Utopia

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050612

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Utopia




Anche questo lo trovate sul mio blog http://whitetraces.wordpress.com/2012/06/05/utopia/

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Una di quelle parole che hanno acquisito un significato se non proprio negativo quantomeno ad esso tendente. Nel linguaggio comune definire qualcosa un’utopia equivale a considerarla irrealizzabile. Magari idealmente pura e positiva. Ma di fatto una fantasia. Qualcosa di inconsistente in quanto privo di sostanza e impossibile (o quasi) da concretizzare.

Andando però a riguardare il senso etimologico del termine si scopre qualcosa di interessante. Basta Wikipedia. La parola deriva da οὐ ("non") e τόπος ("luogo") e significa "non-luogo". Nella parola, coniata da Tommaso Moro, è presente in origine un gioco di parole con l'omofono inglese eutopia, derivato dal greco εὖ ("buono" o "bene") eτόπος ("luogo"), che significa quindi "buon luogo". Questo, dovuto all'identica pronuncia, in inglese, di "utopia" e "eutopia", da origine ad un doppio significato.

E’ chiaro che fin dall’inizio Thomas More intendesse giocare sul duplice senso della parola. Ma in che senso? Che da fervente Cattolico considerasse il “luogo buono” necessariamente un “non-luogo” in termini umani? O che forse conoscesse la natura umana tanto a fondo da pensare che un “luogo buono” è per l’homo sapiens necessariamente inesistente, ovvero un non luogo? Che in sostanza, per quanto si sforzi, l’uomo non può realizzare in alcun modo la città ideale senza leggi e in comunione di beni?

Chissà.

Certo è che oggi sopravvive solo il significato negativo.

Certo è che a guardare bene la nostra storia tutte le ideologie (nel senso di sistemi strutturati di idee che danno forma e significato ai comportamenti di chi vi aderisce) sono di fatto delle utopie. Nel doppio senso immaginato da More. Luoghi buoni per chi in esse crede. Ma di fatto irrealizzabili in quanto in conflitto con opposte ideologie o con la realtà dei fatti. Almeno quella ad esse contemporanea.

Il genere umano sembra quindi vivere costantemente questo scollamento fra la tendenza ideale del pensiero e della riflessione – spesso appannaggio di singole menti o di circoli ristetti – e la realtà della vita aggregata. La bella e la bestia. Con un finale sempre opposto a quello della favola.

In questo primo decennio del terzo millennio, però, si tende a sostenere che con il ’900 l’uomo abbia chiuso con le ideologie. E di conseguenza con le utopie. Che la realtà liquida e mutevole, che la precarietà costante, che la stessa globalizzazione delle merci e dei pensieri abbiano spinto il genere umano verso un realismo cinico e pervasivo. Che in sostanza l’uomo sia così convinto dell’immutabilità della storia che si rifiuta di aderire a ideologie totalizzanti che rimandano a un futuro imprevedibile, e ben oltre l’aspettativa di vita, il miglioramento a cui si aspirerebbe.

Per la serie “meglio sopravvivere decentemente che crepare per un bene dubbio e che in ogni caso non vivò”.

Egoismo storico? Uomo pessimista o semplicemente consapevole della propria ineluttabile natura?

O semplicemente uomo disorientato fra la propria natura individuale di mammifero, sepolta nella corteccia interna del cervello, e l’aspirazione alla perfezione umanistica di una società ordinata e giusta, elaborata dal pensiero riflessivo?

Sembrerebbe per assurdo che più l’uomo procede nella sua evo/involuzione storica più la capacità di immaginare e perseguire un futuro migliore viene meno. Facendo sì che natura e cultura si avvicinino sempre di più. Che l’aspirazione non sia verso un utopia migliorativa ma verso la massima espressione della sua assenza.

E forse guardando a cosa nella storia è stato compiuto in nome delle ideologie strutturate una fase di totale agnosticismo in cui l’uomo ritrovi il contatto con il qui e ora non sarebbe poi così male. L’unico fattore da tenere in considerazione è che questa fase sarebbe probabilmente bagnata dal sangue dei più deboli. Di quelli non protetti, anche semplicemente per opportunità, dall’ideologia dominante. Ma non è di fatto ciò che già avviene? Ciò che è comunque avvenuto nel passato più ideologico?

