REINHARD KARL - 30 ANNI FA

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310512

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REINHARD KARL - 30 ANNI FA




30 anni fa Reinhard Karl DA SEGNAVIA54

Reinhard Karl, classe 1946, di Heidelberg, è morto sulla parete sud del Cho Oyu il 19 maggio 1982. Sono passati trent’anni dall’incidente, e il mito di Karl è intatto come allora. La montagna e l’alpinismo, per lui erano un motivo di vita e una fonte di illuminazione.



Reinhard aveva cominciato a guadagnarsi da vivere facendo il meccanico d’auto. Perché? «La tecnica, viaggiare, andare lontano, fare qualcosa con le mie mani» si rispondeva nella sua biografia, pubblicata nel 1980. «Forse per questo scelsi all’età di quattordici anni il più sporco e il più misero fra i lavori che può sognare un ragazzo» spiegava. Poi per lui ci sarà la parentesi degli studi a Francoforte, all’epoca della grande contestazione giovanile. E infine l’incontro con l’arte, grazie alla fotografia “di montagna”. E anche il primo incontro con la scrittura, in un’autobiografia che rivela tratti ingenui ma sentimenti veri, forti, genuini, e che scorre come acqua di fonte capace di dissetare una generazione di giovani ormai disillusa dalla vita.
http://segnavia54.com/2012/05/30/30-anni-fa-reinhard-karl/

Montagna vissuta, tempo per respirare diventa in breve un manifesto per intere schiere di alpinisti. È in chiave antiretorica e con una rara capacità di stupirsi e di entusiasmarsi di fronte allo spettacolo della natura, che Reinhard racconta l’incontro con il VII grado, gli hippy e Yosemite, il Gasherbrum, l’Everest, il Cerro Torre.

Per ricordarlo, ci è sembrato opportuno riproporre ai nostri lettori il testo della IV di copertina della sua autobiografia, uscita per Dall’Oglio proprio nell’anno della scomparsa di Reinhard (ma ricordiamo che del libro esiste un’edizione più recente, del 2000, proposta da Vivalda).

«Ho lasciato dietro di me la solitudine alla macchina per scrivere. Ascoltando dentro di me, spesso non ho sentito altro che il silenzio dei monti. Di nuovo è giunta per me l’ora di abbandonare le pianure della civiltà. Di nuovo sono irrequieto. Mi sono reso conto di quante ore dure io abbia dovuto passare in montagna solo rileggendo le mie righe. Tuttavia sono arrivato più lontano seguendo il lungo giro per i monti, che non seguendo le vie del piano. Intuisco che l’alpinismo di prestazione sportiva possa essere anche solo una tappa della vita. Forse l’ultimo scalino prima di diventare davvero adulti. Ma i monti mi hanno dato molto. Forse la lotta con la montagna è paragonabile alla salita. Rimane impressa nella coscienza perché è così faticosa. La felicità è paragonabile alla discesa. Si scende facilmente e in fretta si dimentica. Non importa quale montagna si salga: lassù si guarderà sempre più lontano. Non so cosa si cerchi lassù. La verità è così complicata che nessuno la capisce. In realtà la montagna è solo una meta nominale: quello che conta, sono le ore, i minuti, i secondi, e come si vivono. Ora i miei problemi non saranno più gli ottomila metri o l’VIII grado. Il mio problema sarà ora l’arte di salire una montagna».

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altri contributi


"Ho portato il mio Io sul punto piú alto e lo lascio lassú, l’Io che voglio essere. Scendo con l’Io che sono."

“ Lungo la strada ci sono alcuni massi di roccia, chiamati boulder. Boulder significa piccolo blocco, masso erratico. Lì si danno al bouldering Ron Kauk e John Bachar. Sono dei boulderer, cioè arrampicano su questi massi. I blocchi alti al massimo 5 metri gli bastano come montagna. All’inizio rispetto a queste persone provavo un sentimento di superiorità, considerandoli come alpinisti che non hanno il coraggio di alzarsi più di 5 metri da terra. John mi mostra il suo problema, di cui tenta la soluzione da 3 mesi. E’ uno spigolo strapiombante completamente liscio alto 3 metri.

E’ incredibile che qualcuno riesca ad afferrar visi. Io non ci riesco nemmeno per un secondo. E’ più ginnastica che arrampicata su roccia, ma lo spigolo è un problema posto dalla natura. John suona il sassofono e Ron arrampica. E’ terribilmente abile e con le sue dita d’acciaio e la sua raffinata tecnica di piedi riesce a tenersi sulle più piccole asperità della roccia. Non avrei mai creduto possibile qualche cosa di simile; qui è stata raggiunta una nuova qualità nel rapporto uomo-roccia. Benchè si possano considerare Ron e John, a prima vista, come dei barboni, in realtà sono dei veri feticisti della prestazione atletica.

