Un saluto

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290512

Messaggio 

Un saluto




A pensarci bene, nella mia memoria, la Laga si identifica con i
suoi torrenti ancor prima che con le sue cime. Da bambino, durante le
prime estati trascorse a Cornillo Nuovo, fremevo dalla voglia di
raggiungere la vetta di Cima Lepri. Ma i miei, il giorno della grande
escursione, puntualmente mi lasciavano a casa. «Troppo faticoso»,
dicevano; e al ritorno: «Fortuna che non ti abbiamo portato!, che ripido!,
che sassi!, che sole!, che sete!...». Che palle! Eppure, mentre continuavo
a sognare le grandi cime, senza rendermene conto vivevo la più bella
avventura che un ragazzino potesse desiderare: l'esplorazione.


da http://www.intraisass.it/selvagrande.htm

Si partiva presto, mio padre ed io, soli; nello zainetto di tela - lo
conservo ancora, tutto sdrucito - la “polpetta” antivipera, due panini e i
gessetti colorati raccomandati da mamma: «Ogni tanto fate un segno, così
non vi perdete».
La conca di Amatrice è la terra di origine della famiglia di mia madre, ma
mio padre era nuovo del posto: i sentieri li scoprivamo cartina alla mano
e, in caso d'incertezza, si tirava fuori la bussola. Così la nostra più
grande avventura la vivemmo quando, per sbaglio, imboccammo un grosso
tratturo non segnalato sulla carta e perdemmo l'orientamento. E il bosco
era il più bello che avessi mai visto, cosparso di enormi massi sui quali
ogni tanto facevo qualche segno con i gessetti. Alcuni presentavano delle
bizzarre cavità, a volte tanto grandi da poterci entrare dentro. Allora,
accanto ai buchi, scrivevo “Rifugio”.
Arrivati ad un chiassoso torrente, l'errore di percorso fu chiaro. Saremmo
dovuti tornare indietro, ma l'acqua, svelta e allegra, era troppo
invitante e decidemmo di seguirla. Si saltava da un sasso all'altro, e a
un certo punto fummo anche costretti a traversare arrampicando sul bordo
di una larga vasca. Poi, lungo un canalino ripido e sassoso, risalimmo una
propaggine che il torrente aggirava con una serie di grandi e spumeggianti
cascate. Sull'altro lato, il bosco era ormai finito e il greto, ora
pianeggiante, era luminoso e pieno di grandi fiori bianchi e gialli. Poco
oltre, dove nuove cascate sbarravano il percorso, riconoscemmo il nostro
sentiero. A malincuore, lasciato il Fosso di Selva Grande, ci incamminammo
lungo l'antica mulattiera.
Allo stazzo della Pacina però mi attendevano ancora emozionanti scoperte;
accanto alla sorgente dove bevvi l'acqua più leggera del mondo, era
disteso un gran cumulo di pietre dal quale, direttamente verso il cielo,
si innalzava un orrido e fantastico canalone che, ancora bianco di neve,
saliva fino in vetta a quota 2283. La cima fu prontamente battezzata
"Monte Spaccato".
Ancora alcuni faggi nodosi e secolari, più volte spezzati dai fulmini e...
i ricordi svaniscono in una nebbia simile a quella che dopo il temporale
sale lungo i canaloni e avvolge dolcemente le cime più alte.

