli utilizzi del momento ma esistono sicuramente alcuni movimenti che ti aiutanoa capire il principio.

[qui fa una serie di esempi ne prendo un paio. Non traduco i nomi perché magari esistono termini tecnici che in italiano non conosco]

Hip Swing

Parti a braccia tese su due prese. Piedi alti in modo da sedere sui talloni e avere le ginocchia completamente piegate. Scegli una presa distante ma spostata molto di lato. Inizia il movimento oscillando le anche come un pendolo. Completa con un’oscillazione maggiore nella direzione della presa e raggiungila. I principianti in genere fanno fatica a capire il piano geometrico su cui eseguire l’oscillazione e l’insieme di spinte e trazioni di piedi e mani. Ora riprova staticamente e renditi conto della differenza di forza necessaria per eseguire il movimento.

Head Butt

Questo movimento è usato su angolazioni vicine alla verticale dove gli appigli sono realmente piccoli e il corpo deve stare il più vicino possibile alla parete per non volare. In questo caso le uniche parti del corpo che possono essere usate per generare momento sono la testa e le spalle. Con le anche vicine alla parete, inarca la schiena distaccando testa e spalle dalla parete stessa (ma non troppo). Usa un head butt rispingendo testa e spalle in dentro verso la parete. Questo movimento ti darà la possibilità di afferrare l’appiglio successivo. A un livello successivo ti accorgerai che anche l’appiglio che stai per raggiungere è piccolo. Potresti afferrarlo anche staticamente ma non riuscire a tenerlo fin da subito. In quel caso potresti guadagnarti tempo a sufficienza per tenere l’appiglio decelerando una nuova corsa verso l’esterno della testa e delle spalle.

Un fattore chiave per capire la tecnica di movimento dell’arrampicata è esercitare l’immaginazione. Questo processo viene spesso definito “visualizzazione”. Secondo me il termine non è il più giusto. La componente visuale è solo una frazione di ciò che è necessario. In effetti si tratta più di “sentire” attraverso i sensi dove si trova il tuo corpo nello spazio fisico.

Comunque, avere controprove potrebbe essere necessario. Cose come riguardarsi in video o una sessione con un allenatore specializzato nel movimento arrampicatorio.

La creazione di momento è realmente la chiave di volta della tecnica arrampicatorio. Senza il momento, l’inefficienza del movimento statico fa sì che l’uso della forza diventi preminente. In altre parole non è possibile compensare il movimento statico cercando di sviluppare più forza. La forza è utile solo quando può essere applicata in pieno. Usando il momento puoi fare molto di più con una data quantità di forza.

I piedi non servono solo a spingere!

La forza non va sempre solo applicata verso il basso, contro gravità e nella stessa angolazione della roccia. Durante differenti fasi del movimento la forza può essere applicata in differenti angolazioni simultaneamente. Per esempio le mani non sono sempre usate solo per tirare le prese verso il basso.

Un arrampicatore fa un notevole salto in avanti quando si rende conto che i piedi servono anche a tirare. E più la parete diventa verticale più tirare con i piedi diventa una parte importante del movimento.

Su uno strapiombo ad esempio i piedi spingono (per estendere il corpo verso l’appiglio successivo) e allo stesso tempo tirano (per mantenere il corpo visino alla roccia così da poter esercitare la spinta stessa).

Per imparare questa parte della tecnica è necessario focalizzare su questo “tirare” dei piedi ogni volta che , su vie facili, si ha spazio mentale sufficiente per farlo. Questo è utile per renderlo parte delle proprie abitudini arrampicatorie.

Per esercitare più forza ed essere spinti verso la roccia durante i movimenti la posizione del piede è cruciale. Non è sufficiente piazzarlo accuratamente nel punto migliore dell’appoggio. Bisogna anche fare in modo che la punta spinga verso il basso in un intaglio. All’interno della scarpetta la punta del piede dovrebbe spingere attivamente perché essa si pieghi nella parte posteriore dell’appoggio. Con le dia che tentano di piegarsi esattamente come quelle delle mani su un appiglio. Quando l’appoggio è convesso o svaso le dita dei piedi dovrebbero sempre tentare di “afferrare” l’appoggio, ma invece di puntare verso il basso dentro all’appoggio stesso, il piede dovrebbe essere posizionato con il tallone più basso e il piede più piatto sull’appoggio.