Chissà.

Da tempo ormai non mi piacciono le ideologie. E quando incappo in una di esse il mio approccio è sempre critico. Confutatorio. Il primo sforzo è quello di chiedermi cosa non funzioni. Non riesco più ad avere fede e fiducia in un sistema strutturato di parole che prescinde dall’essere umano nella sua essenza più pura e bestiale. Non è un caso che l’unica parvenza di ideologia sopravvissuta al cataclisma del ‘900 sia proprio il “capitalismo finanziario”. Esso assomiglia più di qualunque altro sistema teorico-pratico alla lotta per la sopravvivenza in regime di scarsità. Poco importa che la scarsità dei beni sia reale o immaginaria, l’importante è che sia percepita tale e dia forma e sostanza alle azioni. Un’ideologia mascherata da tecnica economica, che ha capito che l’unico modo per sopravvivere è non essere percepiti come un sistema di idee vincolante ma come una struttura aperta in cui il cittadino-suddito-utente sia convinto di essere libero di scegliere.

E allora mi chiedo spesso: esiste ancora uno spazio nel terzo millennio per le utopie esplicite? Che senso avrebbe cercare di ridare alla parola il senso originario di More? O magari di riuscire a enfatizzare maggiormente il “luogo buono” rispetto al “non luogo” creando a questo scopo una nuova struttura ordinata di idee guida?

Non so quale sia la vostra di risposta. La mia è ancora confusa. E quando ci penso mi vengono solo in mente le parole di Eduardo Galeano, il più grande scrittore latinoamericano del suo tempo a mio parere: “L’utopia è come l’orizzonte. Più cammini verso di lui e più quello si allontana. L’utopia, come l’orizzonte, sta lì perché l’uomo continui a camminare”.

Sarà per questo che il mondo mi sembra così immobile?
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Tengri

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Utopia :: Commenti

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 5:39 pm  Batman

Mi è sempre piaciuta questa definizione dell'utopia di Robert Musil, ne "L'uomo senza qualità", che ne fa cosa distinta dall'ideologia e tutto all'opposto del significato intrinsecamente negativo che si tende oggi a conferirle, quello di "impossibilità da sognatori"

"Utopia ha press'a poco lo stesso significato di possibilità; il fatto che una possibilità non è una realtà vuol dire semplicemente che le circostanze alle quali essa è attualmente legata non glielo permettono, altrimenti sarebbe invece una impossibilità; se la sciogliamo dai suoi legami e lasciamo che si sviluppi, ecco che nasce l'utopia"

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 5:51 pm  giggio

Se mi guardo indietro, non vedo alcuna utopia che si sia realizzata. Forse è per questo che oggi la parola ha una accezione più negativa che positiva: è l'espressione di una disillusione.
In effetti io non riesco ad essere ottimista, e vedo nei gruppi molto ristretti di persone (insiemi paritari di pochi individui che si sono scelti per affinità) o nelle individualità (il portare avanti delle scelte per una propria etica personale, al di là del risultato globale) l'unico contesto in cui le "utopie" hanno una possibilità di vita.
Qualsiasi contesto umano appena più strutturato (tutti i tipi di società) è secondo me destinato a soccombere alla sete di affermazione e di potere insita nella natura umana.

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 6:52 pm  Admin

Ho sempre legato al termine utopia il concetto di impossibile da realizzare. Quindi tutto sommato un valore neutro, che però diventava immediatamente negativo non appena l'argomento andava a opporsi a chi immaginava il concetto come il suo contrario: possibile, prima o poi, da realizzare.

Ma il problema in questo modo è posto male.
Anche essendo consapevole che l'orizzonte è irraggiungibile, che utopia è un non luogo, posso averlo come direzione verso cui andare.
Non mi interessa in quanto meta (raggiungibile/realizzabile). Mi interessa però che i miei passi siano verso quella direzione. Coerenti con essa.
In questo modo è come andare verso la stella polare, non la raggiungerai mai, ma indica il cammino.