Innumerevoli volte sono tornato a Selva Grande. Per i funghi, i mirtilli,
le faggete dimenticate e la neve nei canali; per salire al Gorzano in una
notte di plenilunio o semplicemente per vedere se è veramente forte,
quando soffia davvero, il vento a Colle del Vento... e poi, ovviamente,
per l'acqua. Per quella irruente delle cascate in piena allo sciogliersi
delle nevi o quella che, limpida e tranquilla ma pur sempre freddissima,
riposa nelle vasche di pietra viva; per quella che d'inverno gela e
solidifica in forme cristalline, gioia degli occhi e dei ramponi, e anche
per quella che ormai non c'è più, giù nella gola silenziosa, perché se l'è
presa l'Enel, e a noi non rimane altro da fare che immaginarla libera e
impetuosa, tonante come doveva essere un tempo.
E’ durata anni l'esplorazione dell'alveo, un pezzetto alla volta, senza
fretta. Infine, quando ogni tratto fu noto, venne il momento di riordinare
le idee, di ricomporre ogni frammento in un mosaico unico.
Si scendeva senza fatica lungo il nastro trasparente che divide gli umidi
boschi della Pacina dai pendii aspri e spogli della Solagna. In un
caleidoscopio di verdi dalle mille tonalità, da quello smagliante dei
prati al sole a quello cupo dei tassi affacciato dalle rupi, seguivamo
l'acqua correre schietta in un ruscello, ruzzolare saltando da un gradino
all'altro di una ciclopica scala scolpita nel tufo, scivolare svelta e
schizzare all'improvviso nel vuoto tuffandosi nel profondo di un'ampia
pozza. Poi, quando le possibili variazioni sul tema sembravano ormai
esaurite, il colpo di scena: il greto del torrente, quasi rinnegando se
stesso, barattava la sua ruvida anima di grigia arenaria con una più
calcarea e alla moda, trasformandosi in una forra scura e fascinosa. La
attraversammo in un tempo indefinito, come risucchiati dal vortice di un
buco nero: dall'altra parte ci attendeva un mondo diverso. Le montagne si
erano allontanate e attorno a noi non si ergevano più i fusti diritti dei
faggi. Al loro posto una macchia bassa e ispida fronteggiava il giallo
della paglia e il bruno della terra arsa. Scomparso il leggero odore della
sabbia umida, nell'aria calda esalavano essenze aromatiche. Sotto un sole
impietoso, nel sudore e nella fatica di un interminabile tratto di arido
greto sassoso, si stemperavano le emozioni appena vissute.
Con Vincenzo, però, quella dalle sorgenti a Capricchia non fu solo una
magnifica escursione, ma anche uno strano viaggio nel tempo. Mentre
attraversavamo la montagna seguendo il fluire dell'acqua, tornavano alla
mente ricordi remoti e vicini e, in una continua dissolvenza, immagini ed
emozioni ora chiare e distinte ora appena intuite. Alla fine, più forte
che mai, la sensazione di aver esplorato non uno ma cento fossi di Selva
Grande.
Non è facile farsi un'idea unitaria di un torrente così vario, specie dopo
averlo osservato con occhi sempre diversi, provando - ogni volta con animo
differente - emozioni che non abitano più quell'alveo, ma solo la memoria.

Ritrovare il torrente che tanto mi entusiasmò in un'età in cui era più
facile meravigliarsi non è possibile; l'ho cercato ingenuamente, ma al suo
posto ce n'era un altro, nemmeno tanto somigliante. Anche l'ingresso della
gola la prima volta era diverso, ho controllato le diapositive. Certo, la
luce non è mai la stessa, e chi fotografa sa cosa vuol dire, ma... Non si
era sicuri di cosa ci fosse laggiù in fondo: dal sentiero non si capiva
bene, si intuiva solo, e quando finalmente fummo sull'orlo del primo salto
del canyon, dinnanzi a quel vuoto così attraente, quale luce avrebbe
potuto rendere il luogo più entusiasmante?
D'altra parte è anche vero che nel tempo il fosso cambia e che qualche
sorpresa la riserva sempre. La pozza dove tante volte ti sei tuffato un
giorno scompare cancellata da una piena; l'acqua ferma e limpida in cui si
specchiano argentee le placche levigate della forra, un'estate la trovi
inspiegabilmente torbida e limacciosa. E può anche sorgere il dubbio che
non si tratti del solito torrente quando il cielo di luglio scompare
occultato dalla volta di un'inattesa galleria di ghiaccio rilucente.
Così, in fin dei conti, non stupisce più di tanto l'assenza dell'acqua
proprio lì dove dovrebbe essere più abbondante, anche se questa volta non
è colpa di una natura un po' bizzarra, ma solo dell'invadenza dell'homo
energeticus
. Un'invadenza e un'arroganza così naturali per la
mentalità occidentale, che a Capricchia c'è ancora qualcuno che
innocentemente si interroga sul perché e sul come mai un giorno non si sia
più vista quella maestosa coppia di aquile reali che aveva il nido accanto
alla cascata del Fosso della Corva. Eppure per anni i grandi rapaci erano
stati così puntuali all'incontro con le gesta ormai mitiche di un glorioso
montanaro che, arrampicandosi a piedi nudi su quella pietra terrificante,
regolarmente ogni anno ne razziava la prole...