Per gestire la roccia verticale o strapiombante, dove gli appoggi diventano sempre meno e meno frequenti, i piedi devono imparare a “tirare” e a “tirare” forte!

Aspetti controintuitivi della tecnica arrampicatoria

Due aspetti soprattutto sono difficili da imparare senza notarli coscientemente ed esercitarli opportunamente.

Primo: applicare la massima forza sugli appoggi.

La mia ipotesi è che la sfida è realmente quella di riuscire a coordinare l’applicazione della massima forza su uno o entrambi i piedi mentre simultaneamente si cerca di ottenere la millimetrica precisione per afferrare la presa successiva iniziando a esercitare la forza solo quando le dita hanno trovato il punto giusto dell’appiglio

Secondo: sviluppare e mantenere la tensione del corpo

Nel momento in cui afferriamo l’appiglio successivo la nostra mente focalizza interamente sul compito di afferrare prima l’appiglio e poi di tirare il più forte possibile. Tutto deve avvenire in una frazione di secondo. Dunque è necessaria molta energia mentale. Ciò lascia il resto del corpo in balia del subconscio, che fa ciò che è programmato per fare in una combinazione di istinto e risultato dell’allenamento. L’istinto vorrebbe che portassimo el anche sotto al nuovo appiglio in modo da ottenere un nuovo orientamento verticale del corpo. La cosa sembra in equilibrio, ma se i piedi scivolano via dall’appoggio, per non volare dobbiamo esercitare maggiore forza sull’appiglio. Se non voliamo immediatamente, succederà poco più in alto per esaurimento dell’energia a disposizione.

Prima che forza addizionale si di qualunque aiuto dovremmo insegnare al corpo durante l’allenamento ad applicare tensione muscolare per mantenere (in seguito al livello subconscio) posizioni “orizzontali”.

La precisione è importante

La punta dei piedi ha su un appoggio piccolo meno superficie di contato delle dita sullo stesso appiglio.

Quindi la precisione è essenziale. In questo la forma e la consistenza delle prese di resina non aiuta a imparare la precisione dei piedi. Spesso si tratta di grossi blob sui quali è toppo facile esercitare frizione ovunque il piede si posizioni. Ciò spesso restringe il tempo mentale che dedichi a scegliere con precisione dove mettere il piede.

Su roccia è più complesso. Gli appoggi hanno forme diverse e spesso sono molto più piccoli. Spesso il punto di frizione ideale è uno solo, tipo un cristallo particolarmente affilato. Da ciò proviene la frustrazione di molti arrampicatori da palestra molto allenati quando arrampicano su roccia.

Esistono 3 opzioni per ovviare a questo problema:

Primo: scala su roccia più che puoi

Secondo: se scali soprattutto indoor assicurai di pianificare sessioni in cui restringi la dieta di giganti blob per i piedi. Arrampica su vie a piedi obbligati e traccia problemi con appoggi piccoli e complicati, per allenare la mente a individuare il punto migliore per mettere il piede

Terzo: quando un movimento non ti viene, accusa la mancanza di forza come ultima causa della lista. E’ possibile che il tuo ricorso alla forza dipendeva solo dal fatto che il piede non era nel punto giusto dell’appoggio.

Tentare di rendere l’appiglio più gande

Annaspare per trovare un appiglio migliore o un punto migliore dell’unico appiglio disponibile è una tendenza che quando abusata fa leva su quella parte della mente che ci spinge a rimandare la sofferenza mentale di effettuare il movimento più complesso e decisivo della via. Laddove in genere basta poco per fare la differenza fra il successo e il fallimento.

Idealmente, quando sei sul passaggio più complesso della via avresti bisogno solo di decisione, precisione e applicazione della massima forza per oltrepassarlo. E invece succede spesso che è proprio lì che ci si addentra in un processo complicato di lettura della roccia e pianificazione conscia del movimento.

E’ chiaro che saper leggere la roccia aiuta molto in questi casi. Tuttavia ciò che è essenziale è il grilletto mentale che ci ricorda che dobbiamo provare solo le opzioni più probabili per afferrare la presa o appoggiare il piede e poi proseguire prima che sia troppo tardi.

I peggiori in questo frangente sono gli arrampicatori trad che provano a migliorare nell’arrampicata sportiva. Sono infatti abituati a roccia appoggiata dove il tempo e il ritmo non sono componenti così essenziali come la precisione.

