Peter Boardman

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180512

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Peter Boardman




Trent'anni fa, sull'interminabile cresta nord-est dell'Everest scomparivano Joe Tasker e Peter Boardman, forse i due più grandi alpinisti inglesi dell'epoca, quelli del Changabang per intenderci.



Dal web due brevi ma intensi ricordi di Boardman

Peter
di Alberto Sciamplicotti
http://www.sciampli.it/SITO_5/Alberto_Sciamplicotti_peter_boardman.html



Nel 1992 alcuni alpinisti del Kazakistan erano nei pressi del secondo dei tre pilastri rocciosi posti lungo la cresta nord-est del monte Everest. Davanti a loro, seduta quasi alla base della grande zanna di pietra e ricoperta in gran parte dalla neve, scorsero improvvisamente la sagoma di una persona. Si avvicinaro a quello che sembrava, non tanto un uomo addormentato ma piuttosto qualcuno assorto, con il volto sereno, preso in qualche pensiero segreto. Aveva una tuta in piumino, foderata di un vistoso nylon rosso, sul viso una lunga barba costellata di piccoli cristalli di ghiaccio e sul capo un passamontagna nero. Non ebbero bisogno di indagare oltre: sapevano di aver ritrovato, dopo dieci anni, il corpo senza vita di Peter Boardman.

Nel 1982, lui e Joe Tasker erano stati chiamati da Chris Bonington a partecipare a una spedizione inglese il cui scopo era quello tentare di arrivare sulla cima del mondo per un nuovo itinerario, lungo l’interminabile cresta nord-est. Il 17 maggio di quell’anno, Boardman e Tasker erano stati visti per l’ultima volta, proprio nelle vicinanze del secondo pilastro. Poco più in basso di dove gli alpinisti del Kazakistan lo ritrovarono, sulla vetta del primo pilastro, c’era il punto da cui tredici giorni prima Joe, lui e Dick Renshaw erano ridiscesi al termine del primo tentativo che la spedizione aveva fatto per superare i tre pinnacoli di roccia. Sembrava che tutto stesse andando per il meglio quando, sulla vetta della cuspide, Renshaw era stato colpito da un piccolo malore causato dall’alta quota. Non aveva senso rischiare: d’accordo con Bonington, per non aggravare le condizioni di Dick, avevano subito cominciato la discesa che li avrebbe ricondotti ai campi bassi. Nei giorni seguenti Tasker e Boardman avevano recuperato le forze, in modo di poter attaccare nelle migliori condizioni il difficile tratto. Dopo una settimana di riposo, il 15 maggio, erano quindi ripartiti. Avevano passato la notte al campo 2 e il giorno seguente erano riusciti a raggiungere a 7850 metri la grotta scavata nella neve dove era situato il campo 3. Da qui avevano proseguito, superando di nuovo il primo pinnacolo e continuando così la salita verso la vetta dell’Everest. Dal campo base, osservandoli con teleobiettivi e binocoli, li avevano visti avviarsi verso la seconda delle zanne di pietra. Era stato allora che il vento era aumentato, le condizioni atmosferiche erano rapidamente peggiorate e gran parte della montagna era stata avvolta da nuvole che avevano impedito di continuare a seguire l’ascensione a chi era rimasto al campo base: l’ultima cosa che erano riusciti a vedere furono due figure che, camminando lentamente nella neve degli oltre 8000 metri, si inoltravano nella nebbia per sempre.

Joe e Peter erano alpinisti che avevano alle loro spalle una grande esperienza di alta quota. Insieme o con altri, erano riusciti in imprese di grande valore assoluto, realizzate di sovente in condizioni climatiche e meteorologiche difficili, condizione frequente in spedizioni alpinistiche come quelle himalayane, dove il campo base viene piantato a un’altezza di molto superiore a quella del Monte Bianco. Quando però dopo diversi giorni non si ebbero più notizie di Boardman e Tasker, fu drammaticamente chiaro che nemmeno la loro grande esperienza di alta quota era bastata questa volta per ricondurli a valle.

Furono fatte diverse ipotesi sulla loro scomparsa. Temperature di molte decine di gradi sotto lo zero, il vento forte e la scarsa percentuale di ossigeno presente oltre gli 8000 metri indeboliscono rapidamente qualunque fisico, anche il più allenato. Se poi, per qualunque ragione, è costante il perdurare di queste condizioni, può rapidamente sopraggiunge la morte per sfinimento. La lunga cresta che conduce verso la vetta dell’Everest si affaccia inoltre, nel versante Est, sulla ripida parete del Kangshung. Una manovra sbagliata, con la mente confusa dalla stanchezza, o un passo falso nella nebbia, conducono senza via di scampo verso i crepacci che, centinaia di metri più in basso, costellano in quel punto i piedi del Chomolungma.