Non c'è solo un qui e ora e un non luogo.
C'è un andare. C'è una via.

La via è la meta, diciamo spesso.
Anche in questo contesto, anzi di più, è un concetto adeguato.

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 8:31 pm  LucaVi

Qui però Buzz te la cavi con un'acrobazia dialettica...
Io sono meno scettico di Giggio. Se per utopia s'intende qualcosa che non c'è, non vuol dire che non ci possa essere.

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:13 pm  Admin

Perché acrobazia dialettica?

Dico semplicemente che non mi importa se l'utopia sarà o meno realizzata, se lo sarà che io la vedrò o dopo, o se invece è sostanzialmente irrealizzabile. Non ha importanza, se i principi che mi ispira possono comunque regolare la mia vita. Ovvero informare la mia esistenza, indicare la direzione verso cui muovermi.

Che mi importa se una società di onesti è un'utopia?
Io penso ad essere onesto, ora, qui e adesso.

Per contro, per come viene posta in genere la questione sembra che siano possibili solo due alternative:
a) la società di onesti è possibile, quindi possiamo essere onesti perché l'utopia non è tale, ma è a portata di mano.
b) la società di onesti è un'utopia, irrealizzabile, quindi inutile essere onesti, dato che il mondo non lo sarà mai.

non è così, per me.
non esistono solo queste due alternative.

Esiste il qui e ora che indifferentemente dalla realizzabilità dell'utopia in futuro, trae dai principi ispiratori dell'utopia concretezza di azioni quotidiane.

Questa non mi pare un'acrobazia dialettica. Al contrario, mi sembra sano pragmatismo.

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:20 pm  virgy

Tengri ha scritto:


E allora mi chiedo spesso: esiste ancora uno spazio nel terzo millennio per le utopie esplicite? Che senso avrebbe cercare di ridare alla parola il senso originario di More? O magari di riuscire a enfatizzare maggiormente il “luogo buono” rispetto al “non luogo” creando a questo scopo una nuova struttura ordinata di idee guida?

Non so quale sia la vostra di risposta. La mia è ancora confusa. E quando ci penso mi vengono solo in mente le parole di Eduardo Galeano, il più grande scrittore latinoamericano del suo tempo a mio parere: “L’utopia è come l’orizzonte. Più cammini verso di lui e più quello si allontana. L’utopia, come l’orizzonte, sta lì perché l’uomo continui a camminare”.

Sarà per questo che il mondo mi sembra così immobile?



la mia risposta non è molto confusa, invece
nel terzo millennio non c'è spazio per le utopie esplicite
il "buon luogo" ce lo siamo giocati proprio grazie alla nostra immobilità (intesa anche come limitatezza, ottusità ecc ecc)
noi abbiamo creduto di camminare e camminare verso un orizzonte buono o semplicemente di camminare e camminare anche verso un non luogo
ma di fatto, l'uomo non ha fatto un passo
si è dato da fare, ha smosso, si è mosso, si è agitato, ha agitato, ma è rimasto immobile

Le utopie????? Stanno sempre lì, irraggiungibili come l'orizzonte e chissà che tutte e due non ridino di noi e della nostra sciocca e immobile illusione!

Ultima modifica di virgy il Mar Giu 05, 2012 9:21 pm, modificato 1 volta

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:20 pm  LucaVi

Così mi è più chiaro Buzz: la direzione!
Di conseguenza ci comportiamo per raggiungerla, noi o chi verrà dopo di noi grazie anche alla nostra testimonianza, quest'utopia.

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:22 pm  virgy

anche la direzione è un'utopia!

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:26 pm  LucaVi

Ma se non cerchiamo di migliorarci, che vivere è?