I boulderisti indoor abituati sempre a muri strapiombanti a 45 gradi stanno all’estremo opposto dello spettro. Sono abituati a sapere che modificare una posizione significa in genere perdita di tensione corporea e che il modo migliore di passare e rimettere il piede sull’appoggio il prima possibile e andare in dinamica all’appiglio successivo.

L’arrampicatore migliore in genere è quello che ha provato entrambe le cose e sa che situarsi da qualche parte in mezzo a questi due estremi permette di cavarsela nel maggior numero di situazioni.

Boudering: in cima alla lista

Il miglior modo per acquisire forza per l’arrampicata è il bouldering.

Parlate con i fissati del pannello e vi diranno che sospensioni e magari un po’ di pesi sono più intensi e strutturati per diventare forti rapidamente. Non è proprio così. Ti rende più forte rapidamente sì. Ma per quell’attività specifica. I fissati del pannello in genere sono forti sul pannello.

Il pannello è efficace solo se usato nella giusta proporzione rispetto all’arrampicata vera e propria …..

Alla prossima puntata … stay tuned …
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Tengri

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9 arrampicatori su 10 continuano a fare gli stessi errori - POST 2 :: Commenti

Messaggio il Lun Mag 14, 2012 3:47 pm  buzz

questo è molto interessante...

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 4:36 pm  gug

Molto interessante perchè non scontato: comunque anche da questi brani emerge un aspetto dell'arrampicata che ho sempre pensato la dissoci dagli altri sport e secondo me ciò avviene perchè è figlia (molto legittima) dell'alpinismo.

In arrampicata esiste un aspetto che non c'è in nessun altro sport che le assomiglia, e cioè il concetto e il valore dato alla prestazione "a vista": nella ginnastica, nei tuffi, nel pattinaggio artistico, ma addirittura nella musica (di cui abbiamo letto nell'altro post un'efficace analogia) non esiste nulla di analogo. Ogni prestazione è provata e riprovata e non esiste proprio il concetto, ne tantomeno il valore, della prestazione "a vista". Nessuno guardando l'esercizio di Chechi agli anelli o il concerto di un musicista penserebbe che ha poco valore perchè è stato provato mille volte: in arrampicata, e ne abbiamo discusso molte volte, il valore che viene dato a una prestazione aumenta se non è stata provata o se è stata provata poche volte.

Questo secondo me influenza anche il metodo di allenamento, dato che fa in modo che non ci sia quella ripetizione dei vari movimenti che come dice in questo articolo, caratterizza ad esempio il tennis: ciò avviene per la derivazione dall'alpinismo, dove uno dei maggiori valori è l'incognita che si va ad affrontare e secondo me l'arrampicata è ancora molto vicina a questo concetto. Anche l'aspetto mentale dell'andare da primi si collega a questo e differenzia l'arrampicata da altri sport simili.

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 5:08 pm  buzz

secondo te uno sciatore non scende a vista?
parlo di gare di slalom, gigante, libera...
ci sono le prove sulla pista, certo, ma come la troverai al momento della discesa è un'incognita.

e un pugile non combatte "a vista"?

e un tennista sa quello che farà l'avversario?

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 5:17 pm  gug

Buzz ha scritto:secondo te uno sciatore non scende a vista?
parlo di gare di slalom, gigante, libera...
ci sono le prove sulla pista, certo, ma come la troverai al momento della discesa è un'incognita.

e un pugile non combatte "a vista"?

e un tennista sa quello che farà l'avversario?


Ma io infatti ho parlato di sport simili all'arrampicata che sono quelli che ho elencato e probabilmente anche altri.

Negli sport in cui c'è un avversario, chiaramente si creano situazioni non prevedibili, ma in questi sport non vedo una esaltazione della prestazione "a vista" come c'è in arrampicata: si affrontano le situazioni imprevedibili, ma non viene dato un valore maggiore a questo tipo di prestazione. Uno sciatore può provare molte volte la pista in cui poi scenderà e ciò non diminuisce il valore della sua prestazione, come invece avviene in arrampicata; nel tennis, e parlo per esperienza, si cercano di scomporre e riproporre le situazioni che si troveranno in partita, anche se ciò è reso complicato dal fatto che c'è un avversario (che in arrampicata e negli altri sport che ho citato non c'è): secondo me questo è un segno tangibile della derivazione "non sportiva" dell'arrampicata che poi produce l'idiosincrasia a ripetere innumerevoli volte i vari gesti e le varie situazioni di cui si parla nell'articolo.