Manilio Prignano

:::::::::::

Manilio Prignano è morto domenica, mentre arrampicava agli speroni della Mentorella.
Personaggio conosciuto nelle falesie laziali, era anche un artista
http://www.manilio.eu/italiano/immagini-frame.htm

ricordi personali non ne ho, lo conoscevo solo di vista. Un cenno, un sorriso e via.

Lo saluto con le parole che Cristiano (Frentano) gli ha dedicato:


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Messaggio il Mar Mag 29, 2012 9:01 am  bummi

Anche io lo conoscevo di vista. Avevamo partecipato insieme al primo numero di Intraisass.
Questo il suo contributo:

A sinistra del Majori



di Manilio
Prignano






Prologo

Il
Sirente è una montagna bellissima. Quando nasce, nel mezzo dell'Altipiano delle Rocche, sembra un
colle come tanti, ma poi il suo crinale, invece di scendere dall'altra
parte, continua a crescere e salire senza posa, disegnando una enorme
mole allungata che si protende verso sud-est per chilometri.
Ai piedi del ripido e verdissimo fianco nord-est si adagia una
serie di stupendi pianori carsici: i Prati del Sirente. Tra questi e le pareti che sorreggono la cresta si distende
un'ampia e rigogliosa faggeta che con morbide ondulazioni fascia tutta
la montagna.

Al
contrario il versante sud-ovest digrada nudo verso la Marsica.
Tutto il Sirente è attraente, in ogni stagione, ma la Neviera e
il Canale hanno un fascino tutto loro.




Sirente. Silenzio


Prati
di Canale. Agosto. La luna sale lenta sui faggi.
Puntuale l'allocco sorvola la radura con un fruscio appena
percettibile. Ombra tra le
ombre nel fascio di luce lunare. Silenzio.



Il
sole scalda l'aria nella tenda fino a renderla irrespirabile.
Ci svegliamo. L'acqua
del fontanile, gelida sulla pelle, squarcia improvvisamente la densa
bruma in cui ancora ci crogiolavamo. Mangiare pigramente, dormire ancora.
Vivere per un po' come i tritoni che, sospesi a mezz'acqua nelle
trocche della fonte, immobili attendono senza tensione. Di tanto in tanto salgono a prendere una boccata d'aria, poi
dolcemente risprofondano nel silenzio trasparente dell'acqua ferma.



Uno,
due, tre giorni... un rumore! Aprendosi
un varco nel torpore mattutino una cadenza giunge all'orecchio. Solenne incede una vacca. Austera
passa e scompare. Silenzio.



Il
sole abbagliando supera il culmine della parabola, poi scivola adagio
oltre le cime e sfiorandole le fa arrossire.
Di nuovo un rumore, un suono quasi dimenticato: un ragazzo su una
moto. - Avete visto una
vacca bianca? - E subito
si dilegua nella direzione indicata. Silenzio.




C'è
al Sirente la Pala di Monte Canale



Lontano,
ai margini della montagna, dove le rocce si diradano e i ghiaioni
scorrono larghi e tranquilli, spicca limpida l'elegante linea della sua
cresta. Chiara ti ammicca tra le fronde, quando riemergi dalle
profondità della faggeta. La
guardi e ne ammiri lo slancio. Lo
sai, è un cristallo in frantumi, una delicata costruzione del tempo
incapace di sostenere il peso di un uomo, eppure vorresti toccarla. Così scivoli lungo l'orlo del bosco fin dove il lenzuolo verde
lambisce la pietra. Ecco,
basterebbe allungare la mano, ma... meglio non sfiorarla nemmeno, già
è tanto che tolleri il raggio degli occhi vicini. È fragile ora come l'ultima volta che inseguendo sogni di grandi
avventure avevi ceduto alla sua inconsapevole malia.



Stai
per andartene quando qualcosa ti spinge a voltarti: dalle mille facce
del cristallo mille occhi ti fissano -
torna, se diventi più leggero - sussurra la Pala.