Il non aver ritrovato il corpo di Joe Tasker sembrerebbe confermare queste ipotesi. Tasker potrebbe essere precipitato verso il ghiacciaio alla base della parete Est dell’Everest, Boardman invece morì di sfinimento mentre tentava probabilmente di scendere da solo dopo la disgrazia capitata all’amico.

Nel 1975, Peter aveva partecipato a un’altra spedizione all’Everest organizzata sempre da Bonington. In quell’occasione la vetta era stata raggiunta per una via aperta lungo la parete Sud-Ovest. Era il settimo tentativo che fatto da quel versante per cercare di superare l’impegnativa fascia rocciosa che si eleva dai 7925 metri. Il giorno successivo alla riuscita di Bonington e del suo compagno, Boardman era salito anche lui sul tetto del mondo insieme allo sherpa Pertemba. Dopo aver sostato qualche minuto in vetta era cominciata la discesa. Poco sotto la cima, dalla foschia era emerso come un fantasma, l’alpinista e cameramen Mick Burke. Voleva filmare la vetta dell’Everest e chiese a Peter di risalire con lui. Boardaman tentennò nel sentire la proposta: il tempo non era buono, una fitta nebbia avvolgeva ogni cosa, era già molto tardi. Inoltre sia lui che Pertemba erano stanchissimi per la salita fatta. Mick chiese allora che lo attendessero in quel punto: voleva infatti assolutamente fare qualche ripresa cinematografica della vetta e prendere alcune foto. Sarebbe quindi tornato in modo da poter fare la discesa insieme ai suoi compagni. Passò del tempo, troppo, le condizioni atmosferiche peggiorarono e alla fine fu chiaro che Burke non sarebbe più tornato dalla vetta dell’Everest: probabilmente, stanco, confuso dalla nebbia e dalla scarsa visibilità aveva sbagliato strada ed era precipitato. Con il cuore colmo di angoscia e disperazione Peter e lo sherpa, attesero comunque per oltre un’ora e mezza il suo ritorno. Alla fine iniziarono la discesa e Boardman dovette letteralmente trascinare verso il basso Pertemba, distrutto dalla stanchezza, dall’alta quota e prostrato psicologicamente. Nonostante la disgrazia, si era comunque trattato di un’impresa importantissima e per molti quello avrebbe potuto rappresentare l’apice di un’intera carriera alpinistica. Per Boardman si era trattato invece solo di un punto di partenza. La spedizione inglese era una di quelle a cui ben calzava questo termine così militaresco: molti uomini, grandi possibilità economiche di supporto, un’organizzazione ferrea in cui tutto era predisposto, e l’uso continuo delle bombole d’ossigeno per ridurre i problemi dell’alta quota. Insomma, un lavoro, anche se pericoloso, ma pur sempre un lavoro. Almeno era stato così che, al di là del dolore e delle sofferenze, Boardman aveva probabilmente catalogato quell’esperienza al suo ritorno in Gran Bretagna. Era stato anche per questo che aveva accettato senza indugio, l’invito di Joe Tasker a partecipare ad una spedizione leggera, loro due soli, allo Changabang. Tasker, quasi nello stesso periodo in cui Boardman era stato impegnato sull’Everest, aveva salito insieme a Dick Renshaw, nell’Himalaya del Garhwal, il Dunagiri lungo la cresta sud-est. In due, senza altri supporti e con scarse possibilità economiche, avevano affrontato e vinto una montagna di settemila metri. Mentre era impegnato nella scalata, Tasker aveva avuto modo di ammirare la ripida silhouette, interrotta solo da qualche chiazza di neve e ghiaccio persa fra le placche e gli strapiombi di granito, del Changabang. Così, al suo ritorno si era messo in contatto con Peter per organizzare una spedizione su quella montagna. Quando era arrivato il momento, per due mesi, avevano vissuto e lottato insieme fino a raggiungere la vetta realizzando un’impresa con una portata ben più vasta di quella dell’Everest. La loro non era stata solo una salita tecnicamente difficile, ma un contributo enorme a un modo differente di affrontare un progetto su una vetta himalayana, lontano per giunta da tutto quello che era stata la precedente spedizione all’Everest. Una scelta che era proseguita con le successive ascensioni, quella del Kangchenjunga, la terza fra le montagne più alte del mondo dopo l’Everest e il K2, quella sul Gauri Sankar, la montagna sacra degli sherpa, e quella alla Carstensz Pyramid, la montagna di calcare a forma di pinna di pescecane e la cui cima è la più elevata dell’Asia sudorientale. Tutte ascensioni portate a termine con lo stesso rigoroso stile. La salita alla Carstensz Pyramid l’aveva compiuta con sua moglie Hilary e di quelle settimane, passate con lei nella giungla della Nuova Guinea, insieme a portatori provenienti da tribù ferme all’età della pietra, serbava un ricordo particolare.