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 5:22 pm  buzz

non verrà dato un valore maggiore in senso di gradazione fra maggiore o minore, ma di fatto se sbagli sei fuori. punto.
quindi esiste solo la prestazione a vista.

nello sci ad esempio non è che esiste il lavorato...
o azzecchi l'onsight o sei out.

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 5:24 pm  Beldar

post interesante assai, da leggere, rileggere e digerire con calma

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 7:14 pm  gug

Buzz ha scritto:non verrà dato un valore maggiore in senso di gradazione fra maggiore o minore, ma di fatto se sbagli sei fuori. punto.
quindi esiste solo la prestazione a vista.

nello sci ad esempio non è che esiste il lavorato...
o azzecchi l'onsight o sei out.


Non è così, Buzz, io direi invece che proprio nello sci ad esempio non esiste l'on sight: tutti gli sciatori che partecipano a una gara sicuramente provano il tracciato prima e nessuno si sogna di dire che se facessero la gara senza provarlo la loro vittoria o piazzamento varrebbe di più.

Poi comunque come ti ho detto, non è che in questi sport non esiste l'analogo dell'on sight, è che non gli viene dato lo stesso valore che ha nell'arrampicata, a volte non gliene viene dato affatto: quando c'è è qualcosa che scaturisce dalle dinamiche dello sport e che si si può eliminare con l'allenamento è meglio. Questo secondo me è una peculiarità dell'arrampicata ed è una di quelle cose che derivano dal non essere una disciplina "sportiva" in origine, ma esserci diventata successivamente e ancora non completamente. Per questo secondo me avviene che in tutti gli sport, come dice nell'articolo, esiste la mentalità di spezzare i vari movimenti e di provarli continuamente, mentre in arrampicata no, così come probabilmente molti degli altri aspetti che l'articolo descrive derivano dallo stesso motivo.

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Messaggio il Lun Mag 14, 2012 8:03 pm  mauromagagna

molte. ciao

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 1:15 am  funkazzista

Si, in un certo senso è vero che il valore dell'a vista è una peculiarità dell'arrampicata.

Dimentichiamoci per un attimo delle competizioni: ci sono altri sport dove ci si trova continuamente davanti all'ignoto (sci fuoripista, surf da onda, ...), ma il concetto dell'a vista non esiste in questi sport.
Sbaglio se penso che è perché si svolgono su un terreno troppo mutevole e quindi non permettono un confronto diretto? (NB: dimentichiamoci per un attimo delle competizioni)
In arrampicata possiamo dire "quella via è 7c, io l'ho fatta a vista, tu no, quindi tu sei una pippa", perché la via è quella, il grado è quello.
Nel surf, ad esempio, non è possibile un confronto di questo tipo: tu non puoi surfare la stessa onda che io ho fatto "a vista".

D'altro canto, se invece consideriamo le competizioni, è vero che negli sport "simili" all'arrampicata (sci alpino, trial, ...) ciascun atleta affronta la prova "a vista" e chi sbaglia perde o viene penalizzato.

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 7:06 am  buzz

Non è che non esiste il concetto dell'avvista. Al contrario, non esiste il concetto di "lavorato"!
Quindi non si sente la necessità di specificare che una prestazione è a vista, perché, semplicemente, è SEMPRE, a vista.

Anche lo sci, gug... il fatto di conoscere la pista equivale al conoscere la parete, la roccia, NON la via. I cambiamenti della neve, della visibilità, della pista stessa per il passaggio degli altri concorrenti, il tracciato diverso... sono tutti elementi che modificano e di molto la percezione del tracciato, per cui uno sciatore in gara, nel senso che dicevo sopra, è SEMPRE a vista. Al punto che non è necessario specificarlo, ai fini della prestazione.

A me sembra questo, il modo corretto di impostare la questione.
Non è che alcuni altri sport non abbiano la prestazione a vista, così come altri hanno la prestazione lavorata.
La peculiarità dell'arrampicata è che da valore (seppur diverso) ad entrambe le modalità.
Ma fino ad un certo punto, perché poi nelle gare si ritorna all'a vista e basta.