Piano
di Canale



E'
bello, volgendo le spalle all'Altipiano delle Rocche, avviarsi verso
Secinaro e correndo alti sui Prati del Sirente lasciare a lungo lo
sguardo spaziare. Poi, quando la strada s'accosta alla montagna, s'incontrano
i ruderi dello Chalet e chi ne ha voglia può liberarsi dell'auto e
farsi sedurre da un ombroso tratturo che inoltrandosi per una comoda
valletta in breve conduce fuori dal bosco, là dove si apre il Piano di
Canale. In alto i valloni
sono ancora bianchi di neve, ma tutto intorno l'inverno ha ceduto
all'incalzare della primavera. La
faggeta circonda i prati colorati sfoggiando un abito smagliante di
clorofilla fresca. Tutto è teneramente luminoso, anche le
grigie rocce della
Neviera. Vale la pena di
perdersi nei piani, travasare i passi da una conca all'altra e scoprire
nell'ultima l'incanto di un effimero laghetto.



Non
so se nelle vasche dei fontanili i tritoni ci siano ancora. Certo è che
la radura dei miei sogni ora è deturpata da bellissimi tavolacci e
rustiche panche, dal sapore così autentico da far concorrenza a un würstel di pollo. Eppure
l'aria è la stessa di sempre e i sogni non hanno smesso di esalare
leggeri dall'erba umida e grassa di quei praticelli nascosti tra i
faggi, così abili e discreti nel convincerti a sdraiarti al sole e
lasciarti andare...




La Neviera


Una
lunga salita attraverso le monotone maglie di una rete di faggi sempre
fitta e compatta diluisce il senso del tempo e corrode l'abitudine a
muoversi tenendo d'occhio gli amati punti di riferimento.
I tornanti della mulattiera imprimono al cammino il loro ritmo e
ad ogni curva il concetto di meta perde un po' del suo smalto.
Poi finalmente un pugno di cielo rompe l'ombra del bosco ed ecco
i picchi della Neviera. Se
la cura dei faggi avrà sortito il suo effetto, sarà facile dimenticare
il sentiero per la vetta e, con un tuffo attraverso un'ultima frangia
boscosa, raggiungere le rive dei mari dell'instabile, le immense
pietraie dello Scurribile. Qui salpare è saltare, da un masso all'altro, senza mai
fermarsi a cadere. Giunti ai fiumi dei sassi fini, risalirli col passo
che sale scendendo (ovvero con un piede che s'alza mentre l'altro
sprofonda), e constatare come a volte la distanza che ci separa dalle
pareti sia solo una parte di quella da colmare per raggiungerle. Finalmente l'approdo! I
piedi godono sentendo il sicuro sulle pietre caparbiamente serrate dalle
radici dei ginepri e una solidità ancor più gustosa la vorrebbero
sentire le mani, che saggiano la roccia desiderose di appigliarsi.
Vorrebbero... ma, si sa, da queste parti si possono costeggiare le
pareti per chilometri nella vana ricerca di una sicurezza che questo
calcare non può dare.



Così,
perso il concetto di meta, si finisce per perdere anche quello di
scopo... ed ecco il respiro lento dei canaloni, le grida acute dei
gracchi, l'alito gelido dei ghiacciai estinti che ancora emana dagli
anfratti più cupi per poi svanire tra le chiome di betulle gentili. Più in alto creste aguzze, spigoli sospesi e, scavalcando il
crinale, l'inatteso distendersi degli occhi sugli infiniti pendii erbosi
che calano piano a sciogliersi nell'ampia foschia del Fucino.




Uno
sguardo all'indietro, per un attimo, comprende il Sirente...




Dall'altra
parte



Sul
versante marsicano pendii desolati si susseguono senza soluzione di
continuità. Dove sali, sali.


Nel
deserto obliquo di sassi rugosi spicca qua e là un ispido cespuglio
tenacemente radicato nella pietra; il marrone colorato della chioma sbatte vivo contro il blu del
cielo autunnale, profondamente risonante.

Le
pecore attraversano l'estate risalendo i pazienti pendii della Macerola. Ogni giorno milioni di passi senza meta, disegnando linee
senza senso, giungono sull'orlo del grande vuoto. Poi torna il freddo. Nessuno
rimane in Val d'Arano. La
solitudine allarga tranquilla il suo gelido manto stellato e la
vegetazione, stremata da miliardi di morsi, si addormenta. E' l'autunno montano dei prati arrossati.