Non ho mai visto dei fanatici come loro che esplicano la loro passione solo per se stessi. Ogni giorno fanno allenamento di forza sulle attrezzature che si sono progettate e costruite loro stessi, e su sbarre di diversa grandezza di impugnatura. Si esercitano a danzare sulla corda per migliorare il senso dell’equilibrio, fanno esercizi di yoga per la scioltezza e prendono droghe per migliorare lo stato d’animo…

Qui ho compreso veramente che per l’intensità dell’esperienza la grandezza della montagna non conta. Un giorno John riesce a risolvere il suo problema e in cima, dopo tre metri, è veramente felice come lo ero io in cima all’Everest. E inoltre, nessuno al mondo riesce probabilmente in quei tre metri.

Facciamo bouldering tutti i giorni e quando ne ho abbastanza tolgo le mie scarpette EB e metto via il sacchetto della magnesite. Poi mi tuffo nel lago Tenaya, per lavarmi dalla magnesite e dalla mia ambizione.

John e Ron fumano un joint ed io leggo Carlos Castaneda per cercare di capire meglio tutta questa realtà. “Separate reality” e “Tales of power” si chiamano le più difficili vie di arrampicata nel nuovo super-grado di difficoltà 5.12, secondo il titolo dei libri di Castaneda, 5.12 è solo un numero, ma significa molto. In fondo non si dovrebbe mai costruire un’esperienza sulle cifre. Ma come 9.9 significa una velocità incredibile sui 100 metri piani, così 5.12 significa una arrampicata follemente difficile. Qualche volta le cifre sono più onoste delle parole.

Benchè John abbia compiuto parecchie prime ascensioni di 5.12, il suo campo è il bouldering. La materia con cui realizza i suoi sogni sono le scarpette EB e la magnesite, non gli serve altro… John definisce il bouldering come “portare a spasso il gorilla che sta in me”

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"Intuisco che anche l'Everest è solo un'anticima. La vera cima non la raggiungerò mai."


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da http://www.intraisass.it/rec6.htm



Montagna Vissuta recensione di Alberto Pezzini

Nato ad Heidelberg nel 1946, morto in Himalaya nel 1982: 36 anni. Una morte improvvisa per chi ha amato la montagna come una madre interminabile. Una sensibilità fotografica delicatissima e vibratile come un obiettivo umano. Puntato sulle cime di mezzo mondo. Una moglie lasciata appesa ad un bacio non più restituito. La montagna che palpita nel sangue e non ne puoi fare a meno. Una nutrita schiera di viaggi con zaini e sacchi a pelo imbottiti, ghette in kevlar e le mani rotte dall'arrampicata. Comincia quasi per divertimento, per cercare di rompere la monotonia del lavoro. Ogni domenica si parte per scalare qualche montagna. Dapprima timidamente e poi sempre con voracità maggiore.

Una tensione formidabile ed una capacità di far rivivere certe emozioni è tipico di questo libro degli anni giovanili, a questi interamente dedicato. Quasi una summa dell'alpinismo on the road.

Il lavoro di meccanico comincia a stancare. Sempre più spesso al lunedì si arriva in officina colmi di sonno. Eh sì, perché il sonno la montagna se lo prende: all'alba bisogna già essere sotto la parete e cominciare ad arrampicare. Le ore vanno calcolate con attenzione e prudenza. Poi c'è il passaggio alla montagna da professionista della fotografia, con la possibilità di poter scrivere per riviste di montagna specializzate a cui la tua penna piace e fa gola enormemente anche ai giovani.

Il libro è come una confessione completa ma rapidissima della vita di un alpinista totalitario. Cioè di chi ha scalato da El Cap al Dru e fino alla montagna più dura del mondo: il Cerro Torre. C'è una magia avvolgente che traspira da queste pagine sottilissime e resistenti ai soffi che vengono dalle montagne.

Quando la notte cala sulle cime - ed il ghiaccio si incolla alle crode - l'aria è quasi ferma, immobile: in quei luoghi vive ancora Reinhard Karl. Uscito a razzo da un'officina dove riparava le automobili. Con una capacità rara si ritrova sulle montagne più dure del mondo, con un entusiasmo che suona nei recessi più nascosti dell'anima. Sempre con la stessa freschezza.

Il libro va letto ed è un piacere infinito leggerlo con gli occhi e soprattutto con l'anima. I passaggi sono rapidi ma precisi.