La salita dell’Everest per la lunghissima cresta nord-est con la spedizione di Bonigton rientrava ancora nello stesso progetto: ridare dignità e senso alle impegnative salite himalayane, frustrate già allora da progetti che anteponevano il raggiungimento della vetta allo stile e all’etica con cui lo si faceva. Una dignità e un senso simili a quelli che Boardman aveva cercato di dare alla sua vita, con la ricerca continua di una coerenza che non fosse solo la proiezione di un ego. Come quando con Tasker, appena scesi dal Changabang, erano risaliti verso i pendii del Dunagiri per seppellire i componenti di una cordata americana precipitata. Li avevano calati in un creapaccio, adagiandoli uno accanto all’altro. In silenzio, avevano dedicato loro un momento di riflessione e poi, dopo aver recurato i pochi oggetti personali delle vittime, erano scesi verso l’unica superstite del gruppo. O come quando era partito per il Kangchenjunga e poi per il Gauri Sankar, inseguito dai sensi di colpa per non essere rimasto invece ad accudire suo padre malato. A differenza di molti dei frequentatori delle alte quote e delle vette himalayane, non era stato un ego smisurato, o la voglia di gloria e di celebrità, ma il continuo volersi mettere in discussione, di fronte a se stesso e agli altri, che lo aveva guidato per luoghi lontani fino a ritrovarsi con il suo amico Joe, al termine della loro esistenza, su una roccia in mezzo al vento della cresta nord-est dell’Everest.

“This is not for aid”
di Gianni Battimelli

da Alpine Sketches
http://alpinesketches.wordpress.com/2011/01/10/pete-boardman/





Oddio questo vuole fare ancora una via. “Dai Pete, per oggi abbiamo fatto abbastanza, non ho più voglia di arrampicare, andiamocene in paese a mangiare fish and chips e a berci un boccale di birra, lo so che ti piace la birra …”. Ma Pete è irremovibile e in capo a pochi secondi mi ritrovo appeso alla doppia, sotto c’è un mare nero e schiumeggiante che non è il caldo Tirreno di Gaeta, questo è l’Atlantico gelido e tempestoso, mammamia quant’è brutto.

Urla, richiami, il fragore delle onde… Un po’ a sinistra Rys’ fila la corda all’altro Pete, il grande Livesey, alle prese con un muro all’apparenza desolatamente privo di appigli. The God, come lo chiamano qui (tra di noi lo abbiamo battezzato più irriverentemente Cespuglio per via della chioma ricciuta e scomposta), svolazza con disinvoltura tra gli strapiombi e scompare alla vista. Easy rubbish, beato lui. Il ‘mio’ Pete discute lì in alto con un diedro verticale, allungando il collo riesco a vedere che c’è un chiodo fisso, una rarità da queste parti. La testa di Pete fa capolino dall’alto, “this is not for aid”. Sarà meglio che non tocco quel chiodo altrimenti questi sono capaci di mandarmi a letto senza cena. Fuori tutti discutono animatamente, 5° nel primo tiro, oh yes Civetta conosco, io e Pete ci scambiamo uno sguardo complice: “Adesso fish and chips, d’accordo”?

Pete si allenava per l’Everest in quei giorni, e sulla cima dell’Everest sarebbe arrivato l’estate successiva, quell’Everest da cui la seconda volta non è più tornato. Altri hanno detto della sua bravura, dei suoi successi. Io ricordo quel suo muoversi da gatto sornione su per le rocce di Anglesey, l’eterno sorriso di ragazzo grande e buono, una tranquilla giornata trascorsa legati insieme e una stretta di mano, “nice climbing day Gianni”.

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Peter Boardman :: Commenti

Messaggio il Ven Mag 18, 2012 10:46 am  buzz

Qualche volta mi è capitato di scoprire un autore dopo la sua morte.