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 8:36 am  gug

Più o meno diciamo la stessa cosa: ci sono sport dove la prestazione è intrinsecamente "a vista", o perchè c'è un avversario, o perchè il terreno di gara non è fisso, però in tutti i casi non viene dato un valore aggiunto a quel tipo di prestazione e se l'atleta riesce ad allenarsi riproducendo le situazioni di gara, la prova non ne viene influenzata in nessun modo. Ci sono sport, che io reputo simili all'arrampicata come tipo di movimento e approccio, che sono la ginnastica in primis, ma anche i tuffi, il pattinaggio artistico, dove addirittura non esiste neanche il concetto dell'on sight: un atleta che gareggia in questi sport che non provasse fino alla nausea gli esercizi che presenterà verrebbe mandato immediatamente a zappare la terra.

Detto ciò, io credo che questo ci sia in arrampicata, così come altri aspetti, tipo l'arrampicare da primi di cordata e non da secondi, perchè questa disciplina proviene dall'alpinismo in cui la peculiarità più grande è l'affrontare qualcosa che non si conosce. Avere l'origine in questo tipo di filosofia, io credo che abbia un forte influsso nel rendere anche l'arrampicata sportiva, una disciplina ancora poco "sportiva" e ne trovo altri segni nell'articolo che ci ha postato Tengri: più volte viene fatto il parallelo con gli altri sport ed emergono alcune idiosincrasie dell'arrampicata verso, ad esempio, l'isolare i fondamentali e i movimenti evoluti, nel provare in maniera a se stante i vari aspetti, nei criteri di allenamento e così via. Trovo queste argomentazioni molto interessanti e in linea con la mia tesi esposta sopra.

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 8:53 am  buzz

Boh, io continuo a vederci una forzatura logica, nel voler proclamare a tutti i costi l'intrinseca diversità dell'arrampicata da tutto il resto.
E' evidente che ogni attività sportiva possieda delle sue peculiarità che la rendono unica, così come ha delle specificità che la rendono contigua a certune o lontanissima da altre.

Cambia il terreno di gioco: terra, acqua, aria, roccia, attrezzi.
Cambia lo scopo del gesto sportivo: arrivare prima, perfezione del gesto, saltare più alto o più lontano, far sbagliare l'avversario...
Cambia il rapporto percentuale fra corpo e strumenti usati
Cambia l'ordine delle qualità fisiche utilizzate: forza esplosiva, forza massimale, coordinazione, flessibilità, resistenza...

A volere essere pignoli, cercando ciò che rende ogni disciplina diversa dall'altra, ogni attività sportiva fa storia a sé, non solo l'arrampicata.

Invece, per me, si tratta di cogliere i tratti unificanti, quelli che accomunano, imparando dalle discipline in cui la ricerca è più avanti (laddove ci sono più soldi, in genere) e poi sviluppare le specificità.

Questo vale sia a livello generale, sia a livello di singolo individuo.

Ma non sto parlando di come io, o tizio, o caio, possano migliorare le loro prestazioni in arrampicata.
Sto parlando di come dovrebbe essere un approccio serio all'insegnamento dell'arrampicata in una ipotetica Scuola di Arrampicata.

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 8:59 am  Beldar

che barba ,che noia, questo continuare ad "ancorarsi" all'alpinismo; come se uno che fa tiro con l'arco facesse ancora i rituali dei cacciatori del neolitico o cantasse le canzoni degli arcieri inglesi del 1600 prima di ogni gara...

Ormai è davvero un altro sport e un altro mondo, siamo solo noi vecchi che non ci vogliamo rendere conto che le palestre, e e falesie , sono ormai piene di ragazzini di 18 anni, che se gli nomini un qualsiasi alpinista strabuzzano gli occhi e al massimo ti chiedono se è qualche rapper o qualcuno di X factor.
Gente che scala al 70% su resina , fa le gare, e poi va ANCHE in falesia, e chiude i tiri "abbestia"; per loro tutti sti discorsi di pippe mentali e di retorica alpinistica sono davvero roba da antiquariato.
Siamo vecchi dentro.
Shocked