Seguendo
un percorso privo persino della logica erbosa degli ovini, anch’io
giungo sul limite dell'altopiano.
Dalla
cresta che si spinge nel cielo, vedo i pendii raggiungere il culmine e
poi rompersi in mille rocce bianche che precipitano nel vuoto come
immobili spume scroscianti.



Attraverso
l'oceano del tempo, corre il Sirente, immane onda di pietra.







Navigatore
solitario



Più
volte m'è capitato di imbattermi sulle pendici del Sirente, e anche
sul crinale, nei resti di misteriosi circuiti e meccanismi. Conservo
ancora uno strano ingranaggio dal
rumore curioso…



Un'arietta
gelida e insistente mi guida con morbida determinazione di là dalle
dune di pietra, dove, quasi mare
calmo in un porto, si raccoglie un lembo di prato verde. Al riparo dai
refoli ghiacciati, protetto da un'ansa rocciosa, sciolgo i miei
brividi e lo vedo: come in una vera cala segreta, uno strano relitto
giace sul fondo della dolina con un'iscrizione scolpita sul fianco*...


__________


Navigava
in perfetta solitudine. Sospeso su abissi siderali, veleggiava lasco
solcando cieli profondissimi, alla ricerca forse del confine tra il nero
e il blu. Di tanto in tanto folate dispettose, cogliendolo di sorpresa
lo facevano sbandare; allora i bianchi ingranaggi del suo cuore, feriti
dalla incomprensibile prepotenza del vento, riprendevano pigramente a
ruotare e il silenzio rarefatto di quel vuoto impossibile si incrinava
rigato da un malinconico ronzio. Struggenti variazioni su un suono solo
si sprigionavano senza speranza di essere ascoltate, come il canto di un
nostromo solitario su un vascello alla deriva.



Chissà
da quant'era in viaggio e se mai avesse scoperto qualcosa sui confini
del cielo quando giunse l'inevitabile naufragio che costò la vita
all'ignaro bacherozzo su cui piombò al termine di una lunghissima
caduta, dagli spazi infiniti della stratosfera... a quelli del Sirente.


__________


*Osservatorio
meteorologico di...






Re
Torrione della Neviera



C'era
una volta, nelle terre di Canale, Re
Torrione della Neviera.




Il
nostro re, con procedura alquanto insolita, faceva di persona gli onori
di casa ai viandanti che attraversavano il suo regno diretti alla cima
del Sirente. Ostentando la forma turrita (un po' tozza in realtà), Re
Torrione si presentava vantando le nobili origini che lo distinguevano
dalle rocce di bassa lega accalcate intorno alla Neviera. - Dove andate?
- diceva poi ai passanti - Non vale la pena di seguire quel sentiero,
non c'è niente d'interessante da quella parte. Salite da me piuttosto, potrete arrampicare!
Guardate che fessure eleganti e che vetta dalla spiccata
individualità! -



Ogni
tanto tra i pellegrini di passaggio ce n'era qualcuno sensibile alla
parola magica ‘arrampicare’ che si fermava a scrutare il torrione. Non ci voleva molto però a capire che, a dispetto della figura
invitante, la sostanza era la stessa delle altre pareti: un calcare
bianco e friabile che oltretutto, mentre il Re pronunciava i suoi
discorsi, lo smentiva a chiari gesti lasciando intendere di non voler
essere neanche sfiorato. I viandanti se ne andavano ridacchiando, ma Re
Torrione, che non sospettava minimamente di essere messo in ridicolo
dalla sua stessa roccia, continuava senza scomporsi a porgere i suoi
inviti.



Un
giorno, esasperato dalla, a parer suo, incomprensibile indifferenza
mostrata nei suoi regali confronti, stolido com'era se la prese col
figliolo, Principe Pilastro, reo di essere argenteo e compatto,
evidentemente diverso da lui e quindi indubbia causa dei suoi
insuccessi. Decise perciò
di punirlo relegandolo in un angoletto seminascosto ai confini del suo
regno, sicuro tra l'altro che così facendo avrebbe reso ancor più
evidenti le rotte fessure di cui andava tanto orgoglioso. E così fu.