Scrivevo qualche mese fa sul mio blog, relativamente a D.F.Wallace:
... E poi ho scoperto che DFW era morto, suicida. E ci sono rimasto male. Come se avessi perso un’occasione. Come fossi arrivato troppo tardi.
E’ una sensazione stupida, perché la conoscenza con un autore è un processo a senso unico. Tu entri in contatto con lui, ma lui non con te. La sua è una relazione uno a molti casuale. Il suo primo interlocutore è egli stesso e quello che lui pensa siano gli altri che lo leggeranno, un altri che è un magma indistinto da cui emergeranno voci vaghe. Forse. Che un po’ si teme e un po’ si cerca. Che comunque non si conosce.
E quindi da lettore, conoscere un autore, prima o dopo non fa differenza. Ma il fatto è che nei libri di Wallace, in particolare Infinite Jest, ti rendi conto che Wallace presenta se stesso, i suoi se stessi, nei suoi personaggi. E sono tutti personaggi fuori posto. Don Gately, Hal Incandenza, Joelle Van Dyne sono Wallace. Sue estroflessioni. E sono dei disadattati, esseri che avevano grandi potenzialità e che hanno sprecato il loro talento. Ai quali ogni forma di riscatto è negata.
Ti affezioni a loro e vorresti trovare per loro una speranza, mentre percorri i labirinti del libro. E alla fine la speranza non c’è. Ma quasi inconsapevolmente si forma nella tua anima un legame a livello molecolare con questi personaggi e il loro autore personaggio egli stesso. Così che quando ho saputo che Wallace era morto, e che si era suicidato, ho avuto la stessa sensazione di impotenza per l’ineluttabile e ineludibile fine di un genio autoimmune condannato a non poter uscire da se stesso. Prigioniero del proprio talento. Come nel suo libro, per i personaggi che ho amato.
Me ne sono dispiaciuto, come per un amico. Per questo oggi lo ricordo.


Quando lessi "La montagna di luce" di Pete Boardman, di lui e di Joe Tasker non sapevo nulla. Autore e anche personaggio del suo libro, quindi doppiamente reale. Una dicotomia plausibile, perché nell'inserire brani del diario di Joe tasker nel libro, e nel guardarsi, riuscì a raccontarsi, oltre che a raccontare.
E così, alla fine del libro, dopo aver partecipato emotivamente al loro sogno, ad un puzzle che faticosamente prende forma e diventa realtà, i dubbi, le speranze e i tentennamenti, la salita, i pensieri, quei due personaggi li senti vicino.
Provi una specie di strano sdoppiamento quando dalla realtà romanzata ti ritrovi nella realtà e scopri che il loro percorso era giunto a conclusione. Che entrambi erano morti sull'Everest.

Si può essere affezionati ad una persona che hai conosciuto solo nel suo racconto, in una relazione a senso unico, avvenuta peraltro anni dopo la sua morte?
Non posso che rispondere che sì, si può.

Mi fa ridere oggi quando si parla di non realtà delle relazioni virtuali, o della novità di esse.
Direi che le relazioni virtuali ci sono sempre state. I libri ne sono una prova.
Si può provare affetto, stima, partecipazione, forse anche amore, chissà... per persone vissute anni e anni prima di noi, grazie al racconto, grazie alla memoria che giunge fino a noi. Il libro.

Scrivevo giorni fa su un altro topic, che vedere in rete le foto del suo cadavere, seduto, la testa piegata le mani raccolte in grembo, mi fa male.
Non mi piace che ora, al pensiero di Pete Boardman la mia mente automaticamente mi presenti quella immagine.
Vorrei che altre immagini, che pure conosco, riuscissero a sovrapporsi ad essa.

Come questa

o anche questa:

o al limite... Laughing questa:

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Messaggio il Ven Mag 18, 2012 11:25 am  Ospite

Buzz ha scritto: Scrivevo giorni fa su un altro topic, che vedere in rete le foto del suo cadavere, seduto, la testa piegata le mani raccolte in grembo, mi fa male.
Non mi piace che ora, al pensiero di Pete Boardman la mia mente automaticamente mi presenti quella immagine.
Vorrei che altre immagini, che pure conosco, riuscissero a sovrapporsi ad essa.
è proprio quell'immagine, di quell'uomo sfinito e sconfitto che mi ha spinto a questo altro tipo di ricordo... e vanno benissimo le altre immagini scanzonate che hai messo.
Dalla letteratura conoscevo Boardman dalla sua vittoriosa spedizione all'Everest del 1975 in vetta con Pertemba e probabilmente quando lessi Montagna di luce, Boardman e Tasker erano già morti. La loro scomparsa su quella cresta immane aveva comunque delle connotazioni leggendarie, al di là della grandezza stellare della coppia... si ripeteva nella similitudine di luoghi e anche di modi la tragedia di Irvine e Mallory... anche il ritrovare quei poveri resti.