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 9:31 am  Batman

E per sancire una volta per tutte il definitivo distacco dalle origini alpinistiche, sarebbe ora di smetterla, in arrampicata sportiva, con questa obsoleta idea che le vie vanno fatte da primi. Retaggio alpinistico, facendo finta di sfidare il pericolo quando il pericolo è giustamente stato eliminato in favore della pura prestazione atletica. A che serve allora questa disperata insistenza sull'importanza dell'andare "da capocordata"?
Una bella corda davanti (non tesa, ovviamente) e via. Niente più mucchi di denaro da spendere in spit, resinati e rinvii, giusto un solido ancoraggio in cima. Niente più discussioni infinite se la via vale con i rinvii già messi o senza. Niente più menate su quale deve essere la distanza "a norma" tra le protezioni. Vai e concentrati sul gesto, la difficoltà pura. Abbiamo eliminato il fattore rischio? Bene, allora non continuiamo a far finta che ci sia.
Non sto del tutto scherzando. Anche se mi rendo conto che su vie fortemente strapiombanti questa sana proposta sarebbe difficilmente applicabile (in quel caso, però, si potrebbe lasciare qualche rinvio ogni tanto per evitare eccessive pendolate pericolose).
Il fatto è che, piaccia o no, se "andare da primi" è ancora condizione necessaria perché una salita sia considerata "valida", questo significa che le radici alpinistiche dell'arrampicata sportiva sono dure da estirpare. Perché la paura di cadere resta, e ti blocca, e quindi fa difficoltà, anche se lo si nega sistematicamente e non se ne tiene conto nei numeretti. Ma non si vuole recidere questo cordone ombelicale. Non lo vogliamo recidere "noi vecchi", perché ci siamo cresciuti. E non lo vogliono recidere i giovani che chiudono le vie abbestia, da primi, giocando agli alpinisti senza saperlo

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 9:48 am  bradipo

Batman ha scritto:Una bella corda davanti (non tesa, ovviamente) e via.



gli inglesi in parte già lo fanno da anni....

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 9:53 am  bradipo

"Boudering: in cima alla lista

Il miglior modo per acquisire forza per l’arrampicata è il bouldering.

Parlate con i fissati del pannello e vi diranno che sospensioni e magari un po’ di pesi sono più intensi e strutturati per diventare forti rapidamente. Non è proprio così. Ti rende più forte rapidamente sì. Ma per quell’attività specifica. I fissati del pannello in genere sono forti sul pannello.

Il pannello è efficace solo se usato nella giusta proporzione rispetto all’arrampicata vera e propria ….."




ecco qui il vero problema; si scala molto di piu in indoor o prevale l'allenamento a secco rispetto alla scalata fuori, in ambiente!

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 9:55 am  Beldar

mah, è tutto molto opinabile, forse è solo e semplicemente una "regola del gioco" mutuata dalle sue origini, come lo sono altre regole del gioco in altri sport.
Alcune sono state mantenute altre sono cadute via, semplicemente.
Forse un giorno si arriverà a quello che dici tu, si scalerà in gara da secondi, non lo troverei assurdo ne scandaloso, in fondo gli sport evolvono, le regole cambiano, federazioni e organismi di controllo decidono; dopo tutto oggi il rally point system nella pallavolo ci sembra scontato, andate a spiegare ad un ragazzino di 15 anni che 15 anni fa ci si poteva mettere un'ora a finire un set a furia di cambi palla, vi guarderà come se gli stesse parlando della battaglia delle Termopili !!
Ah, già, ma l'arrampicata è diversa....

Razz Razz

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 10:14 am  buzz

Batman ha scritto:E per sancire una volta per tutte il definitivo distacco dalle origini alpinistiche, sarebbe ora di smetterla, in arrampicata sportiva, con questa obsoleta idea che le vie vanno fatte da primi. Retaggio alpinistico, facendo finta di sfidare il pericolo quando il pericolo è giustamente stato eliminato in favore della pura prestazione atletica. A che serve allora questa disperata insistenza sull'importanza dell'andare "da capocordata"?
Una bella corda davanti (non tesa, ovviamente) e via. Niente più mucchi di denaro da spendere in spit, resinati e rinvii, giusto un solido ancoraggio in cima. Niente più discussioni infinite se la via vale con i rinvii già messi o senza. Niente più menate su quale deve essere la distanza "a norma" tra le protezioni. Vai e concentrati sul gesto, la difficoltà pura. Abbiamo eliminato il fattore rischio? Bene, allora non continuiamo a far finta che ci sia.
Non sto del tutto scherzando. Anche se mi rendo conto che su vie fortemente strapiombanti questa sana proposta sarebbe difficilmente applicabile (in quel caso, però, si potrebbe lasciare qualche rinvio ogni tanto per evitare eccessive pendolate pericolose).
Il fatto è che, piaccia o no, se "andare da primi" è ancora condizione necessaria perché una salita sia considerata "valida", questo significa che le radici alpinistiche dell'arrampicata sportiva sono dure da estirpare. Perché la paura di cadere resta, e ti blocca, e quindi fa difficoltà, anche se lo si nega sistematicamente e non se ne tiene conto nei numeretti. Ma non si vuole recidere questo cordone ombelicale. Non lo vogliamo recidere "noi vecchi", perché ci siamo cresciuti. E non lo vogliono recidere i giovani che chiudono le vie abbestia, da primi, giocando agli alpinisti senza saperlo