Quando si parla dell'Himalaya si avverte la fatica data dalle ore di cammino che si sgranano insieme alle nuvole e si va con la mente ai desideri di ciascun alpinista quando bivacca in quota, al gelo: un letto comodo, lenzuola fresche e di flanella, un fuoco acceso, da mangiare in abbondanza dopo aver fatto un giro esaustivo in un supermercato ultrafornito, una moglie dagli occhi dorati con cui fare l'amore con calma, a lungo. Poi si passa allo Yosemite, ed anche qui è difficile non cogliere quanto di più vero e comune esiste per i climber di questa zona. La sete violenta e cronica data dalla calura torrida che si sprigiona sulle pareti di El Cap, la vita spensierata di quelli che qui vivevano fatta di mangiate, arrampicate, droga e donne, le albe luminose e sottili che penetrano negli occhi e scaldano le mani rattrappite dagli sforzi, le corde a cui si sta appesi sopra una parete calda come le mammelle di una grande madre...

Il grande Karl ci trasmette questa serie di emozioni ed esperienze vissute miscelandole con il tocco dello scrittore di razza, un poco alla Alain Fournier: un'opera che è diventata un manifesto per intere schiere di alpinisti, ornata di una morte prematura. Chissà perché le persone davvero valide muoiono presto e sempre dopo aver lasciato qualcosa di irripetibile.

Compratevi questo libro e maledirete di non saper scrivere e di non aver vissuto così a fondo come Reinhard. Le fotografie che compaiono nel libro meriterebbero un bell'ingrandimento. Avrete soltanto l'imbarazzo della scelta.

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1977 Helmut Kiene e Reinhard Karl salgono le Pumprisse ed hanno il coraggio di dichiararle VII grado, segnando il punto di svolta che porterà all'apertura della scala UIAA verso l'alto.


da http://www.rotpunkt-sport.de/Info/Alpin/Pumprisse/PumprisseFrameset2.html

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Per me, "Montagna Vissuta" è uno dei più bei libri scritti da alpinisti che ho letto. Ora è parecchio che non mi ripassa fra le mani. Ricordo che trovai somiglianza fra le foto e lo scrivere. Immagini secche, taglienti; parole contrastate in bianco e nero.
O forse era il contrario.
E' una bella risposta alla domanda perché si scalano le montagne.

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Messaggio il Gio Mag 31, 2012 1:28 pm  espo

è stato forse quello che + di tutto ha influenzato la mia vita

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Messaggio il Gio Mag 31, 2012 2:47 pm  schen

"Zeit zum atmen".. che bel libro, che bel libro, che storia fantastica, che stile di vita e che modo di raccontarla... divorato in italiano e poi in tedesco.
Reinhard Karl è stato un personaggio che non smetterò mai di ammirare, per la capacità di scegliere cosa fare del tempo che ci viene concesso da vivere su questo pianeta.
Ci sarebbero meno invenzioni, meno tecnologia, meno confort illusorio, meno gadget inutili.., probabilmente ci sarebbero anche più malattie e selezione naturale, ma sono convinto che la specie umana starebbe meglio e più in armonia con se stessa e con l'ambiente, se tutti vivessero come ha fatto lui.
Io non ne sono capace.. Embarassed

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Messaggio il Lun Giu 04, 2012 10:22 pm  Musico Errante

"Montagna vissuta, tempo per respirare", oltre che il titolo di uno dei più bei libri che abbia mai letto, una filosofia di vita Wink

E poi che dire:

"In realtà la montagna è solo una meta nominale: quello che conta, sono
le ore, i minuti, i secondi, e come si vivono. Ora i miei problemi non
saranno più gli ottomila metri o l’VIII grado. Il mio problema sarà ora
l’arte di salire una montagna"

mai letto niente di più bello Very Happy

Un mito

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Messaggio il Sab Ago 24, 2013 9:05 pm  dogui

Ciao,
qualcuno ha mai letto o sa se è possibile recuperare da qualche parte questo:


grazie in anticipo per qualsiasi suggerimento/commento
ciao
gui

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Messaggio il Lun Ago 26, 2013 9:08 am  Batman

dogui ha scritto:Ciao,
qualcuno ha mai letto o sa se è possibile recuperare da qualche parte questo:


grazie in anticipo per qualsiasi suggerimento/commento
ciao
gui
Se sia ancora reperibile da qualche parte non saprei.

Sotto certi aspetti, è anche meglio del primo libro di Karl. Nei pochi anni trascorsi tra i due libri, era migliorato non poco, come scrittore e come fotografo. Il miglior libro su Yosemite scritto da un non-local (e di quelli scritti da locals, forse solo Camp Four di Steve Roper è altrettanto un must)

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Messaggio il Ven Ago 30, 2013 4:50 pm  dogui

grazie per il commento batman!!

prima o poi lo recupererò!!

g

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