Qualche
tempo dopo caso volle che passassero di là alcuni bambini in cerca
d'avventure e luoghi misteriosi e per loro fu facile indovinare il posto
dove era segregato il Principe Pilastro.
Senza farsi scoprire lo liberarono dalla solitudine e divennero
grandi amici.



Ancora
oggi, mentre il Principe gioca all'arrampicata con i suoi nuovi
compagni, Re Torrione ignaro si ostina a lanciare i suoi vani richiami.




____________________

Nota
storica*


Arrampicare
alla Neviera e Monte di Canale


Sebbene
si sospetti l'esistenza di qualche vecchia via, le prime notizie sicure
di arrampicate effettuate in questo settore del Sirente risalgono solo
al 1979, anno in cui Armando Baiocco ed Ettore Pallante realizzarono la
via dei Vecchiacci allo Sperone Centrale. Dopo di loro pochi altri si sono dedicati all'esplorazione
alpinistica di queste pur evidenti strutture. L'Altare della Neviera viene
salito nell'84 da Manilio Prignano, Stefano Cottarelli e Vincenzo Ricciotti per lo
spigolo Nord, quasi un pilastro a parte.
Nel ‘92 tornano Baiocco e Pallante per salire la cresta Nord dello
sperone di Monte di Canale mentre, sulla stessa montagna, la Pala deve
attendere fino al 1994 perché qualcuno (sempre Baiocco con Moreno Cecconi)
trovi il coraggio e la giusta determinazione per affrontare e risolvere
il suo evidente spigolo Nord. Nel
corso dello stesso anno Giancarlo Guzzardi, Enzo Paolini, Giulio Scalzitti e altri
alpinisti di Sulmona, protagonisti su queste montagne di una cospicua
attività invernale, tracciano altre due brevi vie sulle rocce di Monte di
Canale ed una sull'Altare della Neviera. Prignano e Paolini si rifanno
vivi nel ‘96 salendo il Pilastro dell'Indio, un evidente sperone del
Peschio Pedone, mentre Guzzardi e Scalzitti, ad inverno iniziato,
scalano il Pilastro dei Peligni al Peschio Gaetano. Il
‘99 vede ancora in azione Prignano e Paolini, che prendono
di mira il settore compreso tra la Valle dello Scurribile e la Val
Lupara effettuando la prima salita della parete Nord-Est di Quota 2277, per il
pilastro centrale. Gli stessi si ripetono nell'estate 2000 salendo la
cresta Est della medesima struttura e, in compagnia di Gaia Prignano e
Valerio Paolini, la cresta Nord di Quota 1995, sempre nello stesso settore.




A
dispetto della loro logicità però, della dozzina di vie aperte finora
su queste pareti, solo poche sono consigliabili. Le altre presentano tutte tratti, anche lunghi, di roccia
friabile o instabile e ciò spiega chiaramente il perché della scarsa
frequentazione di queste strutture. Ciononostante una giornata d'arrampicata nel silenzio di questi
valloni ha un fascino innegabile (d'altri tempi, forse... ). Nel caso
decideste di provarlo, portate qualche chiodo, dadi o friend (specie di
misura media), anelli di fettuccia anche grandi e soprattutto non
dimenticate il casco!


Ricordiamo
infine che la storia alpinistica del Sirente è trattata in modo
esauriente in Appennino d'inverno di Vincenzo Abbate (Andromeda Editrice,
1995).



*questo
paragrafo, coerentemente con la stagione cui fa riferimento il resto
dell'articolo, è dedicato esclusivamente all'arrampicata estiva su
roccia.










<1997-2000>
Manilio
Prignano

http://www.intraisass.it/Maiore.htm

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Messaggio il Mar Mag 29, 2012 1:26 pm  Frentano

Un ultimo saluto ad un uomo che avrei voluto conoscere prima. Ciao Manilio

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Messaggio il Mar Mag 29, 2012 1:33 pm  biemme

Frentano ha scritto:Un ultimo saluto ad un uomo che avrei voluto conoscere prima. Ciao Manilio

azz cristiano, dio santo Shocked

è da ieri che pensavo e ripensavo chi era che mi aveva detto che stava a nettuno ... poco tempo fa, con te, a sperlonga Crying or Very sad Crying or Very sad

ciao manilio

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