Lo dico da anni Bat, che il problema di fondo è questa mistificazione.

Certo, rimane il problema di come ce la metti, la corda in catena Laughing

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 10:19 am  Beldar

io non la trovo una mistificazione, mi spiego:
-la componente "rischio" ed esposizione esiste un altri sport, pensate ad un tuffo dalla piattaforma dei 10 metri (ci siete mai sailiti ??? altro che scalare da primi...), pensate ad una gara di downhill in MTB o alla discesa libera nello sci, ad una "banale" discesa in bici da strada da un passo dolomitico, e potrei continuare.
Tutti esempi dove il mix "rischio-esposizione-tecnica" è presente e contribiusce in maniera determinante al conseguimento del risultato sportivo, quindi perchè dovremmo azzerare questo fatto in arrampicata, solo per "uccidere il padre" Alpinismo ?

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 11:43 am  Beldar

il discorso sul "momentum", sull'accelerazione e uso dell'inerzia del corpo e sulla conseguente costruzione di sequenza fluide di movimenti continui, è attualmente la cosa sulla quale sto cercando focalizzare l'attenzione e concentrarmi di più quando scalo, in falesia e in palestra (ultimamente tanta roccia e poca plastica Wink )

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 11:45 am  mork

Beldar ha scritto:il discorso sul "momentum", sull'accelerazione e uso dell'inerzia del corpo e sulla conseguente costruzione di sequenza fluide di movimenti continui, è attualmente la cosa sulla quale sto cercando focalizzare l'attenzione e concentrarmi di più quando scalo, in falesia e in palestra (ultimamente tanta roccia e poca plastica Wink )

per me è uno scoglio insuperabile. Quando metto le mani su prese che so che terrò, vado via fluido (a meno che non mi fermi volontariamente per riposare). Quando metto le mani su prese piccole, mi blocco lì aspettando di capire se la terrò o meno... in pratica il contrario di quello che dovrei fare.

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 11:56 am  Beldar

per iniziare questo tipo di considerazioni ho trovato utile il pannello poco strapiomabante (10-15°) in palestra costruendo circuiti relativamente lunghi che alternassero prese buone a sequenze di movimenti su prese più piccole e quindi di nuova sequenza su prese buone; a quel punto "non hai scampo" sai che sulle prese piccole devi andare via rapido e minimizzare i movimenti, non sprecare, per rifiatare sulle grosse sucessive e via di nuovo.
Poi si tratta come semre di cercare di trasferire il tutto su roccia, ma ci si può riuscire !

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 11:59 am  MauMau

Buzz ha scritto:
Batman ha scritto:E per sancire una volta per tutte il definitivo distacco dalle origini alpinistiche, sarebbe ora di smetterla, in arrampicata sportiva, con questa obsoleta idea che le vie vanno fatte da primi. Retaggio alpinistico, facendo finta di sfidare il pericolo quando il pericolo è giustamente stato eliminato in favore della pura prestazione atletica. A che serve allora questa disperata insistenza sull'importanza dell'andare "da capocordata"?
Una bella corda davanti (non tesa, ovviamente) e via. Niente più mucchi di denaro da spendere in spit, resinati e rinvii, giusto un solido ancoraggio in cima. Niente più discussioni infinite se la via vale con i rinvii già messi o senza. Niente più menate su quale deve essere la distanza "a norma" tra le protezioni. Vai e concentrati sul gesto, la difficoltà pura. Abbiamo eliminato il fattore rischio? Bene, allora non continuiamo a far finta che ci sia.
Non sto del tutto scherzando. Anche se mi rendo conto che su vie fortemente strapiombanti questa sana proposta sarebbe difficilmente applicabile (in quel caso, però, si potrebbe lasciare qualche rinvio ogni tanto per evitare eccessive pendolate pericolose).
Il fatto è che, piaccia o no, se "andare da primi" è ancora condizione necessaria perché una salita sia considerata "valida", questo significa che le radici alpinistiche dell'arrampicata sportiva sono dure da estirpare. Perché la paura di cadere resta, e ti blocca, e quindi fa difficoltà, anche se lo si nega sistematicamente e non se ne tiene conto nei numeretti. Ma non si vuole recidere questo cordone ombelicale. Non lo vogliamo recidere "noi vecchi", perché ci siamo cresciuti. E non lo vogliono recidere i giovani che chiudono le vie abbestia, da primi, giocando agli alpinisti senza saperlo