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:31 pm  virgy

cerchiamo, infatti di migliorarci e di migliorare
ma ci riusciamo??? ci siamo riusciti??
guardiamoci intorno (a parte in tante malattie e solo in alcune parti della terra)

abbiamo la "nostra" direzione???? o quella che hanno scelto e scelgono altri????
è un'utopia anche quello di pensare che scegliamo la nostra vita o il destino

sì, possiamo scegliere il lavoro o la casa da comprare o il marito/moglie ...ci muoviamo, con onestà e cerchiamo di migliorarci, di fare den nostro meglio, noi....
ma sono molto pessimista...altre scelte, le scelte più grandi di noi, quelle che davvero danno la direzione di tutta l'umanità, di noi tutti, insomma....anche quella, non è dipendente da noi, non la scegliamo noi....
ecco che quindi la direzione non è un merito o demerito nostro

può riguardare il nostro piccolo, famiglia, lavoro, amici...ma sono direzioni secondarie
la direzione "primaria" è altrove, è un'utopia, non è scelta da noi

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 9:48 pm  luna

LucaVi ha scritto:Ma se non cerchiamo di migliorarci, che vivere è?


A volte sarebbe sufficente vivere bene,rispettando sè stessi e gli altri , se poi riusciamo anche a migliorarci è magnifico..

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 11:20 pm  LucaVi

Dal Devoto-Oli, utopia: quanto costituisce l'oggetto di un'ispirazione ideale non suscettibile di realizzazione pratica.

Sembrerebbe che non abbiamo scampo.

Ma "il luogo che non esiste" non esiste adesso...

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Messaggio il Mar Giu 05, 2012 11:23 pm  fabri

ha ragione Buzz

La via è la meta, diciamo spesso.
Anche in questo contesto, anzi di più, è un concetto adeguato.


non è l'utopia importante ma il tentativo, il sogno di raggiungerla.
quindi abbiamo scampo.

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Messaggio il Mer Giu 06, 2012 9:19 am  tummu

e te pareva che non ci infilava il "capitalismo finanziario"
questi utopisti mettono sempre lo stesso disco ...
Laughing

Scherzo
ma permmettetimi di dire che il capitalismo finanziario non è affatto l'unica ideologia sopravvissuta, ce ne sono eccome... E per quanto ne so la situazione che stiamo vivendo non è mai stata vagheggiata come utopia da nessuno, se non in qualche ucronia o dis-topia letteraria. L'utopia semmai, o follia, o negligenza criminale, è stata quella del debitore, i vari governi che hanno illuso intere generazioni di poter fondare il loro benessere sul debito, regalando alle generazioni successive questa paurosa crisi di deleveraging. Ma questa illusione non è certo propria del (sano) capitalismo.

Credo che la tendenza ad attribuire al capitalismo più colpe di quelle che ha realmente, anche dopo la fine (apparente) delle opposte ideologie, sia dovuta al fatto che esso ha rappresentato un punto di tale discontinuità storica, un "salto" che ha cambiato le cose in modo talmente pervasivo, da identificarsi quasi con la storia stessa, dando l'impressione che tutto ciò che è accaduto all'umanità dopo aver imboccato quella strada - e in particolare i mali - possa essere ricondotto a quella scelta.

Una prospettiva insidiosa, che secondo me impedisce di districare il problema. Impedisce non solo di analizzare ma ancor prima di identificare - di nominare - tutti quegli oggetti sociali che, pur esistendo in un mondo capitalistico, e pur, se vogliamo, essendone un portato (anche se non si può escludere che si sarebbero sviluppati comunque), tuttavia non sono il capitalismo: possono convivere con il capitalismo, se ritenuti accettabili, o possono essere corretti in caso contrario. Naturalmente è un'utopia anche questa ma io ci credo abbastanza.