Il capitolo finale di Montagna di luce, l'incontro con gli ex compagni di lavoro descrive a fondo la sensibilità di Pete. Si capisce lì che siamo di fronte non solo ad un grande alpinista ma ad uno scrittore vero, ad un uomo che pensa.
In un altro topic citi tra i tuoi migliori Reinhard Karl. Penso sia stata una grande stagione quella, di alpinismo ma anche di scrittura per noi lettori di montagne, sognatori di avventure... quasi che quei tempi si siano andati perduti nella velocità e nella prestazione

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Messaggio il Ven Mag 18, 2012 12:03 pm  buzz

A ha scritto:
Buzz ha scritto: Scrivevo giorni fa su un altro topic, che vedere in rete le foto del suo cadavere, seduto, la testa piegata le mani raccolte in grembo, mi fa male.
Non mi piace che ora, al pensiero di Pete Boardman la mia mente automaticamente mi presenti quella immagine.
Vorrei che altre immagini, che pure conosco, riuscissero a sovrapporsi ad essa.
è proprio quell'immagine, di quell'uomo sfinito e sconfitto che mi ha spinto a questo altro tipo di ricordo... e vanno benissimo le altre immagini scanzonate che hai messo.
Dalla letteratura conoscevo Boardman dalla sua vittoriosa spedizione all'Everest del 1975 in vetta con Pertemba e probabilmente quando lessi Montagna di luce, Boardman e Tasker erano già morti. La loro scomparsa su quella cresta immane aveva comunque delle connotazioni leggendarie, al di là della grandezza stellare della coppia... si ripeteva nella similitudine di luoghi e anche di modi la tragedia di Irvine e Mallory... anche il ritrovare quei poveri resti.

Il capitolo finale di Montagna di luce, l'incontro con gli ex compagni di lavoro descrive a fondo la sensibilità di Pete. Si capisce lì che siamo di fronte non solo ad un grande alpinista ma ad uno scrittore vero, ad un uomo che pensa.
In un altro topic citi tra i tuoi migliori Reinhard Karl. Penso sia stata una grande stagione quella, di alpinismo ma anche di scrittura per noi lettori di montagne, sognatori di avventure... quasi che quei tempi si siano andati perduti nella velocità e nella prestazione

Qualunque cosa si faccia, bisogna avere qualcosa dentro, per poterla dire.
E per averla dentro, devi crescere in un humus culturale che la favorisca.

Prendi le storie di Yosemite... Bachar, Long, Tobin... Karl che riporta in europa quello spirito, più da surfisti che da alpinisti.
Ma lo zeitgest qual'era? Gli anni 70. L'ondata libertaria che stava passando nel mondo. Un fermento di idee, illusioni, speranze, inquietudini.

Come dire che oggi il cinema italiano (ma si potrebbe dire lo stesso per la letteratura) non è all'altezza di quello del dopoguerra (il neorealismo) o quello degli anni 70, Scola, Rosi, Pasolini...ma gli autori mica nascono sul pero. Nascono nella società che li genera.
E gli alpinisti lo stesso, volenti o nolenti.

Parliamo di Twight, nell'altro topic. Lui è uno che è riuscito a tradurre il suo zeitgest in quello che faceva. Lo sappiamo perché è riuscito anche a raccontarcelo.
Perché poi il secondo punto essenziale, oltre ad avercelo dentro, è che bisogna saperlo raccontare.

Very Happy

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Messaggio il Ven Mag 18, 2012 2:06 pm  Batman

C'è un episodio che la dice lunga su che tipo fosse Pete, credo di averlo raccontato anni fa su FV ma lo riporto qui.

Pasqua 1976, altro giro di alpinisti italiani in visita in Gran Bretagna, qualcuno fa i complimenti a Boardman per la vittoriosa spedizione all'Everest dell'anno precedente. Lui ringrazia, scuote la testa senza sorridere e dice che non c'è niente da complimentarsi e che non è stata una vittoria, "io sull'Everest ho solo perso un amico" (Mick Burke, che Pete aveva incrociato scendendo dalla vetta, diretto anche lui verso la cima, e che non è mai tornato)

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