Lo dico da anni Bat, che il problema di fondo è questa mistificazione.

Certo, rimane il problema di come ce la metti, la corda in catena Laughing

quoto buzz per comodità. Manfatti Bat, anche io lo dico da anni. Peraltro, prima di me, lo diceva Bernardi, uno dei fondatore dell'AS qui in Italia, e l'ha ribadito in un'intervista che gli feci più di recente ancora disponibile su go-mountain

ai fini di quello che conta veramente in AS, e cioè difficoltà, gesto etc, non è influente che tu arrampichi da primo o da secondo, sempre che la corda non ti scarichi dei chili. E infatti, che se ne dica, fare una via top rope è libera comunque. Peraltro in molti paesi la rotkreis è considerata valida, qui no...ognuno fa un po' come vuole. Sarebbe meglio dare valido tutto, specificando lo stile.

Quando vedi le vie montate con catene di rinvii per azzerare la distanza o l'obbligatorietà, ti chiedi veramente perchè mai occorra forzarsi ad andare da primi, solo per validare una prestazione, se non si è in grado di farla salendo e mettendosi anche i rinvii. La si fa top rope e buonanotte, no?

E' ovvio che mettersi i rinvii, moschettonare in un punto difficile, fare un runout, affrontare un tratto dove non puoi cadere...son tutte cose che alzano la difficoltà, soprattutto a livello psicologico. Avere paura ti fa stringere di più le prese, quindi ti acciai prima. Mi sembra ovvio per chiunque l'abbia provato. Tenerne conto nella valutazione è un non senso, ed anche inattuabile, perchè le variabili sono molte, troppe. Quindi si preferisce dire che la paura non fa grado, anche se poi la fa eccome. Un tiro a 300 metri da terra sembra più difficile ed in effetti si tenderà a gradarlo più soft. C'è anche chi dopo 10 tiri si scopre più buono a dare i gradi...perchè sei stanco Rolling Eyes

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Messaggio il Mar Mag 15, 2012 12:05 pm  MauMau

Beldar ha scritto:io non la trovo una mistificazione, mi spiego:
-la componente "rischio" ed esposizione esiste un altri sport, pensate ad un tuffo dalla piattaforma dei 10 metri (ci siete mai sailiti ??? altro che scalare da primi...), pensate ad una gara di downhill in MTB o alla discesa libera nello sci, ad una "banale" discesa in bici da strada da un passo dolomitico, e potrei continuare.
Tutti esempi dove il mix "rischio-esposizione-tecnica" è presente e contribiusce in maniera determinante al conseguimento del risultato sportivo, quindi perchè dovremmo azzerare questo fatto in arrampicata, solo per "uccidere il padre" Alpinismo ?

io ho fatto tuffi e so che vuol dire. Ma una piattaforma di 10 metri rimane a 10 metri per tutti. Fatti un giro nelle nostre falesie e vedi le "diverse interpretazioni dello scalare da primi". In arrampicata non esistono regole certe, l'unica più o meno accettata è quella che se scali in libera per tutto il tiro non ti devi appendere e nemmeno tirare i chiodi. Anche se per qualcuno rimane opinabile, che è tutto dire mrgreen
Non è riconosciuta neanche la libertà di un chiodatore di metterli distanti se vuole. Parlo di falesia. Perchè tu dici, giustamente: ma io faccio AS, mica alpinismo! Ho quindi il diritto di avere i chiodi ad un metro. Quindi deliberatamente te li allunghi, azzerando la componente emotiva. Quindi, come la mettiamo col tuffatore? Abbassa la piattaforma perchè ha paura? asd

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