Uno dei campi che mi piacerebbe approfondire, che è abbastanza collegato al tema della fine delle ideologie e delle utopie, è quel vasto campo di sociologia "militante" che studia lo sviluppo dell'immaginario collettivo e i suoi rapporti sempre più stretti con la realtà sociale: rapporti ormai di codeterminazione, nell'attuale civiltà mediatica.
Alcuni pensatori etichettati come "apocalittici" propongono modelli affascinanti...
L'immaginario ha ormai ricoperto il mondo reale come una mappa ricopre un territorio, mostrando al suo posto la "realtà": una mappa infinita di simboli, una rete mostruosa di significazioni subdole, indistinte, non razionali (la significazione simbolica appunto, opposta a quella concettuale) ma però pregnante, effettuale, e perfettamente "reale". Semrerebbe, deduco io, che non abbiamo più nessuna possibilità di immaginare un mondo diverso, se non all'interno della mappa e dei suoi condizionamenti.
In un autore tra i più pessimisti, Baudrillard, l'unica utopia rimasta è quella del male: la violenza che lacera la mappa, il terrorismo delirante che fa coincidere l'immaginario cinematografico con l'evento reale dell'attacco alle twin towers.

Per iniziare (non facile)

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Messaggio il Mer Giu 06, 2012 4:43 pm  Tengri

tummu ha scritto:e te pareva che non ci infilava il "capitalismo finanziario"
questi utopisti mettono sempre lo stesso disco ...

Il Capitalismo è uno dei tanti -ismi. desinenza che nella maggior parte dei casi rappresenta proprio un'ideologia utopistica. Nel senso duplice di More ... anche con la terza via individuale e comportamentale di Buzz.

Pensare che i vizi privati possano trasformarsi in pubbliche virtù è un'ingenuità che prescinde dalla conoscenza profonda della natura umana. Non quella da "luogo comune". Per capirsi. Ma quella etologica, che fin troppo spesso diamo per "superata" proprio dagli universi simbolici di cui parli alla fine.

Essa invece riemerge nei comportamenti asociali (nel senso di difformi dalla norma socialmene riconosciuta come giusta) o all'interno di sfumature socialmente accettabili. Buttare giù le torri gemelle o fare milioni di dollari con gli hedge funds mandato fallite intere famiglie appartegono a questi due orizzonti. Uno asociale l'altro socialmente riprovevole (o magari discutibile). Ma alla fine rispondono allo stesso istinto primordiale. L'annientamento di ciò che mette in pericolo (o che tale l'immaginario percepisca) la sopravvivenza. Dove la sopravvivenza assume significati e valori semantici mutevolissimi. A seconda dell'orizzonte culturale e dell'esperienza del singolo.

Conosco gente che vive con 10.000 euro al mese che pensa di essere sull'orlo del lastrico se per alcuni mesi è costretta a vivere con 5000.

La percezione è tutto. E a questo si ricollega il tuo interessante discorso sulle mappe. Ma le mappe, come dicevano Bandler e Grinder, non sono il territorio. E tutti gli orizzonti simbolici, le idee. le ideologie e le utopie diventano pericolose proprio laddove iniziano ad assolutizzare la propria visione dimenticando che la mappa è solo una rappresentazione del territorio.

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Messaggio il Gio Giu 07, 2012 8:49 am  buzz

In ogni caso, rispondo a Luca, non perseguo la direzione dell'utopia come avanguardia di una schiera che verrà.
Non è questo lo scopo della mia esistenza, se mai l'esistenza abbia uno scopo.

Prima o poi, se non ci estingueremo prima, il genere umano riuscirà ad affrancarsi da questo stato di transizione fra la natura animale e le aspirazioni etiche... ma la cosa non mi riguarda.
Non faccio l'agit pro dell'utopia.
Semplicemente preferisco vivere, se e quando possibile, più secondo i principi di quello che sarebbe bello che fosse che non di quello che purtroppo è.

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Messaggio il Gio Giu 07, 2012 10:26 am  LucaVi

Ma che idea ti sei fatto di me? Non milito più da decenni oramai.
E la penso come nell'ultima tua riga. Aggiungendo qualcosa che non guasta: teach your children well.

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Messaggio il Gio Giu 07, 2012 10:30 am  buzz

LucaVi ha scritto:Ma che idea ti sei fatto di me? Non milito più da decenni oramai.
E la penso come nell'ultima tua riga. Aggiungendo qualcosa che non guasta: teach your children well.

Nessuna idea in questo senso che temi te. Very Happy
Mica ho detto che tu la pensi così, ho solo specificato meglio come la penso io.

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